IL CASO DEL CAPITALISMO DI STATO

                                                                                                                                   

1919-01-01-lenin-stalin

A coloro che, per sfida o per curiosità, vogliono la mia antitesi rispetto agli argomenti che vertono sullo stalinismo, sull’autoritarismo e sul capitalismo di stato;  ecco a voi la terza parte delle tre dedicate alla trattazione di questi argomenti riguardante l’ultimo aspetto sopraelencato. E’ vivo consiglio dell’autore che i tre testi non siano letti come scritti scissi l’uno dall’altro, ma come uno scritto conseguenza ed approfondimento dell’altro, in modo tale da dare al lettore una preparazione a 360° sull’argomento  -Compagno Elia

Perché tutto questo? Il movimento comunista per decenni si è diviso sull’incomprensione riguardo la Rivoluzione d’Ottobre, dalla quale scaturirono due diversi atteggiamenti che diedero forma a due diverse correnti di pensiero a riguardo. La prima consiste nel diniego assoluto del valore della Rivoluzione d’Ottobre come primo vero ed iniziale fenomeno rivoluzionario, quindi la negazione della sua validità come piano o come fonte finalizzato alla creazione di una strategia rivoluzionaria, la seconda invece presuppone la fedeltà religiosa non solo al mito della rivoluzione, ma anche al mito del periodo staliniano e post staliniano, il periodo in cui nacque e crebbe nelle sue varie sfumature il marxismo leninismo. Lo scopo di questo scritto è duplice, ovvero difendere il periodo leninista e l’importanza del fenomeno rivoluzionario d’Ottobre e sottolineare la caratteristica contro rivoluzionaria dello stalinismo e del degrado a cui seguì. In secundis, ma non per importanza, vogliamo sottolineare l’atteggiamento di alcuni membri seguaci del capitalismo di stato, caratterizzati dalla voglia di applicarlo in qualsiasi tempo e luogo, in qualsiasi situazione, caratterizzati da una visione “affettiva” dei testi di Marx  però separandosi praticamente da questi, preferendo l’agognato termine brezneviano di “socialismo reale” a termini come “autogestione”o “superamento dello stato”, portandosi a posizioni quasi di puro odio rispetto a queste. 

 

 

 

 

1) COS’E’ IL CAPITALISMO DI STATO?

  • La struttura socio – economica della realtà   Il capitalismo di stato o capitalismo ad economia dirigista è un sistema economico in cui le risorse ed i mezzi di produzione sono sotto la proprietà dello Stato e dei suoi burocrati; questo termine è stato formulato in contrapposizione alle teorie trotskyste sugli stati operai degenerati (ovvero negli stati dove sugli scranni del potere si è insediata un’oligarchia burocrate nascosta dietro la bugia della dittatura del proletariato), per cercare di descriverne il sistema economico-sociale. Lo Stato, che diventa unico capitalista nazionale a tutti gli effetti pianifica l’economia calibrando il rapporto domanda aggregata-offerta sacrificando parte del consumo a favore di investimenti futuri riguardanti la crescita economica. A livello macroeconomico è lo stato che pianifica l’output aziendale (determinando la domanda secondo pianificazione economica, quindi vi è la possibilità di subire in modo assai limitato gli effetti del ciclo economico), il lavoro e le tecniche usate, ciò varrebbe a dire che pianifica l’offerta tra i consumatori in base ai suoi obbiettivi (con la pianificazione del consumo il rischio di crisi di sovrapproduzione è ovviato) e che assegna gli stipendi secondo criteri gerarchici e standardizzati (ovvero uno stipendio fisso scisso da variabili come la quantità e la qualità della produzione individuale, solo se queste infatti sono davvero imponenti  storicamente si rientra nel caso “Stachanov”, quindi con la relativa premiazione); così facendo il destino dello stato dirigista percorre due strade, ovvero essere estrattore di valore aggiunto (plusvalore) estratto da chi lavora oltre il valore reale del suo lavoro rappresentato dal suo stipendio e, al contempo, essere esso stesso derubato da coloro il quale valore del proprio lavoro è inferiore al proprio stipendio. Nelle aziende il sistema è diretto da burocrati  di nomina politica ai quali (quindi non prettamente o obbligatoriamente tecnici), ricoprendo nell’organigramma l’apice della piramide gerarchica, spetta il salario più elevato; la loro carica inoltre pretende il contatto diretto con gli organi di Stato.  L’economia dirigista storicamente portò ad un ampliamento all’ennesima potenza della burocrazia statale, portando grazie a questo sistema sempre più centralizzato a una crescente difficoltà nell’usufruire delle risorse a disposizione ed a offrire una bassissima offerta di prodotti (cosa che sarebbe ovviata  dall’iniziativa di assumere addetti per il controllo della qualità, la quale aiuterebbe anche gli stessi dipendenti ad essere più produttivi poiché varrebbe a dire definire degli incentivi alla produzione ed alla qualità; tutto ciò però è bloccato dall’enorme burocrazia statale e dall’aumento del costo della produzione che porterebbe ad un calo del consumo e quindi ad un calo delle entrate statali interamente basate sul capitalismo di stato). Per sopprimere l’immobilismo burocratico o si tese a varare riforme liberali (nel caso dell’URSS di Gorbacev) oppure si applicò il così detto “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”, dottrina economica fondata da Deng Xiaomping che porta alla convivenza di due sistemi economici distinti caratterizzati da due realtà che teoricamente sarebbero antagoniste: aziende pubbliche e private. Tutto ciò va a favore della concorrenza fra settore pubblico e privato (in cui esiste una concorrenza interinale) ma non dei lavoratori, i quali si ritrovano da una parte un sistema di stampo capitalista “classico”  e dall’altro un sistema di stampo capitalista di stato.

 

 

 

2) PERCHE’ IL CAPITALISMO DI STATO NON E’ SOCIALISMO

  • Un “Marx statalizzatore”?  Innanzitutto è sempre bene specificare: il capitalismo di stato non è un concetto marxista e non è sua diretta filiazione. Infatti l’economista, sociologo e filosofo di Treviri aveva ben altre vedute che sostituire il capitalista “privato” con uno stato burocrate, ma quanto diverse sono queste vedute dalla concezione dirigista e che differenze ci sono?  Non è una domanda con una risposta immediata poiché l’affermazione è determinata da un processo di pensiero variabile, pensiero descritto in questa sezione; non si può definire senza dubbi un Marx anti burocrate o centralizzato sulla questione economica come si può tranquillamente definire il Marx anti volontarista  riguardo la concezione del potere e della sua necessità. Innanzitutto bisogna fissare nel nostro discorso una costante che determinerà gran parte del nostro discorso: Marx non accettò in nessun momento il concetto minoritario del volontarismo (vedasi lo scorso articolo a proposito), infatti nulla era considerato, secondo la teoria marxista, più controproduttivo del ruolo di un “capo” carismatico o di un’ oligarchia esclusiva che assumesse nelle proprie mani la guida delle trasformazioni socio-econ0miche, perciò non c’era spazio nemmeno per il mostro burocratico e gerarchico a cui molti nostri compagni tanto aspirano. A fine  anni 60 nel bel mezzo delle lotte studentesche ed operaie Maximilien Rubel, uno dei più importanti “marxologi” dello scorso secolo affermò che “I libri dedicati al pensiero di Marx proliferano come funghi dopo la pioggia […] spesso tendenziosi e contraddittori nella loro interpretazione” e, in questo boom fantastico si mise nuova carne al fuoco con i testi giovanili ed inediti di Marx, tra il quale i “Manoscritti economico filosofici del 1844” edito solo negli anni 50 del ‘900; dal giovane Marx partiamo per la nostra risposta contenitore di processi. In questi scritti, appartenenti come diranno in molti ad un Marx  filosofo più che a un Marx scientista (testimonianza quindi di un Marx che nella sua vita mitiga il rigore eccessivo, rendendo questo un utilissimo strumento e base di lavoro con il quale “bisognerebbe attingere a piene mani alla sua fonte, però con spirito antidogmatico e critico” *’), si cela il tema centrale dell’alienazione dell’individuo, dove il giovane Marx ventiseienne sottolinea il concetto in maniera tragica (dove per molti si nasconde ancora lo strascico della separazione di Marx con la religione umanistica feuerbachiana), presentandolo come estrema sfortuna nel lavoro dell’operaio, che questo lo “rincretinisce […] ch’egli lo sfugge come la peste, che vi si rinnega senza affermarvisi” *” giungendo ad un’importante conclusione (tra le tante nelle 1000 pagine di scritto), ovvero pone il principio che “abolizione della proprietà privata e comunismo (inteso come il “comunismo rozzo e frusto” dei comunisti del suo tempo, ovvero Cabet o Weitling) non sono le stesse cose” *”, poiché la statalizzazione della proprietà non è altro che l’ampliamento della proprietà privata e portatrice di alienazione, puntando così il dito contro a quel comunismo “frusto” che si accontenta di statalizzare e di non di eliminare l’alienazione umana, presentando così un Marx “libertario” . Quattro anni dopo, nel “Manifesto del partito comunista” del 1848 si forma l’idea di rivoluzione proletaria a tappe, nella prima, la dittatura del proletariato o socialismo, il proletariato si appropria del potere politico, del credito, dei mezzi di produzione e di trasporto per mezzo dello Stato (Stato, ricordo, antivolontarista e antiautoritario per eccellenza) “facendo pubblici” *”’ questi ultimi, nella seconda il raggiungimento del comunismo, quando gli antagonismi fra le classi (e, come Tse-Tung insegna, le contraddizioni in seno al popolo) e il potere pubblico con lo Stato annesso  scomparsi, in modo tale da “concentrare la produzione non più nelle mani dello Stato ma nelle mani dei singoli individui associati”*”’  in questo caso il “libero sviluppo di ciascuno porterebbe al libero sviluppo di tutti”.*”’  Questa posizione venne apertamente criticata da Bakunin, che lesse il Manifesto del 1848 nella sua versione originale in lingua tedesca, infatti pur avendo appoggiato Marx nella lotta contro le posizioni individualistiche postproudhoniano e piccolo-borghesi di Proudhon e di Stirner, non tace di fronte al concetto marxista. Infatti, pur non in totale buonafede accusa i marxisti di sognare di concentrare nelle mani dello Stato burocratico tutta la produzione e il credito: pur concettualmente aver  criticato ingiustamente un concetto che non lasciava, almeno per Marx, alcuna oligarchia burocratica al potere, Bakunin si rende conto di una strada alla quale può essere deviato questo concetto, alla strada blanquista già in Lenin presenta col concetto del primato del partito sulla classe e affermatasi pienamente nei regimi marxisti leninisti.  Grazie alla corrente anarchica di grande importanza nella Prima Internazionale e grazie alla nascita nel 1871 della Comune di Parigi c’è una svolta nel pensiero di Marx ed Engels ritornando ad alcune tendenze libertarie del passato, pensiero testimoniato da due testi fondamentali, “La guerra civile in Francia” dedicata all’esperienza della Comune di Parigi e  la ristampa del “Manifesto”  datata 1872. Nella prima si analizzava la dissoluzione dello Stato nel lungo periodo cercando di redimere le trame “stataliste” (notate le virgolette per la particolarità della concezione antivolontarista ma centralizzata) scrivendo che la Comune di Parigi  era “la forma politica finalmente scoperta che permetteva di realizzare” *””; la seconda invece  consisteva nella svolta “materiale” del “Manifesto”, ovvero nella sua introduzione il redattore scrive:   “Questo programma è invecchiato in vari punti. La Comune ha, specialmente, fornito la prova che la classe operaia non può semplicemente prendere possesso della macchina statale bell’e pronta e metterla in moto per i propri fini”*””’Acconsentendo così ad un particolare trasferimento della produzione nelle mani di “individui associati”. Questa tendenza finisce del 1875, con la pubblicazione della “Critica al programma di Gotha” in cui Marx riprende la concezione originaria del Manifesto del ’48 modificandole. In primis Marx ha sufficientemente chiara l’idea che una società socialista deve essere organizzata come una società simil capitalista, salvo i rapporti politici (quindi la soppressione della democrazia borghese e di qualunque autoritarismo) e il concetto di “proprietà dei mezzi produttivi“, che deve essere “pubblica“. Ciò implica delle conseguenze su aspetti come istruzione (per la quale Marx vuole che sia libera e pubblica, con nessuna interferenza dello stato proletario), sanità, sussidi e pensioni. Inoltre Marx sostiene che nella società la legge dell’equivalenza dei valori ha come punto di riferimento diretto il lavoro, per cui l’operaio riceve dalla società l’equivalente di ciò che ha prodotto, salvo le detrazioni relative a ciò che serve per la produzione, ovvero investibili nei mezzi di produzione, nei salari dei tecnici stipendiati (detrazioni ovviamente decise dagli stessi lavoratori per mezzo dello stato a democrazia socialista) e le spese per la società: questi, nonostante la posizione di guida nei confronti delle masse, sono essi stessi schiavi economici e sociali delle stesse masse rappresentate anti volontaristicamente dagli organi politici.  Marx sostiene che, mentre nella società capitalistica l’operaio non riceve affatto l’equivalente del suo lavoro nel socialismo invece riceve un equivalente che tiene conto delle singole realtà lavoratrici.

“L’emancipazione del lavoro richiede la elevazione dei mezzi di lavoro a proprietà comune della società e l’organizzazione collettiva del lavoro complessivo con giusta ripartizione del frutto del lavoro.” Invece di “elevazione dei mezzi di lavoro a proprietà comune” sarebbe meglio dire loro “trasformazione in proprietà comune”; ma la cosa è d’importanza secondaria. Che cosa è “frutto del lavoro”? Il prodotto del lavoro o il suo valore? E, nell’ultimo caso, il valore complessivo del prodotto o solo quella parte di valore, che il lavoro ha aggiunto al valore dei mezzi di produzione consumati? “Frutto del lavoro” è una rappresentazione vaga, che Lassalle ha messo al posto di concetti economici determinati. Che cosa è “giusta ripartizione”? Non affermano i borghesi che l’odierna ripartizione è “giusta”? E non è essa in realtà l’unica ripartizione “giusta” sulla base dell’odierno modo di produzione? Sono i rapporti economici regolati da concetti giuridici oppure non sgorgano, al contrario, i rapporti giuridici da quelli economici? Non hanno forse i membri delle sètte socialiste le più diverse concezioni della “giusta” ripartizione? Per sapere che cosa si deve intendere in questo caso sotto la frase “giusta ripartizione,” dobbiamo confrontare il primo paragrafo con questo. Quest’ultimo paragrafo suppone una società in cui “i mezzi di lavoro sono proprietà comune e il lavoro complessivo è organizzato su una base collettiva,” mentre nel primo paragrafo vediamo che “il frutto del lavoro appartiene integralmente, a ugual diritto, a tutti i membri della società.” “A tutti i membri della società”? Anche a quelli che non lavorano? E dove se ne va allora il “frutto integrale del lavoro”? Solo ai membri della società che lavorano? E dove se ne va, allora, “l’ugual diritto” di tutti i membri della società? Ma “tutti i membri della società” e “l’ugual diritto” sono evidentemente solo modi di dire. Il nocciolo sta in questo, che in questa società comunista ogni operaio deve ricevere un lassalliano “frutto del lavoro” “integrale.” Se prendiamo la parola “frutto del lavoro” nel senso del prodotto del lavoro, il frutto del lavoro sociale è il prodotto sociale complessivo.Ma da questo si deve detrarre [spese per l’amministrazione, per la produzione e per la società]. Il “frutto integrale del lavoro” si è già nel frattempo cambiato nel frutto del lavoro “ridotto,” benchè ciò che viene sottratto al producente nella sua qualità di privato torni a suo vantaggio nella sua qualità di membro della società.”

  • Nel frattempo Marx introduce un processo economico che dalla nascita del socialismo dal capitalismo porti all’eliminazione del feticismo e dell’alienazione e, dopo un processo  graduale, alla società comunista, ovvero quando lo stato sarà superato e quando la società sarà basata su liberi produttori in comunicazione mutualistica costante (N.B. da non fare l’errore capitale di considerare questo paragrafo preso direttamente dalla Critica al Programma di Gotha non la descrizione di un processo ma un fatto ad applicazione immediata).

Come è scomparsa la frase del “frutto integrale del lavoro,” scompare ora la frase del “frutto del lavoro” in generale. Nell’interno della società collettivista, basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non scambiano i loro prodotti; tanto meno il lavoro trasformato in prodotti appare qui come valore di questi prodotti, come una proprietà reale da essi posseduta, poichè ora, in contrapposto alla società capitalistica, i lavori individuali non diventano più parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto. L’espressione “frutto del lavoro,” che anche oggi è da respingere a causa della sua ambiguità, perde così ogni senso. Quella con cui abbiamo da far qui, è una società comunista, non come si è sviluppata sulla sua propria base, ma viceversa, come sorge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le impronte materne della vecchia società dal cui seno essa è uscita. Perciò il produttore singolo riceve – dopo le detrazioni – esattamente ciò che dà. Ciò che egli ha dato alla società è la sua quantità individuale di lavoro. Per esempio: la giornata di lavoro sociale consta della somma delle ore di lavoro individuale; il tempo di lavoro individuale del singolo produttore è la parte della giornata di lavoro sociale conferita da lui, la sua partecipazione alla giornata di lavoro sociale. Egli riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro (dopo la detrazione del suo lavoro per i fondi comuni), e con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto equivale a un lavoro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un’altra. Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di valori uguali. Contenuto e forma sono mutati, perchè nella nuova situazione nessuno può dare niente all’infuori del suo lavoro, e perchè d’altra parte niente può diventare proprietà dell’individuo all’infuori dei mezzi di consumo individuali. Ma per ciò che riguarda la ripartizione di questi ultimi tra i singoli produttori, domina lo stesso principio che nello scambio di merci equivalenti: si scambia una quantità di lavoro in una forma contro una uguale quantità in un’altra. L’uguale diritto è qui perciò sempre, secondo il principio, diritto borghese, benchè principio e pratica non si accapiglino più, mentre l’equivalenza delle cose scambiate nello scambio di merci esiste solo nella media, non per il caso singolo. Nonostante questo processo, questo ugual diritto è ancor sempre contenuto entro un limite borghese. Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l’uguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro. Ma l’uno è fisicamente o moralmente superiore all’altro, e fornisce quindi nello stesso tempo più lavoro, oppure può lavorare durante un tempo più lungo; e il lavoro, per servire come misura, dev’essere determinato secondo la durata o l’intensità, altrimenti cessa di essere misura. Questo diritto uguale è un diritto disuguale, per lavoro disuguale. Esso non riconosce nessuna distinzione di classe, perchè ognuno è soltanto operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente l’ineguale attitudine individuale e quindi la capacità di rendimento come privilegi naturali. Esso è perciò, pel suo contenuto, un diritto della disuguaglianza, come ogni diritto. Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell’applicazione di un’uguale misura; ma gli individui disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio in questo caso, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa. Inoltre: un operaio è ammogliato, l’altro no; uno ha più figli dell’altro, ecc. ecc. Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, l’uno riceve dunque più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere disuguale. Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, quale è uscita dopo i lunghi travagli del parto dalla società capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale da essa condizionato, della società.” Da questo concetto deriva la teoria che il lavoro garantisce la democrazia poiché in base alla realtà del singolo lavoratore , da cui scaturisce la massima che tiene conto  dei singoli bisogni di ciascuno, applicabile:   “in una fase piú elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità a ognuno secondo i suoi bisogni! ” *”””. 

  •  Con questo Marx modifica il suo concetto sull’alienazione, pensando che tali difetti siano inevitabili nell’immediato di una società post-capitalista, come dopo un “parto lungo e doloroso”*””” il cui dolore deve essere  limitato e deve scomparire nel tempo, come “la macchina farraginosa che è lo stato” per il quale “ è nostro dovere attenuarne gli effetti spiacevoli”*”””’ durante il passaggio tra società socialista e comunista. Questa visione è coadiuvata poi dall’aspra critica al centralismo autoritario di Lassalle, ideatore nella sua corrente di una vera e propria deviazione statalista e centralista del tutto, credendo (e, come diranno Marx ed Engels, sbagliando) nell’utopia che l’istituzione a cui è subordinato il popolo deve aver la natura di “unità degli individui in un tutto morale” portando a privilegiare i singoli  risultati della lotta di classe al fine ultimo di quest’ultima e, quindi , col percorso generale antagonista dalla quale questa deriva, separando (sigh!) la teoria dalla prassi.

*‘da “Per un Marxismo libertario”, 1969, Daniel Guerin  

*”da “Manoscritti economico filosofici del 1844” , 1844, Karl Marx 

*”’ da “Manifesto del Partito comunista”, 1848, Karl Marx 

*”” da “La guerra civile in Francia”, 1871, Karl Marx 

*””’ da “Manifesto del Partito comunista, 1872, Karl Marx 

*””” da “Critica al Programma di Gotha”, 1875, Karl Marx 

*”””’ dalla prefazione di Engels de “La guerra civile in Francia”, 1891, F.Engels

  • La critica di Marx al centralismo burocratico Un aspetto spesso trascurato del pensiero marxista è la sua stessa avversione verso la dottrina burocratica venerata dai regimi a capitalismo di stato, avversione trasfigurata nella stessa critica alla centralizzazione dei capitali endemica del capitalismo, dove assieme alla loro espansione si tende a produrre una reale condizione omni comprensiva ed assolutistica nel quale la centralizzazione in poche mani del capitale è alla base del profilarsi di una visione sociale bipolare andando ad annientare tutte le autonomie e sovranità locali, cioè l’auto-organizzazione dei territori, modi questi descritti magnificamente dal filosofo di Treviri ed il suo compagno di studi Engels e già esplicitati nel Manifesto del partito comunista  del 1848, in cui si offre al lettore un’analisi cristallina della dinamica d’accentramento dei capitali:

«La borghesia elimina sempre più la dispersione dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione, e ha concentrato in poche mani la proprietà. Ne è stata conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, legate quasi solo da vincoli federali, con interessi, leggi, governi e dazi differenti, vennero strette in una sola nazione, sotto un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, entro una sola barriera doganale».

  • Nel 1871 Marx ritorna alla carica contro il centralismo burocratico col testo “La guerra civile in Francia” in cui riprende le idee abbozzate in “18 Brumaio di Luigi Bonaparte” e in particolare, nella critica spietata alla burocrazia rimasta inedita all’epoca, il “Manoscritto di Kreuznach” del 1843. In questo scritto Marx descrive l’elemento burocratico nella Francia dell’Ancient Regime in cui questi descrive “come un boa constrictor” l’azione permeante e costringente dell’elemento burocratico racchiuso nell’entità corporativa che mette lo stato come prima vocazione di ognuno con uno spirito che crea la stessa burocrazia, la “repubblique pretre” tessuta da “illusioni pratiche”. In quanto al singolo burocrate esso incarna per Marx la quint’essenza dell’arrivista il quale interesse privato subordina l’interesse della totalità per il quale il burocrate per definizione si presta, finchè lo stesso interesse generale non diviene effettivamente l’interesse del singolo burocrate e dello stato burocratico (come, d’altronde, è divenuto nei paesi dirigisti).

 

 

 

 

 

  • La Russia pre rivoluzionaria  Prima di introdurre l’idea leninista del capitalismo di stato è doveroso inquadrare la situazione della Russia pre rivoluzionaria, poiché quasi “unica” nel suo genere. Marx sosteneva nei suoi scritti che il socialismo sarebbe successo alla società capitalistica quando questa avrebbe raggiunto il massimo sviluppo economico, testimoniato dallo scoppio delle contraddizioni nel sistema, con i relativi crolli verticali  che portano alla fatidica domanda luxemburghiana “socialismo o barbarie”, ovvero, restaurazione del sistema capitalistica per un altro ciclo che terminerà con un’ennesima caduta o rivoluzione. La Russia, pur rientrando nella concezione di superamento dialettico delle contraddizioni capitalistiche (ovvero portando prima ad una rivoluzione borghese e poi ad una rivoluzione proletaria), si colloca però in un caso a parte riguardo l’aspetto economico. Infatti la Russia pre rivoluzionaria era costituita da un involucro retrogrado e pre capitalista dell’arretratezza asiatica (con quindi le contraddizioni esistenti tra la monarchia vigente e la classe borghese nascente) in cui agiva indisturbato il parassita dell’imperialismo, aggravando la situazione e profilando che Trotsky descrisse nel periodo ” la rivoluzione di Ottobre ha ereditato dalla vecchia Russia, oltre alle contraddizioni interne del capitalismo, contraddizioni non meno profonde tra il capitalismo  e le forme precapitaliste” *’. L’esistenza di un imperialismo esterno è da ricercarsi nella spiegazione di Lenin nella sua opera “L’Imperialismo, fase suprema del capitalismoin cui il leader sovietico scrive:

Agand calcola la potenza complessiva delle grandi banche di Pietroburgo in 8235 milioni di rubri (quasi 8,25 miliardi) e divide la “partecipazione”, o più esattamente il dominio delle banche straniere, nel modo seguente: banche francesi, il 55 %; inglesi, il 10 %; tedesche, il 35 %. Su questa somma di 8235 milioni di capitale in funzione, secondo i calcoli dell’autore, ben 3687 milioni, cioè più del 40 % spettano ai sindacati “Produgol”, “Prodameta”  come pure i sindacati dell’industria petrolifera, metallurgica e cementizia. Sicchè in Russia, in conclusione, con la formazione dei monopoli capitalistici si è avuto un immenso sviluppo della fusione del capitale bancario con quello industriale.” *”    

  • Il proletariato russo era una pura filiazione della appena nata borghesia, parto degli investimenti nell’industria del capitalismo mondiale, la quale si poneva tra due fuochi, l’uno monarchico rappresentato dallo zar Nicola II, l’altro proletario rappresentato dalla crescente classe operaia, posizione che la portò all’esautorazione del potere zarista e, a sua volta, alla sua stessa fine per mano del movimento proletario, portando la definizione materialistico dialettica della Rivoluzione Russa ad un fenomeno nato dall’esplosione delle contraddizioni tra proletariato e capitalismo mondiale “esterno” alla condizione retrograda della realtà, nella  fase suprema  di questo, l’imperialismo.

*‘ da “Scritti 1929-1936”, 1929-1936, L. Trotsky

*” da “L’imperialismo,fase suprema del capitalismo”, 1916, V. Lenin 

 

 

 

  • La “strada leninista per il socialismo” La realtà dell’appena nata URSS era nelle condizioni economiche catastrofica: isolata dal mondo (tranne quegli stati che attuarono programmi le cui finalità erano racchiuse nel concetto del danneggiamento delle magre risorse russe) la conseguente eliminazione del parassita imperialista quindi l’esplicitazione di una situazione di degrado economico puramente asiatico aggravato dalle guerre immediatamente precedenti alla formazione dell’URSS, ovvero la Prima Guerra Mondale e la guerra civile. Partendo da questa realtà Lenin cercò di traghettare  questa realtà verso la formazione del socialismo. Da ciò Lenin capì che un processo che porti  al capitalismo di stato era necessario per le condizioni economiche russe, per poi portare il tutto alla reale applicazione della legge del valore negli interi due comparti dell’economia, creando una “strada al Socialismo “, ovvero una strada finalizzata alla crescita economica del paese per portare quest’ultimo ad affrontare l’avventura socialista su basi economiche robuste.            Lenin si espresse così a proposito:

“Commetteremmo un errore irreparabile dichiarando che, essendo scontata la sproporzione fra le nostre “forze” economiche e la nostra forza politica, se ne “deduce” che non bisognava prendere il potere. È questo un ragionamento da “maniaci viventi nella bambagia”, che dimenticano che non ci sarà mai “proporzione”, che non è data averla né nello sviluppo della natura, nè in quello della società, che il socialismo compiuto non sarà risultato che dalla collaborazione rivoluzionaria del proletariato di tutti i paesi e in seguito a molti tentativi dei quali ciascuno, considerato isolatamente, sarà unilaterale e soffrirà di una certa sproporzione.”*’

  • Inoltre, meditando sul concetto marxista di socialismo scaturito da una società con una struttura solida e quasi reprimendo la sua speranza nella rivoluzione in Germania (speranza definitivamente repressa con la fine del Movimento Spartakista) egli scaturisce questo breve quanto efficace commento a coloro che cercarono di dissimulare la Rivoluzione d’Ottobre, negando il suo valore rivoluzionario:

“La storia ha seguito una via tanto particolare che ha generato nel 1918 due metà di socialismo, separate e vicine come due pulcini sotto la chioccia comune dell’imperialismo internazionale. La Germania e la Russia incarnano con una evidenza particolare la realizzazione materiale delle condizioni del socialismo, delle condizioni economiche, produttive e sociali da una parte, e delle condizioni politiche dall’altra.”*’

  • Da queste considerazioni iniziò a formarsi la teoria del capitalismo di stato non come periodo permanente come molti marxisti leninisti, opportunisti e gradualisti tacitamente sperano ma come breve periodo auto sgretolante per portare le basi strutturale del paese pronte per l’evoluzione socialista, traendo spunto dai testi più economicamente “centralisti” di Marx ed Engels.  Lenin presenta questa misura economica radicale nelle colonne del “Pravda” del 9-10-11-12 marzo 1918,  in cui lo stesso Lenin pone il problema della NEP e dell’armamento economico e industriale della dittatura del proletariato in Russia. Da qui la polemica con Bucharin e i “comunisti di sinistra” che premevano per la immediata realizzazione di alcuni aspetti del socialismo (quali la parità di retribuzione fra dirigenti e operai per esempio) a prescindere dalle condizioni oggettive della economia russa, polemica che manterrà Lenin impegnato in articoli di risposta alle accuse della sinistra comunista dal 1918 al 1925, in cui profila ciò che davvero dovrebbe essere il capitalismo di stato. Il problema fu posto con estrema chiarezza da Lenin proprio nel corso di tali polemiche, quando il “Kommunist” (giornale facente allora capo alla corrente di Bucharin) scriveva frasi infuocate contro le riforme leniniste, sostenendo che Lenin sostiene la ” disciplina del lavoro, legata al ristabilimento della direzione dei capitalisti nella produzione”*”, sottolineando l’assenza di efficienti organi amministrativi proletari. A questa accusa Lenin risponde che questo breve periodo tattico doveva essere  monitorato dagli stessi Soviet:

“La loro difesa non vale nulla poiché, in primo luogo, la “direzione” è accordata ai capitalisti dal potere dei Soviet, con dei commissari operai e dei comitati operai che sorvegliano qualunque gesto del direttore, che assimilano la sua esperienza di direzione e che hanno la possibilità, non solo di appellarsi contro le sue decisioni, ma di destituirlo attraverso gli organi del potere sovietico. In secondo luogo, la direzione è affidata ai capitalisti perché essi compiano certe funzioni esecutive nel corso di un lavoro le cui condizioni son definite dal potere sovietico, che può ugualmente annullarle o revisionarle. In terzo luogo, il potere sovietico affida la “direzione” ai capitalisti non in quanto tali, ma in quanto specialisti-tecnici e organizzatori, per mezzo di salari elevati.” 

  • E ancora “Ciò che predomina attualmente in Russia è il capitalismo piccolo-borghese a partire dal quale non c’è che un solo e medesimo cammino per arrivare tanto al grande capitalismo di Stato che al Socialismo, e questo cammino passa attraverso la stessa tappa intermedia che si chiama “inventario e controllo esercitato dal popolo intero sulla produzione e sulla ripartizione dei prodotti”, ovvero, capendo la prima realtà sovietica, Lenin esprime chiaramente che, per la formazione di un sostrato economico tale da dar inizio all’evoluzione socialista, bisogna “rimettersi alla scuola capitalistica” , ovvero sottolineò l’importanza di avvalersi della esperienza organizzativa  dei tecnici borghesi. Ciò in assoluto fu il massimo esempio di antidogmatismo nel campo socialista, antidogmatismo basato  sulle stesse  capacità di resistenza del proletariato al potere in attesa del socialismo compiuto.

*’ da “Estremismo malattia infantile del comunismo”,1920, V.Lenin

 

 

 

  • L'”antidogmatismo” stalinista , la falsa filiazione dell’antidogmatismo leninista L’antidogmatismo leninista  non riuscì ad esser colto da Bucharin, il quale “cercò di rimediare” diventando uno dei massimi teorici stalinisti, fautori di una dottrina statalista e iper centralista venerata dai burocrati di partito sovietici e non, portando così a  un antidogmatismo smontato dalla teoria e dagli aspetti strategici e al massimo pericolo che si insediò nel post leninismo: la controrivoluzione dalle stesse file del partito, le file staliniste per esattezza. Lenin capì che un processo che porti  al capitalismo di stato era necessario per le condizioni economiche russe, per poi portare il tutto alla reale applicazione della legge del valore negli interi due comparti dell’economia, creando una “strada al socialismo “; il leader sovietico  credeva che il capitalismo di stato costituisse un breve periodo tattico  monitorato dagli stessi soviet che, appena avviato, tendesse a sgretolarsi gradualmente. non una costante (uno dei motivi poiché il marxismo leninismo perdette  l’obbiettivo finale del comunismo) salvaguardata da riforme quali la costituzione del ’36 (l’abolizione de facto dei soviet nella loro forma diretta, portandoli a meri organi rappresentativi incorporati nelle istituzioni). Bucharin, pur avendo torto per molte delle antitesi presentate a Lenin, vide  la riforma economica vista dal punto del proletariato e ebbe pienamente ragione quando, nelle colonne del suo giornale, scrisse che tutto questo

minaccia di asservire la classe operaia, susciterà il malcontento tanto degli strati arretrati che della avanguardia del proletariato. Dato il rancore che regna fra il proletariato verso i “capitalisti sabotatori”, il partito comunista dovrà, per applicare questo sistema, appoggiarsi alla piccola borghesia contro gli operai e perdersi come partito del proletariato.”

  • Infatti, quando col tempo la dittatura del proletariato iniziò ad essere svuotata dei suoi contenuti  funse da copertura alle forze capitaliste all’attacco per la sostituzione della politica nazional-capitalista alla linea rivoluzionaria; questo era il rischio paventato da Bucharin, ovvero  che il tutto portasse, com’è difatti avvenuto grazie a riforme che centralizzavano il tutto nelle mani della burocrazia oligarchica,  al rafforzamento  da parte degli enti negativi della NEP  della struttura burocratica del capitalismo di stato, realtà che venne appoggiata dalla borghesia nazionale ed internazionale (che a sua volta si servì della destra opportunista del partito per spingere il partito stesso a fondersi con la stessa borghesia e a formare una nuova classe dominante sugli scranni di uno stato operaio degenerato)  portando una politica economica, il capitalismo di stato, che doveva essere soltanto transitoria a una politica permanente eliminando la stessa essenza della strategia rivoluzionaria.  Si può discutere se   (applicando la dittatura del partito sul proletariato, così subordinando l’importanza dei Soviet per esempio) ma non è questo il campo per farlo. Se la NEP era per Lenin una necessità con lo scopo di creare una solida struttura economica per l’avvento del socialismo, dopo la morte di questo divenne lo strumento della edificazione del capitalismo di Stato in senso controrivoluzionario  e permanente. La frattura che ci si poteva aspettare dall’avvento dello stalinismo era duplice: in primis la reazione all’azione controrivoluzionaria di Stalin da parte della sinistra del partito, in secundis la ribellione del proletariato rurale in vista della subordinazione pura delle campagne all’industria.

La frattura, comunque, non ebbe luogo, per il semplice fatto che Stalin sbaragliò con la forza tutta l’opposizione internazionalista interna. Trotzkij e Zinovev nel 1927 furono espulsi, il primo costretto all’esilio due anni dopo. Stalin così ebbe fino in fondo mano libera e la via per il radicamento del capitalismo di stato fu spianata. Nel 1928 partì il primo piano quinquennale, basato sulla pianificazione dall’alto dell’economia: la burocrazia di partito che, insieme alle gerarchie militari, sono la borghesia rossa detentrice del potere politico ed economico strappato ai soviet proletari, ormai completamente esautorati, indirizzò i tre quarti degli investimenti totali sull’industria pesante, costringendo i lavoratori ad enormi rinunce sul piano dei consumi di massa quotidiani (e, aggiungiamo noi, a una vera e propria repressione della realtà rurale). La marcia forzata dell’industrializzazione non poteva che passare sulla pelle operaia con  ritmi di lavoro altissimi (e, aggiungiamo, continui latrocini di plusvalore in vista di una continua riduzione).”*’

*’ da “Corrente Comunista Internazionale”

 

 

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  • Le maggiori critiche ad esso e le differenze con il concetto marxista                       Con la prefazione della famosa opera dell’autore de 1984 si inizia un elenco telegrafico delle reali differenze con le critiche correlate al sistema dirigista.

 “[…] niente ha contribuito alla corruzione dell’idea originale di socialismo quanto il credere che la Russia sia un Paese socialista e che ogni atto dei suoi governanti debba essere scusato, se non limitato.”*’ 

  • Nelle aziende il sistema è diretto da burocrati  di nomina politica ai quali (quindi non prettamente o obbligatoriamente tecnici), ricoprendo nell’organigramma l’apice della piramide gerarchica, spetta il salario più elevato; la loro carica inoltre pretende il contatto diretto con gli organi di Stato. Da questa realtà scaturì la famosa critica di Trotsky sugli “stati operai degenerati”, in cui si considerano i nuovi burocrati come uno strato parassitico privilegiato di amministratori, che possiedono una natura contraddittoria.

“La seconda guerra mondiale è cominciata (…) Se la guerra provoca, come noi crediamo fermamente, una rivoluzione proletaria, porterà inevitabilmente al rovesciamento della burocrazia in URSS (…) In questo caso, la questione se la burocrazia staliniana fosse una “classe” o una escrescenza di uno Stato operaio, sarà risolta automaticamente. Ad ognuno sarà chiaro che nel processo di sviluppo della rivoluzione mondiale la burocrazia sovietica è stata solo un’episodica ricaduta.” *”

  • Dal punto di vista trockijsta ortodosso, il potere degli stalinisti deriva dalla protezione delle conquiste della rivoluzione, mentre allo stesso tempo cercano di portare avanti i propri interessi di casta, schiacciando i dissidenti in casa e facendo patti con i capitalisti all’estero. E’ facilmente intuibile quanto tutto questo è direttamente derivato dalla critica fatta da Bucharin alla possibilità della presa di potere degli enti negativi della NEP. In contrapposizione alla teoria degli stati operai degenerati (il cui mantenimento sancì la fine della Quarta Internazionale) vennero create le critiche al capitalismo di stato sovietico. Iniziando dall’aspetto più semplice ed evidente presentiamo la critica più “deflagrante” poiché non giustificabile dai nostri cari amici dirigisti, ovvero il vero e proprio latrocinio del plusvalore e il mantenimento del sistema salariato secondo base gerarchica. Infatti lo stato assegna gli stipendi secondo criteri gerarchici , quando Marx inneggia all’“abolizione del sistema salariato” , in cui lo stato estrae il valore aggiunto (per cui  va incontro alla duplice strada esplicitata nel primo capitolo), quando di nuovo Marx afferma che i “lavoratori devono riappropriarsi del proprio plusvalore”, dove riappropriarsi non vuol dire lanciarsi nel massimo gesto individualista di “prendere e portare a casa” l’esatto corrispettivo che spetta al lavoratore ma, come indirettamente precisa Marx nella “Critica al Programma di Gotha” , decidere democraticamente la destinazione delle entrate. Da questo ambiente ritornò e si raggiunse il parossismo con la standardizzazione capitalistica degli stipendi, divenuta  una costante nei confronti della produttività del singolo  visto che, per via dell’enorme burocrazia del sistema centralizzato, non poteva sussistere alcun agente che avesse il compito di controllare la produzione, dare premi di produttività o infliggere sanzioni, quando nel socialismo il sistema si basa sulle capacità e sulle gratificazioni proporzionali alle prestazioni del singolo. Assieme a queste  vennero create critiche meno dogmatiche i cui massimi esponenti furono l’economista sovietico Isaac Rubin e il marxista italiano Amedeo Bordiga. Il primo creò una delle pietre miliari dell’economia marxista, ovvero dimostrò l’inconsistenza del problema della trasformazione del valore in prezzi, creando una teoria che si erge tutt’ora integra di fronte ai continui attacchi marginalisti riabilitando, nel cuore dell’analisi del valore,la trattazione della teoria del feticismo della merce, secondo lui troppo sminuita dagli altri autori.

“La teoria del feticismo della merce non è mai stata valutata correttamente nell’ambito dell’economia marxista. […] Ma sia i sostenitori che gli oppositori del marxismo l’hanno per lo più concepita come un ambito del discorso autonomo e separato, con scarso rapporto con il corpus teorico dell’economia marxista. La presentano come un’appendice della teoria del valore, una interessante digressione letteraria o culturale. […] La forma, tuttavia, non corrisponde affatto alla struttura interna e logica del discorso marxiano. La teoria del feticismo è anzi la base dell’intero sistema economico di Marx, e in particolare della sua teoria del valore.”*”’

  • Così Rubin dimostrò  l’inesistenza del socialismo in URSS, data la presenza strutturale del valore di scambio e delle sue istituzioni anche nella società sovietica, in prospettiva graduale e antidogmatica non certo meno o in modalità diverse che in quella capitalistica traendo a piene mani dalla lezione marxista in base alla quale il danaro si distingue non per le sue caratteristiche nominali ma per le funzioni economiche che è chiamato a svolgere, ovvero coefficiente universale degli scambi e serbatoio di valore e capitale; la sua trattazione delineò la pericolosità della sua teoria, per cui nel 1937 venne giustiziato nelle Purghe Staliniane. Non vi è altra conferma di questo nell’accentramento di capitali caratterizzante l’ente della Gosbank, in cui l’unica differenza è che il capitale finanziario non è nelle mani di singoli operatori economici ma in quelle concentratrici dello stato, il quale, a sua volta, si comporta come un imprenditore privato per quanto riguarda i ritmi di accumulazione, coadiuvando la cristallizzazione dei tre tipi di capitale con il pregio dell’economia pianificata nell’assorbire le conseguenze del ciclo economico.  Alla folle affermazione di Stalin, contenuta nei Problemi economici del socialismo nell’URSS del 1952, secondo la quale in una ‘economia socialista ‘ si producono merci scambiate secondo la ‘legge del valore ‘, Bordiga si ispira al concetto di Paul Mattick “tutta l’economia o è regolata dalla legge del valore o non è regolata dalla legge del valore. Non è possibile dire con Stalin, per esempio, che la legge del valore regola la sfera del consumo ma non la sfera della produzione; la legge o regola l’intera economia o non ne regola neppure una parte” contrapponendo al pensiero stalinista il concetto principale della critica marxista dell’economia politica:

“Entro una società cooperativa, fondata sul bene comune dei mezzi di produzione, coloro che producono non scambiano i loro prodotti; ancor meno appare qui il lavoro trasformato in prodotti come valore di questi prodotti, come una qualità cosale da essi posseduta, poiché ora, in opposizione alla società capitalistica, i lavori individuali non esistono più attraverso una via indiretta, bensì diretta come parte costitutiva del lavoro complessivo.”*””

  • Risultato della lotta proletaria, il rigore teorico bordighiano dissolve l’involucro dogmatico ma tende invece a cogliere i dati immessi nel tempo storico determinato , l’industrializzazione staliniana dell’impero degli zar viene spogliata dal suo carattere feticistico, in particolare nella sua raccolta di scritti “Sul filo del tempo

“Il processo economico in corso nei territori dell’Unione russa si definisce essenzialmente come l’impianto del modo di produzione capitalistico in forma e con tecniche modernissime in paesi ad economia arretrata, feudale e asiatico-orientale (…) Ciò non autorizza a dire che il capitalismo russo è ‘la stessa cosa ‘ di quello di ogni altro paese, poiché vi è differenza tra la fase in cui il capitalismo sviluppa le forze produttive e ne spinge l’applicazione oltre antichi limiti geografici, completando la trama della rivoluzione mondiale socialista, e quella in cui sfrutta le forze stesse in modo soltanto parassitario, mentre hanno già raggiunto e superato da tempo il livello che consente di volgerle al ‘miglioramento delle condizioni del vivente lavoro ‘ consentito solo alla forma economica non più fondata su salario, mercato e moneta, proprio della sola forma socialista (…) La rivoluzione borghese russa is over. E’ un fatto compiuto. I fessi cronici possono ridere di noi – e di lei.” .*””

 

  • Perciò la proprietà giuridica statale delle aziende non fonda un capitalismo di stato, ma un industrialismo di stato:

” vi abbiamo solo un Industrialismo di Stato. Tale sistema, sorto dopo la rivoluzione antifeudale, è valido a sviluppare e a diffondere industria e capitalismo con ritmo ardente, con investimenti di Stato in opere pubbliche anche colossali, e ad accelerare una trasformazione in senso borghese dell’economia e diritto agrario.”   “Vi è altra grande questione: rapporto tra Stato e azienda, e rapporto tra aziende. La questione è sorta davanti a Stalin nella forma di validità in Russia, anche per l’economia della grande industria statale, della legge del valore propria della produzione capitalista.Dunque lo stato industriale, che deve patteggiare per comprare in campagna viveri sul terreno del ‘libero mercato ‘, mantiene la remunerazione della forza e del tempo di lavoro allo stesso livello dell’industria capitalistica privata. Si può anche dire che come evoluzione economica è, ad esempio, più vicina l’America che la Russia all’integrale capitalismo di Stato, dato che forse l’operaio russo per tre quinti del suo salario riceve alla fine del giro prodotti agrari, e invece quello americano per tre quinti prodotti industriali, e anche quelli alimentari li ha in gran parte (poveraccio) industrialmente scatolizzati (…) Ed allora non resta che concludere che la soluzione del fondamentale rapporto città-campagna, se drammaticamente evolve dalle millenarie caratteristiche asiatiche e feudali, è presentata nettamente come la presenta il capitalismo e nei termini classici in cui l’hanno sempre posta i paesi borghesi: vedere di far bene nello scambio tra i prodotti dell’industria e quelli della terra. Questo sistema richiederà dunque un aumento notevole della produzione industriale “*””

  • Un punto fondamentale del materialismo storico e dialettico sia proprio quello di incentrare l’attenzione sulle caratteristiche della struttura produttiva per analizzare di conseguenza le caratteristiche di una determinata società e in questo caso si nota una realtà economica che si  riallinea nella tendenza capitalistica generale che, in quegli anni, spingeva verso l’ingerenza statale nel mercato ( vedi il New Deal negli Stati Uniti o la pianificazione frammista nazionalsocialista): mercato unico e chiuso, nel caso dell’URSS, ma sempre di mercato si tratta, e dove c’è mercato, c’è modo di produzione capitalistico. La dottrina di Marx, che aveva fatto della lotta per una democrazia sostanziale uno dei suoi pilastri fondamentali, non prevedeva spazio alcuno per la teoria del ruolo di un “capo” carismatico o di oligarchia esclusiva che assumesse nelle proprie mani la guida delle trasformazioni socio-econ0miche poichè per lo stesso Marx i lavoratori devono avere il controllo permanente sui propri rappresentanti, quindi nulla era considerato, secondo la teoria marxista, più controproduttivo del culto dell’eroe cui aveva nelle mani il potere politico e economico, divenuto costante in Unione Sovietica. Questa costante, che sembra vertere solo sul piano sociale del più o meno autoritario/libertario è invece un elemento fondamentale poiché, applicando correttamente il materialismo storico, la
    struttura è ciò che determina la sovrastruttura, ma quest’ultima fa  evolvere la prima grazie all’insieme delle norme giuridiche e delle influenze politiche ad essa correlate; da ciò si può dedurre che la stessa sovrastruttura creata dall’economia dirigista, essendo già caratterizzata da un forte centralismo, evolvendosi grazie alla trostkysta “oligarchia burocratica” portò il fenomeno centralista ai suoi limiti, nell’ideale condizione dello stato autoritario per cui il marxista Ruhle formò la famosa massima:

Nessuno può servire due padroni. Uno Stato totalitario nemmeno. Se il fascismo serve gli interessi del capitalismo e dell’imperialismo, non può soddisfare i bisogni dei lavoratori. Se, malgrado ciò, due classi apparentemente opposte sostengono lo stesso sistema statale, è evidente che qualcosa non va e che una delle due si sbaglia. Nessuno può pretendere, riducendo il problema a una semplice questione di forma, che esso non sia di nessuna importanza e che, benché le forme politiche siano identiche, i loro contenuti possano variare considerevolmente.Tutto ciò equivarrebbe ad una auto-mistificazione. Per un marxista, le cose non sono così, la forma e il contenuto sono indissociabili. Dunque, se lo Stato sovietico serve da modello al fascismo, deve avere con esso delle caratteristiche strutturali e funzionali comuni. Per determinare quali esse siano dobbiamo tornare all’analisi del “sistema sovietico”, così come fu instaurato dal leninismo, che è l’applicazione dei principi bolscevichi alle condizioni russe.E se si può stabilire un’identità tra il bolscevismo e il fascismo, allora il proletariato non può al contempo combattere il fascismo e sostenere “sistema sovietico” russo. Al contrario, la lotta contro il fascismo deve cominciare con la lotta contro il bolscevismo.*””’

  • Dopo la teoria di Ruhle un altro che abbinò il capitalismo di stato al volontarismo sovietico fu il neomarxista Friederick Pollock, che diede un fondamentale contributo alla “Teoria Critica” nella  correlazione tra autoritarismo e capitalismo di stato come soluzione alle contraddizioni che possono manifestarsi coprendole sotto ad uno spesso strato di burocrazia, analizzando così non più la realtà della rivoluzione mancata ma una realtà la cui sola forza è costituita dall’organizzare e amministrare razionalmente e gerarchicamente il tutto, la realtà della civiltà mancata. A fine anni 60 due economisti americani, Baran e Sweezy (dei marxisti di tendenza libertaria), vollero integrare la teoria dell’imperialismo di Lenin (legata ad un’ economia di tipo concorrenziale) con la loro teoria del capitalismo monopolistico di stato dove si analizza lo sviluppo economico statunitense finalizzato al raggiungimento dell’imperialismo (infatti secondo loro lo sviluppo economico impressionante fu dato dall’investimento del surplus, ovvero la differenza tra ciò che una nazione produce e
    ciò che consuma, nella spese militari, così da tenere occupato nei servizi militari diretti e indiretti gran parte della popolazione).
    Questa analisi porta ad una conclusione: nonostante l’indipendenza raggiunta i paesi del Terzo Mondo resteranno colonie economiche dominate dai paesi più forti e/o dalle multinazionali per il semplice motivo del loro inserimento nell’economia capitalistica, inoltre ciò comporterà che il sistema capitalistico crei scompensi politici, economici e territoriali per la sua sete di profitto, impoverendo ancora di più i paesi sottosviluppati per le loro misere capacità contrattuali. Inoltre analizzarono le tendenze imperialiste del capitalismo di stato sovietico, formulando la teoria del “surplus di stato” (dato dal sacrificio di parte del consumo a favore di investimenti futuri) , per la quale anche nell’URSS persisteva nell’investimento militare per la corsa agli armamenti , coadiuvato con il pesante capitalismo di stato in modo tale che, questi investimenti fossero finalizzati alla crescita economica statale. In
    “In Spagna ed in Polonia gli operai insegnan che la lotta non si è fermata mai contro i padroni uniti, contro il capitalismo, anche se mascherato da un falso socialismo. Gli operai polacchi che hanno scioperato gridavano in corteo “Polizia Gestapo” Gridavano: “Gomulka, per te finisce male”. Marciavano cantando l’Internazionale”. Così faceva una strofa della celeberrima canzone di Pino Masi “L’ora del Fucile” che, nella sua semplicità, porta a conoscenza una realtà che nel 1970, data della pubblicazione del brano, era relegata solamente  ad una ristretta cerchia di intellettuali italiani come Bordiga o Damen, dando il via “simbolico” a un processo critico nei confronti dei “falsi socialismi” condotto da gruppi come Lotta Continua, Lotta Comunista (e, di conseguenza, tutto l’universo dei GAAP) e Democrazia Proletaria. Nella strofa sovrascritta Masi nella sua semplicità denota un fatto ineluttabile quanto dissimulato dall’involucro “socialista”, ovvero che le contraddizioni insite nel capitalismo in forma privata sono le stesse del capitalismo di stato, in questo scenario contraddizioni più blande  grazie all’assorbimento del ciclo economico di un’economia pianificata, ovvero il limitare il danno causato da sovra-produzione, sottoconsumo, sovrainvestimento, sovracapacità, sproporzione, e caduta del saggio del profitto. In Russia, il terremoto della perestrojka muove contro il vecchio mondo dei privilegi della burocrazia stalinista per creare le condizioni di una apertura verso il libero mercato apertura che amplificò le contraddizioni dissimulate sovietiche coperte da un fitto velo di burocrazia dovuta dallo stesso iper centralismo che impediva un’offerta conforme alla domanda aggregata, sottostimando per lo più i bisogni dei cittadini sovietici sacrificandoli per l’insensata campagna d’armamento frutto della concorrenza tra nazionali che portarono alla stessa misura di Gorbacev, ovvero alla pietra tombale per la già mal messa economia sovietica, ora lasciata alla mercee del mercato libero senza alcuna esperienza, come la sua corrispettiva tedesca nella visione illusoria di superare ancora una volta le economie tedesca, giapponese, cinese e americane, dalle quali il distacco era diventato abissale.

 Ma è la storia, la cronaca del determinarsi dei bruti eventi che si incarica di distruggere le fragili impalcature delle false ideologie. Quanto di tragicamente dirompente sta avvenendo nella Russia post-stalinista, la devastante crisi economica che minaccia di sfasciare l’impero percorrendo le sue province da est a ovest, dal Baltico al Caucaso, altro non è che il manifestarsi delle contraddizioni economiche che non hanno risparmiato, dopo quello occidentale, il capitalismo di stato.L’economia russa, al pari di qualsiasi economia capitalistica ha subito l’effetto incrociato della bassa produttività con l’alta composizione organica del capitale. Caduta del saggio del profitto, rallentamento degli investimenti produttivi, inflazione e disoccupazione hanno completato il quadro. Così come per un intero ciclo di accumulazione il capitalismo di stato ha rappresentato, coprendolo, lo sviluppo contraddittorio del capitale, così oggi quello stesso capitalismo di stato accelera e ingigantisce le contraddizioni giunte a maturazione. Ogni altro approccio agli avvenimenti russi è destinato all’inevitabile fallimento.*”””

  • L’economista sovietico Ovsij Liberman (ideatore del così detto “decentramento pianificato”) aveva individuato il problema dell’estremo centralismo dell’economia dirigista già negli anni ’60, quando propose di concedere maggiore autonomia alle imprese e, in particolare, di permettergli di fissare la produzione in funzione degli ordini ricevuti e non degli obiettivi fissati dal regime così da non cadere comunque in alcuna disgiunzione macroeconomica sui rapporti domanda – offerta: questi non seppe affermarsi ai vertici del partito, troppo presi dalla competizione internazionale e dai loro esclusivi privilegi, così la sua teoria cadde nell’oblio finchè due economisti, Hahnel e Michael, con il loro libro rivoluzionario “L’economia partecipativa”  rimettono in gioco la teoria di Liberman e la teoria dell’autogestione, targata precedentemente come utopia o confusa con lo pseudo capitalismo di stato jugoslavo formando un modello d’organizzazione aziendale e, in parte, macroeconomico, tutt’ora bersaglio di speculazioni e studi.

 

*‘da prefazione all’edizione ucraina de “La fattoria degli animali” , 1947, George Orwell

*”da lettera del 1937, Leon Trotsky 

*”’ da  Saggi sulla teoria del valore di Marx, Isaac Rubin

*”” da “Dialogato con Stalin” e “Sul filo del tempo”, 1952,  Amedeo Bordiga

*””’ da lo scritto “La lotta contro il fascismo deve cominciare con la lotta contro il bolscevismo” su  “Living Marxism (La Bataille socialiste)“, anno IV, n° 3, settembre 1939, Otto Ruhle 

*””” da Corrente Comunista Internazionale, 1998, Fabio Damen

 

 

 

3) CONCLUSIONE

Tutto il  processo di pensiero di Marx intercorre e rimbalza tra posizioni libertarie e meno libertarie (non oso chiamarle autoritarie o centraliste per la realtà dei fatti), come la palla su un tavolo di calcio Balilla contesa dagli attaccanti nel centro di questo: non si può vedere in Marx una posizione fissa, libertaria o meno, come la vedono marxologi come Lehning (per la quale i Manoscritti del ’44, La guerra civile in Francia del ’71 e il Manifesto  del ’72 sono opere “estranee” ai concetti marxisti) o Rubel, per la quale Marx nonostante le sue incertezze è libertario sostenendo che negli scritti del ’71 e ’72 Marx raggiunge lo zenit, la sua forma definitiva. Si possono solo  avere due certezze: Marx non avrebbe mai accettato il capitalismo di stato applicato, e il marxismo di tendenza libertaria parte proprio da quegli scritti per conciliare fruttuosamente in spirito antidogmatico le visioni economiche della società futura di Marx nel campo di ricerca libertario, una rinascita marxista che abbandona le stesse teorie economiche applicative semplicistiche o contradditorie per una nuova visione d’insieme.

 Con questo, finiamo la prima (e, forse, l’unica) trilogia sulle contraddizioni in seno al movimento socialista,  lasciandovi con una parte della lettera che Natalia Sedeva, la moglie di Leone Trotzkij, indirizzò al Comitato Esecutivo della IV Internazionale

Compagni,
sapete benissimo che io non ero più d’accordo politicamente con voi da cinque o sei anni, dalla fine della guerra e anche prima. La posizione che avete preso sugli importanti avvenimenti degli ultimi tempi mi mostra che invece di correggere i vostri errori precedenti, persistete in essi e anzi li approfondite. Sulla strada che avete imboccato siete arrivati a un punto in cui non mi è più possibile restare in silenzio e limitarmi alle proteste in privato. Ora, devo esprimere pubblicamente le mie opinioni.
Mi sento obbligata a fare un passo per me grave e difficile, e non posso che dispiacermene sinceramente. Ma non c’è altra via. Dopo molte riflessioni ed esitazioni su di un problema che mi ha profondamente addolorata, devo dirvi che non vedo altra via che quella di dire apertamente che i nostri disaccordi non mi permettono più di rimanere oltre nei vostri ranghi.
Le ragioni di questo mio atto definitivo sono conosciute dalla maggior parte di voi. In questa sede non le ripeto se non per coloro ai quali esse non sono familiari, non interessando altro che le divergenze fondamentali, essenziali e non le divergenze sulle questioni di politica quotidiana a quelle collegate o da cui conseguono.
Ossessionati da formule vecchie e sorpassate, voi continuate a considerare lo Stato staliniano come uno Stato operaio, lo non posso e non voglio seguirvi su questo punto. Dall’inizio della lotta contro la burocrazia usurpatrice, Trotzkij ripeté praticamente ogni anno che il regime sì spostava verso destra, date le condizioni di ritardo della rivoluzione mondiale e del sequestro di ogni posizione politica in Russia da parte della burocrazia. A più riprese, egli sottolineò che il consolidamento dello stalinismo in Russia comportava un deterioramento delle posizioni economiche, politiche e sociali della classe operaia e il trionfo di un’aristocrazia tirannica e privilegiata. Se questa tendenza continua, disse, la rivoluzione si esaurirà e il capitalismo sarà restaurato. Purtroppo, è ciò che avvenuto, sebbene sotto forme nuove e inattese.
Non c’è nessun altro paese al mondo in cui le idee e i difensori autentici del socialismo siano perseguiti in modo così barbaro. Dovrebbe essere chiaro a chiunque che la rivoluzione è stata completamente distrutta dallo stalinismo. Tuttavia voi continuate a dire che, sotto questo regime inaudito, la Russia è ancora uno stato operaio. Lo stalinismo e lo Stato staliniano non hanno assolutamente niente in comune con uno Stato operaio e con il socialismo. Quelli sono i più pericolosi nemici del socialismo e della classe operaia.
Oggi voi ritenete che gli Stati dell’Europa orientale sui quali lo stalinismo ha posto il suo dominio durante e dopo la guerra siano anch’essi Stati operai. Ciò equivale a dire che lo stalinismo ha avuto un ruolo socialista rivoluzionario, lo non posso e non voglio seguirvi su questo punto. Dopo la guerra e anche prima che terminasse, in quei paesi ci fu un movimento rivoluzionario montante delle masse. Ma non furono le masse che si impadronirono del potere e non furono Stati operai quelli che sorsero dalle loro lotte. Fu la controrivoluzione staliniana che si impadronì del potere, riducendo quei paesi alle condizioni di vassalli del Cremlino, strangolando le masse lavoratrici, le loro lotte rivoluzionarie e le loro aspirazioni rivoluzionarie.
Ritenendo che la burocrazia staliniana abbia edificato Stati operai in quei paesi, le assegnate un ruolo progressivo e persino rivoluzionario. Diffondendo questa mostruosa contro-verità, negate alla IV Internazionale ogni fondamentale ragione d’essere come partito mondiale della rivoluzione socialista. Nel passato noi abbiamo sempre considerato lo stalinismo come una forza controrivoluzionaria in ogni senso del termine. Voi non lo fate più, ma io continuo a farlo.
(…) So benissimo che dite spesso che voi criticate lo stalinismo e lo combattete: ma il fatto è che la vostra critica e la vostra lotta perdono il loro valore e non possono dare risultati perché sono determinate dalla vostra posizione di difesa dello Stato staliniano e subordinate a quest’ultima. Chiunque difenda quel regime di oppressione barbara, abbandona, indipendentemente dalle sue intenzioni, i principi del socialismo e dell’internazionalismo.
Nel messaggio che mi è stato inviato dall’ultimo congresso del S.W.P. [Socialist Workers’ Party, il partito trotskista degli USA che durante la seconda guerra mondiale deteneva la maggioranza del Comitato Esecutivo della IV Internazionale — n.d.r.] è scritto che le idee di Trotzkij continuano a guidarvi. Devo dire che ho letto queste parole con molta amarezza. Come avete potuto constatare da quanto ho scritto, non vedo quelle idee nella vostra politica, lo ho fiducia in quelle idee. Resto convinta che la sola via d’uscita alla situazione attuale sia la rivoluzione socialista, l’auto-emancipazione del proletariato mondiale.

0 Replies to “IL CASO DEL CAPITALISMO DI STATO”

  1. Italian English

    In primo luogo, in modo da evitare l’isolamento I buoni lavoratori e rivoluzionari del mondo a farmi visita in modo da essere miei ospiti in questa prigione cella alcuni chiamano l’America che io chiamo anche uno “stato di polizia”. Perché è meraviglioso pensare che qualcuno in America vorrebbe uccidere me e la mia unica alternativa è quella di scegliere piacevole compagnia me stesso se lo si può trovare. Lenticchie e zuppa di fagioli? Caffè e tè?

    Poi ci sono molti tipi di “stati di polizia”, ​​ma pertinenza o meno si tratta di una discussione, forse per un’altra volta, come oggi ci discuto Marx, Lenin e Stalin.

    1. Quello che i detrattori di Marx, Lenin, Stalin e sembrano dimenticare è che ogni nel loro contesto di tempo rispondere a necessità di applicazioni pratiche delle teorie rivoluzionarie e socialiste. Rivoluzionaria e socialista che in genere sono esistite nel contesto non scientifica a lungo prima di Marx, Lenin e Stalin, dove i Papi affermano di opporsi “i mali” il capitalismo e il socialismo.

    2. Quello che i detrattori di Marx, Lenin, Stalin e ciascuno nel loro contesto di tempo dimenticano è che Marx, Lenin, Stalin e rappresentano le risposte contemporanee per i loro tempi in ciò che è rilevante oggi che sono cresciuti fuori delle lotte di forma da eccetera:
    un. le persone che lavorano a livello internazionale tentando in azione per promuovere e proteggere i loro diritti come il commercio del sindacato dei lavoratori contadini artigiani etc.

    b. lavori che hanno condotto fino alla Prima Internazionale e la Comune di Parigi, gli attacchi su di esso, e in seguito al crollo della Comune di Parigi, la risposta ad un tradimento dei lavoratori dalla borghesia imperialista elite del mondo

    c. La liberazione della classe operaia russa e la gente ed il Partito Operaio Socialdemocratico Russo

    d. Le invasioni e attacchi contro la Russia sovietica seguenti sua creazione

    Per Marx, Lenin e Stalin. non è venuto all’esistenza per mezzo di un vuoto, ma alla ricerca di soluzioni reali a causa dei problemi reali di crimini decadenza e corruzione che esistono come parti integranti del capitalismo perché non esiste una cosa come “capitalismo clientelare”. Crony il capitalismo non esiste! Gli stessi difetti marcati capitalismo clientelare esisteva molto prima etichetta terminologia “capitalismo clientelare” come i salari capitalismo una guerra psicologica senza fine contro chi lo contesta.

    Il capitalismo non ha futuro! “I ricchi diventano sempre più ricchi ei poveri sempre più poveri!”.

    Omicidi a noleggio come in Murder Inc. sono imprese capitalistiche. spacciatori e trafficanti sono capitalista. mercanti di schiavi sono capitalista e indipendentemente da ciò che il capitalismo mantiene come legale o illegale rende mi riferisco alle parole di un famoso capitalista italiano-americano.

    Per Alphonse Capone giustamente ha dichiarato: “il capitalismo è il legittimo impresa economica penale della classe dirigente” (tradotto dal americana in cui la parola “rac-cato” è stato utilizzato invece di “impresa economica criminale”.

    Infine in questa breve sinossi metto a confronto il centralismo democratico di leninista e stalinista modelli il miglioramento delle versioni democratici di organizzazioni militari che erano i prodotti del loro tempo e la necessità oggi come allora per la precisione militare.

    Dove i modelli democratici liberali sono stati progettati non per i lavoratori, ma per le élite che perpetuano classe operaia frammentazione nelle politiche controrivoluzionarie elitarie del divide et impera, mentre il controllo sul servizio civile, gestione aziendale, forza lavoro, la polizia e l’esercito è trattenuto da loro.

    Dove ipocriti senza cervello raccontano la classe operaia fare come non diciamo come noi.

    ——————————————————

    First so as to avoid isolation I the good working people and revolutionaries of the world to visit me so as to be my guests in this prison cell some call America that I call also a “police state”. For it is wonderful to think someone in America would love to kill me and my only alternative is to choose pleasant company myself if it can be found. Lentil and bean soup? Coffee and tea?

    Next there are many types of “police states” but relevantly or not it is a discussion perhaps for another time as today we I discuss Marx, Lenin, and Stalin.

    1. What the detractors of Marx, Lenin, and Stalin seem to forget is that each in their context of time respond in need for practical applications of revolutionary and socialist theories. Revolutionary and socialist that generally have existed in the unscientific context long before Marx, Lenin, and Stalin, where the Popes claim to oppose “the evils” capitalism and socialism.

    2. What the detractors of Marx, Lenin, and Stalin each in their context of time forget is that Marx, Lenin, and Stalin represent responses contemporary for their times in what is relevant today in that they grew out of the struggles of, form by et cetera:
    a. working people internationally attempting in action to advance and protect their rights like trade union workers peasants artisans etc.

    b. work leading up to the First International and the Paris Commune, attacks on it, and following the collapse of the Paris Commune, response to a betrayal of the working people by the imperialist bourgeoisie elite of the world

    c. The liberation of the Russian working class and people and the Russian Social Democratic Labour Party

    d. The invasions and attacks upon Soviet Russia following its creation

    For Marx, Lenin, and Stalin. did not come into existence by means of a vacuum, but in search for real solutions due to the real problems of decadence crimes and corruption that exist as integral parts of capitalism for there is no such thing as “crony capitalism”. Crony capitalism does not exist! The same defects labeled crony capitalism existed long before terminology label “crony capitalism” as capitalism wages an unending psychological war against those who oppose it.

    Capitalism has no future! “The rich get richer and the poor get poorer!”.

    Murders for hire as in Murder Inc. are capitalist enterprises. Drug dealers and traffickers are capitalist. Slave traders are capitalist and regardless of what capitalism retains as legal or makes illegal I refer back to the words of a famous Italian-American Capitalist.

    For Alphonse Capone rightly stated “capitalism is the legitimate criminal economic enterprise of the ruling class” (translated from the American where the word “rac-ket” was used rather than “criminal economic enterprise”.

    Lastly in this brief synopsis I compare the democratic centralism of Leninist and Stalinist models as improved democratic versions of military organizations that were products of their times and the need then as now for military precision.

    Where the liberal democrat models are designed not for workers but for the elites who perpetuate working class fragmentation in the elitist counter-revolutionary policies of divide and conquer while control over the civil service, corporate management, work force, police and the military is retained by them.

    Where brainless hypocrites tell the working class do as we say not as we do.

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