ROMANIA E ALBANIA: L’ESEMPIO DELLA REVISIONE

Edvin “Edi” Rama, il presidente del Partito Socialista, mantiene la propria carica di primo ministro, aumentando il consenso fino al 48,5%, che gli permette di ottenere una cospicua maggioranza in parlamento, con 74 seggi su 140.
Dalla caduta dell’hoxhaismo nel 1990, l’Albania è una repubblica democratica monocamerale: è infatti il Senato una delle tante critiche del premier albanese all’Italia. L’ex-membro della Open Society Foundations di George Soros, prosegue infatti con le proprie politiche liberali, annullando i diritti dei lavoratori a favore delle imprese, attirando così “investimenti esteri” ossia aziende delocalizzatrici in Albania per il costo del lavoro minore rispetto all’Europa, e, per coronare il tutto, annullando de facto il peso dei sindacati con un provvedimento del suo passato governo, accusati di opporsi alla crescita economica del paese, che raggiunse l’anno scorso, rappresentata dal PIL, il +3,2%. L’Albania è dunque un paradiso liberale, dove le libertà vengono calpestate senza ritegno e dove lo sfruttamento delle classi subalterne albanesi prosegue imperterrito.

Essendo politicamente la prosecuzione del vecchio Partito del Lavoro d’Albania, Partia e Punës e Shqipërisë, come il PD nei confronti del PCI in Italia, il presidente Edi Rama proclama anche, tra le motivazioni di una crescita economica di stampo liberista, l’assenza della sinistra radicale in Albania, dove il massimo di antiliberismo insta nel Partito SocialDemocratico, con 1 seggio dovuto ad uno scarso 1,0%, che appoggiò il governo precedente del medesimo premier, assieme al LSI, il Movimento Socialista per l’integrazione, un altro partito socialdemocratico, terza forza col 14,4% e 19 seggi ora relegati all’opposizione, non essendo utili per la maggioranza in Parlamento. L’altro partito ad avere avuto accesso al parlamento, il PDIU, Partito per la Giustizia, l’Integrazione e l’Unità, è il partito più ideologicamente a destra del limitatissimo panorama politico albanese, ed ha ottenuto 3 seggi col 4,5%.

 

 

Il 21 Giugno 2017 il presidente romeno Klaus Iohannis annuncia lo smantellamento del governo social democratico di Grindeanu, formatosi l’11 Dicembre. Questa decisione è stata presa in seguito alle incessanti proteste che iniziarono il 3 Febbraio, subito dopo che il governo ha approvato un decreto legge che ha decriminalizzato alcuni reati di corruzione e ha reso l’abuso di potere punibile con il carcere solo se è dimostrabile un danno per lo stato superiore a 44.000 euro. Secondo il governo guidato dai Social Democratici del PSD la nuova legge serve per riallineare il paese alla sua Costituzione, ma secondo i critici il primo beneficiario sarà proprio il leader del PSD Liviu Dragnea, a processo insieme ad altri politici di sinistra per abuso di potere. Ma tutto risale a quell’11 Dicembre, quando i romeni furono chiamati alle urne. I liberali usarono come campagna elettorale accuse riguardanti la corruzione nel PSD e la sua presunta discendenza dal PCR. Però i Social Democratici di Dragnea riuscirono ad avere la maggioranza. La popolazione dopo l’approvazione della legge sulla corruzione diedero ragione alle assurdità dei liberali. Ora la minaccia liberale si fa sempre più presente in Romania.

I Liberali si pretendono riformatori,anche se sono dei traditori: davvero cosa possono riformare dei traditori naturali?

Lo stravolgimento del Socialismo nel XXI secolo in politiche oppressive per i molti e liberali per i pochi che se le possono permettere, è testimone definitivo di una traslazione di significato, di una scrematura sempre più piccoloborghese del senso stesso di socialismo, che è finito dalle stelle rosse, alle stalle purpuree.

– Compagni Emanuele ed Adorianus

 

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