Superando il Realismo Capitalista

Frédéric Lordon propone una teoria delle attuali condizioni soggettive di (im)possibilità per la mobilitazione produttiva delle persone nel quadro delle strategie di valorizzazione e accumulazione del capitale. A sua volta, Mark Fisher valuta il modus operandi del cosiddetto “realismo capitalista”, descrivendone l’impatto depressivo sulle nostre capacità critiche e immaginative e, quindi, sul loro potere di bloccare ogni prospettiva di emancipazione. Propongo di rivedere brevemente gli approcci di entrambi gli autori, evidenziandone i possibili limiti e considerando la loro rilevanza strategica in relazione a un compito urgente. Mi riferisco, concretamente, alla necessità di mappare nuovamente i punti di incoerenza  e possibile rottura del processo di sussunzione delle nostre vite al movimento dispotico del capitale.

In Capitalismo, desiderio e servitù, Lordon identifica le condizioni per mantenere il dominio capitalista nella sua fase postfordista e neoliberista. Oggigiorno, l’allineamento del desiderio collettivo a favore della redditività del capitale assumerebbe caratteristiche totalitarie. Ciò nella misura in cui mira a trasformare l’attività lavorativa stessa, cioè il processo lavorativo, in una fonte intransitiva di piacere e soddisfazione. L’atto di lavorare, cioè di trasferire valore alla merce o assicurare il trasferimento e la realizzazione di quel valore, è promosso ideologicamente come momento di realizzazione personale. Pertanto, non sarebbe più sufficiente mobilitare le persone attraverso il bisogno/desiderio di un salario, diventa essenziale convertire il processo lavorativo in una fonte di felicità in sé.

Esisterebbe quindi una propensione capitalista verso il totale allineamento desiderante della forza lavoro e dei suoi portatori: il lavoro cesserebbe di essere un mezzo per raggiungere piaceri situati in un altro tempo e luogo e diventerebbe invece un oggetto del desiderio a priori (“Prima – mi ha detto un autista UBER – ci lamentavamo perché avevamo poco tempo per le ferie. Adesso dobbiamo essere felici anche solo di avere un po’ di lavoro, perché altre persone non ce l’hanno. Solo di avere la possibilità di lavorare qui, sono già soddisfatto.” Ecco un caso estremo: non è nemmeno nel lavoro che la realizzazione del desiderio è diretta, ma alla mera possibilità di lavorare. Quindi, se nel fordismo il processo lavorativo era una condizione irrevocabile di un piacere esterno ad esso, nel postfordismo il piacere deve essere consustanziale all’allineamento produttivo dell’individuo sul vettore di un “desiderio d’amore” capitalista, cioè di un desiderio i cui fini non possono essere raggiunti senza la subordinazione e la riconfigurazione di altri desideri.

Le cose accadono in questo modo per le ragioni più diverse, tutte associate all’euforia accumulata causata dalla sconfitta dei più visibili oppositori del capitale sul piano geopolitico. Non essendoci alternative per la soddisfazione materiale delle persone al di fuori del movimento del capitale, quest’ultimo tende a presentarsi come l’unica alternativa legittima allo sviluppo integrale dell’azione e delle volontà umane. Tuttavia, una tale ridefinizione del dominio capitalista richiede l’istituzione di nuovi luoghi di potere, il cui compito non è altro che garantire il miglior allineamento possibile delle potenzialità individuali, in reciprocità con gli obiettivi aziendali. Sto parlando degli specialisti delle risorse umane, consulenti professionali, coach vari, psicologi e tutte le tipologie di ideologi e propagandisti che sono disposti a diffondere, per mezzo del proprio talento, i criteri di cattura proclamati dal nuovo datore di lavoro.

Lordon offre concetti utili per l’elaborazione di un’analisi più o meno dettagliata di queste strutture di cattura, configurazione e regolazione del desiderio che, oggi, sono progettate per supportare la riproduzione allargata del capitale. Ponendo il focus dell’analisi sulle coordinate operative del reclutamento capitalista nella sua fase “totalitaria”, Lordon è in grado di indicare non solo le basi e gli scopi del dominio capitalista, ma anche le potenziali tensioni presenti. Ciò significa che la costruzione del desiderio, a cui si dedicano gli strateghi del capitale, trasforma questi stessi strateghi in bersagli di potenziale rifiuto da parte di chi si vede oggetto di reclutamento aziendale. Inoltre, le promesse di soddisfazione esercitate dal desiderio di amare, che hanno a che fare con uno sviluppo simbiotico delle capacità lavorative e dei desideri individuali, potrebbero anche cospirare contro se stesse. Questo perché, in pratica, solo una piccola parte della forza lavoro ha la possibilità di realizzare le rispettive capacità creative in quasi totale sinergia con l’estrazione capitalistica di valore.

In effetti, la maggior parte dei lavoratori sperimenta uno scandaloso divario tra i principi ideologici che governano il loro reclutamento e le condizioni oggettive in cui viene spesa la loro forza lavoro. Esiste, qui, una contraddizione simile a quella che guida la convivenza tra, da un lato, l’affermazione giuridica dell’eguaglianza formale degli individui e, dall’altro, il persistere di una sostanziale disuguaglianza nel contesto delle formazioni sociali governate contemporaneamente dal dispotismo padronale e lo stato di diritto borghese.

E proprio come i valori egualitari e liberali che fiorirono nel periodo di formazione dell’ordine repubblicano europeo alla fine del XVIII secolo servirono da riferimento allo scoppio di potenti ragioni rivoluzionarie all’estero, la rivoluzione haitiana, per esempio, le scuse retoriche per la libera realizzazione delle capacità desideranti degli individui potrebbero, per dirla in qualche modo, “trasbordare” la configurazione ideologica del dominio capitalista. Quindi Lordon può prescrivere il disgiuntivo tra “comunismo” e “totalitarismo”. Il comunismo come una sorta di adempimento della promessa che il totalitarismo postfordista annuncia e tradisce contemporaneamente.

Purtroppo Lordon non estrae la sua linea di fuga post-totalitaria dall’analisi concreta di come si sono espressi oggi i conflitti e il malessere sociale. In pratica, il discredito degli operatori istituzionali della cattura padronale (coach, motivatori, specialisti in marketing personale…) sembra manifestarsi più nel cinismo che nella rivolta. In ogni caso, il fatto che Lordon identifichi nella governamentalità neoliberista uno sforzo tanto laborioso quanto precario nel cogliere e funzionalizzare il desiderio collettivo evidenzia le tensioni che ogni pretesa di questa natura inevitabilmente comporta. C’è un’irriducibilità insormontabile tra l’individuo desiderante e l’oggetto del desiderio che gli è stato imposto, sicché il desiderio d’amore è sempre ossessionato da una sorta di entropia, o da una dissipazione della “potenza di agire” verso altre forme di realizzazione personale e collettiva.

A mio avviso, è questa presentazione tesa e conflittuale delle condizioni di possibilità del dominio capitalista che è assente nelle riflessioni di Mark Fisher. Prima di procedere al contrasto delle prospettive e all’esercizio della critica, devo riconoscere che Lordon e Fisher si stanno muovendo su diversi livelli di analisi. Il primo propone criteri concettuali per un’analisi delle strategie contemporanee per allineare il desiderio proletario. Il secondo non sembra interessarsi dell’analisi ma della descrizione superficiale, seppur suggestiva e talvolta acuta, degli stati d’animo e delle disposizioni intellettuali indotte dalla “modernizzazione” neoliberista delle attività produttive e riproduttive della società. Una tale descrizione è talvolta punteggiata da presunte inferenze analitiche che, tuttavia, mi sembrano imprecise e, al limite, paralizzanti. Vediamo perché.

Nelle riflessioni di Fisher in Realismo Capitalista, ogni movimento del capitale trova immediatamente un’estensione soggettiva. Così, ad esempio, la costante oscillazione sistemica tra momenti di crisi ed euforia, depressione ed entusiasmo, condiziona la generalizzazione dei casi di disturbo bipolare. A sua volta, la spettacolare assiomatizzazione della produzione culturale nel circuito dei mass media (dove abbondano la decontestualizzazione, la banalizzazione e la frammentazione delle dichiarazioni artistiche e politiche…) provoca l’apatia di un pubblico affamato di distrazioni narcotizzanti e disimpegnanti. Una certa forma di produzione culturale si traduce in un tipo di pubblico che, a sua volta, richiede lo stesso tipo di produzione culturale. In questo processo circolare diventa impossibile fissare referenti discorsivi necessari per una nuova produzione di soggettività. 

Il “realismo capitalista” è descritto dall’autore come una “atmosfera generale” espansiva che comprende “la regolamentazione del lavoro e dell’istruzione, e che opera come una barriera invisibile che impedisce il pensiero e l’azione genuini”.

Sarebbe interessante vedere come Fisher perde di vista l’opportunità di esplorare le conseguenze critiche insite nell’analogia che egli stesso stabilisce. Ad esempio, se la manipolazione spettacolare della produzione culturale è analoga all’accumulo di oggetti sterili all’interno delle mura del British Museum, allora forse le condizioni di possibilità di questo spazio espositivo ci aiuteranno a concepire le premesse operative della stessa industria culturale-ideologica criticata nel suo libro.

Sappiamo che le mostre del British Museum furono notevolmente arricchite dalle conquiste imperiali. La conformazione del Museo, quale luogo di esposizione dell’eterogeneità “culturale” abbracciata dall’impero, non dipende solo da una deliberata pratica di decontestualizzazione, ma anche e fondamentalmente da una nuova testualizzazione in cui viene ridefinito il significato che la stessa eterogeneità può assumere, ora sotto l’egida del colonialismo. Tutte le storie convergono nella storia dell’impero e vi coesistono, abbinate sotto lo status di fonti e testimoni all’implicita supremazia britannica. La stessa cattura della molteplicità dei modi di esistenza sotto l’“Uno” dell’impero indica una brusca operazione di potere che il Museo monumentalizza. Tuttavia, le conseguenze traumatiche e irrisolvibili di questa operazione non possono che rimanere invisibili al soggetto che si limita a viaggiare, depresso, nelle gallerie del British Museum. Insomma, la verità dell’impero, cioè l’essenziale irrealizzabilità della parvenza sotto la quale si presenta, è inaccessibile dal punto di vista del semplice spettatore, senza mai smettere di esistere come elemento operativo della storia (come dimostrano le resistenze anticoloniali).

Una riflessione della stessa natura si può fare sulla presa mutilante e sterilizzante che la produzione ideologica in solidarietà con il capitale esercita su quelle oggettività e soggettività di qualsiasi natura chiamate ad addensare il suo flusso spettacolare. Direi che la reale unicità che sta alla base di tutto ciò che esiste sul piano del realismo non è del tutto cancellata dal fatto che rimane esclusa dal senso egemonico della realtà. In questo senso, il reale, irriducibile al realismo capitalista, ossessiona la superficie stessa di quel realismo (è un reale che sussurra, con la voce di uno come Walter Benjamin, che ogni documento di cultura è sempre un documento di barbarie). Il reale sopravviverebbe allora nella debole certezza, a volte meramente intuitiva, che c’è ancora una minima differenza tra la presentazione del mondo, nelle sue infinite possibilità, e la sua rappresentazione spettacolare. Tuttavia, è una differenza difficile da registrare, affermare e realizzare. La difficoltà di affermare il carattere autentico della differenza, ponendola alla base della proiezione di un altro tempo e di altri modi di esistenza, è radicata nella tremenda precarietà di tutto ciò che si ostina a esistere oltre il realismo. Manca a priori il materiale per tenere presente ciò che non si addice allo spettacolo di una realtà apparentemente univoca.

In questo quadro di analisi, depressione e apatia, in quanto stato d’animo generalizzato, non sarebbero né un effetto del realismo capitalista né un indice del reale sottostante, ma piuttosto la conseguenza pre-politica della tragica diagnosi di una possibilità reale, tuttavia molto fragile, che appare sconfitta nel momento esatto in cui viene anche percepita. In altre parole, la depressione sarebbe un effetto negativo sul desiderio che si verifica dopo che quest’ultimo si è già avventurato nel regno del reale, cioè nel regno di ciò che può esistere solo a scapito di tutto ciò che già esiste. Negato il potere d’azione che il desiderio presenta all’individuo, si verifica la depressione. Mettere le cose in questi termini cambia completamente il contenuto di quella “politicizzazione” che Fisher ci prescrive come requisito per sfidare efficacemente il realismo capitalista. Forse, come propone l’autore, non si tratta di politicizzare la depressione stessa, segnalandone le cause sociali, ma di costruire il sostentamento materiale per la politicizzazione del (im)possibile reale la cui perdita ci condanna all’apatia e al “non c’è alternativa”. Il “fatto” che abbiamo perso qualcosa non è reale. Il reale è niente, tranne ciò che è andato perduto. In questi termini, la sfida sarebbe cambiare il segno della perdita. Se la depressione è il suo segno negativo, allora la ribellione  e tutte le condizioni organizzative che richiede sarebbe il suo segno positivo. È necessario ribellarsi a tutto ciò che nega le possibilità reali e fugaci che il desiderio può toccare a prima vista.

Nel suo fondamentale movimento prospettico, il desiderio è ciò che supera ed esaurisce qualsiasi dispositivo di cattura e neutralizzazione. Lo fa perché, anche se si è stabilizzato su un campo limitato e deprimente di oggetti di soddisfazione, conserva ancora la sua capacità di proiettarsi su qualcosa di veramente nuovo, compreso quello che, a prima vista, sembrava essere stato soppresso o definitivamente sostituito. Potremmo dire che se c’è qualche speranza di sospendere la presa della nostra soggettività nell’apparato ideologico capitalista, non sta nella denuncia fatalista, ma nella sfida organizzata di ciò che ci causa sofferenza psicologica. Per farlo, in primo luogo, non cediamo al nostro vero desiderio che non conosce alcun realismo.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.