L’ANTIVOLONTARISMO MARXISTA

 

A coloro che, per sfida o per curiosità, vogliono la mia antitesi rispetto agli argomenti che vertono sullo stalinismo, sull’autoritarismo e sul capitalismo di stato;  ecco a voi la seconda parte delle tre dedicate alla trattazione di questi argomenti riguardante il secondo aspetto sopraelencato. E’ vivo consiglio dell’autore che i tre testi non siano letti come scritti scissi l’uno dall’altro, ma come uno scritto conseguenza ed approfondimento dell’altro, in modo tale da dare al lettore una preparazione a 360° sull’argomento  Compagno Elia

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UNA DITTATURA DEL PROLETARIATO “LIBERTARIA”?                                                                                                                     

Prima di addentrarci nell’organizzazione politica è corretto spiegare cosa vuol dire il termine “dittatura del proletariato”, tanto spaventoso quanto ingiustamente distorto dagli agenti più disparati. Innanzitutto la dittatura del proletariato è la fase intermezza ai due limiti della rivoluzione, ovvero la fase in cui le vecchie classi sottomesse si impossessano dei mezzi di produzione. In questa fase infatti i soppressi si servono “della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare con la massima rapidità possibile, la massa delle forze produttive”  trattandosi però non  di un mero capovolgimento egemonico, quanto di “un momento di sviluppo indispensabile all’eliminazione delle differenze di classe e allo scioglimento dei vecchi rapporti di produzione con tutte le conseguenze che ne derivano sul piano degli altri rapporti sociali, delle idee e  delle istituzioni” . Marx ne da una descrizione in tre opere: la “Lettera a Weydemeyer”, “La critica al programma di Gotha” e “La guerra civile in Francia”. In queste opere si delinea la forma “applicativa” della dittatura del proletariato, ovvero non un’apoteosi dei regimi totalitari ma un processo che non implica alcun carattere di riduzione della libertà individuale: si può fare un particolare ritratto di una possibile “dittatura del proletariato marxista” grazie all’ultimo testo sopracitato, in cui Marx analizza il fenomeno della Comune di Parigi del 1871 come “Ebbene signori, volete sapere com’è questa dittatura del proletariato? Guardate la Comune di Parigi” (F. Engels, Introduzione). L’esempio della dittatura del proletariato parigina infatti fu talmente “autoritaria”(ironicamente parlando)  che abolì l’esercito permanente organizzando milizie popolari, soppresse il privilegio burocratico e il parlamentarismo per passare alla democrazia diretta (creando anche l’assemblea dei delegati eletti a suffragio universale, retribuiti con salario operaio). Allora, perché suddividere le due principali tendenze (libertario ed autoritario) di dittatura del proletariato se questo concetto sembra “unico ed indivisibile”? Gli autoritari si sentono legittimati nel distorcere questo concetto per due motivi principali (esiste un terzo, ovvero il problema di carattere semantico che verrà affrontato nel capitolo “L’AVANGUARDIA ESTERNA ALLA MASSA: IL VOLONTARISMO DI LENIN, SUO UNICO SBAGLIO CAPITALE”)

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1. Il primo innanzitutto è la legittimazione di Marx a compiere interventi dispotici qualora fosse necessario (nel caso che le vecchie classi dominanti cerchino di riprendere o di mantenere il potere). Engels, quando finisce dopo la morte di Marx il libro terzo del Das Kapital nel capitolo ventisettesimo sottolinea l’importanza di interventi dispotici sotto forma di autoritarismo, mostrando un’incoerenza assai visibile rispetto ai pensieri di Marx, incoerenza data dagli stessi influssi blanquisti del periodo post-Comune. Infatti è in corso un gran lavoro negli ambienti marxisti libertari e non solo finalizzato all’epurazione ideologica dell’ultima opera di Marx da parte di influssi esterni e incoerenti al pensiero marxista ortodosso.

2. Il secondo invece è , più che un motivo, l’infiltrazione ideologica sopracitata: nell’opera di Daniel Guerin “La rivoluzione degiacobinizzata” l’autore spiega gli influssi blanquisti paralleli all’idea marxista che si infiltrarono in quest’ultima e che la prevaricarono nei concetti marxisti-leninisti legittimati dal primo motivo  . Blanqui infatti venne criticato da Marx per la sua concezione volotaristica della rivoluzione, ovvero che la rivoluzione doveva essere compiuta da un gruppo ristretto di “arditi”, gli stessi che, in vista dell’ignoranza della classe operaia, dovrebbero prendere il potere assoluto. La scuola Blanquista per Guerin fu uno dei fattori principali (assieme all’ignoranza della massa operaia) della rovina della Comune di Parigi del 1871, infatti questa particolare dottrina diventò la causa della spaccatura della comune in due “realtà parallele: quella del “governo” rivoluzionario e quella degli club blanquisti organizzati democraticamente nella loro esclusività. Il minoritarismo giacobino radicato nel volontarismo blanquista fa speculare Guerin anche sulla Comune del 1793 dove Guerin scrive:: “Ho esposto nel mio libro  come i Giacobini, non si fidassero delle assemblee generali delle sezioni che essi consideravano come poco sicure, lo infiltrano dall’interno, per mezzo di un pugno di uomini scelti con cura e retribuiti, con funzionari politici in qualche modo: i membri del comitato rivoluzionario locale. Questa “infiltrazione”, essi la esercitavano al contempo contro i loro avversari di destra e contro i loro avversari di sinistra. Ma, quando l’avanguardia estremista entrò in conflitto aperto con i Giacobini robespierristi, essa dovette creare, contro la frazione giacobina, una nuova frazione, più radicale: la società delle sezioni, ed una lotta molto viva si svolse tra le due frazioni per il controllo della sezione.
In provincia, i funzionari locale erano, in teoria, elusi democraticamente dalle società popolari. Ma, in pratica, troppo spesso la piccola frazione che costituiva la cerchia immediata del rappresentante in missione faceva approvare dall’assemblea delle liste preparate in precedenza”

Questi due motivi conseguenti costituiscono indirettamente un “aut aut”  in cui sembra che i creatori del socialismo scientifico diano  per due situazioni diverse, ma questo conflitto tra due letture è un conflitto teoricamente impari poiché in primis Marx “dosa la quantità” e definisce l’agente coercitivo  degli interventi dispotici , in secundis la presa totalitaria di potere è solo apparentemente legittimata dal relativo intervento dispotico per il semplice aggiungersi di una dottrina, quella blanquista, antagonista a quella marxista; però, anche se la lotta teorica tra i due modus operandi è sbilanciata dalla parte marxista, la lotta storica ha sempre visto come vincitore la parte autoritaria, ecco spiegato il perché la “dittatura del proletariato” iniziale è diventata “dittatura del proletariato di tendenza libertaria”.
L’AVANGUARDIA ESTERNA ALLA MASSA: L’ UNICO SBAGLIO CAPITALE DI LENIN
 La dottrina di Marx, che aveva fatto della lotta per una democrazia sostanziale uno dei suoi pilastri fondamentali, non prevedeva spazio alcuno per la teoria del ruolo di un “capo” carismatico o di oligarchia esclusiva che assumesse nelle proprie mani la guida delle trasformazioni socio-econ0miche poichè per lo stesso Marx i lavoratori devono avere il controllo permanente sui propri rappresentanti, quindi nulla era considerato, secondo la teoria marxista, più controproduttivo del culto dell’eroe cui aveva nelle mani il potere politico e economico; Lenin riprese questa teoria creando un primato del partito sulla massa (La dittatura monopartitica sulla massa cit.Paul Mattick). Infatti, benché apertamente contrario ad ogni pratica minoritaria e volontarista Marx dovette riprendere dal 1850 in poi la celebre formula “dittatura del proletariato”, formula già usata da Blanqui  (e ancor prima da Babeuf) il quale descriveva il tutto come “dittatura rivoluzionaria di mani saggiamente e fortemente rivoluzionarie” a carattere minoritario ed oligarchico.  Ciò vuol dire che, nonostante Marx usasse il termine dittatura indicando l’istituzione romana d’un potere d’eccezione debitamente delegato e limitato nel tempo al fine di far fronte ad una situazione d’emergenza e contrapposto al termine “tirannia”, per il sommo problema di carattere semantico si iniziò ad identificare il comunismo con il blanquismo, la “dittatura” con la “tirannia”, quando per i fondatori del socialismo scientifico la coercizione rivoluzionaria è esercitata dalla massa rivoluzionaria e non da un’avanguardia separata dalla classe. Lenin invece scelse un’opzione caratterizzata da una grande influenza blanquista , nel quale in realtà la dittatura è di un partito che pretende di parlare per nome di una classe, accettando di buon grado l’essere affibbiato a nomi come “giacobino” (per il quale Lenin solamente aggiungeva “Giacobino legato indissolubilmente all’organizzazione del proletariato, consapevole dei propri interessi di classe”), “tirannide” a cui Lenin, pur di limitarla, istituisce il “soviet”, un organismo fondato sulla democrazia diretta il quale verrà ben presto subordinato alle decisioni di un partito sempre più potente come si vede nel primo grande affronto ai Soviet quale è stata la soppressione a Kronstadt, affronti che poi diventeranno comuni sotto Stalin fino alle estreme conseguenze di questa logica subordinatrice, culminata con l’eliminazione de facto dell’organismo dei soviet con la Costituzione del 1936, facendoli diventare dei meri organi rappresentativi ed incorporandoli nel sistema burocratico statale; dal “tutto il potere ai soviet” (V.Lenin)  del 1917 per contrastare il Governo Kerenskij alla Costituzione del ’36 di Stalin, una strada senza prospettive di ritorno.   Così facendo Lenin cercava di giustificarsi citando alcuni scritti o considerazioni centraliste di Engels, in particolare la considerazione nel quale quest’ultimo riguardo la realtà francese post-rivoluzionaria fa la considerazione del grande aiuto che avrebbe potuto dare una “mano dall’alto”; Lenin si ispira a questi testi però dissimulando i testi anticentralisti e antivolontaristi della coppia socialista, così porgendo il fianco ad una serie di randellate da parte della Luxemburg e dei socialisti di “sinistra” in primis, da Trotsky in secundis (la cui posizione ambigua rispetto questo tema, caratterizzata da continue sconfessioni fino ad appoggiare il sistema leninista, appoggio che non viene dato uniformemente però da tutti i componenti della sua corrente) che denunciarono lo “spietato centralismo di Lenin” portandolo nell’opera “Stato e Rivoluzione” ad assumere toni più antiburocratici e antivolontaristi (infatti da questo testo uno sparuto gruppo di fedeli cercò nello scorso secolo il seme per un “Leninismo Libertario”, cosa che all’osservatore sembra una contraddizione in termini, ma contraddizione i cui confini con l’opera di Lenin sono caratterizzati da una grande variabilità) ed a rivalutare l’importanza dei soviet, importanza decaduta un anno dopo la pubblicazione di “Stato e Rivoluzione”.
 “Mentre in Marx ed Engels predomina una concezione intermittente e interna  del partito, come faro della marcia storica e pedagogica del proletariato, in Lenin appare invece la nozione di un partito strategico, permanente e infinito […]; con l’istituzionalizzazione parlamentare e la divisione  complessa del lavoro all’interno delle società moderne, il movimento operaio scopre il pericolo burocratico e i rischi professionali del potere, sconosciuti ai creatori del socialismo scientifico” (D.Bensaid, “Marx ,istruzioni per l’uso”)
 E’ doveroso affermare che comunque Lenin non poteva e non aveva previsto il processo che da Khronstandt portò alla costituzione del 36, sicuro della realtà permanente del partito strategia e quindi sicuro di non raggiungere il carattere volontarista  del sottovalutare le condizioni oggettive delle situazioni concrete (infatti il primo sovietico a criticare questo carattere endemico del volontarismo blanquista fu lo stesso Lenin che, d’altra parte, lodò però lo stesso Blanqui per la sua concezione minoritaristica finalizzata al superamento del vincolo dell’ignoranza delle masse, basti analizzare il “che fare?” per trovare una singolare analogia tra l’organo minoritario blanquista  con l’avanguardia esterna leninista, per la quale teoria la massa spontaneamente potrebbe raggiungere solo una coscienza tradiunonistica  ed è compito di quel gruppo “ristretto” portare dall’esterno la coscienza di classe all’interno delle masse), quando invece il PCUS diventò gradualmente una realtà burocratica, oligarchica ed esclusiva che contrastava  l’opera di preparazione e organizzazione della classe operaia proprio per via della loro esclusività e dei privilegi ad essa annessa, subordinando il dovere di costruire una realtà politica rivoluzionaria che porti la massa al raggiungimento della coscienza all’atto  di volontà immediata e spontanea esercitato da un piccolo  gruppo elitario, raggiungimento favorito dalla stessa entità esterna alla massa del partito.
L’AVANGUARDIA INTERNA COME VERO PARTITO D’ORIGINE MARXISTA
Costa affermava che la mera lotta popolare senza l’intervento nelle istituzioni è inutile (le uniche idee che non prevedono un’avanguardia sotto forma di partito sono il consiliarismo, il situazionismo e l’anarchismo classico). Un ritorno all’intermittenza del movimento ideata da Marx è la  realtà dell’avanguardia rivoluzionaria  interna prima studiata da Rosa Luxemburg , poi da Georges Fontenis, i quali   affermano che l’avanguardia di stampo leninista sia solo il preludio della dittatura del partito sulla massa, l’antitesi della famosa frase  di Lenin “tutto il potere ai soviet” finalizzata al mero proselitismo e madre della degenerata idea del marxismo-leninismo applicata da Stalin e da tutti i figli ideologici di questa espressione. L’idea data dalla sintesi tra spontaneità    e  coscienza di classe   si basa sul fondamento della “rivoluzione spontanea” ideata dalla Luxemburg, ovvero un’azione politica e sociale non inquadrata in burocrazie o gerarchie, prendendo alla lettera la frase di Marx “l’emancipazione dei lavoratori sarà  opera dei lavoratori stessi”.  Quest’ultimo fattore forma un pensiero molto simile a quella del “dualismo organizzativo ” di matrice anarchica, ovvero un mutualismo masse-avanguardia (nel marxismo di concezione  libertaria, quindi anche nel luxemburghismo  è il Partito)  dove quest’ultima, dal basso e dall’interno della massa, la organizza, al contrario del leninismo che vuole l’organizzazione politica (il Partito) all’esterno della massa ; questa avanguardia rivoluzionaria interna  è condizione necessaria affinché la massa esista e, la massa, è condizione necessaria affinché l’avanguardia esista.

Nell’organizzazione del partito interno Fontenis, nel suo “Manifesto dei comunisti libertari” focalizza l’organizzazione macroscopica e microscopica della realtà (i testi in corsivo sono tratti dalla suddetta opera):

  • Già nel secondo capitolo affronta il “Problema del Programma” , ovveroil programma  può essere una sintesi che tiene conto di ciò che di comune  c’è tra uomini che si richiamano ad uno stesso ideale, o più esattamente ad una stessa sigla? ” . Infatti Fontenis analizza il continuo unirsi-sciogliersi dei gruppi anarchici dato dalla varietà di idee rappresentate dal fulcro culturale e ideologico di ogni gruppo. L’autore analizza i vari tentativi delle avanguardie finalizzate a   sintetizzare le varie microcorrenti anarchiche spesso attuati nel corso del secolo per creare un programma uniforme fatto dalla minoranza per essere imposto alla massa, giudicandoli fallimentari sia storicamente che teoricamente poiché, per Fontenis,     “il programma dell’avanguardia rivoluzionaria, della minoranza agente, non deve essere che l’espressione, rimaneggiata e vigorosa, chiara e resa cosciente e evidente, delle aspirazioni delle masse sfruttate, chiamate a fare la rivoluzione. In altri   termini la classe prima del “partito”. Ovvero nella elaborazione del programma deve esserci un certo empirismo finalizzato ad evitare il dogmatismo e favorire la coscienza critica della massa, alla quale verrà presentato il determinato programma e per la quale deve cambiare secondo le sue variazioni, adattandosi alle situazioni e alle tendenze.
  • Nel capitolo “Rapporto tra masse e avanguardia rivoluzionaria” Fontenis descrive l’organizzazione dell’avanguardia rivoluzionaria e ne da una definizione. L’anarchico francese infatti dà all’avanguardia rivoluzionaria un ruolo fino ad allora solo dato da costa, ovvero il ruolo di un partito, di “un’infiltrazione” anarchica nelle istituzioni per raggiungere più velocemente l’obbiettivo prefissato (il superamento dello stato).  In primis descrive  il rapporto tra partito e massa militante, molto simile all’avanguardia interna luxemburghista, per poi sottolinearne la necessità .  L’autore infatti scrive:   “Incontestabilmente, l’avanguardia rivoluzionaria esercita un ruolo di orientamento e di direzione di fronte al movimento delle masse. La polemica ci sembra vana a questo proposito perché quale altra utilità potrebbe avere un’organizzazione rivoluzionaria? La sua stessa esistenza attesta il suo carattere di direzione e di orientamento. La vera questione è sapere come è concepito questo ruolo, quale senso diamo noi alla parola “dirigente”.  
    L’organizzazione rivoluzionaria, nasce per il fatto che i lavoratori più coscienti ne sentono la necessità di fronte allo sviluppo ineguale e alla coesione insufficiente delle masse . Ciò che è necessario precisare è che l’organizzazione rivoluzionaria non deve costituire un potere sulle masse, il suo ruolo di guida deve concepirsi come diretto a formulare, ad esprimere, un orientamento ideologico, organizzativo e tattico, orientamento precisato, elaborato, adattato sulla base delle aspirazioni e delle esperienze delle masse. Così le direttive dell’organizzazione non sono degli imperativi esterni, ma l’espressione riflessa delle aspirazioni generali delle masse popolari “ .      Così facendo Fontenis postula la formazione spontanea dell’avanguardia all’interno della massa militante data dagli aderenti all’idea più informati e carismatici “questa concezione della direzione è dunque insieme naturale ed educatrice. Allo stesso modo i militanti meglio preparati, i più formati, all’interno dell’organizzazione, esercitano verso gli altri militanti un ruolo di guida, di educatori, con il fine che tutti divengano militanti saldamente informati e sempre pronti tanto sul piano teorico che pratico, affinché tutti diventino a loro volta degli agitatori.
    La minoranza organizzata è l’avanguardia di un’armata molto più numerosa che trae  la sua ragion d’essere dall’esistenza di questa armata: le masse. Se la minoranza agente, l’avanguardia, si stacca dalle masse, essa non può più esercitare la sua funzione, essa diventa un clan o una classe.
    La minoranza rivoluzionaria non può essere in ultima analisi, che la serva degli oppressi. Essa ha delle enormi responsabilità ma nessun privilegio.”  
  • UNITA’ TEORICA: l’organizzazione ha una base di classe ma accetta individui fuoriusciti da altre realtà sociali, tutti questi però devono attenersi al programma, che funge, in questo caso, da collante per formare un insieme di idee coerenti in cui le contraddizioni e le esitazioni sono ridotte ai minimi termini.
  • UNITA’  TATTICA : sulla base dell’unità teorica l’organizzazione determina un orientamento tattico comune in modo tale da evitare lo sparpagliarsi dell’avanguardia (“continuità e costanza nel lavoro, compensazione delle debolezze di alcuni con la capacità e le forze degli altri, concentrazione degli sforzi, economia delle forze, possibilità di rispondere in ogni momento alle necessità, alle occasioni con il massimo dell’efficienza”). “L’unanimità può essere ricercata, ma solamente fino al punto in cui per realizzarsi non debba andare a mettere d’accordo tutti senza decidere niente: gli accordi neri-bianchi (tra opposti) non lasciano sussistere di un’organizzazione che una carcassa vuota, senza sostanza (e senza utilità poiché l’organizzazione ha giustamente per scopo di coordinare le forze verso uno stesso fine). E’ necessario dunque ammettere che quando tutti gli argomenti per ogni posizione presente sono stati dati, quando la discussione non può utilmente essere prolungata, quando le opinioni vicine e fondamentalmente identiche si sono fuse, e resta un’opposizione irriducibile tra le tattiche proposte, l’organizzazione deve trovare una via di uscita”, ovvero: a)Non decidere nulla. b)Raggiungere un accordo trovando dei punti in comune c)Tornare a votare: la minoranza accetterà la decisione della maggioranza, però al suo interno continuerà a sviluppare la loro idea d’opposizione nel caso servisse in futuro. d) Solo in casi eccezionali, ridotti al minimo da questo approccio scientifico, è naturale la divisioni in correnti.
  • ATTIVITA’ COLLETTIVA: l’attività collettiva è data dall’attività rivoluzionaria dei singoli o dei gruppi organizzati formati da questi ultimi che NON RISPONDONO MATERIALMENTE AL PARTITO O SONO COORDINATI DA ESSO, ma rispondono unicamente all’unità teorica coordinandosi con gli altri gruppi di individui; tutto ciò passivamente l’azione rivoluzionaria individuale costruisce l’azione collettiva finalizzata ad ampliare e coadiuvare l’azione del partito
  • FEDERALISMO O DEMOCRAZIA DIRETTA: “Al contrario del centralismo che è la sottomissione cieca delle masse ad un centro, il federalismo permette a secondo dei casi, le centralizzazioni necessarie e la libera determinazione di ciascun membro e il suo controllo sull’insieme. Non impegna i partecipanti che su ciò che hanno in comune.
    Il federalismo quando unisce dei gruppi basandosi sull’interesse materiale, trova ragione della sua esistenza su un patto e la base di unità può qualche volta essere debole. E’ il caso di alcuni settori dell’azione sindacale. Ma nell’organizzazione rivoluzionaria anarchica, si tratta  di un programma che rappresenta le aspirazioni generali delle masse, la base di unione (i principi, i programmi) è più importante delle differenziazioni e l’unità è molto forte: piuttosto che di patto o di contratto, è necessario parlare di unità funzionale, organica, naturale.
    Il federalismo non deve essere inteso come il diritto di manifestare le fantasie personali, senza tenere conto degli obblighi contratti verso l’organizzazione.
    Significa l’accordo concluso tra i membri e i gruppi in vista di un lavoro comune verso uno scopo comune, ma intesa libera e adesione riflettuta.
    Un tale accordo, sottintende da una parte che i partecipanti compiano nel modo migliore i doveri accettati e si conformino alle decisioni prese in comune; dall’altra che gli organi di coordinamento e di esecuzione siano designati e controllati da tutta l’organizzazione nelle sue assemblee e nei suoi congressi, essendo stati fissati con precisione  i loro compiti e attributi. ”
 
 

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