Res im-publica. Lo Stato non è pubblico

— Emanuele

In vista di una pandemia non ancora passata, in molti si richiamano a un rinnovato ruolo dello Stato nell’amministrazione della vita collettiva e, per converso, nell’economia, con un evidente riferimento negli anni cosiddetti “Trenta Gloriosi”, quelli dal II dopoguerra alla metà degli anni Settanta, in un conclusivo il decadimento della prospettiva economica da un momento propizio alla stagflazione.

Tuttavia, dopo quarant’anni di neoliberismo sempre più sfrenato, in nome della deregulation, delle privatizzazioni e del «there is no alternative», il ritorno a politiche keynesiane si rivelano miopi rispetto alla realtà contingente non solo perché tentano di rattoppare un sistema socioeconomico in putrefazione, ma soprattutto perché si richiamano a condizioni culturali e sociali attualmente inesistenti.

Infatti, oggi il movimento socialista e i sindacati sono più deboli che mai, e tra i lavoratori l’immagine di emancipazione diventata egemone è l’ascesa individuale da una classe all’altra, o di ceto all’interno della classe subalterna. Perciò, oltre a essere una sfida fatidica per il socialismo come movimento, anche il ruolo dello Stato è sostanzialmente tornato a sé stesso, dopo la parentesi novecentesca in cui ha svolto anche un ruolo di raccoglitore di tutte le istanze che venivano dal movimento dei lavoratori e dai sindacati di massa, complice l’alternativa ideologica «socialista reale» presente e apparentemente incrollabile nell’altra metà del mondo. Dopo trent’anni che il mondo è tornato unito, che sono crollate le certezze accumulate nel cosiddetto “secolo breve”, e che si è deciso che il socialismo era relegato al passato una volta per tutte, la falce della fine di questo mondo scintilla in forma di virus.

Per ciò che riguarda il ruolo dello Stato nella contingenza attuale, la tendenza non si è invertita rispetto alla linea fortemente neoliberista che ha contraddistinto l’ultimo quarantennio di decadenza della società capitalista, ed è esemplificato da tre esempi: Lufthansa in Germania; Autostrade per l’Italia, e FCA in Italia.

In Germania il dibattito sulla compagnia aerea (che fu statale dal 1963 al 1997) si è acceso per la richiesta, da parte del consiglio di amministrazione, di 9 miliardi di euro per far fronte alla “Corona-krisis”; ma il punto che suscita più scandalo di queste domande è che, a finanziamenti statali praticamente ricevuti, Lufthansa intenda licenziare 10.000 dipendenti, dal momento che altrimenti non si riuscirebbe a retribuire agli azionisti i congrui dividendi, dopo che il titolo è sceso del 26% rispetto ai valori pre-crisi. In tutto ciò, vi sono capitalisti particolarmente squallidi che approfittano del momento di difficoltà nei titoli finanziari, per accaparrarsi quote consistenti di azioni a basso prezzo e quindi poter arricchirsi con gli aiuti di Stato. È l’ennesimo caso di travaso di denaro pubblico in tasche private – che finiscono poi nei paradisi fiscali come le isole Cayman, il Lussemburgo, il Belgio, o l’Olanda.

Inoltre, assieme al finanziamento di 9 miliardi, il governo federale intende aumentare la partecipazione dello stato al 20%, e aumentare conseguentemente i posti nel consiglio di amministrazione dagli attuali due. Se ciò in Italia farebbe invocare la “sovietizzazione” da parte di alcuni esponenti politici, totalmente a sproposito nell’assenza di rispetto sia della radice semantica della parola, sia della verità dei fatti che sottende, a rigor di logica, ai soldi statali anche una presenza statale, in Germania il dibattito pubblico verte invece sul fatto se sia giusto o meno concedere gli ingenti finanziamenti nonostante la spada di Damocle dei licenziamenti su diecimila famiglie – e vede a favore i partiti al governo, CDU-CSU e SPD.

Ciononostante la questione che emerge è un’altra: lo Stato è ancora pubblico, nel senso di promotore degli interessi della collettività?

Apparentemente, a vedere la risoluzione dell’emergenza sanitaria per la pandemia, sembra che la salute collettiva sia preponderante sugli interessi economici privati, soprattutto se si confronta con la gestione caotica statunitense, che riapre quando è ancora al picco. Però, anche in Italia ci sono due esempi piuttosto evidenti della “privatizzazione dell’interesse pubblico”. Per primo, il famigerato finanziamento di 6 miliardi alla FCA – corroborato da un’intensa propaganda pubblicitaria che calca sulla presunta italianità della compagnia con sede legale in Olanda, fiscale in Regno Unito e quotata alla Borsa di Wall Street – per non far chiudere le fabbriche tuttora presenti in Italia e il relativo indotto (anche se per molti fornitori, la prima voce di bilancio sono le commesse dalle aziende tedesche, e non più quelle dall’americano Lingotto). In secondo, invece, il ricatto da parte di Autostrade per l’Italia (controllata da Atlantia, holding della famiglia Benettòn), che esige un miliardo di euro di finanziamenti, pena l’assenza degli investimenti promessi sulla rete autostradale che amministra, dopo che il suo titolo in borsa è stato declassato visto il rovinoso e tragico crollo del Ponte Morandi a Genova.

Lo Stato, dunque, quando cede ai ricatti delle grandi aziende e delle multinazionali, quando travasa soldi delle tasse dei cittadini nei dividendi dei grandi azionisti, senza patria se non quella che offre minor pressione fiscale, si può ancora considerare una res publica, una «cosa di tutti»?

Non è nemmeno una res plerorum, «cosa dei molti», dal momento che in modo plateale fa gli interessi di una ristretta minoranza del popolo, la detentrice del potere economico, e che alimenta la retorica egotica del neoliberismo al fine di potersi assicurare il dominio e la pace sociale, finché tutto andava decentemente. Per questo, la rinnovata vocazione riformista di una parte sostanziosa dell’opinione pubblica, incarnata nelle dichiarazioni sempre tiepide del segretario PD Zingaretti, è miope e ingannatrice, perché né vede la condizione attuale dello Stato, come strumento di dominio (contendibile finché non si mette a repentaglio l’esistenza stessa dell’accumulazione impari della ricchezza), e non come garante di diritti formali, né tantomeno ha una vera intenzione di tentare di cambiare la situazione sempre peggiore, ma cerca di ottenere un consenso vacuo tramite l’uso della parola, in maniera non dissimile dal criticato e detestabile “populismo”.

O la morte del capitale, o la morte sotto i piedi del capitale!
(nella bandiera rossa: Viva il potere dei soviet degli operai e dei contadini!
nella bandiera nera: Tutto il potere ai capitalisti! Morte ai lavoratori e ai contadini!)

Perciò, la soluzione autentica che si spalanca davanti alle crisi aziendali e alle rivendicazioni vampiresche di sempre più soldi dall’erario (quello sì, mantenuto dalla maggioranza dei cittadini) da parte di aziende solidissime e in estremo attivo, è, in definitiva, la gestione del lavoro da parte dei lavoratori, con tutti i vantaggi che ne deriverebbero: stipendi più alti e orari minori, reale interesse nel mantenere l’azienda, dal momento che chi ci lavora vuole mantenere il posto. Questo sarebbe senza dubbio un passo avanti verso l’efficientamento economico e il reale benessere sociale, riassumibile nella società socialista, ma non un passo definitivo, se non corroborato dall’attività politica e dal rafforzamento del potere dei lavoratori non solo in tutte le sfere dell’economia, ma anche nel potere politico, in nuove forme di autentico autogoverno popolare, e nella graduale evoluzione cosciente dalle forme estremamente accentrate della produzione contemporanea, alla loro diffusione locale, nel pieno rispetto del connubio fra società umana e contesto ambientale. La politica sull’economia, per l’affermazione dei valori etici alla guida di un mondo finalmente giusto.

Come disse il terzo uomo più ricco del mondo, Warren Buffett: «La lotta di classe? Certo che esiste, e l’abbiamo vinta noi». Tuttavia la fine della Storia è ancora lontana, e il virus è proliferato, forse fatalmente, nelle piaghe aperte del capitalismo.

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