Mao filosofo

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Mao Tse-Tung, colui che sconfisse l’imperialismo giapponese e creò la Repubblica Popolare Cinese, non fu solamente un grande condottiero e un abile politico ma anche un filosofo, che, a suo modo, rinnovò il marxismo-leninismo.

Nel suo pensiero filosofico è essenziale stabilire un nesso logico tra pratica e conoscenza, dando sempre la precedenza alla prassi, attraverso la quale comprendere il mondo.
Il processo dialettico così avviato termina tornando dalla conoscenza alla prassi, poiché il fine ultimo resta quello di cambiare il mondo ed ogni teoria, per essere definita corretta, deve passare alla verifica dell’azione.
Se tale verifica porta ad un risultato fallimentare o inefficace significa che il mondo è mutato rispetto all’idea da cui si è partiti e proprio nella capacità di adattarsi ad ogni possibile situazione o mutamento sta la fedeltà al marxismo, inteso come “guida all’azione”.

Un altro elemento importante nel pensiero filosofico di Mao è la legge materialistico-dialettica della contraddizione.
Secondo Mao la storia avanza per contraddizioni, soppresso uno dei due opposti che la compongono ne sorge immediatamente una nuova.
In questa idea possiamo facilmente individuare il concetto daoista del divenire cosmico.
Inoltre, marcando la sua distanza dall’interpretazione sovietica del marxismo, evidenzia la presenza in una società di due tipi di contraddizioni, ovvero principali e secondarie e, rispettivamente, antagonistiche e non antagonistiche.
Le prime riconducibili alla lotta di classe e le seconde ai conflitti interni al partito o tra operai e contadini.
Rimarcò, partendo dall’esperienza della lotta di liberazione nazionale cinese, la presenza di un aspetto principale e secondario in una contraddizione (Es: i motivi che opponevano il Giappone e le altre potenze imperialiste in Cina rispetto a quelli che opponevano cinesi e giapponesi).

Il pensiero di Mao aveva un duplice scopo: consolidare internamente lo stato socialista e all’esterno stimolare la rivoluzione mondiale.
Internamente cercò, attraverso la Rivoluzione Culturale, di modificare radicalmente la società cinese.
Vedeva la sovrastruttura intrinseca nella struttura e dando priorità alla politica sull’economia mirava ad ottenere questa trasformazione radicale della società, premessa indispensabile per lo sviluppo delle forze produttive.
Si batté, contemporaneamente, contro la burocrazia del partito, la cui formazione doveva essere impedita mediante una continua legittimazione rivoluzionaria, la cui perdita doveva portare le masse a “sparare sul quartier generale”.
Esternamente tutto ciò doveva stimolare i fuochi rivoluzionari che divampavano nel Terzo mondo per giungere, potenzialmente, ad una rivoluzione mondiale.

Mao trovò nel marxismo l’arma capace di distruggere il velo di sottosviluppo e oppressione imperialista che avvolgeva da troppo tempo la Cina.
Proseguendo questo obiettivo cercò di elaborare una ortodossia distante da quella sovietica che, dopo lo scisma tra Mosca e Pechino, ebbe l’ambizione di diventare l’unica corretta versione del marxismo-leninismo.

— Bollettino Culturale

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