La «Vita di Galileo» e la scienza 377 anni dopo

L’otto gennaio dell’anno 1642 a Firenze moriva il fisico Galileo Galilei, padre della scienza moderna.
I suoi studi si svolsero nel pieno della rivoluzione scientifica, periodo che coincideva con la controriforma ecclesiastica di quel secolo, e sovvertirono completamente gli studi scientifici nel modo in cui erano concepiti a quel tempo. Teorizzò ad esempio la legge del pendolo e dimostrò che, se lasciati cadere da una stessa altezza, due oggetti impiegano lo stesso tempo a toccare il suolo, indipendentemente dal loro peso.
Ma i fondamenti teorici che veramente lo resero celebre furono l’invenzione del metodo scientifico, che si basava sull’oggettività delle osservazioni, e la dimostrazione del sistema copernicano, ovvero l’eliocentrismo.
Si seppe pericolosamente districare in un’epoca di innovazione imbrigliata nella relazione retrograda della Chiesa e che si doveva asservire agli interessi economici dei grandi signori. Galileo infatti riuscì ad andare avanti sia per le sue idee (mai rinnegò le verità bibliche, anzi sostenne che la scienza e religione fossero le due verità assolute e che gli errori risiedessero nelle loro interpretazioni), ma anche grazie alla sua astuzia nel sapere trattare con diplomazia.
Questo contrasto tra assidua ricerca della verità e spirito di contrattazione, che porterà lui a compiere quel “tradimento” verso il suo ruolo di scienziato, è ben descritto nell’opera teatrale «Vita di Galileo» di Bertolt Brecht.

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Lo scrittore del Novecento apre questa sua opera “didattica” (ovvero quel tipo di opera di Brecht tesa a riflessioni profondamente politiche) con un Galilei quarantacinquenne che sta ideando e proponendo il suo cannocchiale con vitalità e animo di sfida. Le scene finali invece dipingono un protagonista che quasi non viene riconosciuto dai suoi discepoli, il quale si vergogna di sé stesso e del suo tradimento, ma che, nonostante la sua condizione pietosa, mantiene in sé l’orgoglio di continuare una sua opera (Discorsi a dimostrazioni matematiche sopra due nuove scienze) e farla circolare di nascosto, riguardando un suo discepolo di ricordarsi che quando la scienza si mette al servizio del potere e dei soprusi, così come ha fatto lui abiurando e prima ancora aiutando signori a sterminare uomini, perde il suo senso di aiutare l’umanità e non ha possibilità di resistere alla prepotenza di chi ha interesse nel metterla a tacere.

La scena che abbiamo scelto di proporre, una delle ultime, mostra infatti il momento in cui la figlia di Galileo e i suoi discepoli attendono di sapere l’esito del processo a cui Galileo è sottoposto. Qui si vedrà un Galileo sconfitto, che rinnega senza forze ciò in cui crede fermamente.
Anche qui però il personaggio con le ultime parole che rivolge esprime un tema tutto attuale di un eroismo individuale che si mostra tristemente necessario in un sistema autoritario.

Brecht mostra il dispiacere e senso di colpa verso sé stesso per l’essere scappato dalla Germania durante il nazismo e non avendo combattuto faccia a faccia la prepotenza della forza nemica.
Possiamo quindi estendere il nostro discorso non solo agli scienziati, ma anche agli intellettuali in generale: non puntate alla gloria e al successo subitaneo, non vendete l’anima pur di andare avanti nei vostri studi senza essere convinti del risvolto futuro che avranno.
Se la lotta non si protrae anche nei suddetti ambienti, la società farà molta fatica a cambiare a tutti i livelli.

«Vita di Galileo» – Scena XIII

22 giugno 1633: Galileo Galilei rinnega davanti all’Inquisizione la sua dottrina della rotazione della terra.

E fu un giorno di giugno, che presto passò
e fu un giorno importante per me e per te.
La ragione uscì fuori dalle tenebre
e tutto un giorno stette dinanzi alla porta.

Palazzo dell’ambasciata fiorentina a Roma.
I discepoli di Galileo sono in attesa di notizie. Frate Fulgenzio e Federzoni giocano a scacchi secondo il nuovo metodo, con grandi spostamenti dei pezzi. Virginia, inginocchiata in un angolo, recita avemarie.

FULGENZIO: Il Papa non ha voluto concedergli udienza: niente più discussioni scientifiche!

FEDERZONI: Era la sua ultima speranza… Glielo aveva ben detto, tanti anni fa, a Roma, quando era ancora il Cardinale Barberini: tu ci sei necessario! Adesso lo hanno, e se lo tengono stretto.

ANDREA: Lo uccideranno. Non terminerà i «Discorsi delle nuove scienze».

FEDERZONI: (lanciandogli un’occhiata di straforo) Lo credi davvero?

ANDREA: Non abiurerà mai.

Pausa.

FULGENZIO: Quando la notte non si riesce a dormire, succede che il cervello continua a mulinare dei pensieri senza importanza. Stanotte, per esempio, non ho fatto che pensare: non avrebbe mai dovuto lasciare la Repubblica Veneta.

ANDREA: Ma là non poteva scrivere il suo libro.

FEDERZONI: E a Firenze non poteva pubblicarlo.

Pausa.

FULGENZIO: E pensavo anche: se almeno gli permettessero di tenere con sé il suo sassolino, il «richiamo alla ragione», quello che porta sempre in tasca!

FEDERZONI: Eh! Di tasche, là dentro, non se ne parla.

ANDREA: (con un grido) No, non oseranno farlo! E anche se glielo faranno, lui non abiurerà. «Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente!»

FEDERZONI: Non lo credo neanch’io, e preferirei non vivere più, se lui abiurasse. Ma quelli hanno la forza.

ANDREA: La forza non può tutto.

FEDERZONI: Forse.

FULGENZIO: (sottovoce) Da ventitre giorni è carcerato. Ieri c’è stato il grande interrogatorio. E oggi c’è il consiglio.
(Avvedendosi che Andrea lo sta ascoltando, alza la voce) Quando venni qua a trovarlo, due giorni dopo il decreto, eravamo seduti lì fuori, ed egli mi mostrò il piccolo Priapo presso la meridiana del giardino – lo vedete là? – e paragonò la sua opera ad una poesia di Orazio, perché anche in essa non c’era nulla da cambiare. Mi parlò del suo senso della bellezza, che lo spingeva alla ricerca della verità. E mi citò il motto: «Hieme et aestate, et prope et procul, usque dum vivam et ultra»: e pensava alla verità.

ANDREA: (a Fulgenzio) Gli hai detto che aria di sfida aveva al Collegio Romano, mentre quelli esaminavano il suo cannocchiale? (Fulgenzio scuote il capo). Si comportava come se nulla fosse. Si teneva le mani sul didietro, sporgeva in fuori la pancia e ripeteva: «Vi prego, signori, ragionate un poco!»  (Ridendo, imita Galileo).

Pausa.

ANDREA: (alludendo a Virginia) Prega perché abiuri.

FEDERZONI: Lasciala stare. Da quando quelli là l’han fatta parlare, non sa più dove ha la testa e dove i piedi.

Entra l’individuo losco di Palazzo Medici.

INDIVIDUO: Il signor Galilei sarà qui tra poco. Forse avrà bisogno di un letto.

FEDERZONI: Lo hanno rilasciato?

INDIVIDUO: È previsto che il signor Galilei abiuri alle cinque, in una seduta dell’Inquisizione. Nello stesso istante suonerà la grande campana di San Marco e verrà gridato in pubblico il testo dell’abiura.

ANDREA: Non ci credo.

INDIVIDUO: Il signor Galilei sarà portato qui, all’uscita del giardino dietro il palazzo, per evitare assembramenti nelle strade. (Via).

Pausa.

ANDREA: (improvvisamente, a voce alta) La luna è una terra ed è priva di luce propria. E Venere pure è priva di luce propria ed è simile alla terra e si muove intorno al sole. E quattro lune girano intorno al pianeta Giove, che si trova all’altezza delle stelle fisse e non è fissato su una calotta. E il sole è il centro del mondo e sta immobile nel suo luogo, e la terra non è il centro e non è immobile. E tutto questo, egli ce lo ha mostrato.

FULGENZIO: E la forza non può fare che un uomo non veda ciò che ha visto.

Silenzio.

FEDERZONI: Sono le cinque.

Virginia prega più forte.

ANDREA: Non riesco più a star fermo, no! Stanno uccidendo la verità. (Si tappa gli orecchi con le dita. Frate Fulgenzio lo imita).

Ma la campana non suona. Dopo una pausa, riempita dal mormorio delle preghiere di Virginia, Federzoni scuote la testa, in legno di diniego. Gli altri due abbassano le mani.

FEDERZONI: (rauco) Niente! Le cinque e tre minuti.

ANDREA: Non cede.

FULGENZIO: Non abiura!

FEDERZONI: No. Dio sia lodato!

Si abbracciano, deliranti di gioia.

ANDREA: Dunque, la forza non basta! Non può arrivare dove vuole! Dunque, la stupidità è vinta e non invincibile! E l’uomo non teme la morte!

FEDERZONI: Oggi ha davvero inizio l’era della scienza: questo è il momento della sua nascita. Pensa, se avesse abiurato!

FULGENZIO: Io non parlavo, ma ero all’agonia. O uomo di poca fede!

ANDREA: Io invece lo sapevo.

FEDERZONI: Sarebbe stato come se dall’aurora fossimo ripiombati nella notte.

ANDREA: Come se la montagna avesse detto: io sono acqua.

FULGENZIO: (s’inginocchia piangendo) Dio, ti ringrazio!

ANDREA: Ma oggi è tutto cambiato! L’umanità umiliata solleva la testa e dice: finalmente posso vivere! Questo è quel che si ottiene, quando un uomo si alza in piedi e dice di no!

In questo istante si odono i rintocchi della campana di San Marco, Tutti restano impietriti.

VIRGINIA: (balzando in piedi) La campana di San Marco! Non è dannato!

Dalla via si ode un banditore leggere l’abiura di Galileo.

VOCE DEL BANDITORE: «Io, Galileo Galilei, lettore di matematiche nell’Università di Firenze, pubblicamente abiuro la mia dottrina che il sole è il centro del mondo e non si muove, e che la terra non è il centro del mondo e si muove. Con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto i suddetti errori ed eresie, e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa».

La scena si oscura. Quando torna la luce, si odono ancora i rintocchi della campana, che però cessano subito. Virginia è uscita; i tre discepoli di Galileo sono sempre in scena.

FEDERZONI: Non t’ha mai pagato decentemente per il tuo lavoro! Non sei mai riuscito a pubblicare un libro tuo, e neanche a comprarti un paio di calzoni. Ecco il bel guadagno che hai fatto a «lavorare per la scienza»!

ANDREA: (forte) Sventurata la terra che non ha eroi!

Galileo è entrato. Il processo lo ha trasformato radicalmente, fin quasi a renderlo irriconoscibile. Ha udito le parole di Andrea. Per alcuni istanti si ferma sulla soglia, aspettando un saluto. Ma poiché nessuno lo saluta, anzi i discepoli si allontanano da lui, egli avanza lentamente, col passo incerto di chi ci vede male, fino al proscenio; qui trova uno sgabello e si siede.

ANDREA: Non posso guardarlo. Fatelo andar via.

FEDERZONI: Sta’ calmo.

ANDREA: (grida a Galileo) Otre da vino! Mangialumache! Ti sei salvata la pellaccia, eh? (Si siede) Mi sento male.

GALILEO: (calmo) Dategli un bicchier d’acqua.

Frate Fulgenzio esce e rientra portando un bicchier d’acqua ad Andrea. Nessuno mostra di accorgersi della presenza di Galileo, che siede in silenzio, nell’atto di ascoltare. Giunge di nuovo, da più lontano, il grido del banditore.

ANDREA: Adesso riesco a camminare, se mi aiutate un po’.

Gli altri due lo sorreggono fino all’uscita. In questo momento Galileo incomincia a parlare.

GALILEO: No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.

RAGAZZO: (legge davanti al sipario) «Chi non vede come un cavallo cadendo da una altezza di tre braccia o quattro si romperà l’ossa, ma un cane da una tale e un gatto da una di otto o dieci, non si farà mal nissuno, come né un grillo da una torre, né una formica precipitandosi dall’orbe lunare? La natura non potrebbe fare un cavallo grande per venti cavalli, né un gigante dieci volte più alto di un uomo, se non o miracolosamente o con l’alterar assai le proporzioni delle membra e in particolare dell’ossa, ingrossandole molto e molto sopra la simmetria dell’ossa comuni. Il creder parimente che nelle macchine artifiziali egualmente siano fattibili e conservabili le grandissime e le piccole, è errore manifesto».

— Compagna Laura

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