Golpe o Rivoluzione?

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A detta di molti socialdemocratici, anche con la loro nuova denominazione di “socialisti democratici”, e riformisti, la rivoluzione, ponendo ad esempio quella d’Ottobre o la Comune di Parigi, non è altro che un colpo di stato ai danni della Repubblica Democratica. Si confondono infatti i colpi di stato (una minoranza che sostituisce un’altra minoranza) con le rivoluzioni (la maggioranza che spodesta la minoranza). Da ciò, la presa del potere con la forza è necessaria nella stessa misura in cui il potere si mantiene con la forza: senza andare a rievocare gli spettri del suicidio antibolscevico dell’Italia liberale, possiamo vedere l’attività coercitiva dello Stato ogniqualvolta viene contestato o messa in discussione la sua sovranità.

Ora, chiarito il fatto che lo Stato opprime (vedasi la polizia che manganella la popolazione a Torino, l’esercito permanente in funzione antisovversiva, tutte manifestazioni del fatto che lo Stato attuale basa il proprio potere sull’oppressione), rimane da capire per chi opprime.
Andando a sfogliare le ultime leggi, le ultime teorie economiche propinate attraverso l’alta amministrazione pubblica, lo Stato favorisce gli strati alti della classe possidente, ovvero grandi industriali, grandi azionisti, alti manager, banchieri e amministratori delegati. Questi chi sono, se non l’alta borghesia del secolo scorso, l’attuale classe dominante? E chi sono gli oppressi, che definizione diamo a questi dominati, se non i lavoratori, con sempre meno diritti, i disoccupati, gli studenti?

Con questo, abbiamo uno Stato che è un mezzo, un veicolo dell’oppressione di una classe sempre più ristretta, sull’altra, la stragrande maggioranza della popolazione, vale a dire circa il 97-99% della popolazione totale. Quindi, se lo Stato è il mezzo dell’oppressione armata di una classe sull’altra, le elezioni rappresentative non possono e non devono sconvolgere l’equilibrio schiacciante che è venuto a crearsi in secoli di lotte contro l’aristocrazia per l’affermarsi del dominio borghese. Pertanto, un qualsiasi affidamento a mezzi borghesi per l’istituzione del socialismo, ovvero del sistema socioeconomico antitetico a quello attuale, è un controsenso e una deviazione dalla via rivoluzionaria, e non golpista, da intraprendere per la collettivizzazione del potere. Storicamente, i partiti operai/socialisti/socialdemocratici sono saliti al potere una volta depurate le istanze che potevano destabilizzarlo, divenendo un nuovo mezzo della borghesia. Guarda caso con l’approvazione da parte degli alti gradi nei partiti socialisti dei motivi bellici nazionalisti contro l’interesse internazionalista rivoluzionario del proletariato, nel 1914. Un esempio è il socialdemocratico Ebert, che appena eletto soppresse nel sangue la Rivoluzione Spartachista in Germania per ben due volte.

A sua volta si sostiene, da parte dei socialdemocratici, che l’uso della forza renderebbe assimilabile lo sforzo rivoluzionario contro l’oppressione del popolo, alla reazione fascista, o comunque conservatrice dell’ordine costituito, definibile quindi come movimento “reazionario”. L’Italia liberale, evocata all’inizio del testo come suicida nei confronti del fascismo, in realtà si è evoluta proprio in questo: i piccoli proprietari, direttamente minacciati dalle collettivizzazioni operaie e dai primi Soviet in Emilia e nella val d’Arno del 1918-1919, si sono armati, facendo leva sulle frange militarizzate e crumire del proletariato, disposte a continuare a lavorare a discapito degli scioperi e della lotta sempre più armata che prendeva le forme di rivoluzione. La stessa piccola borghesia iniziò a proletarizzarsi semi-coscientemente sostituendo la stragrande maggioranza dei lavoratori scioperanti e manifestanti nelle industrie dell’alta borghesia e nei servizi statali.

Questa situazione “d’emergenza”, si è però resa permanente: se lo Stato liberale faceva uso della violenza spregiudicata solo temporaneamente sulle classi subalterne per difendersi dal pericolo della sua sovversione ed eliminazione, col fascismo l’esasperazione delle classi possidenti al pericolo scampato di rivoluzione plasmò essa stessa lo Stato: si ha quindi la Marcia su Roma, esempio di come il fascismo da movimento reazionario temporaneo rispetto al potenziale rivoluzionario innescato dall’Ottobre sovietico sia poi tanto permeato nella struttura dello Stato e nella psicologia della classe possidente.

Pertanto, qualsiasi assimilazione dell’oppressione dello Stato, sia essa temporanea come ora o permanente come nel fascismo, alla violenza libertifera della rivoluzione popolare accostata superficialmente dai socialdemocratici è, oltre ad essere dannosa per i lavoratori, orientati in un’illusione controproducente per la riuscita delle rivendicazioni di libertà avanzate all’Oppressione, deleteria per la stessa riuscita delle politiche socialiste.

Per ottenere una solidità sicura delle rivendicazioni, non si deve ottenere dall’alto delle elargizioni temporanee, ma ottenere e rinsaldare il diritto dalla libertà appropriandoci noi stessi dell’erogazione del diritto, così da renderlo veramente dell’Uomo.

del Compagno Emanuele

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