Democrazia Diretta: tra i 5stelle e i Soviet

Dal M5S si sentono spropositi socialistoidi sulla «democrazia diretta», ma la realtà va oltre i referendum e la Lega chiede il presidenzialismo nella Costituzione: “Più Stato, meno Popolo”.

Di sicuro, tra le varie istanze proposte dal Movimento 5 Stelle, una delle più sinistroidi, benché ripresa anche da movimenti di destra internazionali, è il richiamo alla democrazia diretta. Comunque, questa è ripetuta ad oltranza anche da altri movimenti, non proprio identificabili con una sinistra parlamentare e partitica ingessata nella propria bara burocratica.

Il governo propone, nel suo famigerato “contratto” delle diverse riforme costituzionali che coinvolgano direttamente l’apparato legislativo ed esecutivo: referendum per le leggi ordinarie di iniziativa popolare, a patto che rispettino la Costituzione e i vincoli internazionali. In questo modo non si potrà decidere di votare per l’abrogazione dell’euro o la rescissione dall’Unione Europea, ma secondo quanto proposto, si inaugurerebbe la possibilità di fare referendum sui tributi e per confermare trattati internazionali non ancora adottati. Si propone inoltre, in un’altra proposta di revisione costituzionale, un taglio di circa un terzo dei parlamentari, accompagnata dalla classica retorica “anti-poltronista” dei Cinquestelle, che però farebbe dell’Italia il Paese europeo col maggiore rapporto tra popolazione e «rappresentanti», Germania esclusa.

La riforma prevede inoltre che vi siano proposte referendarie da mezzo milione di firme che, in caso non sia approvata dal parlamento entro 18 mesi, farebbe scattare il referendum propositivo senza quorum, mentre se il parlamento promulga una legge diversa sullo stesso tema, nel referendum si contrappongono i due testi, facendo vincere chi raggiunge più voti. Nel frattempo la Lega ingiunge con l’abolizione del quorum per il referendum abrogativo, l’abolizione del Cnel e annuncia di voler attuare una forma di presidenzialismo e l’elezione dei magistrati.

Nonostante il romantico pensiero comune, i referendum sono tutt’altro che forme di democrazia diretta, o affermazioni popolari in una gestione sempre più dispotica del potere – come sarebbe col presidenzialismo e il taglio dei parlamentari. Infatti, nei referendum le risposte al quesito sono due, un aut-aut a cui non è richiesto pensare alternative oltre il già deciso, ma è solo richiesta una passiva adesione a decisioni comunque già prese e vagliate. Questo non è democrazia, e anzi, nonostante l’aumento relativo del numero di referendum dagli anni Ottanta a oggi, la “democrazia” rappresentativa italiana si fregia di attributi sempre meno democratici, persino all’apparenza.

Per etimologia, essendo la democrazia il governo del popolo, ovvero l’autogoverno dei governati, la coincidenza tra governanti e governati, non si può assumere che i referendum siano democratici (o addirittura forme di democrazia diretta solo perché il popolo viene chiamato alle urne) se sono delle emanazioni sotto il vaglio di un’autorità superiore o emanazioni della stessa autorità superiore, quando anche propositive. Lo Stato attuale non è democratico nel vero senso della parola, perché si eleva sui governati persino come concetto: chi governa i governanti? Solo in una democrazia vera, diretta, in quanto ogni cittadino è governante e governato, si può assumere come espressione della vera volontà popolare ciò che viene deciso e intrapreso.

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Ma è possibile la democrazia diretta?

Il fallimento della cosiddetta democrazia rappresentativa è sotto l’occhio di tutti da svariati decenni. Spese militari altissime, poco interesse nell’individuo da parte dell’ordine costituito, processi arbitrari e leggi per la condanna dell’opinione: in generale maschera l’attività pura dello Stato, ormai semispoglio dell’aura assistenzialista degli anni Settanta. Incentivi, finanziamenti e condoni alla parte abbiente e dominante di una società dove il divario economico e sociale si allarga vistosamente di anno in anno. E il problema secolare della corruzione, col voto segreto e l’oscurità burocratica di un’amministrazione opaca fanno gli interessi di altri che i “rappresentati”.

In questo, il fallimento formale della rappresentatività come sistema di governo rende necessario pensare e sollevare il sogno della democrazia diretta, a patto che sia vera democrazia, ove il popolo si autogoverni coscientemente. Viene in aiuto ai giganteschi problemi di gestione del potere la Storia, che illustra come, in tempi moderni – senza comunque la forte immediatezza dei recenti mezzi di comunicazione – la democrazia diretta non sia solo auspicabile come esercizio teorico, ma soprattutto sia applicabile, applicata e da applicare. Gli esempi più lampanti e vicini, geograficamente, sono nelle insurrezioni operaie e socialiste del XIX e XX secolo.

La Comune di Parigi, primo esempio di una democrazia socialista, fece un uso con successo della democrazia diretta, nel resistere agli eserciti francese e prussiano abbastanza da poterle permettere di promulgare e applicare i provvedimenti che sono alla base di qualsiasi welfare moderno: istruzione pubblica e gratuita, sanità gratuita, ma soprattutto – e qui sta la forza rivoluzionaria della Comune che oltrepassa qualsiasi programma assistenziale keynesiano – l’eleggibilità e revocabilità di qualsiasi carica pubblica, e la collettivizzazione pianificata delle attività produttive nella capitale francese. Focalizziamoci sull’apparato burocratico e statale: le “masse” nella Comune non sono un oggetto distante che si pretende ipocritamente abbiano una certa rappresentatività (negata) nell’apparato politico, ma gli individui stessi, in quell’insieme di persone considerato “massa”, decidono per sé e per gli altri in base all’utile comune, e mettendosi direttamente in discussione per un’amministrazione efficiente dello Stato.

In questo modo, la sfera semantica che accompagna l’idea concettuale di Stato, che suggerisce la sua etimologia in italiano, come cosa che è, è stato, e quindi tendenzialmente sarà, come apparato inflessibile, sedicente eterno, imprescindibile della società, collassa su ciò che lo Stato socialista va a determinare con la sua esistenza. Lo Stato socialista della Comune, ovvero l’applicazione della democrazia diretta per ciò che concerne una città o un’area metropolitana circoscritta, risulta essere null’altro che un apparato al servizio dei cittadini, ove i cittadini stessi lo compongono, o a turno o a elezione a seconda di come è preferito dalla comunità. Infatti le funzioni statali sono ridotte al necessario per difendere la società socialista, per la produzione razionale e umana nella società e soprattutto per una ridistribuzione dei prodotti in funzione della necessità, andando a scardinare il cliché che vuole l’uomo imprigionato da un’etica egoistica e avida tipica del capitalismo, ma che si scontra con la necessità solo umana di vivere coscientemente all’interno di rapporti umani sani, non irrigiditi dalla formalizzazione e dalla burocrazia.

Da un punto di vista puramente etimologico, la stessa parola società, che ormai è un termine sinonimo – nell’accezione delle scienze, per l’appunto, sociali – a “rete di rapporti interpersonali” ha nella sua origine la parola socius, alleato, da cui anche il significato finanziario di “società” [per azioni, a responsabilità limitata, etc.]. Nel primo senso, quindi, una società dev’essere formata innanzitutto da alleati, da persone che collaborano attivamente per il bene comune, da boni cives, cittadini onesti, ma soprattutto alleati tra di loro. Ovviamente, se si rapporta il significato intrinseco nell’etimologia di società con la realtà attuale, il contrasto si fa tanto stridente quanto risibile, eppure è null’altro che un’ulteriore conferma del fatto che sia necessario, per l’efficacia di una vera democrazia, una forte responsabilità personale. Non inteso col significato burocratico di “senso del dovere”, ma con il senso positivo di «essere capaci di dare un responso», ossia poter rispondere delle necessità collettive e personali con un moto interiore cosciente che si traduce in un’azione responsabile. Senza responsabilità non si ha democrazia diretta, e di converso, la democrazia diretta è la vera forma di auto-governo socialista.

Ma allora, il socialismo e la democrazia diretta sono possibili solo entro i confini di un’area circoscritta, una sorta di nuova polis, una città-stato indipendente e quindi potenzialmente in conflitto con altre simili?

No, e la costituzione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa emanata nel 1918, nel mezzo della Rivoluzione d’Ottobre, risponde efficacemente a qualsiasi dubbio sull’effettivo legame tra le Comuni (in russo diventate Soviet già da prima della rivoluzione, ovvero consigli di operai, contadini e soldati), e benché effettivamente non sia stata applicata, porta delle risoluzioni interessanti nei rapporti dei Soviet tra di loro. Lungi dall’essere città-stato in conflitto tra loro, i Soviet, ovvero le assemblee popolari, erano coordinati da un consiglio comune, il Soviet Supremo, che dirigeva la confederazione sovietica (di cui il nome Unione Sovietica sarebbe dovuto essere sintomo di una federazione di Soviet) per le direttive economiche, la politica estera, interna, la difesa e quant’altro fa un parlamento.

Il trasformarsi di queste forme di democrazia diretta, che ebbero il loro culmine durante la Guerra Civile, in semplici rami locali di un’amministrazione fortemente centralizzata è dovuto, in prima analisi, alla particolare forma del partito, che permeando la vita politica e sovrapponendosi allo Stato, finì per essere il vero centro del potere, una volta ridotti al silenzio gli altri partiti presenti nei consigli degli operai, contadini e soldati. In effetti, la struttura ingessata della burocrazia sovietica già dal 1923 è da imputare non tanto alla debolezza delle istanze presenti nella costituzione del 1918, quanto invece al predominio del partito. Una sovversione dello slogan rivoluzionario Вся власть Советам!* «Tutti i poteri ai Soviet!», ridotti ad appendice di un partito-classe dominante. [*Vsja vlast’ Sovetam]

Nella grafia russa preriformata, “Вся бласть Совѣтамъ”, Vsja vlast’ Sovětam”

È però necessario che i partiti, di qualunque impostazione politica o ideologica, perdano di potere e rilevanza, perché altrimenti la struttura tipicamente gerarchica del partito si sovrapporrebbe allo Stato così alleggerito e popolare, provocando un rovesciamento della scala di potere nella “repubblica democratica” capitalista, dove lo Stato è immensamente più potente dei partiti. Per questo, è una condizione imprescindibile per la riuscita e la tenuta della democrazia socialista – o diretta, come si preferisce dire – che ogni singolo cittadino riesca a disalienarsi dalla condizione di subalternità e di impotenza immanente nella società capitalista. Detto così, sembra un monito oscuro, ma, riflettendo, non si potrà mai installare una società più democratica se prima i suoi abitanti non iniziano a pensare in maniera più democratica e collaborativa.

Attualmente, le forme mentali della società sviliscono il lavoro collettivo in favore dei meriti produttivi dell’individuo singolo in una vita passata a competere, ovvero a gareggiare generalmente per il feticcio del denaro e della vita ideale da classe medio-alta. L’essere umano è alienato, ovvero vive in una situazione dove è impotente di agire autonomamente per la propria vita all’interno di un macchinario burocratico percepito come immenso, eterno e in cui si percepisce il chiaro messaggio «nessuno è indispensabile». Quindi, egli sfoga la propria impotenza nel consumo, perché può scegliere e preferire una cosa – non necessariamente materiale, ma anche idee, partiti, interessi culturali, mode – rispetto a un’altra, sulla base di esperienze acquisite in cui il mercato della pubblicità tenta con successo di inserirvisi. La democrazia diretta non può sussistere in una società capitalista perché l’uomo vive deresponsabilizzato, in balia di un sistema caotico che fa decidere scelte comunque pesantemente influenzate dallo stesso meccanismo della pubblicità, da idee come «il bisogno del mercato del lavoro», «l’inutilità pratica degli studi umanistici», vivendo in soggezione a un’entità superiore, quasi metafisica: il Mercato.

[Curiosamente queste sono le accuse che di norma si rivolgono al dirigismo di stampo sovietico, ovvero di decidere per filo e per segno la vita delle persone; ciò avviene anche nel capitalismo di mercato, senza però che si personalizzino le effettive necessità di lavoro, ossia senza che lo Stato chieda x o y di ogni impiego. Idealmente, essendo il mercato ad “autoregolarsi”, al contrario del dirigismo dove la pianificazione centralizzata la fa da padrone, così si “autoregolano” le necessità lavorative, con l’escamotage di un esercito di lavoratori di riserva, assente nel dirigismo: i disoccupati.] Finché l’uomo vive con questi padroni, siano esse le antiche religioni, o i moderni culti al Denaro e al Mercato, che tutto possono sulla vita dei comuni mortali, non può prendere effettivamente possesso della propria vita, perché vive in funzione del Denaro e del Mercato, e non del proprio utile umano, sia materiale coi beni di necessità, sia spirituale con delle relazioni soddisfacenti.

In una società socialista, l’unica dove sia possibile e necessaria la democrazia diretta, sono i rapporti interpersonali a essere centrali per l’esistenza stessa della società. Pertanto questi devono essere sani, risanati dall’alienazione e dalla frustrazione della società liquida del capitale: in questo senso l’emancipazione dell’uomo dalle sue catene deve avvenire sia mentalmente che nella pratica. La forza di sentimenti positivi come l’amicizia e l’amore e del sistema valoriale “biofilo” sono l’asse centrale dell’uomo nella democrazia diretta; infatti poter convivere armonicamente coi propri simili e conoscenti, coi quali si vive costantemente e comunque insieme, passa soprattutto per la veridicità dei sentimenti e delle emozioni umane, prive di qualsiasi logica capitalista come oggetti di consumo.

Le relazioni, così deteriorate e difficilmente sane nella nostra epoca, nella società dove l’uomo si autodetermina come individuo a sé stante, cosciente della propria originalità e dei rapporti sociali paritari che intesse coi suoi simili, saranno dunque il fulcro dell’intera società, che null’altro è se non una rete di rapporti sociali estesi. L’amore non può deteriorarsi, e la medesima concezione determinista di innamoramenti fissi, che devono accadere ed esaurirsi, dunque consumarsi, anche nella sua accezione più comune di “deteriorarsi”, è figlia di una visione dove tutto è fuggevole, consumabile, deteriorabile, persino la stessa formazione e mantenimento di legami amorosi decade:

«Assumiamo che l’uomo sia uomo, e il suo rapporto col mondo sia di tipo umano. In questo caso l’amore si scambia con l’amore, la fedeltà con la fedeltà, ecc. Se uno vuole godere dell’arte deve essere una persona che esercita realmente un’azione stimolante e incoraggiante sugli altri. Ognuna delle vostre relazioni con l’uomo e la natura deve essere un’espressione specifica, che corrisponde all’oggetto da voi desiderato, dalla vostra vita individuale reale. Se uno ama senza pretendere amore, ossia se non è capace, manifestando il proprio amore, di diventare una persona amata, allora il suo amore è impotente ed è una disgrazia»

– Karl Marx

In conclusione, l’unico vero sistema democratico è la democrazia diretta, a dispetto del pensiero diffuso, che vede la diretta partecipazione dell’individuo nella gestione della vita pubblica, ovvero ognuno fa politica, così come ognuno lavora, ognuno investe culturalmente il tempo libero, e così via. Per fare in modo che ognuno coscientemente sia capace di gestirsi, è necessario che viva in una società dove gli sia dato modo di potersi autodeterminare, e questa società coincide col socialismo, dal momento che tende verso l’annullamento di rapporti sociali ed economici di subalternità, sollevando tutti gli uomini in qualità di pari, l’uno all’altro (in questo, si corona con la pratica l’idea illuminista che tutti gli uomini siano nati uguali). La democrazia diretta non può sussistere nel capitalismo dal momento che la società capitalista attualmente si evolve su rapporti sociali alienati, irrigiditi e impari fra gli uomini, mentre nel socialismo è una condizione necessaria, in quanto solo se gli uomini vivono in armonia e uguaglianza tra loro, sarà possibile giungere a un’effettiva sanità dei rapporti sociali, senza cementificazioni burocratiche.

Se davvero il sedicente “governo del cambiamento”, che propina “manovre del popolo”, vuole attuare una vera democrazia diretta, costruisca una società socialista, e non fomenti le guerre tra poveri in favore di condoni, tagli fiscali, pratiche strette di mano di uno Stato sempre più servo della classe dominante, industriale e finanziaria.

«La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta»

– Theodor Adorno

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