«Socialismo o Barbarie?»

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Il dolore all’anca si faceva risentire, ancora, lancinante come quella volta quando s’ammalò di dio sa cosa, ancora a Varsavia. Ma le aspre grida tedesche all’esterno di quello spazio buio le ricordarono dove fosse e cosa stesse accadendo, mentre gradualmente riusciva a vedere le luride pareti intonacate di quello che decenni prima era stato bianco e dei fasci di luce che filtravano pigri attraverso la finestrella in alto. Portandosi una mano alla testa, che, sanguinante, le doleva quasi quanto l’anca, si sedette sulle assi sconnesse, la branda nera e dura, di fronte alla porta blindata. Aveva uno sportello semichiuso ad altezza di soldato con gli stivali, e si vedevano chiaramente le sbarre. Sbarre, come quelle che dividevano la luce della finestrella.

Chiuse gli occhi cercando di riassumere e di rielaborare cosa fosse successo. Si ricordava di lei, di Karl e Wilhelm alla sede del Vorwärts, discutendo sul da farsi per quegli emuli di Spartaco, e di un bussare frenetico e convulso, alla porta della sala delle rotative, dove si erano nascosti. Emerse dal noce scuro il viso appena ventenne di Dominik, dall’espressione sconsolata di chi avrebbe voluto fare molto di più e che avrebbe sperato le cose sarebbero andate diversamente. Dietro la sua schiena, un freddo Kar 98a al cui grilletto stava un suo probabile coetaneo in divisa nera con tanto di elmetto delle Freikorps, sotto cui si estendeva un inquietante sorriso. Uno sparo, il corpo di Dominik che cadde sul pavimento, coprendolo attorno di un velo di rosso, come le bandiere dei manifestanti e dei rivoluzionari nelle vie adiacenti. Il piccolo kommando delle “Truppe Libere” fece salire il trio spartachista in una camionetta dalla croce teutonica mal cancellata, non prima di aver picchiato coi calci dei fucili sull’avanguardia inerme.

Poi buio, ed eccola, Rosa Luxemburg in una cella, in una situazione disperata. I tentativi di ritorno all’ordine delle Freikorps, organizzati dal capo di stato socialdemocratico Ebert, ora traditore di tutto il popolo tedesco e della rivoluzione di novembre, avevano ridotto i comunisti e lei alla peggior clandestinità, e il peggio sembrava avverarsi, mentre Berlino crollava nel caos proprio per il caparbio intervento della reazione borghese contro l’insurrezione proletaria. Stava accadendo il contrario di quello che poco più di un anno prima aveva reso Lenin e Trockij celebri, sebbene anche la loro rivoluzione sembrava sul punto di crollare.

Buio. Di nuovo. Quella barbarie sarebbe dovuta finire. Aveva ancora impresso in mente il sanguigno colore della fine della vita, e si ritrovò in piedi, con le mani legate, contro un muro assieme a Liebknecht. Lo stesso terrorista, con le mani ancora sporche del sangue di Dominik, le puntava, assieme a venti dei suoi, il fucile addosso.
Un altro grido in tedesco, l’anca sembrava volersi staccare dal dolore, poi più nulla. Buio per sempre.

La barbarie aveva vinto il socialismo.

—Compagno Emanuele

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