SOLEIMANI È MORTO, VIVA SOLEIMANI!

Il 2020 inizia sotto il segno della guerra. In Libia, armati di scarponi e droni, stanno arrivando i turchi per sostenere Sarraj e i fondamentalisti islamici, in cambio del riconoscimento degli interessi turchi sui giacimenti di gas ciprioti in contrapposizione alla autorizzazioni date dal governo cipriota all’italiana Eni e alla francese Total per l’esplorazione dell’area interessata, a Tripoli. Sfideranno gli assalti del generale Haftar, sostenuto dalla maggioranza del mondo arabo sunnita, la Francia, gli USA e la Russia che ha già inviato i propri mercenari in suo soccorso.
Stiamo parlando di una nuova escalation che colpirà la popolazione libica senza pietà, soprattutto ora che le truppe di Haftar stanno assediando nuovamente Tripoli.
Un caos creativo, quello che ha ridotto la Libia in una gigantesca Somalia alle porte d’Europa, prodotto dall’intervento militare del 2011 che ha detronizzato il nostro più importante alleato nel Mediterraneo, il colonnello Gheddafi, regalandoci la più grande sconfitta subita dall’Italia dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
Disfatta che nasce dall’incompetenza e dal profondo servilismo della nostra classe dirigente che non muove un dito senza il consenso degli Stati Uniti.
In Libia abbiamo sostenuto Sarraj perché abbiamo il grosso dei nostri interessi economici da tutelare in Tripolitania mentre questo governo di fondamentalisti islamici ottiene nel mondo il sostegno esplicito solamente di Turchia e Qatar.
Allo stesso tempo cerchiamo di ottenere i favori di Haftar, che sembra essere il cavallo vincente, pur rifiutando il ruolo di mediatore tra Tobruk e Bengasi proposto dalla Russia all’Italia, sognando ancora la famosa “cabina di regia” promessa dagli americani sempre più defilati dallo scenario libico, dopo aver ridotto in macerie fumanti il paese più ricco dell’Africa.

La confusione regna sovrana nelle menti dei nostri politici e lo vediamo anche dalle reazioni alla recente uccisione, da parte di droni americani e per ordine del presidente Trump, del generale iraniano Qassem Soleimani e del suo braccio destro iracheno Abu Mahdi al Muhandisi, capo delle forze di mobilitazione popolare dei Kataib Hezbollah.
Salvini esulta, definendo il generale iraniano “terrorista islamico”, facendo addirittura vergognare Giorgia Meloni che invita alla calma. Il PD invoca ancora un’immaginaria politica estera europea che altro non è che il polo imperialista europeo a trazione franco-tedesca in azione. Tra le fila grilline regna l’impotenza, se non fosse per il barricadero Di Battista che condanna l’azione americana e invoca una politica estera che metta al centro le deboli ambizioni del subimperialismo italiano.
Senza alcun dubbio l’Italia ha perso molte opportunità economiche in Iran, ma non solo, pur di seguire la politica del caos creativo promossa da Washington e con ogni probabilità fornirà anche le proprie basi militari, riempite di bombe atomiche trasferite dall’infaddabile Turchia, sempre più libera dai vincoli della NATO, per un’eventuale guerra contro l’Iran. Dopotutto il servilismo è la caratteristica principale di questa sgangherata classe dirigente e se Trump richiama all’ordine, “Giuseppi” non può che rispondere “comandi” per non essere da meno del suo avversario in felpa.

Uscendo fuori dalla mediocrità di casa nostra, è stato ucciso uno dei protagonisti indiscussi della lotta all’Isis. Soleimani ha dimostrato il suo valore sul campo, contribuendo al rafforzamento dell’egemonia iraniana in Siria, Libano ed Iraq e diventando, di fatto, il numero due della Repubblica islamica.
Inizia la propria carriera militare come soldato, negli anni ‘80, impegnato nella guerra contro l’Iraq, dal 1998 era a capo delle forze speciali al-Quds delle Guardie rivoluzionarie, operative all’estero e che rispondono direttamente al leader supremo.
Coordina le forze vicine all’Iran nel 2001 in Afghanistan, nel 2006 aiuta Hezbollah in Libano a respingere gli israeliani ma quest’uomo schivo è salito alla ribalta internazionale per essere stato il genio militare capace di coordinate tutte le milizie sciite in Libano, Iraq e Siria contro l’Isis e il fondamentalismo islamico sunnita, contribuendo alla loro sconfitta in maniera decisiva.
Queste vittorie hanno contribuito all’aumento del proprio prestigio e della sua pericolosità agli occhi dei nemici dell’Iran che alla fine sono riusciti ad eliminarlo.
Non è neanche casuale il luogo della brutale uccisione. Soleimani viaggiava a bordo di un auto, in compagnia di Abu Mahdi al Muhandisi, partendo dall’aeroporto di Baghdad, atterrato in Iraq dopo una visita in Libano.
L’Iraq è il terreno di scontro scelto dagli americani per sfidare l’Iran. Nel paese invaso dagli americani nel 2003, regna dal quel fatidico anno il caos. Soleimani era impegnato nella formazione di un nuovo governo, dialogando con quelle forze politiche filo-iraniane eredi delle milizie sciite che hanno sconfitto l’Isis. Oggi si trovano a dover gestire una situazione molto complicata. Il popolo iracheno è in rivolta da mesi contro un sistema che percepiscono, a ragione, ineguale, settario, corrotto e servo degli interessi iraniani e americani.
Una situazione difficile che analogamente possiamo trovare in Iran, dove le sanzioni e le tensioni crescenti con USA ed alleati preoccupano non poco le autorità della Repubblica islamica, alle prese anche loro con continue proteste contro il carovita.
Tuttavia, la morte di Soleimani, considerato un vero eroe nazionale, potrebbe avere l’effetto di coagulare intorno alle autorità iraniane un consenso insperato per affrontare le difficili sfide dell’immediato futuro.
Le milizie sciite in Medio Oriente hanno subito promesso vendetta mentre Israele gioisce per la morte di uno dei suoi più importante nemici e lo stesso fanno, in silenzio, le sanguinare petromonarchie sunnite.
All’alba del 2020 i venti di guerra soffiano sul Medio Oriente e si prepara un nuovo scontro tra potenze per il controllo di questa regione strategica.

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