Hassan Rouhani, Presidente della Repubblica Islamica d’Iran

 

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Hassan Rouhani, del Partito della Moderazione e dello Sviluppo, è stato eletto venerdì scorso Presidente della Repubblica Islamica d’Iran, col 57,13%

Il “Gorbacjov di Persia”, come è stato definito popolarmente dalle ali più conservatrici e più filo-socialiste dell’Iran, Hassan Rouhani, è diventato, per suffragio universale, il Presidente della Repubblica Islamica d’Iran. Questo personaggio ebbe un ruolo marginale nella rivoluzione Islamica del 1978-1979, durante la quale seguiva gli ideali dell’Ayatollah Khomeini, via via liberalizzandosi fino ad ottenere la carica presidenziale nel 2013, confermata con le elezioni di venerdì scorso. Il Partito della Moderazione e dello Sviluppo, però, è all’interno dell’erede effettivo del Partito della Repubblica Islamica, cioè l’attore della Rivoluzione, ossia la Associazione dei Chierici Militanti, entro la quale tutti i partiti Iraniani devono conformarsi, e dunque comprendendo un’area tra il neoliberalismo, come quella di Rouhani, e un conservatismo islamico rappresentato dal suo principale concorrente, Ebrahim Raisi, che invece sostiene di appartenere ideologicamente solo all’ACM, il quale ha ottenuto il 38,30% dei voti validi. Raisi, fervido sostenitore della segregazione femminile, asserisce inoltre di voler islamizzare fortemente le scuole e le Università illegalizzando la “cultura Occidentale” e soprattutto inserendo una censura su Internet. Dall’alto dell’ideologia conservatrice che caratterizzò la Rivoluzione Islamica, conferma inoltre la linea originaria dell’economia autarchica e basata sui consumi interni, mentre per le relazioni internazionali, propende per una politica osteggiatrice degli Stati Uniti e soprattutto con Israele, che peraltro non viene riconosciuto nemmeno da Rouhani.

Gli altri due candidati, di destra islamica liberale, Mostafa Mir-Salim del Partito della Coalizione Islamica e Mostafa Hashemitaba del Partito per l’Esecuzione della Costruzione hanno ottenuto rispettivamente l’1,16% e lo 0,52% dei voti validi, ossia il 73,10% degli aventi diritto (41.22.131 su 56.410.234).
Come nel 2013, hanno votato anche le donne, e una donna in particolare é stata il caso emblematico di queste elezioni.

La giornalista Azam Taleghani, editrice di un influente settimanale di Teheran, ha infatti tentato la candidatura col suo Fronte per le Donne della Rivoluzione Islamica, venendo tuttavia invalidata dal Consiglio Guardiano, che si occupa dell’eleggibilità dei candidati e dell’ammissibilità delle leggi secondo i precetti sciiti, facendo divenire questo consiglio di 12 persone il più importante organo legiferativo-giudiziario persiano. Armata di un vocabolario, la settantaquattrenne Taleghani, a sua volta parlamentare dal 1980 al 1984, dal 1990 tenta la candidatura, levando come argomentazione l’ambiguità della legge islamica che prevede la prerogativa maschile alla carica presidenziale, asserendo che in persiano lo stesso termine significa pure “capacità organizzative”, cosa che lei stessa dimostra pubblicando un settimanale diffuso.

In Iran temono parecchi che il riformismo liberale filoccidentale del “Gorbačjov di Persia”, locuzione coniata dall’opposizione e addirittura da qualche suo collaboratore, possano portare l’Iran al tracollo politico, ed economico, a causa di un’eccessiva disposizione con gli Stati Uniti, che così si vedrebbero aperta una nazione orgogliosamente loro oppositrice, senza contare le innumerevoli ricchezze del suolo persiano.

– Compagno Emanuele

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