POVERI, NON DI CERTO RASSEGNATI

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Pochi mesi fa scrivevo  a proposito della nuova legge sul lavoro francese, la El Khomri, questo paragrafo finale, da allora nulla è cambiato tranne la certezza sulle fallacie insite nel Jobs Act, fallacie rappresentate dal “consumo immediato” degli effetti positivi della riforma, dall’uso indiscriminato dello strumento del vaucher, dall’aumento della crescente disuguaglianza sociale che mostra sempre di più un assetto bipolare.

Quando si sente dire che la Legge El Khomri è il Job Act Francese l’italiano medio accosta le manifestazioni a Parigi alle manifestazioni sindacali a Roma poco tempo fa (al massimo può dire che i francesi non lasciano far nulla al governo se non col loro consenso,dando così sfoggio di una partecipazione politica ormai sognata qui in Italia)quando invece non sa che i francesi si battono per un’ingiustiza assai minore rispetto a quella fatta dal nostro attuale governo col suo Jobs Act! Non si vuole far capire che il nostro caro decreto sul Lavoro è il parossismo dell’igiustizia sociale! Per capire le differenze sostanziali tra la legge El Khomri e il Jobs Act ci facciamo aiutare da una recente intervista al professor Michele Tiraboschi, docente di diritto del lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore scientifico del centro studi Adapt. Sebbene questa legge è ancora imperfetta e ingiusta il governo  ha “una maggiore apertura alle parti sociali e per l’importanza data alla contrattazione collettiva”,difatti in Francia il dialogo sociale è considerato un valore al contrario dell’Italia  cui governo considera il sindacato come un impiccio e un male. Inoltre, la Legge El Khomri pur avendo,come il Jobs Act,il fine di togliere spazi di incertezza interpretativa nel codice del lavoro (dando così meno potere ai giudici di legittimare o meno un licenziamento facendo così il gioco del dirigente)è stata a lungo discussa da esperti e parti sociali, al contrario del Jobs Act dove “all’improvviso sono comparsi una legge delega e dei decreti attuativi scritti a tavolino”. (Vox Populi – link)   

Questo articolo di Emanuele di Luca presenta, assieme ai collegamenti con i dati INPS, Caritas e Clap, l’attuale situazione e l’invito coraggioso fatto dall’autore nell’ultimo capoverso, l’invito ad un cambiamento, a nuovi esperimenti e nuovi assetti lavorativi: c’è chi infatti crede ancora nell’evoluzione sociale.

  • POVERI, NON DI CERTO RASSEGNATI

di Emanuele di Luca // http://www.clap-info.net

INPS, ISTAT, Caritas. I rapporti (di cui consigliamo la lettura) sullo stato del mercato del lavoro in Italia, sulla condizione economica dei giovani, sulla disoccupazione escono oramai con cadenza giornaliera e tutti con la stessa diagnosi: il mercato del lavoro è stato dopato dal Jobs Act e l’effetto stupefacente si è rapidamente esaurito. Fine della favola, ora è il momento delle crisi di astinenza e i sintomi sono diversi.

Il primo e più pesante è l’incedere delle vecchie e nuove povertà e a risentirne non sono più solo le famiglie numerose. I dati sono davvero preoccupanti: 4,5 milioni di poveri che non riescono ad accedere nemmeno ad un paniere di beni di prima necessità, di cui il 46,6% sono giovani al di sotto dei 34 anni. C’è poi il dramma dei cosiddetti working poor ed è un fatto che segnaliamo da tempo: l’esercito dei voucheristi, degli stagisti, degli apprendisti, delle partite Iva che non fatturano abbastanza, di tutte le sfaccettature del precariato nostrano. Una valanga di giovani, soprattutto, che fanno uno o più lavori sottopagati o per nulla retribuiti e che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese. I nuovi poveri, insomma, che si muovono sul sottile crinale tra una vita poco degna e votata al sacrificio e l’indigenza assoluta.

Il secondo sintomo è il calo verticale delle assunzioni a tempo indeterminato e l’aumento dei licenziamenti per giusta causa: 8,5% il calo delle prime, 31% l’incremento dei secondi rispetto al 2015, ma il disastro si comprende meglio guardando anche i parziali sui mesi. Questa è la vera sostanza stupefacente di tutta la faccenda. Il potere salvifico degli sgravi fiscali alle imprese che avessero assunto a tempo indeterminato è finito e quindi le nuove assunzioni non solo avvengono con forme contrattuali a termine o intermittenti ma, distrutto l’articolo 18, le imprese licenziano, senza pensarci due volte, anche i lavoratori a tempo indeterminato.

Il terzo sintomo che ci piaceva mettere in luce è il boom dei voucher. Dal 2008, anno della prima sperimentazione dei buoni lavoro (o voucher) ne sono stati venduti 347,2 milioni. Tra il 2014 e il 2015 l’aumento percentuale dei voucher venduti è stato del 66% e il trend è in continua crescita. Numerosi articoli ne hanno recentemente evidenziato gli aspetti più oscuri, in particolare il loro utilizzo strumentale in caso di infortuni per regolarizzare in via temporanea una prestazione di lavoro a nero. In definitiva, da strumento per favorire l’emersione del nero nel mercato del lavoro, sono diventati (e ce lo potevamo aspettare) la bacchetta magica degli sfruttatori più incalliti, soprattutto nei settori meno tutelati del lavoro (alberghiero/ristorazione ad esempio, che conta la metà dei voucher staccati nel 2015) dove sono, ancora una volta, i più giovani a farne le spese.

Fatta la diagnosi passiamo alla prognosi del paziente-Italia, che resta comunque riservata. Una cosa la diciamo subito, senza girarci attorno: è priorità assoluta combattere con tutte le forze disponibili la battaglia per il reddito garantito, attaccando con ferocia qualsiasi palliativo workfaristico e sgomberando il campo da misure ridicole, come il SIA o il Reddito di inclusione, proposte dal governo Renzi, sottofinanziate (per usare un eufemismo) e sottostimate. Parallelamente vanno ribadite, fino allo sfinimento, quelle che possono sembrare ovvietà, ma non lo sono più. In particolare il fatto che il lavoro va pagato e va pagato anche bene. La lotta alla compressione salariale, ai working poor, alla retorica del volontario che sostituisce il dipendente va affiancata in maniera indissolubile a quella sul reddito.

Il secondo nodo è la necessità di un’opposizione larga, diffusa, anche generazionale alla compressione dei diritti sul lavoro e non, alle politiche di austerità, alla deriva oligarchica verso cui il governo sta lanciando il paese a folle velocità.

Quello di cui abbiamo bisogno, quello che possiamo fare sono sperimentazioni, tentativi parziali e situati. Sperimentazioni di nuove forme organizzative e di mutualismo sul lavoro, tentativi parziali di attivazione e mobilitazione. Da qui si (ri)parte, cominciando subito con lo sciopero generale del prossimo 21 Ottobre, di cui abbiamo già scritto, e proseguendo con la costruzione della campagna per il No sociale e costituente al referendum del prossimo 4 Dicembre. Invertire la tendenza vuol dire lottare quotidianamente sui posti di lavoro, resistere insieme allo sfruttamento e alla miseria che il tempo presente ci consegna, distruggere Renzi e il suo insopportabile bagaglio retorico e narrativo, che vuole l’Italia paese in crescita, ricco di opportunità, sulla via della modernizzazione. Per ora l’unica via ci sembra, ancora una volta, quella delle lotte.

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