Afghanistan e socialisti: punk-islam, (in)utili idioti

Allah è grande e Gheddafi è il suo profeta.

CCCP – Punk Islam, 1984

Anche circa l’Afghanistan, gli errori sono gli strumenti con cui qualsiasi essere umano apre alla possibilità di detenere una cognizione del mondo, dalla propria sfera individuale a quella collettiva. Non si può alterare il carattere intrinsecamente positivo di qualsiasi procedimento aperto all’errore. Il problema è quando questo, da elemento che precede qualsiasi prescrizione, la cui trattabilità è normalizzata nell’analisi del reale, diviene sistemico ed ideologico, diviene condizione pregiudiziale che apre alla ricerca isterica di modelli, di segni del potere quali risposta destituente dell’analisi scientifica.

Questo sta alla base dell’estremismo piccolo borghese dimostrato da molti componenti del movimento socialista in questi ultimi tempi nei più diversificati ambiti del reale, dai vaccini all’Afghanistan. Questo lo si nota quando si analizza la loro insofferenza rispetto all’analisi di classe, ovvero alla qualificazione delle forze in gioco dietro la proprietà dei mezzi di produzione e riproduzione della vita, queste manifestate negli oggettivi rapporti tra capitale e lavoro, tra grado di sussunzione e capacità reattiva delle forze produttive. Nel caso in oggetto dell’articolo, i diversi movimenti destituiscono il loro compito storico preferendo negli atti un feticcio dal gusto banalmente patriottardo. In loro l’odio cieco per uno stato quale gli Stati Uniti d’America prevalica qualsiasi prospettiva di lotta, connotando l’imperialismo non più come un processo di reinvestimento del surplus accumulato su differenti piani dell’economia e della gestione dei corpi, ma come un ente di carattere mefistofelico che assume a piacimento la bandiera dell’Europa o degli USA in base alla natura del presunto stato anti imperialista, che sia la Russia di Putin, la Bielorussia di Lukašenko, lo Stato Islamico di al-Baghdadi (con il placet di Scuderi), l’Iran sciita o l’Afghanistan talebano.

Tale piega estremistica accomuna giovani e vecchi, dal PMLI ad M48 fino ai più ambigui circuiti del “socialismo nazionale” italiano, in una generale condizione di demenza a cui, sinceramente, vorrei far presente alcuni punti che sembrano mancare all’appello del loro ragionamento collettivo, almeno nei termini in cui si tenta di svolgerlo in merito alla questione afgana.

Perché, se di spontaneo si tratta, tale ragionamento collettivo non riesce a trarre due particolari conclusioni:

  • I fatti avvenuti non sono la vittoria di una qualsiasi ed insperata forza anti-imperialista e nemmeno è una sconclusionata vittoria di Pirro, bensì ciò che è accaduto in Afghanistan è una sconfitta al di là del punto di prospettiva da cui la si guarda o da cui ci si illude di guardarla.
  • Non c’è possibilità di sviluppo in un paese che sarà sempre tenuto negli standard del sottosviluppo per evidenti limiti plastici della politica nazionale islamista in materia economica e per gli altrettanto evidenti interessi dei blocchi economici egemonici rimanenti dalla destituzione del controllo atlantico sui processi economici afghani.

Riassuntiva parentesi storica

Andando a giustificare la prima conclusione, vedete compagni – perché ormai l’articolo o diventa lettera aperta o pantomima sterile – è vero che la storia insegna ma non ha scolari – al massimo ha solo sacerdoti attratti o dai reliquari o dal richiamo delle icone ai tempi del mito e del venerato – ma è anche vero che senza principio di continuità e coerenza nella narrazione dei fatti, il discorso dello storico è solo pura genealogia asservita ad eliminare il passato in nome di un qualsiasi interesse presente, che sia un interesse cosciente di sé o uno specchietto per allodole. E quale miglior gestione del discorso storico è la semplificazione tra vincitore e vinti? Un classico specchietto per le allodole: è la più facile modalità di conclusione di una narrazione e il miglior modo per volgere ad una sua interpretazione veloce e faziosa. La vittoria non è un dato assoluto, ed ancora in minor misura può risultare a favore di un qualche soggettivismo la cui assolutezza si sviluppa al di fuori del potere materiale di organizzazione della vita.  Ed il discorso ritorna sempre allo stesso leitmotiv: col dimenticarsi delle discriminanti oggettive si giunge a considerare come soggetti storici delle mere funzioni, e la questione afgana è esemplare.

Come scritto nel primo punto, la vittoria non è di nessuno: piuttosto si manifesta il principio di continuità nella sconfitta, un principio che perseguita l’Afghanistan da oltre 40 anni.

Ormai la letteratura sulla storia dell’Afghanistan moderno straborda di fonti per attestare tale continuità nella sconfitta, se per sconfitta intendiamo la mancanza di sviluppo di un’invariante storico, fermo in uno stato di crisi dagli anni ’80. I riferimenti possono essere molteplici come a seguire

Durante due visite nel 1980-81, ho visto gli inizi del progresso: donne che lavorano insieme nelle cooperative artigiane, dove per la prima volta potevano essere pagate decentemente per il loro lavoro e controllavano i soldi che guadagnavano. Adulti, sia donne che uomini, imparano a leggere. Donne che lavorano come professioniste e ricoprono alti incarichi di governo, compreso il ministro dell’Istruzione. Le famiglie povere che lavorano possono permettersi un medico e mandare i propri figli – ragazze e ragazzi – a scuola. La cancellazione del debito contadino e l’inizio della riforma agraria. Cooperative contadine in erba. Controlli sui prezzi e riduzioni di prezzo su alcuni alimenti chiave. Aiuta i nomadi interessati a una vita stabile. Ho anche visto gli amari risultati degli attacchi dei mujahidin da parte degli stessi gruppi che ora compongono l’Alleanza del Nord, che in quegli anni prendevano di mira soprattutto scuole e insegnanti delle zone rurali.

Dalla corrispondente del People’s World – Marilyn Bechtel

Le ribellioni dei mujahidin descritte dal brano in riferimento non sono ascrivibili ancora allo sviluppo della forza talebana, tant’è che gli studenti coranici si dimostrarono sempre acerrimi nemici dei signori della guerra dell’Alleanza del Nord, vedasi il conflitto che li vide vincitori nel ’96 e vedasi la morte del generale Massud per mano di un attentato kamikaze. A noi però può interessarci ben poco l’immediata qualificazione degli agenti in campo, facilmente reperibile, quanto dobbiamo prestare la nostra attenzione alla giustificazione dello stato di continua sconfitta a priori della prospettiva con cui si legge l’analisi dei fatti. E per trovare tale giustificazione, dagli sviluppi dei soggetti politici dobbiamo andare a vedere i rapporti loro costituenti, e come questi abbiano in nuce già la produzione della sconfitta come loro stesso soggetto politico, definito dall’interesse stesso che lo muove.

Il primo grande sconfitto fu l’interesse sovietico nel suo tentativo di consolidare un governo in un’area strategicamente rilevante: la posizione centrale dell’Afghanistan garantiva una perfetta zona cuscinetto tra blocchi avversari, posizione che faceva gola anche agli stessi USA che tentarono in più modi di integrare nella loro sfera di influenza la regione in virtù del suo potenziale di mediazione e vassallaggio. I compiti di tale stato sarebbero stati molteplici.

  1. Stemperare l’azione del Pakistan, che già con Ali Bhutto nel ’71 iniziò la ricerca sul nucleare con fondi iraniani, libici e sauditi e che garantiva d’essere, dopo la caduta del governo socialista dello stesso Bhutto per mano del golpe militare islamista ed anticomunista di Zia-ul-Haq, una zona di influenza atlantica.
  2. Essere una zona di osservazione per l’India, regione di variabile autonomia della collocazione nei blocchi geopolitici e perennemente attraversata da scontri di matrice religioso-indipendentistica. Esemplari le battaglie avvenute per l’indipendenza del Punjab indiano, che proprio ad inizio anni 80 portarono alla morte l’allora premier Indira Gandhi.
  3. Essere una zona di confronto tra due blocchi, quello sovietico e quello confinante con l’estremo nord est afgano, ovvero il blocco cinese. Nel 77 l’attacco dei vietnamiti filosovietici di Lê Duẩn alla Cambogia filocinese di Pol Pot innescò una serie di atti intimidatori di confine che scoppieranno due anni dopo nel primo conflitto aperto tra due potenze dichiaratamente socialiste, Cina e Vietnam, “socialismo cinese” contro “socialismo reale”. La possibilità di chiudere alla Cina e all’influsso politico del suo blocco la strada per l’India ed il Pakistan con la completa integrazione della nazione afgana nel blocco sovietico era un obbiettivo ghiotto e tangibile.
  4. Essere zona di mediazione con l’Iran che nel ’79, con la fuga dello Scià Reza Pahlavi, la presa di potere dell’ayatollah Khomeini e la soppressione del movimento socialista, divenne una repubblica teocratica sciita e concluse il cerchio di avvenimenti iniziato con il golpe anglo-americano (cfr. Operazione Ajax) ai danni del governo laico di Mossadeq, presentando il primo esempio al mondo di come l’azione delle potenze imperialiste in Oriente potesse sviluppare formazioni di carattere fondamentalista ed aprire la strada a forme di governo ibride, storicamente equivoche, senza alcun controllo e pressoché retrograde.

Sia che queste forme nascessero in reazione all’azione delle potenze straniere, sia sviluppassero con loro una proficua seppur iniziale connivenza, la gestione dell’entropia sociale da parte del centro di accumulazione verso le periferie iniziò ad esser fallimentare. E questo si vide molto bene pure in Afghanistan con l’intervento delle truppe sovietiche a difesa del governo Taraki, con i sopracitati interessi coperti dall’apparato normativo di un complesso patto d’amicizia appena stipulato tra i due paesi: la sconfitta era dietro l’angolo.

Il complementare interesse americano per l’Afghanistan si è sviluppato mutuando un titolo di una raccolta di novelle di Stephen King: la parabola dell’a volte ritornano finisce sempre tra la farsa e la tragedia, nel ritorno di un pericolo non solo preannunciato ma pur assecondato. È quella nemesi storica canforiana che vien creata e si rivolta al suo creatore, e se il dottor Frankenstein si può identificare specificatamente nell’interesse statunitense a destabilizzare lo stato afghano dopo la Rivoluzione di Saur (1978), il mostro possono essere solo gli stessi talebani. Il conflitto tra governo afgano, mujahidin dell’Alleanza del Nord ed esercito sovietico ad appoggiare il legittimo governo afgano portò gli americani ad agire su due direzioni di movimento, la prima consistente in rifornimenti di armi e sistemi di difesa all’Alleanza del nord (cfr Operazione Cyclone, cessione di sistemi Stinger e finanziamenti dell’ISI al Pakistan), la seconda sfruttando la massa di sfollati riversatasi in Pakistan, usando le madaris di Zia-ul-Haq per l’istruzione di giovani uomini emigrati. Si calcola che dal 1984 al 1994 gli USA investirono oltre 51 milioni di dollari per sussidiari scolastici inneggianti la jihad. In un periodo di dieci anni 1982-1992 circa 35.000 jihadisti provenienti da 43 paesi sono reclutati per la jihad afgana nei campi di addestramento in Pakistan. Migliaia di annunci, pagati dagli Stati Uniti, sono apparsi nei media di tutto il mondo per motivare i giovani a unirsi ai reaganiani “combattenti per la libertà”, come quello dell’Università del Nebraska.

Il risultato fu la ritirata sovietica con la lenta dismissione dell’apparato governativo afgano, che portò  alla fondazione dello Stato Islamico dell’Afghanistan e alla lunga e sanguinosa guerra civile che dal ’92 al ’96 permise una qualificazione delle forze interne alla resistenza dei mujahidin alla Repubblica Democratica d’Afghanistan e all’URSS. Nel ricambio organico e generazionale al fronte dato dalle nuove forze provenienti dal Pakistan, la parte più ortodossa dell’Alleanza del Nord guidata da Rabbani si vide insidiata da una nuova forza che dal 1994 iniziò a prendere potere, appoggiata dall’Arabia Saudita e dal Pakistan stesso, il fronte degli studenti coranici campeggiati dal mullah Omar, i Talebani, a cui nel ’96 si aggiunsero i membri dell’organizzazione militare al-Qaida, campeggiata dal tristemente famoso Bin Laden, già presente dal 1988 in Pakistan come organismo wahabita nato nelle stesse madrase grazie a fondi americani e al patrimonio miliardario del loro leader yemenita. La guerra vide vincitori i talebani e al-Qaida contro le forze dell’Alleanza del Nord. Nel ‘96 le redini dell’Afghanistan vengono cedute ai vincitori: l’amministrazione dello stato e della cosa pubblica negli anni che seguirono fu connotata dalla barbarie e dal caos: gli americani non seppero dirigere nella maniera ottimale gli stessi gruppi a cui diedero lo spazio materiale di sviluppo per destabilizzare la zona. L’effetto entropico delle forze in gioco si scatenò l’11 settembre 2001 e, dopo vent’anni ed oltre un trilione di dollari spesi tra investimenti bellici ed economici per l’Afghanistan,  la conclusione della saga sembra esser la rovinosa e drammatica fuga da Kabul a cui abbiamo assistito nel mese di agosto. La nemesi storica degli Stati Uniti che, per ironia della sorte, è stata proprio la loro filiazione ai tempi di Taraki, li ha portati ad un’evidente sconfitta sotto ogni punto di vista. L’unica cosa rimasta al popolo americano è quell’intoccabile sentimento revanchista nel celebrare l’uccisione di Bin Laden, dieci anni dopo il World Trade Center.

Il governo socialista sorto dalle ceneri della Rivoluzione di Saur fu forse il più grande e ambiguo sconfitto: un’ambiguità che operava nel gioco tra le parti, tra l’interesse del mantenimento di un principio di sovranità nazionale e la sussunzione della sfera afgana in quella sovietica, tra l’interesse all’autonomia e l’interesse all’auto-tutela di una formazione di governo. Tale duplice interesse ben lo si vide nel susseguirsi di golpi e destituzioni che dall’assassinio di Taraki permise l’avvicendarsi di primi ministri funzionali e disfunzionali o alla questione nazionale o all’interesse sovietico o ad ambedue. Questo continuo conflitto di interessi tra parti portò da una parte lo stato afgano, sotto Taraki ed Amin, ad una più equa distribuzione delle risorse economiche e sociali (emancipazione di donne e ragazze dall’ex schiavitù tribale, pari diritti per le nazionalità delle minoranze, inclusi gli Hazara, e un maggiore accesso per la gente comune all’istruzione, all’assistenza sanitaria , a servizi igienico-sanitari e a servizi di abitazione e coabitazione di diritto), con un incremento del PIL nazionale di 300 mld in tre anni (’78-’81) nonostante lo stato di guerra conclamato. D’altra parte, portò ad una sempre più preponderante intrusione sovietica nei piani di sviluppo strutturali ed infrastrutturali del paese a cui garanzia si ponevano, in regola col Patto d’Amicizia tra stati, sempre più contingenti sovietici per stabilizzare gli equilibri interni con l’Alleanza del Nord. Questa continua intrusione nelle scelte governative portò ad una sfiducia generalizzata sulle capacità di perseguimento dell’interesse nazionale da parte del governo, tant’è che a fine 1981 almeno 25 su 28 province afghane già schierate contro il governo. Il processo di democratizzazione e smilitarizzazione voluto dall’ultimo presidente socialista, Najibullah, riportò nell’87 il primo successo elettorale dopo quasi 10 anni di guerra e riconquistò larga fetta dell’Afghanistan, che dovette abbandonare nel ’92, dopo il fallito accordo con Massud su un governo di larghe intese per mettere fine agli scontri armati ed anticipare un periodo di transizione in uno stato laico. Nel ’92 l’Alleanza del Nord prese il potere, spaccata in due correnti rivali, una ortodossa e l’altra riformista: il disconoscimento di Rabbani, falco dell’ala ortodossa, come legittimo capo di stato fu il casus belli della guerra civile che finì con la presa di potere dei talebani e di al-Qaida e con l’esecuzione brutale dello stesso Najibullah.

Dalla parentesi storica, alla parentesi strategica

Alla fine di questa breve trattazione storica, ci colleghiamo dal primo al secondo punto della disamina: verrebbe naturale ai cari compagni definire perciò i talebani come i legittimi vincitori di un circuito di sangue lungo oltre 40 anni, vero? Verrebbe da dubitare sulla lucidità mentale dell’autore quando dice che l’Afghanistan è stata una sconfitta di tutti. È proprio qua che sbagliano, perché la motivazione del fatto che i talebani siano un nulla di fatto e non una prepotente forza anti imperialista riciclata da forza anticomunista si giustifica proprio ricercando quelle relazioni oggettive che sviluppano la connotazione di tale soggetto politico ad essere sconfitto nella sua funzione di gestione del sistema stato: nell’entropia delle forze si è posta la precondizione di ingestibilità del corpo politico e della società afgana.

La gestione dell’economia afgana durante i pochi anni di governo talebano fu fallimentare; i flebili progressi portati avanti dal breve dicastero di Najibullah vennero azzerati con la riduzione di un sistema devastato dalla guerra ma ricco di infrastrutture ad un modello simil feudale nei rapporti di produzione, con la predominanza del settore agricolo e della piccola proprietà sul settore secondario, con il rifiuto di qualsiasi innovazione tecnica, telematica e di qualsiasi circuito di credito o microcredito per motivazioni religiose. I nostri compagni che festeggiano per la fuga coordinata delle forze non riescono a comprendere che questi nuovi talebani, aperti all’uso dei social, con barbe più curate e gestualità più europee non porterebbero nulla di nuovo se non un periodo di depressione economica, di retrocessione dello sviluppo dei rapporti produttivi, oppure, prescindendo forzosamente dalla prospettiva che l’Islam ha sui processi di credito, solamente una nuova area di sottosviluppo sino-russofila.

Come antitesi a questa tesi mi sono state presentate due questioni che vorrei analizzare tentando di dar una presunta dignità al loro contenuto, cosa che francamente mi risulta difficile.

  • L’antitesi teistica, ergo l’onnipresente citazione di Stalin che ormai straborda dai confini della storia e della parodistica a giustificazione dell’appoggio ai talebani.

Nelle condizioni dell’oppressione imperialistica, il carattere rivoluzionario del movimento nazionale non implica necessariamente l’esistenza di un programma rivoluzionario o repubblicano del movimento, l’esistenza di una base democratica del movimento. La lotta dell’emiro afgano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo […]

Iosif Stalin, Principii del Leninismo, in La Questione Nazionale
  • L’antitesi fideistica, che dalla teistica differisce solo per la contemporaneità o meno dell’icona: i talebani possono portare nuova linfa ad un presunto blocco antiimperialista composto da Russia e Cina.

Tutto questo condito con una strana ottica patriottarda per cui ci si aspetterebbe una “presa di coscienza” del popolo afgano dopo la “presa d’indipendenza nazionale” da parte dei talebani.

Andiamo a punti:

Come abbiamo detto, la normalizzazione istituzionale del fondamentalismo islamico non permetterebbe teoricamente la costruzione dei medesimi circuiti di credito che può permettersi uno stato laico, ergo si dovrebbe sviluppare un capitalismo nazionale senza capacità di anticipazione di capitale. Essendo tutt’ora l’Afganistan uno stato che è riuscito a sussistere economicamente mediante l’usufrutto di un settore, quello primario, in cui è impiegata la metà della forza lavoro afgana e che ha visto nuova linfa vitale dalla caduta del regime talebano con il ritorno, sotto la breve parentesi repubblicana, delle coltivazioni da papavero da oppio, il settore secondario non riesce a svilupparsi oltre le compartecipate o le filiali di corporation internazionali. Inoltre, un quarto del PIL annuo afgano consisteva negli investimenti degli aiuti stranieri, portati allo sviluppo infrastrutturale ma dispersi per il clima di corruzione e delegittimazione del potere politico che è persistito negli ultimi 18 anni. Questo non ha potuto portare allo sviluppo di un’economia settorialmente diversificata, tant’è che è stato impossibile in questi anni sia riuscire ad ottimizzare lo sfruttamento dei numerosi giacimenti di terre rare, che ora farebbero gola a Pechino, sia riuscire a sviluppare l’interesse russo-uzbeko per lo sviluppo di un gasdotto di 120 km già esistente e che collega Mazar-e Sharif con il confine uzbeko. Tale è un interesse ancora presente in Putin e Mirziëev, che vorrebbero cautelare e cautelarsi da eventuali escalation talebane o embarghi della comunità internazionale.

Ergo, siamo di fronte ad uno stato che difficilmente può sviluppare quell’acuirsi sistemico delle contraddizioni tra capitale nazionale e lavoro che i socialisti aspettano nello sviluppo della lotta contrattuale da una parte, sistematica dall’altra. Per cui, al massimo, l’unica vera contraddizione che potrebbe sussistere sarebbe tra capitale straniero e forza lavoro autoctona, da cui potrebbe nascere la soggettività di classe a pari dell’acuirsi del grado di sussunzione nei rapporti di produzione. Ma questo, contrariamente a quello che vorrebbero credere i cari compagni pro-talebani, sarebbe prettamente impossibile sia se si attuassero politiche coerenti con i dettami religiosi degli studenti coranici, sia se, con la prima istanza, si attuassero politiche di promozione dell’economia nazionale, che andrebbero a vertere sulla promozione dei settori più redditivi fra tutti, l’esportazione dei lavorati e dei semi di papavero da oppio e l’esportazione di risorse energetiche.

Posti di fronte a questo dilemma, i compagni si discosterebbero dall’icona staliniana per passare alla panacea di tutti i loro problemi analitici: l’esistenza della Cina. Capirebbero il bisogno di uno sviluppo delle forze produttive e delle tecniche di produzione, e chi meglio di Xi Jinping potrebbe dare questi spiragli di speranza? La sussunzione nell’area di influenza cinese, soluzione ottimale per i compagni, porterebbe sia il tanto agognato sviluppo sia un ombrello di influenza politica sistematica sulla regione. Speranza questa che tenta di trovar conferma nelle notizie dei rapporti tra Cina e Talebani, in cui la prima si apre a trattative commerciali di ampio respiro con i secondi con la garanzia che questi debellino i tre grandi mali del fondamentalismo islamico: detta in parole povere, che non abbiano rapporti con gli uiguri e non instaurino loro cellule resistenziali nella regione a maggioranza mussulmana sunnita.  Il problema però non è finito, perché ora bisogna analizzare in relazione ai rapporti capitale-lavoro la qualificazione degli investimenti cinesi, e tale analisi ci apre a due possibilità:

  1. L’investimento cinese non sarà di carattere espansivo ma di tipo conservativo, ovvero il moto di riproduzione allargata non si svilupperà alla ricerca di nuovi regioni di contrasto della caduta del saggio medio nazionale per reinvestire il nuovo surplus, ma si svilupperà prevalentemente in spese cautelative: in parole povere, mazzette. Per cui, udite udite, nessun investimento strutturale rilevante, quindi nessuna reale speranza di condizionare la formazione di un movimento subalterno di reazione, figurarsi una qualche soggettività politica.
  2. I cinesi cercheranno, assieme al Pakistan, loro potente alleato sunnita, di introdurre l’Afghanistan nella BRI, conquistandosi numerose probabilità di sfruttamento di un corridoio commerciale già preventivato inizialmente in cambio di investimenti strutturali a debito.

Nell’ipotesi di investimento strutturale, questo non sarebbe ovviamente un investimento cinese a fondo perduto, quindi si prefigurerebbero quelle contraddizioni tra capitale extranazionale e forza lavoro autoctona (leggasi il capitolo dedicato al calcolo di Agand de “Imperialismo” di Lenin), aprendosi quindi alla contraddizione con la possibilità (e mai la certezza) che si possa sviluppare una soggettività.

In questo caso la tesi dei compagni redivivi maomettani sarebbe completamente ininfluente ed errata: le contraddizioni si sarebbero manifestate sia con un Afghanistan interno alle logiche di sottosviluppo atlantico sia interno alle logiche di sottosviluppo cinesi. In una dimensione mondiale che tendenzialmente vede sempre di più l’uniformizzazione delle logiche del capitale transnazionalmente ai singoli stati (la formazione dell’Impero di negriana memoria), i rapporti tra centro e periferia dei vecchi sistemi-mondo si rendono più fluidi e volatili ma non scompaiono meccanicamente. L’economia afghana sia con l’intervento atlantico che con l’intervento cinese non riuscirebbe a svilupparsi a livello di forze produttive poiché, tra sviluppo e sussunzione formale, il centro preferisce sempre la seconda strategia di gestione della periferia, in modo tale da aver interessi nel tenerla sottosviluppata, cosicché ad ogni prestito straniero questa salderebbe il debito cedendo al creditore parte delle proprie materie prime, dei propri spazi di mercato e dei propri spazi fisici (caso africano) per mancanza di liquidità, questa data dal mancato sviluppo una settore produttivo proprio ed articolato e dal mancato sfruttamento di un effetto moltiplicatore nazionale (cfr. Mattick).

Ergo, i cari compagni sperano in una forza senza alcuna prerogativa e che non potrebbe dirsi interessante secondo alcuna prospettiva di classe, implorando la formazione ci un circuito di dipendenza diverso da quello americano nel caso i talebani non riuscissero a portare una qualche ventata di aria fresca in Afghanistan. Una logica fallace ed avventuristica.

Afghanistan, una conclusione problematica

Lasciando ora i compagni-muezzin meditare su quanto è stato detto, si pone una questione di vitale importanza per il movimento socialista, che tanti preferiscono da troppo tempo ignorare o, peggio, evitare o per un proprio fallocentrismo culturale o per un loro proprio relativismo assoluto sul tema.

Ci sono stati compagni che per giustificare l’azione dei talebani hanno provato ad argomentare sulla mancata legittimità a considerare terrorista la loro organizzazione.

Costoro, che ora si assumono sulle spalle il diritto di discettare sulla natura più o meno terroristica del movimento talebano, non s’accorgono di quanto siano compiacenti verso il medesimo riconoscimento attuato dalla comunità internazionale secondo una timorata ma distensiva politica di interessi economici: se il movimento socialista si pone prostrato di fronte alla denominazione (e creazione) di un soggetto-terrorista, di un soggetto-patologico o di un soggetto non più terrorista senza tentare di entrare negli sviluppi della definizione stessa del soggetto, tale movimento perde ogni diritto ad esistere poiché diventa passivo e connivente nei confronti delle istituzioni. Infatti, la volontà malnata di queste nel giustificare al supposto vincitore il suo impulso ad esistere in campo di battaglia e nel palazzo del potere si riflette a livello mondiale nella legittimità di non considerarlo più terrorista, questo mediante fantasiosi giochi di retorica a rimpallo tra pennivendoli ed istituzioni.

Ergo, i cari compagni cadono nel tranello di vedere gli studenti coranici con la liceità degli occhi delle medesime istituzioni contro cui dovrebbero dar segni d’antagonismo, e questo porta da marxisti al problema di accettare o meno un relativismo culturale di carattere assoluto e al problema della mancata continuità nell’analisi dei meccanismi di produzione dei discorsi del sapere e della loro amministrazione negli apparati di potere.

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