Da Tel Aviv a Gerusalemme. Il trasferimento di un’ambasciata scaturisce un Casus Belli.

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Fa scalpore la decisione sugli affari esteri degli Stati Uniti di trasferire la sede dell’ ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.
Gerusalemme si sa, è uno dei simboli dell’interminabile e apparentemente irrisolvibile contesa tra Israele e la Palestina, nonché, a voce dei guerriglieri dell’FPLP, la capitale del futuro stato liberato.
Infatti l’ONU non ha mai voluto riconoscere la città come capitale dello stato di Israele, e le ambasciate e gli organi istituzionali internazionali hanno sempre preferito localizzare i loro enti in altre realtà urbane, come appunto Tel Aviv.
In questi giorni Istaele si è trovata al centro della contestazione dei suoi insediamenti in terra palestinese, insediamenti condannati dall’ ONU e che hanno visto una risoluzione votata da 14 stati su 15 votanti.
La votazione si era infatti conclusa con l’astensione, guardacaso, degli Stati Uniti.
L’amministrazione Trump già si era espressa i toni profetici sui furi assetti politici in Medio Oriente, inviando all’ ambasciata israeliana David Friedman, consigliere di Donald Trump durante la campagna elettorale, con l’auspicio di «lavorare instancabilmente per rafforzare l’indistruttibile vincolo tra i nostri due Paesi e far avanzare la causa della pace nella regione”. Rafforzare un vincolo certo già provato in anni e anni di tensioni, guerre e attacchi missilistici, con buona soddisfazione della causa della pace.
A Parigi è stata indetta una conferenza per riproporre una soluzione pacifica a quella che rischia di diventare l’ennesima crisi mediorientale, ignorata sia dal governo israeliano che da quello palestinese. Nessuna pressione sul valore di questo incontro.
La posizione degli USA quindi non cambia il suo assetto dirigenziale, mascherato dalle utopie di pace occidentali avanzate dai sostenitori di questo imperialismo liberale.
Cosa significa quindi ora il trasferimento dell’ ambasciata statunitense a Gerusalemme?
È l’ammissione da parte degli USA della volontà di perseguire una condotta filo israeliana, a prescindere dalle reali necessità di pace e di benessere per i popoli del medio oriente.
Non che questo sia una novità ovviamente.
Ma si tratta di un gesto estremamente significativo all’ interno di uno scacchiere internazionale in posizione di condanna verso gli atteggiamenti espansionistici di uno stato imposto; la mossa diplomatica degli Stati Uniti ben si allontana dai propositi di Pace per i quali l’ONU biasimata dal presidente Trump dovrebbe lottare.
Ma c’è qualcosa di più. Gerusalemme è forse la chiave di volta dell’ arco bellico tra Israele e la Palestina, e quella del trasferimento sarebbe una forte provocazione per i guerriglieri.
In pratica lo spostamento da Tel Aviv a un’area così calda dal punto di vista militare è la pianificazione di un Casus Belli che potrebbe giustificare la scesa in campo diretta degli Stati Uniti contro la Palestina, dal momento che un attacco  (peraltro estremamente probabile per un obbiettivo di tale portata in una zona a rischio)all’ ambasciata può essere considerato come una diretta aggressione allo stato che rappresenta.
Dopo l’astensione da una votazione internazionale con a tema una questione di indiscutibile risoluzione, ora la nuova mossa è chiara: difendere i propri alleati, anche a fronte di un possibile collasso della situazione. “rafforzeremo i legami con i nostri alleati e ci batteremo per la pace in Medio Oriente” ha detto Trump in un comunicato.
Sicuramente è nelle intenzioni imperialiste battersi per la pace, una pace basata sul terrore e sull’annientamenti del nemico: in difesa dell’Impero Romano era la pax romana, un tempo; al giorno d’oggi, in difesa dell’impero del capitale, c’è la Pax Americana.
-Compagno Andrea

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