Diritto di fuga e autonomia delle migrazioni

— Bollettino Culturale, 27 aprile 2021

I contributi teorici di Sandro Mezzadra allo studio del rapporto tra fenomeno migratorio e cittadinanza sono presentati nella prospettiva di un’analisi della dimensione soggettiva dei processi migratori. Nel contesto della ricerca sul suddetto rapporto nella tarda Modernità, si presenta una definizione e caratterizzazione del “diritto di fuga” esercitato dai soggetti che decidono di migrare da cui viene rielaborata la nozione di cittadinanza.

Nell’ambito di un approccio critico al capitalismo, con l’applicazione teorica della categoria di “fuga”, l’autore cerca di differenziare il suo approccio al fenomeno migratorio moderno e contemporaneo da quelle analisi classiche che riducono le cause della migrazione a fattori puramente “oggettivi” di natura economica o demografica. Questi sembrano ridurre la migrazione a un mero movimento naturale, spontaneo e necessario. Optando per le motivazioni soggettive, invece, Mezzadra intende sottolineare il carattere “sociale” del movimento migratorio e la potenza o forza di cambiamento e costruzione di nuove cittadinanze da parte dei migranti.

Diritto di fuga: migrazioni, cittadinanza, globalizzazione inizia trattando i testi giovanili di Max Weber dedicati allo studio della questione agraria nelle province orientali della Prussia verso la fine del XIX secolo. Questi scritti sono considerati da Mezzadra i precursori del suo approccio alle migrazioni come “movimenti sociali” e dello studio della connessione tra lo sviluppo del capitalismo e la costanza dei flussi migratori presumibilmente controllabili. Le opere di Weber tengono conto delle migrazioni effettuate dai contadini della Germania dell’Est verso i distretti industriali occidentali e del conseguente flusso di lavoratori polacchi di cittadinanza non prussiana verso quelle terre che la migrazione aveva lasciato senza lavoro. Principalmente interessato alle pratiche di abbandono del mondo precapitalista e alla crescita del capitalismo con il conseguente sviluppo dell’autonomia individuale, Weber concentra la sua attenzione sui contadini prussiani, trascurando la situazione dei polacchi immigrati, non senza una sfumatura di razzismo. Mezzadra riconosce in queste analisi l’apparenza di una considerazione delle motivazioni soggettive dei processi migratori. Ecco perché lo studio di questi testi contribuisce alla sua individuazione della categoria del “diritto di fuga”. La “fuga” costituisce un gesto volitivo di sottrazione. Il suo campo semantico spazia dal concetto di abbandono all’immagine del fuggitivo, del viaggio, o anche della fuga, a seconda dei contesti in cui il termine viene utilizzato. Applicato alla figura del migrante, diventa una categoria politica centrale che consente di dare conto della dimensione soggettiva dei processi migratori. Il migrante fugge, cioè determina soggettivamente certe condizioni “oggettive” di ordine economico, sociale, politico o culturale che gli risultano preminenti.

Il suo utilizzo in relazione al fenomeno migratorio permette di evidenziare due aspetti del problema discusso. In primo luogo, il legame tra la “fuga” e il movimento dei migranti permette di dimostrare l’irriducibile individualità di detti soggetti, per l’espressione di volontà che la “fuga” implica. Legando questo movimento all’esercizio di una scelta personale, Mezzadra si propone di confrontarsi con le rappresentazioni abituali del migrante come soggetto debole incapace di agire, cioè passivo, per rendere conto, invece, della capacità di emancipazione dello stesso, della sua creatività sociale e della forza con cui, attraverso la sua presenza e le sue azioni, mette in discussione le società ospitanti. Tuttavia, sottolineare l’aspetto “soggettivo” della migrazione non significa sottovalutare le cause oggettive che causano tale mobilità. La fuga costituisce una via d’uscita, un abbandono di pressanti condizioni di vita che rendono la vita difficile, come povertà, disastri ambientali e persecuzioni politiche, religiose o etniche, alla ricerca di miglioramenti nella qualità della vita. La fuga, quindi, è un diritto, poiché costituisce un’azione per cercare le condizioni che consentano un’esistenza nella piena validità dei diritti umani. L’allusione all’individualità manifestata attraverso l’esercizio del “diritto alla fuga” mira anche a non ridurre il migrante a “”tipico esponente” di una “cultura”, di un’etnia”, di una “comunità”, cosa che ha portato gli studiosi a etnicizzare la sua figura e quello della migrazione in generale, annullando la possibilità di rendere conto dei processi di produzione, riproduzione e trasformazione dell’identità dei migranti.

In secondo luogo, l’attribuzione della consapevolezza del “diritto alla fuga” e del suo esercizio ai migranti evidenzia la natura politica delle attuali controversie sulla migrazione. La figura del migrante è considerata da Mezzadra come “paradigmatica” della contraddizione tra la libertà di movimento che è uno dei pilastri della civiltà moderna e l’azione di diverse barriere e confini che corrispondono a specifiche tecniche di potere decise a ostacolare tale movimento per renderlo funzionale ai sistemi egemonici. A sua volta, questa analisi consente al migrante di essere posto al centro delle contraddizioni del capitalismo. Come affermato nel secondo capitolo di Diritto di fuga, la storia del sistema produttivo capitalista è segnata da due aspetti reciprocamente contraddittori: da un lato, la celebrazione della “mobilità” del lavoro come liberazione dalle catene feudali e locali grazie alla costituzione del rapporto salariale e dall’altra l’istituzione di diversi sistemi di controllo del movimento rappresentati dalla contrattualizzazione dei rapporti di lavoro.

Queste domande aprono la strada alla difesa da parte di Mezzadra della tesi dell’“autonomia delle migrazioni”.

Dopo questo breve riassunto, si può sottolineare che il merito dello sviluppo teorico di Mezzadra sul “diritto di fuga” è quello di riconoscere nel migrante un soggetto con la capacità e il diritto di avanzare pretese enfatizzandone la potenza, forza e resistenza ad abbandonare le sue condizioni di esistenza originarie e lottare per superare le varie barriere, affrontano il loro transito e l’ingresso a nuove condizioni di vita. Il suo studio del modo in cui la figura del migrante consente di manifestare la contraddizione tra la libertà di movimento sostenuta come pilastro della civiltà moderna e la proliferazione dei confini determinati a ostacolare tale spostamento è un contributo indiscutibile. Tuttavia, è possibile evidenziare alcune critiche. 

Mezzadra, lavorando sull’argomento ponendo un’enfasi eccessiva sull’aspetto dell’autonomia del migrante al fine di confrontarsi con l’immagine del migrante come soggetto debole, rischia di trascurare la questione della “vulnerabilità” che vari studi stabiliscono come centrale nell’analisi della questione migratoria, per l’intima relazione che questa suppone con la questione dell’esclusione della cittadinanza di detti soggetti. A sua volta, l’enfasi sull’autonomia individuale del soggetto migrante porta l’autore a tralasciare la questione culturale che permea i diversi aspetti del complesso fenomeno migratorio e l’esclusione di cui il migrante è vittima. È possibile, invece, osservare che a partire dai testi di Weber, Mezzadra sembra tenere conto della storia di una certa tipologia di migranti della Germania Ovest, che hanno raggiunto posizioni vantaggiose nella società ospitante, esemplificata dalla possibilità di partecipazione politica, di integrazione, di diventare proprietari, che può portare a carenze quando si tiene conto della vulnerabilità del migrante, sia rispetto alla sua situazione di origine che alle sue condizioni di ingresso nelle società di arrivo.

Mezzadra non sottovaluta le cause oggettive della migrazione, come le leggi della domanda e dell’offerta che regolano la divisione internazionale del lavoro, le condizioni di povertà, i disastri ambientali, le persecuzioni politiche, religiose o etniche. Fermo restando queste cause che l’autore ritiene indubbiamente alla base delle motivazioni della migrazione, con il suo sviluppo di un “diritto di fuga” si propone di evidenziare le determinazioni soggettive della decisione di migrare. Questo gli permette di sviluppare la sua tesi della “autonomia delle migrazioni”, che prende in considerazione quegli aspetti che, al di là delle cause oggettive, derivano piuttosto dalle determinazioni soggettive che originano le migrazioni.

L’uso del termine “autonomia” risponde alla sua caratterizzazione del già citato “diritto di fuga”. Questo diritto si presenta in modo tale da poter essere esercitato solo da un soggetto autonomo che compie scelte personali. La tesi dell’“autonomia della migrazione”, poi, sottrae al migrante il suo ruolo subordinato di vittima, per evidenziare le pratiche attive di sovversione dei vari ordini che sono implicite nel gesto stesso di attraversamento delle frontiere.

Della trattazione della categoria del “diritto di fuga” abbiamo già parlato, Mezzadra indica la figura del migrante come “paradigmatica” della contraddizione tra libertà di movimento, celebrata come una dei pilastri della civiltà moderna, e l’azione di barriere e confini che, secondo l’autore, corrispondono a specifiche tecniche di potere. Attraverso l’esercizio del “diritto di fuga”, il migrante è “la figura destinata a subire sulla propria pelle gli effetti più duri dell'”imbrigliamento” della libertà.”

I confini che il migrante attraversa sono trattati da Mezzadra da due punti di vista: da un lato, i confini del mercato del lavoro come si sviluppa nel sistema capitalista, ei confini di un ordine politico, legato all’accesso alla cittadinanza. Entrambi gli aspetti sono strettamente correlati e implicati.

Vale qui la pena fare una precisazione sull’uso del termine “confine”. Mezzadra utilizza questo concetto da una prospettiva che denota la differenza rispetto al significato di “frontiera”. Secondo l’autore, questo termine si riferisce a uno

spazio di transizione, in cui forze e soggetti diversi entrano in relazione, si scontrano e si incontrano mettendo comunque in gioco (e modificando) la propria identità, il confine, fin dalla sua originaria accezione di solco tracciato nella terra, istituisce una linea di divisione a protezione di spazi politici, sociali e simbolici costituiti e consolidati.”

Il primo tipo di confine viene affrontato dall’autore dalla distinzione di due aspetti contraddittori che segnano la storia del sistema produttivo capitalistico. Da una parte la celebrazione della “mobilità” del lavoro come liberazione dalle catene feudali e locali grazie all’instaurazione del rapporto salariale, dall’altra l’istituzione di diversi sistemi di controllo sui movimenti sindacali. Per illustrare questa contraddizione tra “mobilità” e “imbrigliamento”, Mezzadra allude alle elaborazioni dell’economista francese Yann Moulier Boutang, che mette in dubbio l’adeguatezza del concetto di “lavoro salariato formalmente libero” come determinante del modello capitalista. Sulla base di queste indagini, osserva che se si ignora la rilevanza cruciale del controllo della mobilità per il funzionamento del capitalismo, risultano incomprensibili la ricerca di garanzie contro la rottura del rapporto di lavoro da parte dei lavoratori, che si riflette nella contrattualizzazione dei rapporti di lavoro, lo statuto del lavoro salariato e codici del lavoro. Ma come afferma Mezzadra, “non c’è capitalismo senza migrazioni”. Proprio uno dei motivi per cui utilizza il caso delle migrazioni di contadini tedeschi e polacchi esposto da Weber è quello di rivelare una dinamica storicamente strutturalmente congenita allo sviluppo del capitalismo moderno, che si riflette nell’apologia della mobilità compiuta dai migranti tedeschi e la condanna della mobilità dei migranti polacchi, attraverso la retorica nazionalista. Questa condanna ha un lato opposto, esemplificato anche dalle politiche migratorie tedesche e prussiane del XIX e XX secolo, che miravano a garantire la disponibilità di una forza lavoro docile ed a buon prezzo, ostacolando la stabile organizzazione di tali soggetti nei territori tedeschi.

Queste politiche costituiscono meccanismi per controllare la mobilità della popolazione e il lavoro attraverso la sua precarietà, che può essere riconosciuta oggi nell’uso che il capitalismo fa del lavoro migrante per ridurre i costi di produzione, trascurando le istanze dei lavoratori “nazionali” sotto la minaccia di assumere lavoro precario e rompendo ogni possibilità di alleanza “di classe”, attribuendo alla presenza degli stranieri la causa della disoccupazione, della mancanza di alloggi dignitosi, dell’insicurezza… 

Il razzismo gioca un ruolo fondamentale come operazione ideologica di dominio. Allo stato attuale, quindi, il regime migratorio dei paesi “ricchi” non mira all’esclusione assoluta basata sulla fortificazione dei confini, ma a utilizzare economicamente questa autonomia messa in pratica dall’attraversamento delle frontiere per includere il lavoro migrante attraverso la sua clandestinizzazione, e per renderlo funzionale ai meccanismi del sistema capitalista.

L’ipotesi del filosofo italiano è, quindi, che “mentre la mobilità delle merci e dei capitali, nel tempo della globalizzazione, pare ormai travolgere ogni ostacolo, nuove e vecchie barriere si frappongono alla mobilità della forza lavoro”. In altre parole, l’apparente libera mobilità del lavoro non è altro che la mobilità del capitale, che trascende i confini degli Stati nazionali, creando poteri e ordini transnazionali, mentre il lavoratore migrante (le migrazioni sono concepite fondamentalmente come mobilità del lavoro) deve affrontare restrizioni alla libertà di movimento, che si manifestano nella natura esclusiva ed escludente della configurazione nazionale della cittadinanza. A sua volta, il meccanismo di controllo dedicato alla fornitura di una forza lavoro docile e precaria viene esercitato attraverso la cosiddetta “inclusione differenziale” che si riferisce all’implementazione di “meccanismi di “filtraggio” e di governo selettivo della mobilità.”

Questo è il legame che l’autore considera centrale tra fenomeno migratorio, cittadinanza, capitalismo e globalizzazione: il controllo della mobilità del lavoro propria del sistema capitalista richiede un controllo dei movimenti migratori, che si attua attraverso la vigenza di cittadinanze esclusive. Questo fenomeno, che è comunemente associato alla nuova esistenza di uno spazio fluido e percorribile, ha dato luogo al proliferare di limiti, sistemi di sicurezza e frontiere fisiche e virtuali. A questo punto si farà riferimento all’analisi dei confini e delle frontiere presentato dall’autore in Confini, migrazioni, cittadinanza nel 2007, dove considera il rapporto tra i movimenti migratori, la natura che assumono oggi i confini e le trasformazioni della cittadinanza. Parte da quello che chiama il “concetto classico di confine” (quadro generale della storia della migrazione in Europa tra XIX e XX secolo), affermando che considera i limiti territoriali come astrazioni che delimitano l’ambito di validità territoriale del potere dello Stato e il modo di vivere politico dei popoli. Sulla base di questi confini e della distinzione tra “interno” ed “esterno” discute

“sull’esistenza di quello che proporrei di chiamare un «metaconfine»: ovvero quello che divideva le terre europee prima, e «occidentali» dopo, dalle terre aperte alla conquista coloniale. In questo senso va a mio parere interpretato quanto ha scritto Etienne Balibar, e cioè che «l’Europa è il punto da cui sono partite, sono state tracciate dappertutto nel mondo le linee di confine, perché essa è la terra natale del concetto stesso di confine», e che dunque il problema dei confini dell’Europa è sempre coinciso con quello dell’organizzazione politica dello spazio mondiale.”

A questo proposito, Etienne Balibar, in La paura delle masse. Politica e filosofia prima e dopo Marx, propone un’analisi dei confini geografici che rende conto della loro natura a più voci in relazione allo scopo e al significato che storicamente assumono. Secondo la sua prospettiva, i confini presentano tre caratteristiche fondamentali: sovradeterminazione, polisemia ed eterogeneità. La caratteristica di sovradeterminazione indica che non sono semplicemente meri confini tra stati, ma che queste delimitazioni sono conformi alla funzione di configurare il mondo. La sua polisemia indica che i confini esistono in modi diversi per individui di classi diverse: non sono attraversati allo stesso modo da un imprenditore di un paese ricco in viaggio d’affari, per il quale il confine è una formalità, rispetto a un giovane disoccupato da un Paese povero, per cui costituisce un ostacolo e uno spazio in cui vive un sentimento di espulsione multilaterale. La caratteristica di eterogeneità, si riferisce a quanto sviluppato da Mezzadra, ovvero la diminuzione della tendenza alla confusione tra confini geografici, politici, culturali o socio-economici: questi confini non sono più percepiti nei confini geografici che delimitano gli Stati, ma sono percepiti in quegli spazi in cui vengono esercitati controlli selettivi. In ogni caso, Balibar allude a tipi di controllo sanitario o di sicurezza che collegano la sua prospettiva con l’analisi foucaultiana su come funziona il biopotere.

Secondo la prospettiva di Mezzadra, le differenze tra i movimenti migratori degli ultimi anni e le migrazioni del passato hanno dato luogo a una vera e propria “metamorfosi dei confini”. Quelle recenti sono caratterizzate dall’accelerazione dei loro flussi, dalla complessità della loro composizione esemplificata dalla crescente partecipazione femminile e dall’imprevedibilità delle loro direzioni. Questa metamorfosi consiste nella “deterritorializzazione” dei confini.

“Per deterritorializzazione si deve intendere sia lo spostamento di funzioni tipiche del controllo dei confini ben al di là della linea di confine (…) sia la disseminazione di quelle stesse funzioni all’interno dello spazio che il confine dovrebbe perimetrare.”

Per quanto riguarda la cittadinanza, questa trasformazione si manifesta attraverso la postulazione di una varietà di posizioni giuridiche diverse.

In conclusione, questa vera architettura dei confini, di cui viene mantenuta la funzione originaria, costituisce un altro aspetto che per l’autore è intimamente legato ai meccanismi di controllo della circolazione del lavoro con cui il migrante deve confrontarsi nel suo esercizio del “diritto di fuga”. Questo confronto del movimento migratorio con i meccanismi di controllo della mobilità del lavoro inerenti al sistema produttivo capitalistico e il suo riflesso nei “confini della cittadinanza” sopra citati consente a Mezzadra di rafforzare la tesi della “autonomia delle migrazioni”. L’autore ritiene che gli elementi di imprevedibilità e turbolenza che caratterizzano i movimenti migratori costituiscano una sfida ai movimenti di controllo del lavoro, esemplificata dalle “lotte sociali che si sviluppano attorno al confine.”

Con la “tesi dell’autonomia delle migrazioni”, poi, Mezzadra culmina lo sviluppo della sua argomentazione volta a riparare nella soggettività migrante per ritrovarvi le esigenze soggettive di cittadinanza che esprimono i movimenti migratori, appunto come “movimenti sociali”. Di fronte al proliferare dei limiti alla mobilità, Mezzadra salva il potenziale creativo e rivoluzionario dei migranti affrontando queste barriere progettate a fini di dominazione, che li  mostrano come soggetti autonomi con richieste di partecipazione cittadina.

L’approccio proposto da Mezzadra sulla “autonomia delle migrazioni” ha il merito di posizionare il soggetto migrante come una figura la cui presenza costringe gli Stati a pensare e ripensare i propri codici di inclusione ed esclusione sulla base delle proprie rivendicazioni. 

 

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