Sulla scomparsa della sinistra in Italia

Siamo nel 2017 ormai e viaggiamo speditamente verso il 2018.
La situazione politica italiana odierna è quanto mai particolare: a un centro (-sinistra?) morente guidato da Renzi si contrappongono l’inconcludente Movimento 5 Stelle, guidato dall’anziano ma ancora arzillo Beppe Grillo e la Lega, sempre meno Nord per volontà del segretario Salvini, che al verde sembra preferire il blu e che al tradizionale “Padania libera!” sostituisce il nuovo motto “Salvini premier!”. Ma quello che ci stiamo chiedendo tutti, compagni, è: dov’è la sinistra?

LA MORTE DEL PCI

Ripassiamo un po’ di storia: solo trent’anni fa il Partito Comunista Italiano, cui ultimo pezzo forte fu Enrico Berlinguer, dominava la scena politica dello stivale; Enrico, che lo si voglia incensare o denigrare, fu indubbiamente protagonista di un rinnovamento del PCI che fece guadagnare consensi e prestigio non solo fra gli italiani, ma anche fra lavoratori e comunisti di tutto il mondo, come testimonieranno, ironicamente, i suoi funerali. Berlinguer morì infatti colpito da un ictus a Padova l’11 giugno, che giunse nel mezzo dell’enunciazione di un discorso in vista delle elezioni europee: come già detto, ai suoi funerali a Roma non parteciparono solo migliaia di militanti del PCI da tutta Italia, ma anche molti romani, il Presidente della Repubblica Pertini, e l’omaggio alla salma di delegazioni di tutti i partiti italiani, compresa quella del MSI, e dei partiti socialisti e comunisti di tutto il mondo.

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Consideriamo, compagni, come la prematura morte di Berlinguer porti all’arrestamento del trend di avvicinamento o riavvicinamento che si stava avendo verso la sinistra in Italia (alle elezioni europee il PCI raggiunse il suo massimo risultato, 33,3% dei voti, sorpassando, sia pur di poco e per la prima e unica volta, la Democrazia Cristiana ,33,0% dei voti), per cui si parla di un effetto Berlinguer, nonché alla definitiva dissoluzione del partito; solo Berlinguer, in effetti, riusciva a calmare e ad evitare le dispute interne tra la vecchia corrente massimalista guidata da Cossutta e la nuova leva di miglioristi capitanati da Giorgio Napolitano. La sua morte porta alla segreteria del partito Natta, delfino di Enrico e, per sua stessa definizione, «ultimo segretario del Partito Comunista Italiano». Egli tenne una politica ondivaga che sostanzialmente non giovò a nulla. Nell’88 Natta fu colpito da un leggero infarto; non era grave, ma gli venne fatto capire dagli alti dirigenti che non era più gradito come segretario. Natta si dimise e al suo posto venne messo il vice Achille Occhetto.

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Occhetto rappresenta, a conti fatti, la fine del PCI: nel marzo ’89 egli lancia il “nuovo corso”, rivelatosi completamente inconcludente. Tenta la costituzione di un governo ombra, per opporsi ad Andreotti, e di numerosi quanto futili referendum. Il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, Achille Occhetto annunciò “grandi cambiamenti” a Bologna in una riunione di ex partigiani e militanti comunisti della sezione Bolognina. Fu questa la cosiddetta Svolta della Bolognina nella quale il leader del Partito propose, prendendo da solo la decisione, di aprire un nuovo corso politico che preludeva al superamento del PCI e alla nascita di un nuovo partito della sinistra italiana. Nel Partito si accese una discussione e il dissenso, per la prima volta, fu notevole e coinvolse ampi settori della base. Dirigenti nazionali di primaria importanza quali Pietro Ingrao, Alessandro Natta e Aldo Tortorella, oltre che Armando Cossutta, si opposero in maniera convinta alla svolta. Per decidere sulla proposta di Occhetto fu indetto un Congresso straordinario del Partito, il XIX, che si tenne a Bologna nel marzo del 1990. Tre furono le mozioni che si contrapposero:

 

  • la prima mozione, intitolata Dare vita alla fase costituente di una nuova formazione politica era quella di Occhetto, che proponeva la costruzione di una nuova formazione politica democratica, riformatrice e aperta a componenti laiche e cattoliche, che superasse il centralismo democratico. Il 67% dei consensi ottenuti dalla mozione permise la rielezione di Occhetto alla carica di Segretario generale e la conferma della sua linea politica.
  • la seconda mozione, intitolata Per un vero rinnovamento del PCI e della sinistra fu s
    ottoscritta da Ingrao e, tra gli altri, da Angius, Castellina, Chiarante e Tortorella. Il PCI, secondo i sostenitori di questa mozione, doveva sì rinnovarsi, nella politica e nella organizzazione, ma senza smarrire se stesso. Questa mozione uscì sconfitta ottenendo il 30% dei consensi.
  • la terza mozione, intitolata Per una democrazia socialista in Europa fu presentata dal gruppo di Cossutta. Costruita su un impianto profondamente ortodosso ottenne solo il 3% dei consensi.

Il 3 febbraio 1991 il PCI decretò il proprio scioglimento, partorendo il Partito Democratico della Sinistra (PDS) e Rifondazione Comunista.

I PRIMOGENITI DEL PCI

Rifondazione Comunista rimase sempre un partito tutto sommato di nicchia (nonostante un paio di esperienze al governo in coalizioni di centro sinistra); recentemente ha fatto parlare di sé staccandosi dalla linea di centro-sempre-meno-sinistra, costruendo un nuovo polo di sinistra che si propone come alternativa credibile.
Il Partito Democratico della Sinistra invece, legalmente erede del PCI, diventò in breve tempo egemone della sinistra italiana, e si formò, giusto in tempo per le elezioni, una coalizione denominata I progressisti che vide risultati che superarono di gran lunga le più rosee aspettative degli ex-comunisti: Verdi, Alleanza Democratica, La Rete, e molti altri entrarono nella coalizione; evidentemente l’apertura a centro pagava. La popolarità di Occhetto, leader della svolta storica, era, fra compagni di partito e non solo, alle stelle. La coalizione di sinistra si presentò alle elezioni del ’94 con un’energia impareggiabile, venendo però bruciata nettamente: il centrodestra vinse. Occhetto perse la faccia e si dimise.
D’Alema venne eletto segretario e, lungi dall’allontanarsi dalla linea centrista, rafforzò le stesse posizioni di Occhetto, formalizzò l’alleanza dei Progressisti con minime differenze: era appena nato l’Ulivo. È molto interessante notare come i rami dell’ulivo non facessero più ombra solo ai vecchi comunisti, ma anche ad ex democristiani; sintomo definitivo dello spostamento a centro del partito.
Comunque, la politica di D’Alema pagò, e l’Ulivo governò per due anni, fino al ’98, e il suo governo fu uno dei più importanti della storia d’Italia: fu in questo periodo che venne deciso di adottare l’euro, ad esempio. Ma aver fatto entrare in così poco tempo elementi di centro all’interno del partito probabailmente non fu la migliore delle idee, dato che i conflitti all’interno del gruppo e dello stesso governo andavano moltiplicandosi; perfino D’Alema accusò più volte il governo di “non rispondere alle aspettative della sinistra italiana” e scese addirittura in piazza ad un corteo organizzato dalla CGIL che contestava il piano del Governo sull’occupazione, accusato di essere insufficiente. Lui stesso, tuttavia, al congresso dello stesso anno, ebbe tensioni proprio con l’area del partito più vicina alle posizioni del Sindacato. Il congresso decise, con la condivisione di tutti, di portare avanti l’idea della “Cosa 2”, una nuova forza politica che aggregasse il PDS ad altre forze di sinistra per costruire una forza più grande della sinistra italiana. La storia del PDS termina nel 1998, quando, sotto la guida di D’Alema, la “Cosa 2” viene definitivamente attuata, portando il partito a fondersi con altre forze della sinistra italiana. Di esse soltanto una proveniva dalla storia del comunismo (il Movimento dei Comunisti Unitari), mentre le altre erano di provenienza social-riformista (Federazione Laburista e Associazione Riformatori per l’Europa), di provenienza laica (Sinistra Repubblicana) e perfino di provenienza e cultura cattolica (Movimento dei Cristiano Sociali). La fusione si concretizza con la convocazione degli “Stati generali della Sinistra”. Da questa apertura del PDS a tali forze della sinistra moderata, nacque un nuovo soggetto: i Democratici di Sinistra (DS).

I DEMOCRATICI DI SINISTRA E LA DEFINITIVA CENTRALIZZAZIONE

Per D’Alema era giunto il momento «di dar vita a un raggruppamento politico tutto nuovo insieme alle altre formazioni politiche della sinistra, […] una formazione politica che si collocherebbe nell’area dei partiti socialdemocratici e laburisti europei». Il partito si aprì così ai contributi di altre culture che si rifanno all’ideologia del socialismo democratico, “dandosi una svolta in chiave moderna”, eliminando i riferimenti ad “un comunismo deteriorato dall’età”; venne infatti tolto dal simbolo lo stendardo recante la falce e il martello ed al suo posto venne inserita la rosa, vessillo del socialismo europeo, e proponendosi come forza di sinistra socialdemocratica. Appena sette anni prima il Partito Comunista Italiano era il più grande partito d’Italia; ora il centrismo era stato addirittura istituzionalizzato, con cattolici vari al proprio interno. La bandiera con falce e martello, simbolo glorioso, era stata definitivamente ammainata.
Nonostante un discreto numero di governi capitanati dalla nuova forza politica, in gran parte i DS rsvolsero solo il ruolo di opposizione al nuovo volto della grande politica: SIlvio Berlusconi. Si passa ormai alla storia recente: c’eravamo tutti durante il primo, il secondo e così via dei gabinetti (è proprio il caso di dirlo!…) berlusconiani. Riflettendo, non senza una certa dose di pragmatismo, sul periodo storico degli anni 2000, viene facile notare come la destra e anzi sarebbe meglio definire la borghesia con il Cavaliere in testa abbiano abilmente svuotato la sinistra dall’interno; il partito capitanato da D’Alema, dopo aver perso una buona dose di comunisti e più in generale votanti di sinistra per via delle manovre volte a garantirsi un’espansione del bacino elettorale inglobando molti fra gli ex DC, risultava sempre meno credibile nell’impossibilità di offrire una vera opposizione contro Berlusconi. Il destino di chi non accettava la deriva a centro del partito esautorando D’Alema non è chiaro: alcuni fondarono nuovi partiti (e questo è chiaramente all’origine del fenomeno di “galassia rossa” che denotiamo oggi, dove ogni piccolo partito di sinistra si considera un partito e non riesce a comunicare e a coordinarsi con gli altri), altri, semplicemente, diedero il loro voto a qualcuno di diverso, e sempre più perdevano la loro buona opinione della sinistra. La destra in Italia non era mai stata così potente dai tempi del fascismo.

IL PARTITO (DEMOCRATICO?)

E ora, cari compagni lettori, si ritorna al pezzo di storia iniziale che sicuramente conoscerete voi tutti: addì 14 ottobre 2007, con il congresso della Margherita, veniva fondato il Partito Democratico. Non starò a offrirvi una sterile deliberazione sulla bontà del partito, né della sua presunta collocazione a sinistra, giacché potete notare tutti come esso si comporta. Sappiamo tutti come, dopo la messa al bando di Berlusconi, esso sia arrivato al governo. E di come, stante l’incapacità ripetuta di fronteggiare una temperie statale e interstatale che andava deteriorandosi, il partito e con essa il nome della sinistra, che peraltro a parer mio non ha mai meritato di portare, sia decaduto inesorabilmente. E cosa succede quando i partiti tradizionali non sono in grado di governare? Nascono le alternative. Ahi ahi, ma di quali alternative parliamo? Lega Nord, CasaPound, Forza Nuova, recrudescenze fasciste ovunque, la ricerca dell’homo novus e forte e perfetto che risolva tutti i problemi consegnandoci una nuova età dell’oro. Vi ricorda qualcosa? A me sì. Peccato che perfino Saturno non riuscì a realizzarla in eterno.

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Stalin è morto. Lenin è morto. Forse anche Marx è morto. «La spinta propulsiva nata dalla rivoluzione socialista d’ottobre è venuta esaurendosi.» E così i giovani di tutta Italia crescono imbevuti di destra. Ormai sentiamo in TV, per strada, anche su Internet o sui giornali, chi si lamenta degli immigrati, dei politici, della mancanza di denaro. Il popolo è scontento. E la destra, non la sinistra, ci marcia sopra. A me continua a ricordare qualcosa. La nostra situazione è precaria. E l’ombra della dittatura, esplicita stavolta, si avvicina sempre più.
Allora… è tutto perduto?
Voi che ne pensate?
Io dico di no.
Io dico che me, e te, e tutti quelli della redazione, e del giornale, che lo seguono e leggono abitualmente, che sono arrivati a leggere fin qui, sono la nuova speranza. Sì, hai capito bene, tu sei la nuova speranza del comunismo qui. Tu sei la nuova rosa rossa. Anzi, lo siamo tutti. Tutti qui possiamo alzarci, e controbattere al razzismo, all’odio, al monopartitismo borghese. Noi tutti siamo figli di quello che ventisei anni fa è morto, se lo vogliamo. Dovete, e dobbiamo, far capire a tutti, che la sinistra c’è ancora, che la sinistra rinasce. Che noi siamo la prova vivente che la borghesia ha fallito, e fallirà sempre, finchè rimarrà uno solo a proteggere il popolo. E ricordate, compagni, che noi abbiamo il coltello dalla parte del manico. Loro ci temono, ci temono perché sanno che è da questa parte che ricomincerà il loro terrore, anche se assopito, oggi. E sì, forse ora “La spinta propulsiva nata dalla rivoluzione socialista d’ottobre è venuta esaurendosi”, ma noi possiamo ricominciare a spingere. Credeteci, compagni. In alto la Bandiera.

Oppure, non abbiamo speranze.

— Compagno Federkey

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