Gli opportunisti del marxismo e la conciliazione tra le classi

Oggigiorno ci viene propinata l’idea che l’imprenditore sia una figura fondamentale e che senza di esso non potrebbero funzionare le fabbriche e tutti quanti i mezzi di produzione.

Si dice che senza il capitalista generico il lavoratore non è nulla, che bisogna conciliare le classi dominanti e subalterne per ottenere un benessere comune. Coloro che la pensano in questo modo nell’ambiente della sinistra socialdemocratica si definiscono opportunisti ed hanno la tendenza storica a rinunciare alla difesa conseguente dei diritti dei lavoratori e all’ideale rivoluzionario presentatasi all’interno del movimento operaio. Essa è dovuta alla formazione di un’aristocrazia massiva e alla penetrazione di idee borghesi e piccolo reazionari all’interno dei partiti socialdemocratici.
Gli esponenti più famosi dell’opportunismo furono coloro che, ingannati da una presunta possibilità di transizione pacifica al socialismo attraverso il sistema parlamentare, acconsentirono a compromessi con le classi reazionarie al potere sia sui problemi economici che sulle libertà democratiche (K. Kautsky, E. Bernstein, E. Millerand).
La stessa politica sulla sfera pubblica usata da questi socialdemocratici tedeschi nell’immediato dopoguerra sono a torto o a ragione assimilati dalla Luxemburg ai peggiori anarchici, per cui azioni come lo sciopero erano un atto volontaristico, quando, invece, per la socialista polacca lo sciopero di massa non poteva essere una rimedio universale fatto alla buona, ma una realtà specifica, quella della Massenstreik.
Il rimprovero della Luxemburg a ciò che il partito faceva alle “tendenze di sinistra” (il volontarismo combinato con il ragionamento disgiunto dalla dinamica strutturale storica, mitizzando lo strumento dell’azione di massa come astrattismo) interessa anche le correnti riformiste (deviazioni di destra), quelle che lo riducevano ad extrema ratio nell’ottica della contrattazione gradualista e che si permettevano di pianificarlo per non intralciare il percorso economico.

Si può considerare tatticamente sbagliata la posizione pacifista di Luxemburg, ma deve essere chiaro che nel caso della mozione Jaurès-Hardie lo «sciopero generale contro la guerra» è una dimostrazione politica decisa dai partiti e dai sindacati, quindi qualcosa di molto diverso dal Massenstreik della Luxemburg, che è invece un processo rivoluzionario non predeterminabile che sorge dalle viscere della classe.
Per come era inteso dal pacifismo umanitario e riformista lo «sciopero generale» era un atto volontaristico, che presupponeva una visione ottimistica dello sviluppo storico e della capacità d’intervento delle organizzazioni e delle masse operaie in caso di guerra; per Luxemburg, invece, lo sciopero di massa non poteva essere una panacea.

Con ciò ci avviciniamo alla sostanza del problema: la critica di Luxemburg all’anarchismo e la specificità del Massenstreik.
All’anarchismo Rosa rimprovera, in sintesi, il volontarismo combinato con il ragionamento che prescinde dalle concrete circostanze storiche, quella che può dirsi una concezione mitica dello sciopero generale, che si esprime in una teoria «sindacale» della rivoluzione. Non si tratta di critiche originali, né qui interessa entrare nel merito della validità e della universalità delle considerazioni dell’autrice. Interessa, invece, evidenziare il colpo offensivo portato alle correnti riformiste, sia a quelle che di sciopero di massa neanche volevano discutere (e che erano inclini a elaborare una specifica «teoria del sindacalismo» distinta da quella socialdemocratica) sia a quelle che lo riducevano a estrema risorsa per la difesa dei presupposti della prassi gradualista. Questi due erano i veri avversari, rispetto ai quali era funzionale la critica dell’anarchismo. L’originalità del discorso della Luxemburg è nel rovesciare su quegli avversari la tradizionale critica di metodo fatta all’anarchismo: «i poli apparentemente opposti non solo non si escludono vicendevolmente, ma, come sempre, si condizionano anche e nello stesso tempo si completano l’un l’altro».

In quest’era di liberalismo l’idea che i proletari sappiano gestire un qualsiasi mezzo di produzione senza il padrone appare ridicola e fantascientifica, ma a sostegno della collettivizzazione e dell’ autogestione del proletariato porto un estratto di un articolo di Gramsci del Ordine Nuovo:

Nel periodo di occupazione e di gestione operaia diretta il livello della produzione fu più elevato del periodo precedente, caratterizzato dalla reazione capitalista dopo lo sciopero dell’aprile 1920.
Nel periodo successivo all’occupazione – in cui il controllo operaio e il potere dei consigli di fabbrica raggiunsero il massimo di efficienza – la produzione della Fiat balzò da 48 vetture giornaliere a 70. Ma gli industriali passarono all’offensiva contro i consigli e contro i comunisti. Le conseguenze furono disastrose: il livello di produzione calò fino a 15 vetture giornaliere.

Questa breve introduzione ad un processo teorico ancora in circolo, con i suoi Albert e i suoi Jossa, propone una riflessione ai lettori: il ruolo determinato della figura dirigenziale è rappresenta davvero il fondamentale nell’ecosistema industriale ed economico?

Compagni Vincenzo ed Elia

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