Bandiera nera su Exarchia, Atene. La culla del mondo occidentale ha covato la nuova ribellione.

Facce stanche, in Grecia, dove mancano i soldi, dove manca il pane, il lavoro…

Dove manca la pazienza.

Il paese, retto ancora dall’ instabile governo Tsipras in tempi di tormenta economica, versa in una situazione di sempre maggiore degrado, sotto la pressione della burocrazia europea che viene a batter cassa.
Inutile dire che, fuori da ogni magia e dalle colorate marce dei liberali europeisti, la culla della civiltà occidentale sta venendo buttata dal bimbo troppo cresciuto.
E insieme alla Grecia, va a picco il suo popolo, colpito dalle violenze economiche e poliziesche, e soffocato dalla massiccia ondata di migranti.

La rumorosa estrema destra greca di Alba Dorata si impegna e si sforza di far coraggio alle proprie politiche, e da tempo ormai scende in campo con le formule semplici e inodorite del “Messia” fascista.

Tuttavia, del vascello che va a fondo, tra chi si attacca alla bandiera stellata dell’UE e chi afferra urlante il vessillo greco, nessuno sembra capire che non è dalle bandiere e dalle sartie che potranno far riemergere lo scafo dall’ acqua.
Come al solito, l’alternativa pare non esserci. I partiti, il parlamento, votiamo il meno peggio, “dieci voti astenuti di persone intelligenti valgono meno del voto di un ignorante”, le norme della convivenza democratica, accetta la nostra libertà.
E non c’è modo di fuggire.
E non c’è modo di fuggire.
Mai.

Ma forse un modo c’è.
Perché quando il popolo perde la fiducia nel proprio governo, quelli che di fiducia nel governo non ne hanno mai riposto, non si fanno cogliere impreparati.
E il quartiere di Exarchia, bolgia infernale dell’ Atene delle bottiglie molotov e gli scontri, tana dei malfattori nella capitale greca, si difende.

La polizia entra con cautela tra le vie dell’abitato, cacciata dall’ostilità dei muri segnati da un’ imperante A cerchiata.
E intimorita dal chiaro ricordo delle fue settimane di insurrezione in cui era esplosa la gente delle case, che aveva lasciato sbigottita polizia e esercito greco per la tenacia della sua resistenza.

Exarchia resiste. Perché resiste? Cosa avviene in queste strade malfamate?
La risposta trova spazio nel container trascinato nella piazza centrale del quartiere, trasformato rapidamente in un chiosco per distribuire cibo e medicinali, o nelle numerose strutture occupate, che ospitano senzatetto e migranti.
Collaborazione e autogestione, quella solidarietà che non cerca né soldi né voti.
Quello che riesce ad avvicinare gli abitanti pare essere proprio questo, la fiducia.
Gli anarchici e l’estrema sinistra hanno collettivizzato (o “occupato abusivamente”, come preferisce dire il sindaco di Atene, il signor Kaminis) numerosi edifici, tra cui una scuola superiore abbandonata che attualmente ospita circa 250 profughi siriani, strappati così dalla strada e dalla criminalità.
La gestione di queste comunità, che ha notevolmente alleggerito i disagi della città in preda all’ istituzionalismo, non ha però trovato alcun genere di supporto da parte del governo.

I sospettosi poliziotti in borghese e gli ispettori che hanno tempo fa avuto sotto controllo la zona, anzi, sono più che infastiditi da questa situazione.
Viene detto che i rifugi del quartiere sono luoghi di degrado, che quella stessa scuola occupata ha problemi strutturali e costituisce un pericolo per la comunità, che quello stesso container in mezzo alla piazza che distribuisce medicine e cibo sia in realtà un punto di spaccio.

È soprattutto sullo spaccio che si concentrano le accuse mirate a Exarchia, sostenendo il nuovo stereotipo dell’ anarchico drogato che si è sostituito a quello del secolo scorso dell’anarchico bombarolo.
L’accusa stride, troppo.
In una zona dove il degrado è norma e istituzione, le comunità autogestite hanno sempre lamentato l’inadempienza della polizia nel combattere il traffico di stupefacenti e la prostituzione minorile, ottenendo in cambio solo che la macchina di governo rispondesse con perquisizioni e sgomberi in quelle stesse comunità.
Ma anche questa condizione sconfortante è stata presa in mano dal gruppo Rouvikonas e da diversi altri compagni di estrema sinistra, che hanno organizzato una vera e propria ronda per combattere questo grave problema di tutta la capitale, in maniera totalmente autonoma e slegata dalla forza pubblica.

In sostanza l’atteggiamento del governo è chiaro: critica, critica e soffocamento di questa realtà popolare.
Infatti, a fronte di calorosi e affettuosi inviti a lasciare gli stabili per la sicurezza degli ospiti, non viene fatto assolutamente nulla per supportare questa soluzione sociale, alternativa all’ inconcludente parlamentarismo greco.
Neppure le lampadine dei lampioni vengono più cambiate dagli operai comunali, e le squadre di polizia sono più preoccupate della repressione politica (senza mai prendere posizioni dirette, a causa della condizione molto delicata in cui è costretto a trovarsi ogni “sbirro” che mette piede nella zona) che della lotta contro la criminalità.

La situazione, da quel lontano 2008 in cui un giovane venne brutalmente assassinato da un agente dando il via alla rivolta, non è cambiata.
Ostilità. Non c’è nessun interesse a una soluzione che distrugga le patetiche e rassicuranti utopie borghesi.

Sono accerchiati dallo stato e dai sussistenti problemi economici, eppure a Exarchia non passano.
È invece da quel quartiere e da quei muri che hanno visto tutto, dalla ribellione ai Colonnelli, fino agli scontri di questo decennio morente, che parte l’urlo, l’urgenza di un’ Umanità Nuova.
Disoccupazione è il pane futuro degli studendi greci, e nonostante gli sforzi per ottenere un titolo di studio, specialmente tra le classi basse e medio basse della popolazione, la possibilità di trovare un impiego appare preclusa, e tra le vittime più dure ad arrendersi, ovvero gli studenti lavoratori delle scuole serali, è diffuso un senso di frustrante esclusione.
La frammentazione del mercato del lavoro nutre il precariato e le attività non retribuite, verso cui chi cerca di inserirsi nel mondo del lavoro viene respinto.

Il popolo non si sente più rappresentato dai propri governanti.

La classe dirigente è poco più di un cielo distante, e la diffusa opinione tra i giovani è che vengano sfruttati solo per preservare l’attuale sistema politico dei partiti.

Una coscienza dura, espressa dalle facce degli abitanti di Exarchia provati dagli scontri, a sostenere la soluzione dei greci, lo slancio ribelle di chi di un ordine istituito non sa più che farsene.

“Gli anarchici usano tutte le tattiche, violente e non violente.
Vogliamo che la gente reagisca con ogni mezzo, dall’ assistenza agli assalti alle banche e al parlamento.”
– il compagno Sagris

E il quartiere reagisce e resiste, con ogni mezzo, i tetti colorati dalle bandiere e dal verde degli orti collettivi.
L’urlo di guerra di chi ha deciso di cambiare tutto, di un amante ribelle che disprezza l’ipocrisia di uno stato che affama la sua gente.

Una storia, come mille, di amore e di lotta.

E come la Grecia, e Atene, è stata la patria della democrazia occidentale…

…ora viene da chiedersi:

Cosa ha ancora da imparare, l’Occidente, dal popolo greco?

– Compagno Andrea Giovanni

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