Bielorussia. L’URSS sopravvissuta e sfigurata

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Sulla Bielorussia si sa quel tanto che dice il trafiletto di mezzo paragrafo del libro di Geografia delle medie. Questo paese, tornato alla ribalta in occasione della mediazione tra i golpisti ucraini e la Russia tanto velocemente quanto l’immediata scomparsa dai media, è spesso considerato, superficialmente, come una «Corea del Nord d’Europa».

Le aziende statali in Bielorussia sono la norma. Nonostante qualche timida e sconfessata apertura al libero mercato occidentale, più volentieri russo, l’economia bielorussa è tuttora gestita in gran parte dallo Stato, che controlla i prezzi, la valuta, la gestione delle aziende, tanto da far dire nel 1994, all’epoca della salita al potere dell’odierno presidente Aleksandr Grigor’evič Lukašenko, di un «socialismo di mercato». Oltre a non conoscere minimamente il socialismo, in cui l’economia non sarebbe gestita in modo dispotico e autoritario come ora, ma dagli stessi lavoratori e lo stato sarebbe ridotto il più possibile, la Bielorussia ha un’indice di decrescita del PIL di circa -1,5%, pertanto non sarebbe nemmeno assimilabile alla Corea del Nord, che invece registra una crescita invidiabile anche in Europa occidentale del +3,9%.

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Il presidente Lukašenko è riuscito infatti a ottenere il potere con una retorica populista ostalgica ai tempi della crisi post-sovietica, che permane tuttora, e ricopre la carica di presidente della Bielorussia da oltre ventitré anni, tanto da valergli il titolo di “ultimo dittatore d’Europa”. Egli è riuscito a plasmare la vita politica e in seguito sociale della Bielorussia attorno alla propria persona, tanto da essere l’erede della burocrazia sovietica, rimasta intoccata a Minsk. Tuttavia, il piano quadriennale varato nel 2016 prevede una modernizzazione generale dell’impianto economico bielorusso con ingenti finanziamenti cinesi e una diminuzione del potere burocratico, eseguendo di fatto un tentativo del capitalismo di stato di rimettersi in pari col capitalismo di mercato. Ciò è un estrema risoluzione della profonda crisi che, nonostante le aspirazioni autarchiche, ha investito la Bielorussia con la stessa forza che nel resto del mondo, e una prova di riallineamento con una Cina ancora rinnegata dai tempi di Chrušjov. Il debito estero bielorusso ammonta infatti a 32,6 miliardi di rubli bielorussi (р), corrispondenti a 13,7 miliardi di euro, ed è aumentato di 2 miliardi nell’ultimo anno, secondo l’esperta Svjatlana Grečulina. Conferma inoltre il fatto che le autorità bielorusse temano una caduta dello standard di vita e un aumento della disoccupazione, attualmente attorno al 2%. «Di conseguenza, il governo continua a richiedere prestiti per fare lavorare le grandi imprese statali. Anche se sono in perdita l’importante è che mantengano il capitale sociale». Sebbene i media locali affermino come sia sempre più vicino un pericolo di fallimento, il Ministro delle Finanze Maksim Jermolovič rassicura che lo Stato continuerà a pagare il debito pubblico.

Un altro aspetto importante sulla Bielorussia riguarda la libertà di stampa e di informazione: il premio Nobel per la Letteratura Svjatlana Alaksandraŭna Aleksijevič, tornata a Minsk nel 2011 dopo una decina d’anni in Europa occidentale fuggita a causa delle intimidazioni da parte della presidenza Lukašenko, avvertiva nel 2015 della situazione dirigista anche nell’informazione, temendo che l’appassionamento per la Bielorussia da parte dei media occidentali si rivelasse, come in effetti è stato, fugace e superficiale. Il bombardamento mediatico di propaganda che ingigantisce il ruolo della Bielorussia e della sua attuale burocrazia agli occhi della popolazione ricorda da vicino i vari elogi all’Unione Europea apparsi per i mezzi di comunicazione l’estate scorsa; per non parlare della stampa, che concorda in massa sulle opinioni e sull’ideologia di Governo, ma i giornalisti bielorussi, al contrario delle loro controparti in occidente, non affermano che le ideologie siano morte, proprio perché il loro stesso Paese si fonda su una continuità ideale con l’URSS, condividendone inoltre il nome dei servizi segreti, KGB.

I servizi segreti, infatti, hanno fatto arrestare, durante il golpe della Majdan, un corrispondente ucraino, tale Pavlo Šarojko, accusato di spionaggio. Ora, le opinioni al riguardo, sia da Minsk che da Kijv, sono discordanti, e non si scenderà in merito, ma risulta evidente il clima diffidente “da Guerra Fredda” sia nei confronti della Bielorussia che verso questa malata imitazione dell’Unione Sovietica.

— Compagno Emanuele

 

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