PFAS: Salute, ambiente e gli interessi sonanti

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È recentemente emersa la questione sulle Sostanze Perfluoro Alchiliche (Pfas), prodotti per utilizzi industriali emesse in gran quantità dagli anni Cinquanta fino ai giorni nostri per la loro particolare conformazione idrofoba e repellente ai grassi; sono anche resistenti all’idrolisi e alla fotolisi, proprietà che li rendono particolarmente difficili, se non impossibili da smaltire.

I Pfas a catena lunga, ossia gli acidi perfluoroottanoici e gli acidi perfluorottanosulfonati, dalle quote di tolleranza ribassate a 90 nanogrammi per litro, ad opera della Regione Veneto proprio nella campagna referendaria circa l’autonomia, sono sospetti di provocare diverse patologie. Tali agenti inquinanti sono interferenti endocrini, capaci quindi di alterare la sintesi degli ormoni, compromettendo principalmente la crescita e riducendo la fertilità; tuttavia questi, ad esposizione prolungata, sono sospetti di interferire nella comunicazione intercellulare, aumentando così il rischio di sviluppare tumori, riscontrati nelle zone soggette con l’alta frequenza di tumori ai reni e ai testicoli, ma anche di malattie della tiroide, ipertensione in gravidanza e colite ulcerosa. Recenti studi ancora da ultimarsi avvertono inoltre di un incremento di malattie quali il diabete gestazionale, neonati sotto peso e altre malformazioni congenite nelle aree più esposte alla contaminazione. Un aspetto da rilevare è, tra le altre cose, il comportamento bioamplificativo, analogo a quello dei metalli pesanti, che determina l’aumento della concentrazione assumendone con l’alimentazione, come dalla carne o verdura, dove s’è utilizzata acqua contaminata.

La loro emissione, non circoscritta solo al Veneto, dove c’è l’inquinamento a questi più diffuso, è frequente anche tra i fiumi lombardi dell’Olona e del Lambro, nel Tevere e nell’alto Arno, tutte zone storicamente di conceria, o industria cartiera, ma soprattutto per l’antiaderenza delle padelle. Sono proprio questi utilizzi industriali, dovuti alla loro impermeabilità e resistenza, a provocarne l’immissione incontrollata nelle falde acquifere e nei corsi d’acqua nei pressi delle industrie; il caso più celebre, ma non solitario nella zona, è la Miteni, sviluppata dalla famiglia Marzotto, ai piedi dei Monti Berici. La direzione dell’azienda, svizzero-tedesca, però, non intende recedere dalla liberazione nelle falde dei Pfas a catena breve, meno dannosi ma molto più diffusi, dichiarando che comprometterebbe i posti di lavoro, anche se nel 2016 ha licenziato oltre un centinaio di dipendenti a causa del cronico bilancio in perdita, in quanto si dovrebbero cercare delle alternative valide a queste molecole dannose, un costo eccessivo per i vertici padronali, pertanto si continua ad avvelenare, più lentamente, circa un milione di veneti. La Miteni collabora comunque con le istituzioni, cedendo alla Regione e all’Arpav la documentazione e la disponibilità per gli impianti, spesati dai contribuenti, di depurazione a carbone e circoscrizione dell’area dove si cerca di limitare a monte l’inquinamento di una falda di grande importanza, estraendo dalle due barriere presenti nel periodo da metà 2013 fino a marzo, 26 kg di PFOA, 6 kg di PFOS e 20 kg di altri PFAS per un totale di circa 52 kg. Inoltre sono stati asportati dalle acque sotterranee un totale di circa 400 kg di derivati dei benzotrifluoruri e 6 kg di solventi clorurati.

Le vittime, in gran parte quattordicenni il cui primo esame del sangue è stato decisivo per rivelare il caso, hanno livelli eccedenti il centinaio di nanogrammi di queste sostanze, il cui livello limite stimato è di 2-3 ng, si vedono così avvelenate lentamente ad ogni bicchiere bevuto, con gioia e tripudio dell’industria dell’imbottigliamento, che oltre al mancato rispetto del NO al referendum sulla privatizzazione dell’acqua nel 2004, vedono ora un nuovo mercato dovuto alla disperazione di intere comunità.

— Compagno Emanuele

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