Redwashed e redpilled: il sesso è un diritto?

Sulle attuali formazioni culturali redpill e sulla loro propaganda interna alle formazioni socialiste

-Compagno Elia Pupil
Data redazione: 25.2.2022

Dietro il sogno edenico della Corea del Nord e dietro le rituali gigantografie da cameretta, si riscontra nella comunità socialista europea una sempre maggior presenza di deviazioni sub-culturali di stampo anglosassone che tentano di piegare tesi non di loro appartenenza a fini principalmente propagandistici.
Con la nascita del vincolo di classificazione ed identificazione dei soggetti per legittimare le istanze identitarie poste in essere negli ultimi 50 anni, abbiamo dovuto piegar queste al compromesso della mancata intersezionalità di lotta da una parte e al loro puro esercizio nel campo del diritto astratto e dell’astratta pratica linguistica dall’altra.

La razionale sragionevolezza del depotenziamento normativo di istanze radicali, differenzianti e conflittuali ha portato – internamente alle pratiche del politicamente corretto – ad atteggiamenti ostensivi e paternalistici. Gli stessi atteggiamenti che, nel loro imbarazzante apriorismo, hanno giustificato una moltitudine di comunità nel loro irretirsi su posizioni altrettanto arbitrarie, lungi da andare a parlare in maniera seria dei nuovi assetti relazionali fluidi tipici della gran parte dei network sociali del primo mondo.
Tra queste posizioni, quella più sentita negli ultimi tempi si configura nel singolare quanto ossimorico connubio tra talune teorie politiche afferenti all’area marxista leninista e altre teorie – principalmente socio-psicologiche – dell’area redpill.

Alle molteplici provocazioni pervenute negli scorsi mesi da parte di tale area, vorremmo rispondere analizzando la loro tesi prescrittiva principale, dimostrando come una data teoria economico-politica non può essere in alcun modo associata né metodologicamente né sostanzialmente alle posizioni che gli esponenti di una certa redpill socialista vorrebbero propugnare.

Il sesso deve essere un diritto perchè è un bisogno specifico essenziale.

-D.R., studente universitario

È un’affermazione scientificamente lecita paragonare il sesso a qualsiasi bisogno di ordine fisiologico? La risposta è effettivamente no.

Andiamo a qualificare il carattere di bisogno specifico essenziale nelle scienze e andiamo a dimostrare con l’esempio dell’orientamento asessuale come mai questa affermazione non può avere alcuna validità.
L’asessualità non è né una psicopatologia né una parafilia, è bensì un orientamento sessuale ben determinato da non considerare nè una volontaria accettazione di un costrutto istituzionalizzato culturalmente (come la castità volontaria, l’astinenza ascetica o di protesta) nè una reale patologia, come l’iposessualità (data, ad esempio, da un malfunzionamento delle ghiandole di Leydig diagnosticato con esame istologico). Questa si manifesta in maniera definita anche in caso di iperproduzione di testosterone o nel caso in cui il meccanismo di feedback negativo ipotalamo-ipofisi-gonadi abbia uno scompenso nella funzione luteinizzante per la variazione di concentrazione dei GnRH.

In dato caso lo statuto generico dell’essere umano quale costruttore e fruitore di relais informazionali, quindi produttore di una rete simbolica in cui esso stesso è embedded, permette la sublimazione di uno dei tanti effetti del testosterone (la libido) a direzione di una più preponderante attrazione estetica e attrazione sensoriale.
Myra T. Johnson studiando un campione della così detta fascia X della scala Kinsey (relativa alla fascia di mancanza di desiderio sessuale) va a focalizzarsi sul fatto che

Asexual men and women seem to prefer not to participate in sexual activity regardless of physical or emotional condition, sexual past, and marital status or ideological orientation.

-Asexual and Autoerotic Women: Two Invisible Groups, 1977

Gli studi più moderni di Bogaert riconducono proprio al carattere di eccezionalità del dato statistico di concentrazione di comportamenti asessuali in persone senza patologie iposessualizzanti o comportamenti devianti. Per Bogaert questo é un dato da cui iniziare gli studi per una nuova sessuologia; come la scienza prevede, a confutazione sistemica vi sono le produzioni di teorie ad emendazione dell’intera tradizione di ricerca per renderla di nuovo coerente con i dati, e questi rilevamenti specifici comportano l’annullamento della visione del sesso come bisogno strettamente fisiologico ed essenziale dell’uomo, come voluto da Maslow.

Non esiste persona che, non soddisfando il piano dei bisogni fisiologici (per Maslow, ricordiamoci, transtasi, omeostasi e sesso, quando in realtà si riducono alle prime due con le costruzioni ausiliarie a loro funzionamento quali simulazione, costituzione di un campo relazionale ecc), è mai riuscita a sopravvivere nel mondo. Esistono persone che stanno benissimo senza sesso. Questo è tanto da convalidare una teoria dei bisogni naturali quale si propaganda essere quella che dovrebbe portare al “diritto del sesso”.

In realtà il teorema della piramide dei bisogni accusa una costituzione scientifica molto debole, dovuto al fatto che venne creato per giustificare l’inizio dell’era dei consumi con domanda garantita in ultima istanza com’è tipico nella cognizione del keynesianesmo e per dare una veste naturale a quell’atteggiamento che Marcuse (ma non solo) andò a definire come desublimazione repressiva.

Questa è il doppio della condizione di sessualizzazione generalizzata e massificata di persone e cose che si nota abbia avuto statisticamente origine nel dopoguerra, proprio con l’avvento del consumismo, quando prima la sessualizzazione era specifica, particolare e funzionale ad un sistema di ordinamento puramente patriarcale (quando il patriarcato era un soggetto di gestione del potere e non una funzione ausiliaria alla disposizione dei corpi nel mercato).
La tesi a riguardo propugnata dai nostri amici in difesa di Maslow è la seguente:

Maslow è certamente criticabile, ma la critica deve tendere verso il comunismo: verso lo sviluppo onnilaterale dell’essere umano tramite il riconoscimento e la soddisfazione dei suoi bisogni sempre più ricchi e raffinati. Qui invece, mi sembra, si vuole passare da Keynes a Hayek.

Propongo una “critica che tenda verso il comunismo” un po’ più scientificamente fondata. Riprendendo brevemente il caso degli asessuali, Bogaert evidenzia come l’asessualità e l’aromanticità (l’impossibilità ad innamorarsi) siano due condizioni completamente slegate tra loro, tant’è che la gran parte degli assessuali si possono tranquillamente innamorare.

La differenza sta nell’architettura neurale di due diverse strutture non collegate, una in riferimento all’impulso sessuale, l’altra relativa all’attaccamento, che sono attivate da due ormoni differenti, il testosterone per la prima, l’ossitocina per la seconda, i quali hanno pure effetti contrastivi nell’aggressività del soggetto.

Questo è evidenziato dagli studi empirici di Harlow sull’importanza del caregiver all’interno dei processi di apprendimento e simulazione spazio-comportamentale (cfr. Gallese, entropatia e strutture mirror), tanto da rendere il principio di relazione necessario alla funzionalità dei meccanismi omeostatici e transitatici, completamente mettendo in secondo piano il sesso. Detta in parole povere, e con molta disonestà e faziosità intellettuale, mi sembra che la scoperta di un principio di relazione ausiliarmente fisiologico alla vita umana sia molto più “tendente al comunismo” che un qualsiasi Maslow.

Quindi la domanda finale è: di che bisogno necessario si sta parlando quando si parla di necessità del sesso?

Risposta: nessun bisogno necessario, ergo fisiologico, ergo capace di porre a disagio l’organizzazione psico-fisica dell’individuo in maniera sistemica e generalizzata. Il disagio lo si può rilevare caso per caso al netto di rilevazioni qualitative, mai uniformi nella classificazione dei feedback.

Quindi si può parlare di diritto al sesso con la motivazione che questo sia un bisogno necessario?

No, chiamasi ciofeca soggettivista. E difatti l’errore del paragonare il problema del sesso alla pari del problema della povertà e dell’impossibilità cronica di avanzamento sociale fa ben capire come, mediamente, le persone che vanno ad affermarlo non abbiano la cognizione di quella che è una sofferenza economica. Arrogarsi il diritto di discettare sulla secondarietà o primarietà del bisogno di avere un’istruzione o un reddito sostenibile rispetto ad avere un un rapporto qualsiasi è indice di privilegio che si scontra con la fattualità delle ricerche in merito: la sopravvivenza, la conoscenza del luogo di cui si è prossimi ed in cui si è situati, la libera espressione ed esternalizzazione del Sè come evento necessario alla spazializzazione individuale sono diritti necessari, sono tutti legati al concetto di lavoro come produzione o modificazione di beni d’uso materiali ed immateriali, la differenza storica tra il “concetto antediluviano” di lavoro, universale storicamente, e le specificità storicizzate, consta nella proprietà dei mezzi di produzione. Quindi il lavoro come pura realizzazione oggettiva è una necessità che, dalla risposta al bisogno fisiologico, sviluppa nuovi livelli emergenti dello stare in comunità e della produzione delle forme di vita e dei singoli soggetti. La conoscenza, in quanto lavoro, è necessaria per la sopravvivenza della specie in una nicchia ecologica in cui la capacità di sviluppare un codice di comunicazione comune che possa aprire alla significazione di nuove tecniche e strategie di sopravvivenza riesce a far sedimentare un bacino culturale utile fino a necessità contraria.
Il sesso non rappresenta alcune di queste necessità.

La costruzione intersoggettiva del proprio spazio prossimale, ovvero il bisogno di relazione, è necessario e correlato agli altri due tanto quanto il bisogno di mantenere la propria omeostasi: tutto questo risponde ai bisogni essenziali dell’essere umano, senza i quali l’uomo e la società andrebbero a morte. Il sesso di fronte tutto questo è una velleità non necessaria, può correlarsi, in alcuni casi può diventare necessario a fini riproduttivi (ci sarebbe da discutere quanto la riproduzione sia da considerarsi un diritto, ma non un dovere), ma per ora è meglio non parlare dei casi specifici. Questo è ciò che dimostra la scienza, questo è ciò che assurdi non sequitur di carattere retorico vorrebbero sovrascrivere ai danni dell’emancipazione umana nei confronti dei rapporti di produzione materiale ed immateriale, sui quali equilibri di proprietà dei mezzi di produzione si gioca la sfida dell’incorporazione del citoyen astratto nella figura dell’elemento individuale della società civile. Ed in questo senso ci si finalizza al giungere ad una massima dimensione concreta e sostanziale del soggetto politico.

Vi è poi una variante sul tema del diritto al sesso, variante finalizzata all’imbonimento dell’audience, che si sviluppa prima sul sesso, poi viene stemperata e deviata su due termini differenti, sesso e amore, che vengono resi identici da un volontario gioco semantico. Tutto questo quando al massimo tra sesso e amore vi è un nesso correlativo circoscritto in alcuni ambiti, mai vi è un nesso causativo o un nesso volto ad uguagliare il significato dei termini.

L’amore, così come ogni relazione che costruisce spazi, è necessario e funzionale all’essere umano, e sono questi bisogni necessari che creano poi le basi formali per la creazione di regole, simboli, ambienti, prodotti e codici perennemente diversi tra loro. Il sesso è una pura contingenza. Ogni persona ha diritto ad avere una o più figure come modelli che le possano qualificare le sfumature dell’attaccamento umano, ogni persona ha diritto ad uno o più caregiver da cui poter prender esempio. Questo è un diritto necessario dell’infanzia che racchiude il responsabilizzarsi del o dei tutori nei confronti del minore, ma dopo questa precisazione, il diritto ad amare può solo affermarsi nel diritto a non aver ostacoli ed impedimenti di fronte a sè per riuscire a costruire le migliori relazioni, ergo avere il diritto ad avere le possibilità di un rapporto affettivo, ma mai ad ottenerlo come compensazione a seguito della promulgazione di un reddito affettivo di cittadinanza. Non esiste il diritto all’attaccamento, esiste il diritto alla possibilità di costruire una relazione di qualsiasi tipo con qualcuno ed esiste il diritto ad aver una pedagogia iniziale su come ci si interfaccia con l’altro soggetto, ma questo sarà sempre alla mercee di chi si deve esprimere nella sua diversità, lungi da far diventare un diritto per tutti pure un obbligo eteronomo e profondamente irrazionale.

Andando sul piano ancor più politico, noi socialisti ci proponiamo l’abbattimento di qualsiasi ostacolo all’espressione dell’individuo, e questo non vuol dire una società dell’assistenzialismo esteso, vuol dire una società di valorizzazione differenziale in cui – prendendo un’ennesima estremizzazione retorica – la persona affetta da disabilità magari può stringere rapporti affettivi con terzi senza dover far supplire allo stato o alla società una mancanza di cui lui non ne ha colpa, quando spesso il collaterale di una supplenza non è la valorizzazione della differenza, ma la volontà di celarla in istituzioni di amministrazione dei corpi.

In questa affermazione si può celare il germe che può dar capziosamente l’idea che la nostra idea sia fautrice di un tipo di darwinismo sociale. Il darwinismo sta in realtà in questa affermazione: sta nel fatto che per i critici che vogliono percorrere la strada di un nostro presunto abilismo una persona affetta da handicap o, in altro modo, semplicemente non conforme ai canoni di bellezza storicamente determinati, non ha alcuna possibilità ne ha la dignità di avere qualche contatto col mondo se non con la sua normalizzazione astratta: normalizzazione e normativizzazione non solo delle sue possibilità materiali (abbattimento barriere architettoniche, valorizzazione delle diversità ponendo la persona nei termini di esprimersi liberamente senza contrappesi di ordine economico, come deve essere), bensì completa sostituzione dell’identità e della dignità dietro meccanismi di ammortamento.

Il privilegio naturale si abbatte mediante la soppressione degli svantaggi e un profondo cambio di paradigma culturale nei confronti della tematica dell’alterità che i nostri critici vorrebbero paradossalmente censurare, ed infatti questo non deve intercedere alla soppressione delle identità stesse, sennò si andrebbe a perdere il principio differenziale che sussiste a capo della riassunzione a sè dell’istituto astratto di cittadino nella dimensione dell’uomo empirico, che farebbe “unità di società ed individuo” e che si basa proprio sulla soppressione dell’unica fonte di sperequazione del potere: la proprietà privata di produrre e riprodurre la propria vita.

Ricordiamoci sempre una cosa: la dialettica in Marx tra Sollen e Mussen, tra necessità giuridica e necessità naturale, che in Marx vanno equivalse nel momento in cui la necessità giuridica corrisponde alla necessità naturale dell’efficientamento delle proprie misure di gestione della vita all’interno della propria nicchia biologica.

In una specie che può essere solo connotata da una natura sociale e generica (Gattungswesen), la stessa genericità che nel rapporto con la natura pone la propria capacità espressiva contro le disfunzioni che la natura può andare ad arrecarci. Ed il socialismo si prefigge questo: non è la società del diritto incondizionato ed omologante, è la società della libera produzione della propria necessità. Non é la società del puro diritto ad esprimersi, é la società del dover esprimersi proprio perchè le barriere che vanno ad imperniare le reti del potere vanno a saltare e perché si diventa condizione necessaria dell’agire politico collettivo nei processi decisionali.

In questo senso non possiamo che ritornare su due fattori centrali del discorso redpill redwashed: la distinzione e correlazione tra uomo e natura e i rapporti produttivi (la cui primarietá per noi, da molti viene chiamata impropriamente “economicismo”).

Nei Manoscritti del 44 editi da Editori Riuniti di cui questi compagni fanno riferimento, si tende a non comprendere l’utilizzo di due termini che in tedesco hanno differente significato, Beziehung (ancor di più Liebeziehung) e Verhältnis. Il primo significa rapporto/relazione tra uomini, col Liebe a prefisso è esplicitamente il rapporto amoroso, il secondo è rapporto-correlazione generico, un termine ombrello. Marx sviluppa un’identificazione tra Beziehung e Verhältnis, tant’è che li utilizza intercambiabilmente, mentre specifica sempre quando parla di rapporto amoroso.

Il rapporto immediato, naturale, necessario, dell’uomo all’uomo è il rapporto dell’uomo alla donna. In questo rapporto generico-naturale il rapporto dell’uomo alla natura è immediatamente il suo rapporto all’altro uomo, come il rapporto dell’uomo all’uomo è immediatamente il suo rapporto alla natura, la sua propria determinazione naturale.
In questo rapporto appare, dunque, sensibilmente, e ridotto ad un fatto intuitivo, sino a che punto, per l’uomo, l’essenza umana sia divenuta natura, o la natura sia divenuta l’umana essenza dell’uomo. Da questo rapporto si può, dunque, giudicare l’intero grado di civiltà dell’uomo

Si può tranquillamente dire che non esiste, se non per faziosa differenza specifica nella classe logica dei rapporti, l’identificazione tra Beziehung e Verhältnis da una parte e ciò che tu si vuole identificare come rapporto sessuale: in tal contesto i due termini assumono un ben altro significato nella contestualizzazione degli studi marxiani.

Si parla di rapporto di riconoscimento tra enti differenti aventi però la capacità di trovare tra loro isomorfismi costitutivi essenziali per la loro definizione, si parla praticamente della grande eredità che Marx prende sul gruppone in merito agli studi delle dinamiche di produzione e riconoscimento di due soggetti coscienti in un campo di individuazione specifico, quello del mezzo produttivo. E la donna è una matrice primaria per il rapporto di costituzione di uno spazio prossimale, non tanto psicologicamente parlando (e, posteriorizzando Marx più del dovuto, sulla figura della madre), ma anche perchè la donna per l’uomo, e viceversa, è biologicamente la
differenza specifica limite all’interno di un medesimo genere di appartenenza, quello umano: è l’esperienza immediata secondo condizione biologica di similitudine unita a differenza.
E dal rapporto con la differenza situata nel legame produttivo “si può dunque giudicare l’intero grado di civiltà”.

Perchè è proprio nel legame produttivo che:

La prima divisione del lavoro è quella tra uomo e donna per la procreazione di figli. Ed oggi posso aggiungere: il primo contrasto di classe che compare nella storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra uomo e donna nel matrimonio monogamico, e la prima oppressione di classe coincide con quella del sesso femminile da parte di quello maschile.

(F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, frammenti II capitolo,
Editori Riuniti, Roma, 1963)

Il punto focale di trattazione di Engels, che probabilmente in tanti chiamerebbero economicismo, non è parlare del monopolio della sessualità, ma è individuare la correlazione necessaria tra pratiche sessuali, pratiche affettive e organizzazioni familiari e la loro relativa dipendenza (quindi non solamente “correlazione”) nei confronti dei rapporti di produzione. Così come l’eterosessualità non è un modo di produzione (cosa che malauguratamente ho potuto leggere in alcuni blog) e benchè meno la costituzione di un rapporto produttivo a sè stante, ma è in perenne dipendenza con le strutture produttive e riproduttive di beni, servizi e forza lavoro. Spesso si vorrebbe cadere nel considerare la famiglia come circuito integrale di valorizzazione (un po’ come a là Federici), quando in realtà la famiglia è solo una funzione amministrativo-improduttiva integrata dove la divisione del lavoro si manifesta prototipicamente sia nella sua astrazione antidiluviana (quando nella gestione dei figli si parla di lavoro improduttivo e differitamente produttivo nel procacciarsi la compensazione necessaria alla sopravvivenza del nucleo famigliare) sia nella sua concretizzazione storica a dipendenza del modo di produzione determinato o della serie progressiva di modi di produzione.

Dalla nascita della coscienza, cioè da quanto distingue l’uomo dagli altri animali, questa si sviluppa dal lavoro associato: la coscienza e il linguaggio sono sorti per rendere infinitamente più efficiente il lavoro associato. Le condizioni materiali hanno determinato lo sviluppo della mente umana. Da allora:

Come gli individui esternano la loro vita, così essi sono…Ciò che gli individui sono dipende dunque dalle condizioni materiali della loro produzione…Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza

(K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, pp. 9-12)

In questo frangente il termine coscienza viene utilizzato da Marx con maestria: Klassenbewusstsein per coscienza di classe, Gewissen per coscienza generale, conscientia in pochi casi, ma non senza un motivo principale. Per Marx la coscienza non è mai estrinseca dall’intelaiatura della rete simbolica collettiva, quindi dalla produzione collettiva: conscientia etimologicamente esprime un “sentire con”, un sentire collettivo di cui l’individuo è pura estroflessione e funzione specifica e regionalizzata.

L’Io nasce come individuazione del Sé in mezzo alla collettività: da Vigotskij nel suo studio sullo spazio prossimale di cognizione, siamo autocoscienti perchè siamo coscienti degli altri. E nel mentre il linguaggio sviluppa quel codice che da un nodo all’altro della rete si afferma come “vecchio come la coscienza […] l’unica coscienza effettiva, pratica […] che sussiste anche per me stesso […] pertanto la coscienza è un prodotto sociale” (K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca)

Per cui, ricapitolando, se per ogni lavoro associato si necessita di una divisione del lavoro, e tale necessità fa scattare il movimento nel campo di riconoscimento tra uomo e donna e tra soggetti in generale, questo campo si dà attraverso la disposizione delle condizioni materiali di produzione, ovvero le disposizioni di proprietà dei mezzi che divengono organizzatori focale dei rapporti generali di coppia funzionalmente al fatto che questi siano o meno intensamente sussunti all’interno del ciclo produttivo e riproduttivo della vita.

Il sesso in questo meccanismo c’entra come la panna nella carbonara: se lo vuoi utilizzare come addensante sei liberissimo di farlo, non ammazza le caratteristiche organolettiche del piatto, ma è qualcosa in più che può pure esser visto così ridondante al discorso da esser giudicato inutile nei confronti dell’analisi delle forme di coppia e del cambiamento del tenore relazionale. E, se non di certo inutile, certamente non lo si può considerare nè una funzione necessaria del meccanismo di riconoscimento nè una funzione primaria di organizzazione. Il sesso è una funzione secondaria che può o meno essere il soggetto di una vita interazionale o relazionale in senso generale.

Ed infatti, se di certo si è d’accordo col fatto che il liberalismo sessuale esclude l’individuo dal rapporto immediato, naturale e necessario dell’uomo all’uomo perchè tende in maniera costante all’eliminazione della carica erotica a favore di quella libidica, si può essere più scettici sulla poligamia e l’ipergamia, per cui comunque si può cercare di derivare logicamente ad una riforma dell’assetto monogamico.

Da F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, frammenti II capitolo, Editori Riuniti, Roma, 196:

La monogamia fu un grande progresso storico, ma contemporaneamente essa, accanto alla schiavitù e alla proprietà privata, schiuse quell’epoca che ancora oggi dura, nella quale ogni progresso è, ad un tempo, un relativo regresso, e in cui il bene e lo sviluppo degli uni si compie mediante il danno e la repressione di altri. Essa fu la forma cellulare della società civile, e in essa possiamo già studiare la natura degli antagonismi e delle contraddizioni che nella civiltà si dispiegano con pienezza.
Abbiamo visto come Bachofen avesse ragione nel considerare il progresso dal matrimonio di gruppo al matrimonio di coppia come opera in prevalenza delle donne; solo il passaggio dal matrimonio di coppia alla monogamia bisogna attribuirlo agli uomini, ed esso è consistito, da un punto di vista storico essenzialmente, in un peggioramento della posizione della donna ed in una facilitazione dell’infedeltà degli uomini. Una volta venute meno le considerazioni economiche, in conseguenza delle quali le donne hanno sempre lasciato passare questa consuetudinaria infedeltà degli uomini (preoccupazioni per la loro esistenza e ancor più per il futuro dei loro figli), l’eguaglianza della donna così raggiunta, secondo tutta l’esperienza fin qui fatta, agirà in una misura infinitamente maggiore nel far divenire effettivamente monogami gli uomini, che nel far divenire poliedriche le donne.
Ma ciò che sicuramente scomparirà della monogamia sono tutti i caratteri che le sono stati impressi con la sua nascita dai rapporti di proprietà: cioè, primo, il predominio dell’uomo; secondo, l’indissolubilità. Il predominio dell’uomo nel matrimonio è una semplice conseguenza del suo predominio economico e cadrà da sé con la scomparsa di questo. L’indissolubilità del matrimonio è, in parte, conseguenza della situazione economica nella quale è sorta la monogamia, in parte tradizione proveniente dall’epoca in cui il nesso di questa situazione economica con la monogamia non era ancora ben compreso ed era spinto troppo oltre per motivi religiosi. Oggi essa è stata già infranta migliaia di volte. Se è morale solo il matrimonio fondato sull’amore, è anche vero che lo è soltanto quello in cui l’amore persiste. Ma la durata dell’impeto d’amore sessuale individuale è molto diversa, a seconda degli individui, specialmente negli uomini, e una positiva cessazione di una inclinazione o la sostituzione di essa con una nuova passione amorosa, fa del divorzio un beneficio sia per le due parti che per la società.”
La monogamia fu un grande progresso storico, ma contemporaneamente essa, accanto alla schiavitù e alla proprietà privata, schiuse quell’epoca che ancora oggi dura, nella quale ogni progresso è, ad un tempo, un relativo regresso, e in cui il bene e lo sviluppo degli uni si compie mediante il danno e la repressione di altri. Essa fu la forma cellulare della società civile, e in essa possiamo già studiare la natura degli antagonismi e delle contraddizioni che nella civiltà si dispiegano con pienezza.
Con la trasformazione dei mezzi di produzione in proprietà sociale viene anche a scomparire il lavoro salariato, il proletariato, e quindi anche la necessità per un certo numero di donne, statisticamente computabile, di concedersi per denaro. La prostituzione sparisce e la monogamia, invece di tramontare, diventa finalmente una realtà… anche per gli uomini.

È inutile ribadire che in questi studi non si da alcun adito alla componente del “monopolio del sesso”, bensì l’unica componente realmente rilevante per una vera liberazione dei generi è propriamente la rivoluzione dei rapporti di proprietà, che porterebbe ad una nuova divisione del lavoro interna all’ambito familiare, in un’emergenza la cui progressione, con il riorganizzarsi dinamico dei fattori in gioco, si fa sempre più verticale e di sempre più alta complessità.

Col passaggio dei mezzi di produzione in proprietà comune, la famiglia singola cessa di essere l’unità economica della società. L’amministrazione domestica privata si trasforma in un’industria sociale. La cura e la educazione dei fanciulli diventa un fatto di pubblico interesse; la società ha cura in egual modo di tutti i fanciulli, legittimi e illegittimi. E con ciò cade la preoccupazione delle “conseguenze”, la quale oggi costituisce il motivo sociale essenziale – sia morale che economico – che impedisce ad una fanciulla di abbandonarsi senza riserve all’uomo amato.

Come ripetuto all’inizio, il nostro non è economicismo: il trait d’union tra uomo e natura, nel rapporto dell’uomo con l’uomo, ha un unico campo di forze, di collisione e di individuazione, che è la macchina, produzione materiale ed immateriale. Di certo non è il sesso il bisogno costitutivo della società, dell’individuo o di qualsiasi persona che, dietro la maschera che cela un’imbarazzante misoginia, utilizza la scusa dei bisogni collettivi primari o dei bisogni individuali primari per parlare di qualcosa che non sarà mai un diritto per vocazione del proprio statuto “naturale”, proprio perchè non ricopre quel tipo di necessità. I bisogni costitutivi reali si sviluppano all’interno del campo di proprietà dei mezzi, ed il sesso, come abbiamo dimostrato non è uno di questi.

La distinzione tra monopolio sessuale, proprietà e monopolio di violenza è completamente manichea. Se all’attuale i rapporti di qualificazione degli agenti polarizzanti nelle relazioni non sono più così netti come quelli narrati da Engels, comunque ci si apre alle diverse ed antagoniste configurazioni delle simmetrie di potere nella coppia in raccordo con le possibilità di configurazione e di sussunzione a loro date dai rapporti produttivi. Questo, comunque, in una tradizione storica che ha visto la donna – e non l’uomo – come la figura svantaggiata. Svantaggio proprio dato da politiche di contrappesi morali vani invece che di lotta per la perequazione effettiva delle condizioni socio-economiche di sviluppo della personalità e della sua portata relazionale.

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