Kenya – La lotta di liberazione dei Mau Mau e la repressione coloniale

In quel pezzo di terra dell’Africa centro-orientale che poi venne detto Kenya, dalle alte e imponenti montagne alle foreste nelle pianure, vivevano diversi popoli, organizzati in tribù e villaggi. Tra questi i maggioritari erano Maasai, Gĩkũyũ e Luo, ognuno di questi con una propria lingua e proprie usanze. Nel corso dell’ottocento ci fu una certa immigrazione europea in quelle terre, soprattutto ad andarci erano anglosassoni i quali da metà secolo cominciarono ad andarci per ragioni molto più “ufficiali”.

In fondo un giorno o l’altro sarebbero tornati nel loro paese, quando mai si sono visti uomini che abbandonano la loro terra per sistemarsi per sempre in un paese altrui? Così pensava degli inglesi l’ingenuo e sedentario popolo dei gĩkũyũ.

I gĩkũyũ avevano tra i loro costumi anche quello di dare in prestito campi da coltivare. Se per temporanea e gentile concessione del proprietario gĩkũyũ avevi in prestito un campo da coltivare, nella loro lingua eri un mohoi, e se avevi pure il permesso di edificarci una capanna sopra eri un mothami. Gli inglesi furono accolti come mothami, che costruivano accampamenti e fortini nei terreni dati in prestito, peccato che questi bianchi mothami fossero militari della British East India Company al servizio di sua maestà. Non erano poi così eccitati dall’idea di farsi semplicemente una vacanza in Kenya con i gĩkũyũ, avevano ben altre intenzioni coloniali tra le quali capeggiava quella di costruire la ferrovia Mombasa-Uganda.

Quando un mohoi o un mothami si rivelava disonesto era facile per la comunità gĩkũyũ scacciarlo, ma non fu così con i bianchi. Così avvenne che si strinse un accordo tra il capitano inglese Frederick Lugard e il capo gĩkũyũ Waiyaki, correva l’anno 1890 e Lugard promise solennemente a Waiyaki ed al suo popolo che gli inglesi avrebbero sempre rispettato i territori dei gĩkũyũ e per generosità donò sul momento anche 5 pistole a Waiyaki. Poco tempo dopo avreste potuto vedere quotidianamente i bianchi fare razzie nei villaggi prendendosi cibo e donne in quantità, fu a quel punto che i guerrieri di Waiyaki risposero alla violenza inglese e scoppiò la guerra.

Era il 1892 quando Waiyaki, figlio di Hinga e primo capo della resistenza anticoloniale gĩkũyũ, dopo essere stato catturato veniva seppellito dagli inglesi vivo e a testa in giù, idea blasfema per i gĩkũyũ. Infatti il rito funebre gĩkũyũ prevedeva di essere sepolti sempre con la testa rivolta verso il Monte Kenya, la dimora di Ngai ossia il creatore della terra, così i morti potevano proseguire in pace la loro esistenza nel mondo dei defunti.

Cominciò quindi nel ‘92 la colonizzazione inglese vera e propria in Kenya, che da subito adibì una serie di terre (divise su base etnica) come “riserve per nativi” dove finirono molti gĩkũyũ. I britannici espropriarono quasi 3 milioni di ettari e ovviamente riservò ai coloni le aree più fertili, terre che diede in concessione ai bianchi per 999 anni e che presto divennero note col nome di White Highlands.

Presto moltissimi gĩkũyũ divennero squatters ovvero manodopera sfruttata nei campi che un tempo gli appartenevano. Nel 1930 trentamila coloni bianchi, cioè lo 0,25% della popolazione del Kenya, possedevano più di un terzo delle terre coltivabili, lasciando alle riserve le zone meno fertili sempre più ristrette. Parassiti in paradiso. La progressiva meccanizzazione dell’agricoltura portò al licenziamento di grandi masse di squatters gĩkũyũ, più di centomila gĩkũyũ furono “rimpatriati” nelle riserve sovraffollate. Nairobi, la capitale, era colma di sfollati e la sua periferia orientale arrivava ad ospitare circa ottantamila persone che vivevano in condizioni terrificanti.

Questa era anche la situazione del popolo gĩkũyũ negli anni quaranta, con la differenza che durante la Seconda guerra mondiale gli inglesi arruolarono migliaia e migliaia di africani (gĩkũyũ compresi), mandati a combattere per la corona in Europa e soprattutto in Giappone. Quando i reduci neri tornarono in Kenya subirono l’ennesimo affronto nel vedere gli ex-combattenti bianchi venir premiati con terre gĩkũyũ da coltivare. Gente presa e strappata alla propria patria senza nemmeno sapere chi e dove avrebbe combattuto, ma solo per chi: i soliti padroni bianchi. Gente, questa, che aveva combattuto con le armi la guerra e gli orrori del nazifascismo, e nel combattere quel mostro aveva conosciuto altri popoli martoriati, altre terre, altre culture, altre storie. Dopo essere stati a uccidere e morire per la democrazia e la libertà europee, sconfitte le dittature e tornati in Kenya, altro non trovarono che una dittatura fatta di razzismo, segregazione, sfruttamento, violenza e povertà. L’ipocrisia bianca e coloniale divenne sempre più intollerabile per quei reduci neri e i loro fratelli gĩkũyũ, contadini e operai, i quali diedero dopo la guerra un nuovo grande impulso alla lotta politica antirazzista ed anticoloniale. Poco tempo dopo in quell’ambiente emersero i leader e i capi guerriglieri della rivolta indigena del Kenya Land and Freedom Army, o anche detti Mau Mau.

Sul terminare degli anni quaranta le autorità del Kenya ebbero le prime notizie su una sconosciuta organizzazione segreta nata in seno ai gĩkũyũ, la quale pareva facesse assemblee segrete ogni notte da Nairobi alle riserve fin su sul Monte Kenya. Ovviamente le prime a circolare furono le solite leggende, basate su stereotipi, di questi indigeni pagani che facevano riti segreti con tanto di sacrifici e iniziazioni. Leggende insensate. La reale natura e dimensione di questa organizzazione indigena era in realtà sconosciuta, la prima ed unica cosa che i britannici e le istituzioni kenyote capirono sul momento era la forte connotazione anticolonialista di tal movimento.

Gli venne presto affibbiato il nome Mau Mau, derivato dall’incomprensione degli inglesi del grido gĩkũyũ “Uma Uma” che significa letteralmente “Via Via!”, grido rivolto ai colonizzatori e padroni bianchi.

Nell’estate del 1950 furono presi i primi provvedimenti contro i Mau Mau quando l’organizzazione fu messa al bando, ma il governo ignorava come in poco tempo questa si fosse espansa non solo ai gĩkũyũ ma in generale in tutta la popolazione nera del Kenya. Se ne dovette accorgere quando iniziarono gli attentati. Le uccisioni vennero enfatizzate dalla stampa a fini ideologici e propagandistici, in realtà per tutti gli anni cinquanta furono solo 32 le morti di coloni bianchi ricollegabili ai Mau Mau. Ad essere colpiti erano anche alcuni gĩkũyũ detti “lealisti”, i quali si erano ben arricchiti standosene al fianco dei bianchi e che erano visti come traditori o talvolta spie dai gĩkũyũ dei Mau Mau. Come ad esempio Hudson Waruhiu (il più importante e ricco tra i notabili gĩkũyũ) la cui strada un giorno fu tagliata da un taxi su cui viaggiava un commando di Mau Mau, di cui uno col volto coperto balzò fuori e freddò Waruhiu con 4 colpi di rivoltella.

Intanto venne dichiarato lo stato di allerta e per sedare la rivolta il governo usò tutta la sua violenza incanalandola nel motto “tutti gli agitatori sono uguali”. Questo volle dire una prima serie di innumerevoli arresti che presero anche gli esponenti più moderati del movimento di lotta nera del Kenya, senza far distinzioni tra terroristi e non, tra estremisti e moderati liberali. Fra questi ultimi fu arrestato anche Jomo Kenyatta, il futuro padre dell’indipendenza del Kenya, che in realtà disprezzò sempre i Mau Mau e continuò a perseguitarli. Mentre il governo faceva centinaia di arresti per trovare i leader dei Mau Mau, questi si davano una costituzione politica orientata verso un irriducibile anticolonialismo e antirazzismo ed un forte patriottismo filo-socialista. I media borghesi occidentali si limitano a definirli come nazionalisti o, al limite, nazionalisti di sinistra.

Contemporaneamente i capi Mau Mau più estroversi e radicali sfuggirono agli arresti e si rifugiarono alcuni sui Monti Aberdare ed altri sul Monte Kenya, dando vita al Kenya Land and Freedom Army, l’esercito guerrigliero dei Mau Mau.

Kenya Land and Freedom Army

Dopo gli arresti cominciò la repressione vera e propria. L’esercito uccise circa 25mila presunti Mau Mau, e per snidare e combattere la guerriglia la Royal Air Force bombardò a tappetto senza risparmiare colpi non solo il Monte Kenya e i Monti Aberdare ma anche zone rurali circostanti abitate da nativi. Nelle città si montavano patiboli ovunque e si sparava a qualsiasi cosa di nero in movimento come effetto del terrore angoscioso che mettevano i Mau Mau ai bianchi.

Ma non bastò e il governo aprì ben 150 campi di concentramento sparsi in tutto il Kenya detti screening camps, che tutti insieme formavano un labirinto chiamato La Tubatura. Il numero di internati, tutti ovviamente reclusi senza nessun processo, oscilla tra i 250mila e i 320mila a seconda delle fonti ma ciò che è certo è che in quei campi furono commesse enormi atrocità tra torture, pestaggi, stupri, mutilazioni, castrazioni, sevizie, uccisioni a sangue freddo e fucilazioni in massa. Per non contare chi moriva di sete, di fame, di malattia, di fatica. A migliaia morirono.

Si doveva abbattere l’umore dei ribelli e spingerli a rinnegare la loro lotta e il loro giuramento verso i Mau Mau. Ma la verità è che quei ribelli preferirono essere torturati o uccisi, mentre la stragrande maggioranza dei prigionieri dei campi non aveva mai preso parte in nessun modo alla resistenza, ma nonostante lo ripetessero questo non aveva importanza.

La repressione era violentissima. Sicuramente molti gĩkũyũ imprigionati nei campi di concentramento avevano conosciuto pochi anni prima (come semplici guardie o lavoratori) i famosi Pow Camps dove durante la guerra gli inglesi depeportavano e imprigionavano i soldati italiani catturati in Etiopia, per lo ia, per lo più povera gente costretta come tanti altri milioni a combattere guerre altrui, le guerre dei padroni. Però quei poveri gĩkũyũ avranno sicuramente anche notato la differenza di trattamento tra prigionieri italiani e prigionieri neri, non c’era paragone. E questo non poteva che accrescere l’odio verso i bianchi.

La violenza nei campi aumentò, soprattutto dopo che ci scoppio una certa agitazione e paura generale tra i prigionieri quando si venne a sapere di una vera e propria esecuzione sommaria con centinaia di morti nel campo Hola, nel Kenya orientale. Si voleva coprire la notizia.

Il governo avviò un provvedimento di “villaggizzazione” che consisteva nel recintare con filo spinato diversi villaggi dove da quel momento vigeva anche il coprifuoco, questo provvedimento riguardò più di un milione di gĩkũyũ, serviva a separare queste popolazioni e questi villaggi dalla guerriglia.

Lo stesso metodo fu poi adottato anni dopo dagli statunitensi in Vietnam.

Con tutto il territorio centrale del paese ridotto ad un arcipelago di lager, bombardati tutti i giorni, braccati dal esercito via terra, male armati, con scarse condizioni igieniche e sempre meno numerosi, il Kenya Land and Freedom Army si ritrovava isolato nelle fitte foreste sui monti e non sarebbe durato a lungo. Ma finché durava i prigionieri inglesi sarebbero stati sepolti vivi e a testa in giù come loro avevano fatto a Waiyaki.

I Mau Mau dalla selva giurarono che non si sarebbero più tagliati i capelli finché i bianchi non fossero stati cacciati dalle terre dei gĩkũyũ. Così cominciarono a raccoglierli in lunghi aggrovigliati cordoni, acconciatura già tradizionale tra i nativi in diverse parti dell’Africa. Ma gli europei, i sudditi britannici, gli statunitensi e i generale l’occidente scoprì questa acconciatura solo negli anni cinquanta dalle foto dei Mau Mau catturati, immagini che colpirono molto in Giamaica i seguaci del culto del rastafarianesimo. I quali in segno di solidarietà simbolica ai fratelli keniani, oppressi o in lotta, ne adottarono l’acconciatura, e fu proprio lì in Giamaica che questa divenne molto più famosa e successivamente si diffuse nel mondo dove quei cordoni di lunghi capelli presero il nome di dreadlocks, “intrichi del terrore”.

Dedan Kimathi Waciuri, ultimo grande capo indiscusso dei Mau Mau e del loro esercito, il 21 ottobre 1956 fu ferito in battaglia e catturato. Venne processato e condannato a morte ed in febbraio venne impiccato in piazza a Nairobi, aveva 37 anni, il corpo fu sepolto in luogo imprecisato e privo di lapide.

I Mau Mau erano stati sconfitti sul piano bellico, l’unico che gli era rimasto, e così morirono. Nonostante ciò gli screening camps, con i loro lavori forzati, rimasero attivi per altri due anni e la violenza repressiva al loro interno non diminuì mai. Furono smantellati due anni dopo grazie all’operato di sensibilizzazione di una giornalista inglese e poi del Partito Laburista che riuscì a farli chiudere definitivamente.

D’altronde l’Impero da anni si stava ormai sgretolando e la decolonizzazione era una via quasi obbligatoria. Infatti nel 1963, 4 anni dopo, finalmente anche il Kenya diventerà uno stato indipendente almeno sulla carta. Jomo Kenyatta, colui che diede l’indipendenza al Kenya e guiderà questo paese per 14 anni e il cui partito (di centrodestra) guiderà il governo e la politica in Kenya per oltre quarant’anni, si impegnò per dannare la memoria sanguinosa dei Mau Mau. Furono riabilitati soltanto nel 2003, e proclamati eroi nazionali per la lotta indipendentista e antirazzista.

All’ora i sopravvissuti poterono uscire allo scoperto e, a Nairobi davanti al hotel Hilton, fu eretta una statua di Dedan Kimathi il capo guerrigliero dei Mau Mau, con tanto di lunghi dreadlocks, fucile in una mano e pugnale nell’altra.

Statua di Dedan Kimathi a Nairobi

Da anni esiste un gruppo di persone sopravvissute agli screening camps, in Inghilterra, sta cercando di dimostrare le violenze e gli abusi subiti tra stupri, castrazioni e torture, ma ovviamente il loro percorso è pieno di ostacoli e l’Inghilterra per ora non ha nemmeno chiesto scusa a queste persone.

Quello dei Mau Mau fu un movimento molto meno complesso e avanzato da un punto di vista teorico e politico, di tanti altri movimenti di liberazione del terzo mondo e dell’Africa. Era privo di una profonda e solida base teorica, e spesso ha dato anche prova di inattitudine politica, come già ho detto e ribadisco, non c’è confronto con altri gruppi di liberazione che invece si possono ricordare per la loro squisita elaborazione teorica e complessità politica. Ma prendendo ciò come assodato, fu un grande movimento di migliaia di persone e sopratutto un forte indicatore sociale per quel che riguarda in generale la condizione delle colonie africane in quegli anni. Una storia che parla soprattutto di resistenza e di tanto sangue versato, sangue che di nuovo macchia indelebilmente le mani del vecchio colonialismo inglese e che denuncia i colonialismi, imperialismi e neocolonialismi in tutto il mondo.

Oggi i discendenti ideologici di chi in Kenya compì questi massacri, e di chi solo negli ultimi duecento anni ne ha compiuti e continua a compierne altrettanti, ha l’ipocrisia e la faccia tosta di mettersi anche a contare i morti altrui con tanto di retorica moralista. Sono i discendenti ideologici di chi massacrò anche i gĩkũyũ che oggi si prendono la briga di equiparare nazismo e comunismo. Giustamente, ancora una volta, usando come sinonimi comunismo e stalinismo, come da copione. Davvero vogliamo metterci a contare morti? Bene allora che questi signori del parlamento europeo si mettano comodamente seduti perché la loro lista è lunga. Vogliamo equiparare gli assassini? I massacratori? I genocidi? I violentatori? Benissimo, d’altra parte i morti innocenti restano tali sia che la mano sia tedesca, inglese, russa, francese, italiana, statunitense ecc. Allora cominciamo a chiamare le cose col proprio nome e scopriremo come chi oggi, forte del suo neoliberalismo, dal parlamento europeo condanna lo stalinismo gli è in realtà molto più simile di chi realmente lottò, lotta e lotterà per il comunismo e per la libertà.

— Compagno Grimm

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