PARLIAMO DEL VIETNAM

~Breve storia, contesto e considerazioni sul massacro di My Lai e la Guerra del Vietnam di Compagno Andrea Giovanni
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Vietnam del Sud, My Lai, frazione del villaggio di S’ông My. È il 16 Marzo del 1968. La Compagnia C, composta da soldati statunitensi entra nel villaggio, al comando del tenente William Calley. Si tratta di quella che dovrebbe essere una “normale” operazione di “Search and destroy”, una come le tante volte al tentativo di sopprimere il movimento partigiano nel Vietnam del Sud. Nella piccola frazione di My Lai la situazione però non appare normalissima, interviene persino un elicottero “Iroquois”. Quando la Compagnia lascia la zona William Calley stende il rapporto operazioni, dove il body count esprimeva: 90 morti VC (in alfabeto fonetico Victor Charlie, nome in codice per indicare i guerriglieri Vietcong)e 0k, “zero killed”, nessun morto americano.
Ma procediamo con ordine. Ora siamo a Saigon, fine marzo 1965. Dopo l’incidente nel Golfo del Tonchino, il presidente Jonson lancia quella che sarà una lunghissima rappresaglia, che durerà fino al 1975, quella che in Vietnam è conosciuta come Kháng Chiến Chống Mỹ , la Guerra di Resistenza contro gli Americani. Il Vietnam del Nord dispone di un forte esercito, e sia il generale Vo N’guyen Giap che il presidente Ho Chi Minh sanno che potranno contare sull’appoggio della Cina e dell’Unione Sovietica, interessate a completare l’opera di decolonizzazione in Asia eliminando anche gli stati alleati degli occidentali, come appunto il Vietnam del Sud.
Tuttavia, quella che si sta preparando sarà una guerra ben diversa da come il mondo la aspettava. Del Vietnam del Nord era proposta un’idea attinente al resto della contropropaganda anticomunista diffusa nei paesi occidentali: fame, miseria, repressione e malcontento. La Repubblica del Vietnam, invece, godeva di ben altra stima, tra i paesi del blocco capitalista. Saigon appariva come un faro di democrazia, e il Vietnam del Sud era una forte scogliera irremovibile circondata dal “terribile socialismo”. L’idea quindi era quella di una sicura sollevazione popolare nel Vietnam del Nord, in favore alle “truppe liberatrici” dell’Occidente. Ma alla propaganda Statunitense non fa specchio la realtà. Nel Nord, dove sono state combattute le più importanti battaglie per la liberazione dal colonialismo, tra cui la Battaglia di Diem Ben Phu, dove i Legionari francesi vennero annientati, il sentimento patriottico è fortissimo nella popolazione, attacata alla sua guida, il Compagno Ho Chi Minh, che l’aveva guidata contro i giapponesi e poi contro gli imperialisti francesi, guida nella quale la popolazione Nordvietnamita riponeva grandissima fiducia. Il paese era in piena ripresa economica, nascevano nuovi impianti produttivi, il settore Terziario conosceva finalmente un rialzo e il sistema sanitario andava attrezzandosi, la libertà di culto era garantita dallo stato, anche se diverse proprietà materiali vennero espropriate per interessi popolari, e questo punto causò l’esodo di almeno 800000 cattolici, che giudicarono indegna la requisizione. Il Vietnam del Sud, anche a fronte dell’esodo cattolico, appariva più moderato. In realtà la nazione e il suo governo erano maltollerati dalla popolazione, che si accorgeva della struttura filoamericana del Sistema, ed era ben cosciente di come ogni azione eseguita a Saigon era stata pensata a Washington. La vera situazione in cui vivevano i Sudvietnamiti venne impersonata dal monaco buddista Thìc Quáng Đúc, che l’11 Giugno del 1963 arriva accompagnato da un altro monaco a bordo di un’auto, seguito da un corteo di centinaia di buddhisti. L’auto si ferma di fronte all’ambasciata cambogiana. Thìc Quáng Đùc scende dall’auto e comincia a meditare in mezzo al quadrivio. Di lì a poco si darà fuoco con una tanica di benzina in quello stesso punto e in quella stessa posizione meditativa. Perché ha fatto questo? Perché è successo nel libero e democratico Vietnam del Sud? La risposta sta nella politica del presidente Dięm, cattolico, che avviò una massiccia campagna repressiva nei confronti del buddhismo. Thìc Qáng Đúc si è immolato per protestare contro questa politica. Ma la religione non è il solo ambito in cui il regime di Dięm si fa repressivo: il “terrore rosso” che incombe sull’indocina predispone il sempre meno popolare presidente vietnamita ad attuare operazioni di restringimento volte all’anticomunismo, dalle quali deriverà un indebolimento dei sindacati e una maggiore soggezione della forza lavoro agli interessi del capitale. Sotto Dięm la situazione si fa tanto imbarazzante che gli stessi Stati Uniti minacciano l’allontanamento di Washington da Saigon, se non saranno al più presto prese misure di compromesso, prime tra le quali l’accettazione delle richieste dei monaci buddhisti. Ma Dięm non ha terminato, e il 21 agosto scatta la legge marziale, templi buddhisti e circoli antagonisti vengono assaliti dall’esercito, che si scontrerà anche contro la popolazione vietnamita, scesa in piazza contro i militari e il governo di Dięm, con scontri che si protenderanno fino a fine ottobre. È un dato certo che almeno 1000 studenti furono arrestati durante gli scontri e vennero spediti in “campi di rieducazione”. A questo punto la situazione è critica, e un colpo di stato, appogiato dal governo statunitense, porterà al potere Nguyen Khanh, e, in seguito, il generale Nguyĕn Vān Thiêu, che paradossalmente in gioventù era stato un ex Viet Minh, un partigiano comunista. Thiêu, eletto con il 38% dei consensi, impose al paese il pesante giogo di una vera e propria dittatura: fu istituita la polizia segreta che perseguitò gli avversari politici, creò un partito politico che egemonizzò il potere esecutivo e svuotò il parlamento di ogni funzione, dislocando i suoi fedelissimi nelle cariche più elevate dell’esercito e della società. Il nuovo, corrotto regime destò subito l’opposizione dei comunisti, della Terza Forza (che in Vietnam si riferisce alla sinistra non comunista) e persino della destra. Secondo Amnesty International saranno almeno 200 000 i prigionieri politici del regime di Thiêu, per la maggior parte comunisti. Questa era quindi la situazione del Vietnam democratico, abile maschera di un regime totalitario e impopolare. In seguito al discusso Incidente nel Golfo del Tonchino (1965), nelle acque territoriali del Vietnam del Nord, gli Stati Uniti si gettano nell’avventura vietnamita, con l’intento di estirpare definitivamente il socialismo in una guerra ritenuta vinta in partenza; non sarà così. Dopo una serie di aperti scontri con l’NVA, l’esercito regolare Nordvietnamita, l’alto comando Statunitense e Sudvietnamita notano che il problema viene tanto dal Nord quanto dal Sud: la guerriglia conduce gli scontri come una vera e propria forza combattente, non limitandosi unicamente ad azioni di sabotaggio, ma occupando letteralmente intere aree rurali, rendendole inaccessibili al nemico. Sono i leggendari Vietcong, la forza partigiana del Partito Comunista che a guerra dichiarata ha l’occasione di mostrare tutto il suo potenziale. Gli americani e le truppe del Vietnam del Sud, dirette da istruttori militari dell’esercito USA, sono disorientate: la tattica mordi&fuggi dei partigiani, l’inesistenza di un fronte definito non sono cose nuove nella storia, ma sono cose per cui il super sviluppato esercito americano, con la sua strapotenza bellica, non è preparato. Si riteneva infatti che questo genere di guerra appartenesse al passato, e nessun ufficiale seppe come affrontare il nemico, durante i primi, rapidi e violentissimi scontri nella giungla vietnamita. A nulla valsero i tentativi di annientare la resistenza locale con i fittissimi lanci di bombe al napalm sulle foreste, e con i bombardamenti resi sempre più difficili da una difesa sempre più accanita su Hanoi. I tentativi americani di averla vinta applicando le tattiche della guerra convenzionale si dimostrarono vani, e gli invasori subirono tantissime perdite nel tentativo di mantenere posizioni che presto si dimostrano meno che inutili. Si ebbero risultati migliori con l’applicazione del metodo Search&Destroy, cerca e distruggi, in cui una squadra di ridotte dimensioni eseguiva lunghi giri di perlustrazione, per poi fare ritorno a una base sicura, con il vitale supporto degli elicotteri.
 Però questo non bastava. Con l’assenza di un fronte definito anche i successi erano difficili da definire, e il comando operativo propose un nuovo sistema di valutazione delle vittorie: il body count. In questo modo, al pari di una battuta di caccia, il successo era definito dalla quantità di morti che il nemico lasciava sul campo. Ma, forse per negligenza, forse per “sicurezza” non venne specificato come si dovessero considerare gli abitanti delle zone rurali. Così capitò numerosissime volte che, per dare prestigio alla propria unità, o per ordini superiori, nei vari body count comparsero anche vittime civili; e il massacro della popolazione rurale sudvietnamita si fece pian piano giornaliero. Conseguenza di ciò fu che i sudvietnamiti di ogni fazione preferirono riavvicinarsi ai vietcong, piuttosto che agli americani, che mantenevano ancora un’instabile popolarità solo nelle città maggiori. Il supporto della popolazione fu determinante per i Vietcong: potevano disporre di nascondigli, cibo, rifugi, e numerosi informatori, che insospettabilmente potevano recarsi in città vicine e seguire gli spostamenti degli americani e delle truppe di Saigon. I guerriglieri erano periodicamente riforniti dal Vietnam del Nord attraverso il famoso Sentiero di Ho Chi Minh, attraverso il quale arrivava tutto l’equipaggiamento necessario per sostenere la lotta. I partigiani non potevano sicuramente contare sui mezzi e l’appoggio aereo a cui faceva affidamento l’esercito USA, ma la conoscenza del territorio, l’adattamento naturale dei combattenti autoctoni alle condizioni di vita nelle zone di guerra e soprattutto la grande forza morale che questi uomini e donne trovavano nella coscienza di lottare per la libertà furono fattori determinati. Nel mondo si parlava poco o rassegnatamente del piccolo Vietnam, lacerato dalla guerra. Fino al 30 gennaio 1968. Il generale Hoang Van Thai, responsabile del servizio logistico dell’Esercito Popolare del Vietnam, si era assicurato che per quella data i combattenti regolari dell’Esercito Popolare e gli irregolari Vietcong fossero equipaggiati di tutto punto, armi, provviste, munizioni. Tran Von Tra, direttore generale delle formazioni Vietcong, e Vo N’guyen Giap, dell’Esercito Popolare, durante il capodanno lunare, il Têt, lanciarono la più grande offensiva che si fosse mai vista dai tempi della seconda guerra mondiale. Le formazioni coordinate dell’esercito regolare e dei vietcong travolsero le file nemiche, colpendo addirittura la stessa Saigon. Pur con un numero elevatissimo di vite, più alto di quello sofferto dal nemico, la vittoria vietnamita fu assoluta: Militarmente si era dimostrato che l’esercito americano era vulnerabile, e venne sbloccata la situazione di Hue, città storica che era diventata la Stalingrado del Vietnam. Ma sul piano politico la vittoria fu infinitamente più grande: in tutto il mondo si parlava del durissimo colpo che il piccolo Vietnam aveva inflitto al gigante americano, del governo corrotto di Thiêu che non trovava più il benché minimo appoggio della popolazione, dell’indomabile coraggio dei combattenti vietcong. In tutti i paesi i movimenti giovanili insorsero, reclamando a gran voce la fine della guerra, il ritiro delle truppe invasori dall’asia sud-orientale. Perdipiù la foto che riprende il generale sudvietnamita Nguyễn Ngọc Loan mentre trucida un prigioniero vietcong con un colpo di revolver fa il giro del mondo, e contribuisce in modo determinante a chiarire la situazione al pubblico occidentale: se è vero che il Vietnam del Nord è una dittatura, il Vietnam del Sud è almeno altrettanto barbaro e spregevole, se non di più, dato che ormai nel mondo a ovest della cortina di ferro ogni notizia riguardante il blocco socialista puzza di disinformazione. La crescente pressione sociale negli USA costringe l’amministrazione Nixon ad avviare quell’agonizzante piano di ritiro delle truppe americane che prende il nome di “vietnamizzazione”, che si concluderà solo nel 30 aprile 1975, a cinque giorni di distanza dal 30esimo anniversario della liberazione in Italia e dal Primo anniversario della rivoluzione portoghese, con la liberazione di Saigon, la fine vittoriosa della campagna di Ho Chi Minh e della guerra del Vietnam. Ma torniamo da dove abbiamo iniziato.
Ma la versione che sarà enunciata ora, a partire dal numero di morti, risulterà diversa da quella presentata nel rapporto di Calley.
La Compagnia C entra nel villaggio, a distanza di un mese e mezzo dall’offensiva del Têt, colmi di risentimento e di odio. In quell’area opera un folto raggruppamento vietcong che, mischiato ai civili aveva sparato contro le truppe statunitensi, e questi uomini in divisa verde e con il vessillo a stelle e strisce cucito sulla spalla hanno il compito di cercarlo e distruggerlo. Il caldo umido del villaggio circondato dalle risaie va ad alimentare il sudore nervoso che imperla le facce sporche di fango e di guerra dei soldati americani. I civili vengono portati fuori dalle capanne e vengono rastrellati dai campi, si raccolgono nel villaggio e nei sentieri vicini, sotto il tiro dei fucili neri e lucidi degli americani. La Storia con la S maiuscola non ci dice cosa sia successo, in tutta probabilità sarà stata rinvenuta una bomba, un mitragliatore Kalasnjkov nascosto forse in un sacco di riso, insomma quanto basta perché in una zona di guerra ti arrivi un colpo di calcio di fucile in faccia e rotoli per terra con un soldato straniero che ti urla “porco vietcong” o altro, a seconda di dove ti trovi. Insomma, il Tenente William Calley ordina di aprire il fuoco. Parte qualche raffica, ci sono dei disordini, non si capisce. Poi la situazione riprende un terribile ordine, e i colpi si intensificano, i fucili M16 A4 dei soldati vomitano tutto il loro piombo contro gli abitanti del villaggio. Alcuni soldati non si fermano qui. Scaricano la tensione della guerra dandosi allo stupro e alla tortura della popolazione inerme, incendiano le baracche vuote e lanciano bombe a mano all’interno di quelle ancora occupate. Il villaggio è un inferno, i pochi scampati alle prime raffiche cercano la fuga nei campi, per venire poi raggiunti alla schiena dai colpi partiti alle loro spalle. Il massacro si fa sempre più metodico e spietato, ora vengono trucidati a gruppi di 5 o 6, oppure singolarmente, in ginocchio. Ma gli spari, le urla, i botti e il fragore delle fiamme hanno coperto fino ad adesso il rombo delle pale di un elicottero “iroquois”, americano. Il capitano Hugh Thompson e i suoi due avieri, Lawrence Colburne e Glenn Andreotta hanno scorto dall’alto la strage in corso, e sono atterrati a mitragliatrici puntate contro gli uomini della compagnia C, loro connazionali, con il preciso intento di fermare il massacro. Comincia una tesissima conversazione tra il pilota Thompson e il tenente Calley. Una delle ultime vittime della strage viene uccisa davanti agli occhi di Thompson da un ufficiale americano con una pistolettata, una giovane donna che chiedeva aiuto. Con la minaccia delle armi l’equipaggio dell’elicottero riesce a far disperdere i loro feroci connazionali, salvando decine di persone. Ma il loro pur eroico intervento non è servito a salvare i 347 civili che erano purtroppo già stati passati per le armi.
Il massacro che ha colpito la popolazione inerme di My Lai ovviamente ha reso complicata la posizione dei falchi americani. Le prime indagini sul “presunto massacro” vennero svolte dal comando dell’11^ Brigata, e si risolsero con nulla di fatto. Tempo dopo, Colin Powell stese un rapporto di pura disinformazione, sottoscrivendo che: “a diretta refutazione di quanto ritratto, c’è il fatto che le relazioni tra soldati americani e popolazione vietnamita sono eccellenti”. Una visuale semplicemente assurda volta a smentire la testimonianza diretta dell’equipaggio dell’elicottero, che ben sapeva cosa fosse successo. I retroscena sull’accaduto sono infiniti: minacce, requisizioni di effetti personali e invio in missioni apparentemente senza ritorno dei soldati che avrebbero potuto testimoniare su quanto accaduto a My Lai quel 16 marzo del 1968. Le prime dichiarazioni a oltrepassare il filo spinato della censura sono quelle contenute nella lettera del soldato Tom Glen, accorpato all’11^brigata, quella che aveva svolto le prime indagini sul massacro, dove accusava l’intera Divisione “Americal” e altri raggruppamenti militari di ordinarie brutalità ai danni dei civili vietnamiti. Seymour Hersh getterà ulteriore luce sulla vicenda grazie alla sua inchiesta (che lo porterà a vincere il Pulitzer  nel 1970), dove ricostruì le dinamiche e le responsabilità del massacro.
Ma perché parlare del Vietnam, dei vietcong, di una guerra così inflazionata nella propaganda anti-imperialista e anticapitalista? Tanti film, tanti riferimenti in libri, videogiochi, addirittura in cartoni animati, hanno reso banale parlare del Vietnam, tanto che a volte persino a chi si è interessato vien da dire “ma basta, che menata, sempre la stessa storia”.
Ma questo è sbagliato. Per ci sono molte cose che il l’esperienza vietnamita ci insegna. Prima di tutto ha dimostrato al mondo intero la vulnerabilità del grande imperialismo, che non è riuscito a piegare questo piccolo stato neppure con la “guerra segreta”, i bombardamenti, le stragi, la contropropaganda e la disinformazione. Ma soprattutto ha dimostrato come la violenza, la distruzione, sono le armi di chi ha paura, di chi può dimostrare la propria ragione solo con la forza, e che non avrà mai il coraggio di portare le proprie ragioni fiacche sul tavolo della discussione. Ha dimostrato come una grande unione può sconfiggere un enorme esercito, di come un sistema senza l’appoggio del suo popolo cadrà come un castello di carte, afflosciandosi su se stesso nonostante tutti i tentativi esterni di tenerlo in piedi. Ha poi portato agli occhi del mondo la grande unità di tutti i movimenti studenteschi e dei lavoratori, che hanno supportato con vigore e solidarietà la causa del Vietnam, quando persino la destra arrivò a valutare la possibilità di sostenere l’entusiasmo andante di questi “rossi”. Una guerra impopolare, la prima ufficialmente persa dagli Stati Uniti in tutto il secolo, orgoglio di anticapitalisti e “mangiapreti” in tutto il mondo.
Ma adesso?
Adesso oltre ai film, cosa ci è rimasto di quell’azione incredibile, compiuta da una potenza di quart’ordine come il Vietnam?
Cosa ci è rimasto di quell’improvvisa unità che ha scosso i giovani di tutto il mondo?
Cosa ne è stato delle vittime di My Lai e di tanti altri posti?
Dimenticate, ad opera non solo della disinformazione, ma anche di una superficialità dilagante, del disinteresse. Il ricordo di una grande unione spazzato via da misere e indegne differenze che ci spaccano e ci dividono inesorabilmente, ci rendono deboli.
Quindi onoriamo quello che fecero i contadini, i lavoratori, i combattenti vietnamiti regolari e irregolari, che si unirono, nonostante tanti attriti, contro il comune nemico. Per gli Eroi di Stalingrado, di Madrid, di Hue o della Val d’Ossola e di tanti altri posti non basta citare sistematicamente “¡NO PASÀRAN!”, perché, come si è visto, passeranno eccome, se non si apprenderà la lezione.
Se non si porterà rispetto per quello che tanti compagni morti ci hanno voluto insegnare.
“Nessuno o Tutti
o Tutto o Niente,
è solo insieme che dobbiamo lottare:
o i fucili
o le catene
questa è la scelta che ci resta da fare”
-inno di Pot.Op. AAVV

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