A VOLTE RITORNANO…ANCHE LE BOMBE

Pochi giorni fa tutte le maggiori testate giornalistiche italiane riportavano sul frontespizio cartaceo dei vari quotidiani a titoli cubitali la scritta “BOMBE AMERICANE IN LIBIA” (non con lo stesso titolo per tutti ovviamente, anche se sfido chiunque a trovar titoli creativi finalizzati alla descrizione di queste situazioni), in cui si dichiarava il coinvolgimento americano nei bombardamenti su Sirte. Infatti il governo di Unità Nazionale Libica di Sarraj con sede a Tripoli ha chiesto l’intervento americano, approvato dal Pentagono, in base a una delibera votata all’unanimità dal consiglio di sicurezza dell’ONU nel quale quest’ultimo si prefiggeva l’intervento contro l’ISIS solo se richiesto dal governo di Unità nazionale. Ora tralasciamo l’ovvietà ed i fatti, per presentarvi un’ analisi telegrafica su fattori apparentemente chiari ma realmente subdoli.

LA FRAGILE SITUAZIONE LIBICA E LE INFLUENZE OCCIDENTALI: Innanzitutto è doveroso inquadrare la realtà geopolitica libica nella sua grande complessità, realtà in cui i protagonisti non sono solo gli enti nazionali ma anche internazionali. La Libia oggi è suddivisa in due “esseri” politici, ovvero il governo di Unità Nazionale con sede a Tripoli guidato da Sarraj e riconosciuto dall’ONU e il governo di Tobruk guidato da Al-Thani e dal Generale Haftar, l’uomo “forte” libico; i due governi, nonostante il nemico comune ovvero l’ISIS e l’obbiettivo medesimo, ovvero riunire i gruppi indipendenti post-Gheddafi sotto una rinata bandiera libica, non si riconoscono a vicenda. Fra le due posizioni il governo di Sarraj gode, nonostante l’appoggio delle tribù di Misurata di una sfiducia maggiore causata da una fragilità politica la quale può essere ovviata solo grazie all’appoggio americano e alla conquista di Sirte , così da compensare la fragilità politica di Tripoli con il proprio potere militare grazie alla conquista della rocca forte dell’ISIS per bloccarle le vie di fuga. Essendo la Libia un agglomerato di tribù è quasi impossibile, come diceva Gheddafi, istituire un governo democratico che riesca a integrare tutte le minoranze libiche; la caduta del leader libico causata dagli interessi economici anglofrancesi che ben prima della morte di Gheddafi, stavano sfruttando i gruppi fondamentalisti che fomentavano la rivolta libica per i propri interessi petroliferi, hanno portato a questa complessa situazione geopolitica, peggiorata ancor più  dalle permanenti influenze occidentali sui rispettivi due governi, in particolare le sempre presenti influenze  francesi e angloamericane. Infatti la situazione bipolare libica ha iniziato una gara al “richiamo di sponsor esteri” realmente impressionante, tanto da destabilizzare la stessa situazione europea che dovrebbe essere unanime sugli obbiettivi internazionali. Per “richiamo di sponsor” si intende l’intreccio di forti relazioni politiche dei due governi con nazioni occidentali e non spinte dai propri fini, coperti solo in parte dall’imperativo di bloccare l’ISIS:

  • Come gli americani, gli inglesi appoggiano il governo di Tripoli come molti altri paesi dell’ONU, solo con una particolare differenza, ovvero che loro sostenevano il governo di Tripoli anche prima del 30 marzo del 2016, quando Tripoli era in mano a un governo separatista guidato dai Fratelli Mussulmani, quindi indirettamente appoggiava gli Jihadisti anche se dietro ad un velo di formalità in cui compariva lo sdegno pubblico per le decapitazioni e un senso quasi di appartenenza alla famiglia delle vittime con la strage della metropolitana di Londra.  Ma questo formale senso d’appartenenza va a “cozzare” col freddo spirito anglosassone per gli affari: infatti quando Tobruk, nonostante le sue contraddizioni, era il governo libico riconosciuto dalla NATO, Londra bloccò miliardi del fondo sovrano libico destinati a Tobruk, alimentando così la situazione di stallo in atto. Infatti per decreto dell’alta corte britannica, la Libyan Investment Authority, aventi beni materiali e immateriali facente capo ad una determinata proprietà (chiamati in italiano “cespiti” ed in inglese “asset” ) dal valore di 67 miliardi di $, non sarebbe stata ceduta a nessuno dei due enti libici pre – marzo 2016 poiché il governo di Sua Maestà non riconbbe la legittimità dei due governi (nonostante la vecchia legittimazione dell’ONU per il governo di Tobruk, ricordando che, allora, in quello di Tripoli sedevano sugli scranni del potere i Fratelli Mussulamani). Cosa ancor più sconvolgente fu che, a presiedere il tutto, c’era il giudice Blair, fratello del più famoso Tony Blair, ex primo ministro britannico e parte in causa nella disputa legale tra governo britannico e Tobruk. Infatti fu lo stesso Tony , quando era primo ministro, a creare la LIA, ovvero l’ente di controllo britannico sulle finanzie libiche in cambio dello sdoganamento di quest’ultima nazione. L’ente, controllato da un consiglio amministrativo formato dallo stesso Blair, oltre che da nomi conosciuti quali Rothschild o Davies, fu fautore della reintroduzione nell’orizzonte libico di entità multinazionali come la British  Petroleum, così da mettere le mani nell’orizzonte economico libico e avvantaggiare la caduta del 2011.
  •  La Francia e l’Egitto sono schierati contro la decisione ufficiale dell’ONU, ovvero sostengono il governo di Tobruk . Infatti le due nazioni hanno intrapreso la strada del doppio gioco, ovvero hanno sostenuto l’insediamento del governo di Tripoli il 30 marzo 2016 continuando ad appoggiare però il governo  di Tobruk. Ciò si può osservare dall’ultimo accaduto in Libia, dove, in un’azione sono caduti tre componenti dei corpi speciali francesi correlati al governo di  Al-Thani; infatti già da tempo era noto che forze speciali francesi ed egiziane stanno conducendo clandestinamente una lotta all’ISIS nelle file dell’esercito del Generale Haftar (le quali vittorie militari che inesorabilmente accrescono la sua fama sono esplicitamente aiutate da influenza internazionali); non riconoscendo il governo di Tripoli, Francia e Egitto puntano ovviamente ai propri secondi fini. Innanzitutto il porsi super partes  della Francia rispetto l’Unione Europea e l’ONU, porta così al duplice effetto della sfiducia francese nei confronti delle Nazioni Unite e della destabilizzazione politica nell’area libica data dal conflitto fra “sponsor internazionali”. Per la Francia ciò vuol dire far ostruzionismo, che comporta ad una divisione permanente della Libia, ovvero ad una realtà fragile e divisa da sfruttare: il diniego francese nel riconoscere la validità del governo di Tripoli non porta così all’unità libica che, per gli interessi nazionali, sarebbe realmente un duro colpo all’economia francese (colpo ampliato dalla paura di un governo forte che nazionalizzi le proprie risorse energetiche). L’Egitto invece cavalca l’onda del volere di Haftar, ovvero consolidare il suo potere nella Cirenaica creando una particolare zona attorno a Tobruk ,obbiettivo degli interessi egiziani che già godono di una certa influenza in Cirenaica. In un paese dove il petrolio decide la guerra, la pace, la vita e la morte dei propri cittadini lo spettro di un governo forte ed unito crea una vera corsa all’ostruzionismo da parte delle altre potenze mondiali, ostruzionismo che porta all’instabilità cronica nazionale, la quale agevola soltanto le milizie del Califfato.

 

 

IL MESSAGGIO AMERICANO: La Libia è sempre stato un tema assai delicato per l’America, infatti l’Amministrazione Obama, che non voleva essere coinvolta nell’intervento del 2011, venne convinta in primis dall’ex segretario Hillary Clinton, in secundis dalla Gran Bretagna e dalla Francia che, spinte dal “progresso”, si addossarono le eventuali conseguenze che potevano sopraggiungere col finanziamento delle milizie islamiche (conseguenze ovvie le quali scoppiarono impetuosamente, rendendosi incontenibili ed incontrollabili per Francia e Gran Bretagna). Inoltre altro fattore che sottolinea la delicatezza della realtà libica è l’attentato del 2012 alla sede diplomatica americana a Bengasi, dove morirono l’ambasciatore Stevens più altre quattro persone; per questo evento la responsabilità è ricaduta sulla stessa Clinton. L’America, dopo cinque anni e il susseguirsi dei fatti correlati, ritorna a bombardare il suolo libico per conto di Tripoli finalizzato a dare un forte messaggio politico ai destinatari più svariati:

  • Ad Assad e a Putin per affermare la loro posizione leader nella coalizione anti ISIS
  • Alla Francia e all’Egitto gli USA vogliono affermare la loro determinazione nel combattere l’ISIS (determinazione ovviamente formale finchè si continua a finanziare indirettamente le organizzazioni e per i motivi scritti al terzo punto), quindi per intimare alle due nazioni di convergere non più su Tobruk ma su Tripoli
  • Alla Turchia per ricordare ad Erdogan che, sul suolo turco ci sono 23 basi militari con testate nucleari, tra cui le basi NATO di Incirlik (base in cui si addestravano i ribelli jihadisti e non in funzione anti-Assad) e di Instambul dalle quali partivano i raid sull’ISIS e dalle quali vennero arrestati i comandanti militari nel periodo post-golpe. Gli statunitensi quindi vogliono intimare a Erdogan di non giocarsi la carta contro l’America e la NATO (visto la denuncia di questi ultimi contro il trattamento turco degli incarcerati, indagati per il golpe fallito) con l’incontro del 9 agosto  col leader russo Putin. La stessa Turchia però, parallelamente, è fautrice assieme agli Americani e ai Sauditi di una nuova ricerca finalizzata al reclutamento di nuovi “combattenti per la libertà” reaganiani, ovvero di nuovi Jihadisti “buoni” in funzione anti Assad e anti Iran.  Questa occasione  infatti è data dalla separazione “consensuale” di Al-Nusra ad Al-Quaeda: già nel 2015  i paesi del Golfo Persico tentarono di attrarre la cellula siriana di Al-Quaeda  con promesse di ingenti finanziamenti e aiuti militari in modo tale da creare una Siria islamica concludendo un nulla di fatto (ovviamente, anche se nella realtà di un “nulla di fatto”, l’accaduto non venne mai citato nei media internazionali, coperto da un velo costituito da interessi internazionali). Ora invece l’organizzazione si è separata consensualmente dalla realtà madre cambiando nome in Jabhat Fatah al-Sham (Fronte della conquista del Levante) ma mantenendo le caratteristiche del corpo madre in modo tale da concorrere all’altra grande potenza jihadista siriana, l’ISIS. Con questa scissione i paesi che già da prima volevano il primato di Al Nusra nei confronti di Al Quaeda puntano solamente a togliere l’ormai ex Al-Nusra dalla BlackList, immacolando così una realtà macchiata di sangue in nomi di “interessi e ragion di Stato”. Allora perché aspettano? Per un semplice quanto essenziale motivo; nonostante i Paesi Arabi abbiano di certo preso i primi contatti, come dice il professore Mortada, non si capisce ancora la struttura interna al nuovo gruppo jihadista, ovvero non si capisce se la scelta di separarsi, ufficialmente dettata dalla debolezza della realtà terroristica, è stata accettata unanimemente da tutti i componenti del gruppo oppure, è stato il frutto di una sovversione interna contro il proprio stesso leader, quindi mantenendo una particolare opposizione (compresa quella dello stesso leader) che deve ancora decidersi sul da farsi, ovvero “pronunciare l’assoluzione e accettare la separazione (improbabile, dato che il danno si estenderebbe anche ad al-Qaida e porterebbe lotte intestine ad al-Nusra, indebolendo il già debole potere di comando di quest’ultimo), avallare la separazione in un secondo momento senza presumere conseguenze (consolidando il comando di al-Nusra), oppure, più probabilmente, rifugiarsi nel silenzio finché la linea tra bianco e nero non sarà definita” (M.Mortada). Quindi, vedendo l’orizzonte che si profila, SEMBRA IMPOSSIBILE CHE QUALCUNO SI OSTINI ANCORA A CERCARE IL LATO “BIANCO E IMMACOLATO” DEI JIHADISTI.

 

 

L’ITALICO INTERESSE:  Dopo quasi ottant’anni noi italiani siamo ancora attratti dal sogno del “posto al Sole”. Infatti la nostra unicità non si smentisce e non si smentirà mai nel corso della storia: questa volta, pensate, siamo riusciti nell’Italica Impresa di appoggiare un governo libico strizzando l’occhio in vista di un futuro prospero all’altro. Noi italiani infatti, mettendo una pietra sopra alla sconfitta del nostro protetto nel 2011 (perdendo sul piano puramente petrolifero) stiamo cercando di riconquistare la Libia masso per masso e goccia per goccia, mantenendo una copertura mediatica che salvaguardia una formalità che, a sua volta, nasconde un’ambiguità senza precedenti. Infatti:

  • L’Italia sostiene Tripoli per i terminali petroliferi dell’ENI a Mellita, zona della Tripolitania; nel caso si verifichi (usando un condizionale la quale funzione sarebbe quella di indicativo presente visto la recentissima notizia, ma smentita, di un intervento dei corpi speciali italiani nell’area di Misurata)   un intervento di terra l’esercito infatti si fermerebbe alla difesa delle basi petrolifere. Questo “possibile” intervento  sarebbe molto sofferto (ecco perché nessuno ne ha fatto parola in Parlamento, col timore di opposizioni ironicamente alla strenua dei neutralisti della Prima Guerra Mondiale)   inoltre, come per  Tripoli, all’Italia fa comodo l’intervento americano poiché è garanzia per la difesa dei propri terminali ( uno dei motivi della solerzia con cui l’Italia ha acconsentito l’uso della base aereonautica di Sigonella).
  • Però, come ogni famosa storia d’amore, l’amante è sempre alle spalle del coniuge, dove, in questo caso, l’amante si chiama Tobruk.  Infatti l’Italia ha stipulato un accordo con il governo di Tobruk per entrare gradualmente in possesso delle stazioni petrolifere in Cirenaica

In poche parole, quando l’Italia potrebbe stabilizzare la situazione in Tripolitania continuando con gli affari petroliferi in modo tale da rinforzare il governo di Sarraj, si preferisce aggiungere un fattore di instabilità futura tra i due governi libici.

L’America, l’Egitto, la Francia, l’Italia, come gran parte del mondo occidentale o orientale, rimangono saldi con gli artigli conficcati nei propri interessi e, com’è giusto che sia e com’è accaduto con Gheddafi,ci si ostina imperterriti  a contrastare l’ISIS non stabilizzando la situazione politica della Libia, situazione che, se stabilizzata, potrebbe portare all’emancipazione nazionale che a sua volta porterebbe di certo alla cacciata delle potenze straniere. In nome di  questo affronto agli interessi nazionali si tace, non vedendo che, nelle possibili conseguenze dell’instabilità politica libica, ci possa essere la fusione di un ISIS sconfitto con uno dei due apparati statali, creando un effetto impossibile da arginare (effetto già creato in passato), ovvero che, col sradicamento della “pianta madre” si avvantaggi il trapianto di eventuali “talee”. Marx diceva che, facendola finita con Dio, di conseguenza si eliminano anche i feticci terreni, ovvero la Società, lo Stato, la Storia ed il Denaro; ed è proprio il denaro che “confonde e scambia tutto […] compra tutto, e ciò costituisce la sua vera potenza”, ora, che decide il futuro di una nazione sostituendosi  a Dio. –Compagno Elia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.