Gli anglicismi come lessico élitario

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È ormai di largo uso l’inserimento di parole inglesi nel vocabolario italiano, come denuncia il Devoto-Oli, ma ciò produce inevitabilmente una forte restrizione delle parole comprensibili ai più, consentendo quindi la creazione di una vera e propria lingua parallela, usata dall’élite industriale e amministratoriale, proprio per questo scopo: confondere le idee ed evitare reazioni da parte di un’opinione pubblica affascinata dagli esotismi britannici.

Parole come bond, commodity, asset, assolvono benissimo allo scopo di confondere, per lucrare, con una vera e propria neolingua: evocano, quando si tratta di radici proprie germaniche, immagini oscure ma al contempo rassicuranti, con quell’armonia vocalica specifica dell’inglese, anche maccheronizzato. Questo “itanglese”, inoltre, è il mezzo per far immaginare, data la grande quantità di radici latine storpiate rispetto all’originale, o comunque con un significato diverso rispetto all’assonante italiano, l’interlocutore o lo spettatore, investito da una raffica di persuadenti parole. Un chiaro esempio è proprio nella più vasta applicazione di questa lingua degradata dall’italiano: il favoloso mondo dell’economia e della finanza, dove già si ha una conoscenza minore rispetto ad altri campi. Il latinorum moderno, come quello usato dal manzoniano Don Abbondio per confondere Renzo circa il matrimonio, si basa sullo stesso meccanismo; l’autorevolezza di questi personaggi “che hanno studiato”, gli stessi illusi nella crescita eterna della bolla finanziaria degli anni Novanta, esplosa nel 2007 e di cui si hanno ancora ripercussioni.
Puro artificio, tanto da far ritenere all’inizio del decennio scorso di poter far esistere un’economia finanziaria distaccata da quella fisica di sfruttamento-produzione-commercio, e di poter quindi generare denaro dal denaro, in una magica capacità autoriproduttiva senza passare dalla fecondazione del lavoro.

Un castello di carte crollato su sé stesso dall’eccessiva costruzione su fondamenta limitate: la crisi arriva inevitabile per distruggere il capitale in eccesso, e liberare il ciclo produttivo dai suoi stessi prodotti. E così le svendite, i saldi esagerati, l’imposta necessità di convertire la merce invenduta in denaro, pur di smantellarla, in un circolo vizioso che coinvolge poi la disoccupazione crescente, atta ad abbassare ancora il valore del lavoro così da aumentare il plusvalore.

Il linguaggio di quest’economia masochista è dunque lo stesso di dove è nata: l’Inghilterra, trasferito poi alla sua colonia principale, gli Stati Uniti, tali da avere il potere di assogettare economicamente la madrepatria. La sua piovra imperialista, vera motivazione dell’utilizzo dell’inglese come lingua internazionale, e non lo specchietto della lingua più semplice, un’affermazione sbagliata viene impartita fin dai primi giorni di studio di questa disciplina, perpetra dunque al mondo il suo studio imposto.

No all’inglese come mezzo d’oppressione, un utilizzo contrario all’internazionalismo rivoluzionario di parità tra ogni nazione, sia grande o piccola.

— Compagno Emanuele

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