L’opportunismo revisionista della Lega

— Emanuele

Ha scatenato un putiferio doveroso l’ennesima boutade di Salvini, che considera il suo partito, la Lega, come erede spirituale del PCI e di Berlinguer, tanto da voler aprire la nuova sede della Lega in via delle Botteghe Oscure, davanti a quella del fu partito di Gramsci e Togliatti. Al di là delle reazioni raccapricciate e indignate di una sonnecchiante socialdemocrazia e del PD, erede formale sia del PCI che di gran parte del PSI e della DC. Invece di non dare acqua al mulino delle sparate salviniane, si è preferito imbastire uno sterile parapiglia per l’eredità storica del partito comunista più grande d’oltrecortina.

Ciò infatti legittima la rivendicazione della Lega, dal momento che entra nel discorso pubblico come tema di dibattito, e in effetti al partito padano per eccellenza, dopo aver attinto voti e consenso dalle vecchie aree di sostegno comunista, manca solo fregiarsi nominalmente e ufficialmente come tale.

Ad ogni modo, la tattica revisionista della Lega ha una direzione eminentemente pragmatica in termini di consenso: in tanta parte d’Italia i comuni e le zone operaie o contadine di forte sostegno al PCI sono ora orientate verso una prospettiva di destra, fra il partito di Salvini e quello della Meloni. I motivi di questo cambiamento sostanziale nelle preferenze politiche non è nuovo o ignoto al mondo: i partiti socialdemocratici o di centrosinistra hanno adottato e fatto proprie, negli anni passati, politiche e riferimenti ideologici neoliberisti, entrando in una narrazione spiccatamente classista e uniforme ai proclami della destra. Questa è stata la fine del Labour di Blair, della SPD di Schröder, del PS francese di Hollande, e degli eredi nostrani di una socialdemocrazia sbocciata sulla carcassa del partito comunista. Oggi, dunque, com’è noto, i partiti socialdemocratici affrontano una crisi esistenziale, privi – o epurati come i corbynisti dalla destra tornata alla guida del Labour – di un ceto intellettuale che riesca a rinnovare e organizzare un aperto e fruttuoso dialogo con le masse popolari e la grande maggioranza degli invisibili, fuori dalla palude del realismo capitalista e dell’appiattimento sul dominio economico della politica.

In questo contesto di crisi politica (oltre che sociale, economica, pandemica) la tattica dei partiti conservatori è già rodata dal Partito Repubblicano statunitense. Appianate le divergenze di valori e intenti fra i conservatori – religiose, economiche, internazionali, affaristiche – i repubblicani hanno dato avvio a una larga strategia decennale di diffusione del proprio messaggio politico e dei propri valori. A questo sono valsi centinaia di istituti culturali e di formazione, il controllo dei media, l’elaborazione di cornici di senso, ovvero metafore da usare nel linguaggio comune per comunicare la propria visione del mondo, e l’utilizzo intensivo delle reti digitali.

In Italia la tattica conservatrice non è giunta a tale livello di dispiego di forze, comunque è ben chiaro invece l’appoggio economico di parecchi gruppi finanziari ai nostrani fautori del presidenzialismo e federalismo – e.g. «Io sono lobby», esclusiva de L’Espresso dell’8 dic 2019 sul giro affaristico dietro a Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni. Il consenso politico verso le forze conservatrici qui è veicolato soprattutto attraverso le cornici di senso – come quelle legate all’immigrazione, o sulla sicurezza di cui sono esempio i decreti Salvini – e una martellante propaganda attraversoble reti digitali e le televisioni, specie private, che ampliano il raggio d’azione dei messaggi politici conservatori.

Tra questi, la tattica operaista della Lega sta sia nei proclami schizofrenici del barbuto senatore milanese, sia soprattutto nell’aura di familiarità costruita artificiosamente dalla Bestia, con tanto di messaggi audio e video che sfociano nel ridicolo o nel caricaturistico (in perfetto stile «buongiornissimo, caffè?» da spam di Facebook). Di fatto, tutti gli appelli ai lavoratori, agli operai, al lavoro sono un tentativo esclusivamente propagandistico di catturare le simpatie di una larga parte della popolazione, delusa e abbandonata dopo trent’anni di smantellamento feroce delle sicurezze date dallo stato sociale, ormai senza più riferimenti politici. I lavoratori che votano Lega, pur andando contro ai propri interessi, votano quel partito perché Salvini è un personaggio col quale ci si può identificare e di cui si possono condividere i valori che promuove.

Anche il graduale declino del consenso leghista si legge in questa chiave – per quanto possano valere i sondaggi, ora la Lega è tra il 26-24%. Il punto debole della sua tattica sta nel non avere una forte frangia del ceto intellettuale a cui far riferimento, e soprattutto nell’eccessiva attenzione data al consenso istantaneo e immediato, senza una certa coerenza nel messaggio comunicato proprio al fine di carpire le massime simpatie da più anime possibili, con la conseguente raffica di messaggi contraddittori: come tessere le lodi della Thatcher un giorno, e pronunciarsi in favore dei diritti dei lavoratori l’indomani.

Giorgia Meloni e Steve Bannon, l’ideologo neoconservatore della tattica dei Repubblicani.

Al contrario, una vera opera di costruzione del consenso è stata inaugurata da Fratelli d’Italia (che non a caso è nello stesso partito europeo di cui i Repubblicani statunitensi sono collaboratori), il quale, approfittando dello scostamento nella sfera dei valori e di riferimento prodotto dalla momentanea simpatia per Salvini e la Lega, ha attirato a sé parecchio consenso e sostegno, quando fino a due anni fa non raggiungeva il 5%. Il partito erede dei neofascisti italiani – che non ha nessuna intenzione di rinnegarli o di rivendicare un pezzo del cadavere ormai decomposto del PCI – è riuscito abilmente a trasmettere le proprie cornici di senso e il proprio messaggio politico, senza scadere nelle evidenti contraddizioni leghiste. Esso infatti mantiene un tono nazionalista e socialmente conservatore pur conciliando politiche economiche squallidamente neoliberiste, in un insperato internazionalismo dei capitali.

Il socialismo italiano ha altri modelli cui prendere ispirazione, come la New Left americana e britannica, o il travolgente successo dello Sinn Féin quando l’Irlanda veniva data ormai per certo senza sinistra. È di vitale importanza comunicare i propri valori e studiare coscientemente strade nuove nell’economia e nella politica, con la consapevolezza, la respons lo sprone che la crisi totale della contemporaneità potrebbe essere una grande opportunità, o forse l’ultima, per cambiare le sorti infauste del pianeta.

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