LA FINE DELLA COSCIENZA DI CLASSE

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Mai come adesso si stanno traendo le conclusioni riguardo all’operato dei partiti socialisti dello scorso secolo, delle avanguardie esterne che teoricamente avrebbero dovuto far superare la nozione tradeunionistica permeante tra le masse per elevarle alla coscienza di classe; il risultato della teoria leninista perfetta nella pura speculazione teorica si è infranto contro le contraddizioni del movimento socialista di mezzo secolo, contro una visione elitaria e minoritaristica dell’organizzazione rivoluzionaria, contro una visione strettamente partitica difficilmente conciliabile col paese reale, con il quale spesso andò a cozzare, esponente del “Dio fatti il culo” a cui, secondo De Andrè, non è da porre fiducia poiché  vincolo dei potenti  ad uno dei moti sociali italiani più imponenti della storia.

Dove vogliono andar a parare queste elucubrazioni, si chiederanno i nostri detrattori, inorriditi da cotanto spirito eretico tale da far decadere uno o più miti riguardanti il “Gran Partito” con la massa proletaria al suo seguito, quando le masse spesso nella storia hanno dimostrato una spontaneità considerevole spesso mitigata dalla stessa azione del Partito. Si vuol andare a parare sui dati oggettivi dell’operato avanguardistico riflesso nell’adesso in seno alla motivazione del perché la destra radicale sta prendendo piede (come si evince dalla realtà francese che si andrà ad analizzare) e della situazione della sinistra italiana che va a disgregarsi lasciando l’elettorato storico senza alcuna “guida”, soggetta ad un proselitismo passivo in nome di tempi passati.

Il canto del cigno del fallimento avanguardistico dei vecchi partiti comunisti si è visto negli ultimi tempi in Italia, dove il Partito Democratico, genia di un processo prima di socialdemocratizzazione forzata poi di una virata ulteriore al centro liberale (la fatidica terza via blairiana propugnata dall’ex Presidente del Consiglio e Segretario di Partito Matteo Renzi) si sta inesorabilmente sfaldando, vittima sacrificale di lotte di potere intestine tra persone la cui somiglianza porta ad un respingimento fisico dei poli simili (in questo caso il segretario dimissionario Renzi e il “leader maximo” D’Alema, personaggi il cui ego mostruoso ha portato il fronte progressista a climi da Prima Repubblica), una battaglia tra una maggioranza ed una minoranza che hanno ben dimenticato Marx, una battaglia sfociata in ulteriori scissioni e cadute di stile notevoli: è esemplare la formazione di Democratici e Progressisti, che si prefigge d’esser  il bastian contrario de iure e de facto del PD (in correlazione con la stessa sigla invertita), esser più moderati di Sinistra Italiana ma essere “più a sinistra” del PD è il loro motto, da cui si evince che la stessa sinistra è diventata un concetto volatile e strutturato su basi opinabili, tanto da ridurre il singolo concetto di socialismo relegato alla sola  battaglia sulle libertà civili: la sinistra è diventata la fautrice di un liberismo arcobaleno, matrice d’istanze che ben poco si abbinano alla realtà popolare  se non correlate alle dovute istanze sociali che permettano la non elitarietà delle suddette. Questo atteggiamento nei confronti del bacino elettorale lo stanno già scontando in Francia, dove il “terrore xenofobo e populista” paventato da Bersani sta agendo sotto forma di “seduzione egemonica” nel bacino elettorale storicamente rosso (il nord dell’Esagono, ex roccaforte operaia comunista, vede il Fn al 48%) portando alla luce alcune istanze che in passato si chiamavano “socialiste” come la costruzione di uno stato sociale più corposo o un maggiore intervento dello stato nell’economia.

I nostri detrattori si chiederanno cosa c’entri questo discorso col fallimento dell’avanguardia esterna, la cui correlazione sembra tanto un non sequitur: questa condizione sussiste perché alla base elettorale è stato negato (e, a volte, vincolato) il superamento dello stato tradeunionistico  e ciò ha comportato che la stessa “sinistra di massa” rimanesse passiva di fronte alle beghe interne dei vari partiti l’un l’altro susseguitesi nella boria dei conflitti interni  riferiti alla sola sfera personale su un sostrato di una becera piattezza ideologica. Al vecchio PCI si può concedere che sicuramente a macchia di leopardo e saltuariamente si sia espressa la capacità di egemonica delle sinistre, come le roccaforti rosse con il movimento cooperativo, sindacale e ovviamente con il patrimonio di militanti  ma su queste stesse macchie di leopardo incombe  il seguente problema: spesso e volentieri, col ricambio generazionale, le “fortezze rosse” si tramutano in realtà multi colore che spesso seguono il partito che più conviene. Perché questo? Perché il “partito strategia” (altra prova che si somma alla serie di innumerevoli dati che sottolineano la realtà fallace della cosí detta avanguardia esterna) ha offerto solamente migliorie alla materialità della gente, una specie di compenso elettorale e nulla di più, lasciando tutta la massa subalterna senza alcuna corazza contro i fattori direzionali antagonisti. La stessa insofferenza dei partiti però si impennò su se stessa: nel boom teorico socio economico nell’orizzonte socialista i partiti preferirono rimanere sulla classica linea del marxismo leninismo o cadere sul post comunismo, vedendo come pericolosi terroristi culturali economisti, filosofi e sociologi realmente antidogmatici. Questo atteggiamento continuò sino a quando non capirono di essere arretrati, di essere messi sotto scacco ingenuamente da teorie (come la New Economy) che con un poco di spirito critico avrebbero bypassato (per  esempio, nel bel mezzo della New Economy un economista socialista, Lyndon Larouche, aveva formulato una teoria che rappresentava come due archi di parabola divergenti il procedere  del divario tra l’economia speculativa e reale che presagiva lo scoppio della crisi del 2008 ). La fine di questo dramma greco è l’ennesimo appello fatto dal Scalfari di turno al cambiamento, preso al volo dagli alti papaveri del partito, lasciando nell’ignoranza concettuale collettiva i militanti più affezionati, nei cui gruppi ritornano sempre i vecchi opportunisti, ovvero coloro che con il loro personale atto egemonico seguono la mitificazione dell’incoerenza (e fanno seguire) la cui azione ha come sole finalità disgregare il movimento e mantenerlo retrogrado e fallimentare, tanto da far urlare ai critici una parola d’ordine: AMPLIARE LA BASE  del movimento in un contesto di corretto equilibrio luxemburghiano tra spontaneismo e coscienza.

“Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il gran partito”, quel qualcuno, saldo nelle sue convinzioni, afferma il suo “ne vado fiero!”.

-Compagno Elia

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