Fonderie riunite di Modena, la strage dimenticata

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9 Gennaio 1950
Fonderie Riunite di Modena. I carabinieri sparano sugli operai impegnati nello sciopero indetto dalla Camera Confederale del Lavoro, mietendo 6 vittime.

Verso le 10:00 gli operai manifestanti si trovano davanti ai cancelli degli impianti in Via Ciro Menotti, impegnati nello sciopero indetto dalla Camera Confederale del Lavoro per richiedere l’apertura della fabbrica, sottoposta alla serrata, e la revoca dei licenziamenti che nei giorni precedenti avevano colpito l’organico delle fonderie. I fatti che seguirono andarono ben al di là dell’essere una “normale” azione di ordine pubblico.

Infatti durante le trattative con gli operai, uno dei carabinieri schierati all’ingresso della fabbrica estrae la pistola e uccide a sangue freddo l’operaio di 31 anni Angelo Appiani, che colpito al busto si accascia al suolo, ferito mortalmente. Subito dopo il primo sparo altri carabinieri appostati sul terrazzo della fabbrica e armati di mitragliatrice iniziarono a sparare a raffiche continue sulla folla nella via sotto di loro, straziando con il piombo la folla in fuga e uccidendo Arturo Cappelli e Arturo Malagoli, di 43 e 21 anni. Intanto la via viene chiusa da un lato da un blindato, che si unisce al fuoco con la mitragliera, ammazzando Ennio Garagnani e falciando numerosi manifestanti, prima che l’arma si inceppasse.

Dopo circa mezz’ora Roberto Rovatti, ex partigiano trentaseienne viene scorto da un plotone di agenti mentre indossa una sciarpa rossa. I CC lo raggiungono e lo circondano, pestandolo a morte con il calcio dei fucili. La situazione è precipitata, dopo un’ora dal massacro la notizia si diffonde e viene proclamato autonomamente lo sciopero generale, e giungono i primi soccorsi ai feriti con medicazioni di fortuna. Una macchina della CGIL corre per le strade, con a bordo gli organizzatori dello sciopero che chiamano i manifestanti a radunarsi in Piazza Roma.

Ma il massacro non era destinato a chiudersi lì.

Durante lo sgombero infatti, verso mezzogiorno, un ufficiale dei carabinieri assume la posa plastica tipica dei soldatini, un ginocchio a terra, l’anfibio piegato, una gamba ad angolo retto e il gomito del braccio che regge il moschetto poggiato sulla coscia. La posizione più stabile possibile, per la massima precisione possibile. Dall’altra parte del mirino, lungo l’aria tesa dalla volata della canna al suo bersaglio, Renzo Bersani, ragazzo di 21 anni, metallurgico. Il carabiniere lascia andare il colpo, lo uccide all’istante, dopo averlo mirato con cura mentre attraversava la strada a più di cento metri da lui. Il giovane crolla al suolo dopo una mezza giravolta, impressa dall’urto del proiettile.

Molti operai, quel 9 gennaio, si sono ritrovati faccia a faccia con i massacri dei fascisti, più di quattro anni dopo la fine della Guerra, la Guerra nella quale alcuni di loro avevano combattuto come liberatori. Un ritorno sconvolgente, eseguito con un copione brutale. Il Sistema democratico che loro stessi avevano protetto e per il quale avevano lottato li ricompensava ora così, proteggendo gli interessi del capitale con il piombo. Gli agenti assolti, i feriti arrestati o schedati, sulle questure le bandiere a tutt’asta che erano state sventolate il 25 Aprile 1945, che ora appare più lontano che mai. E il sangue dei lavoratori che cola tra i sanpietrini.

— Compagno Andrea

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