Dov’è l’umanità, senza la memoria?

L’esempio dello storico britannico Eric J. Hobsbawm è estremamente calzante nel definire in che termini la memoria storica è andata indebolendosi nella società contemporanea: il viaggio di Mitterrand a Sarajevo il 28 giugno 1992 non destò quasi alcun scalpore per la data. Certo, ci furono diverse analisi politiche di quell’atto – come ad esempio il ribadire l’indipendenza della politica estera francese nel contesto della guerra jugoslava, ma quasi nessuno si accorse della particolare e voluta coincidenza: il 28 giugno di settantotto anni prima l’arciduca austriaco Franz-Ferdinand veniva ucciso in un attentato di quattro nazionalisti serbi, facendo così piombare l’Europa nella più sanguinosa guerra che abbia mai visto.

Ma come ha potuto l’Europa dimenticare quella data, tanto cruciale che è considerata l’inizio del Novecento “secolo breve”?

La memoria storica riveste un significato collettivo sempre più marginale: gli eventi più truci o di maggiore rilevanza diventano dei riti, un sentimento che si deve provare perché è cerebralmente giusto provarlo – patriottismo nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità nazionale o il 2 giugno, un vago sapore di mestizia il 27 gennaio di ogni anno, orgoglio partigiano il 25 aprile, e così via. Da questi esempi si evince come di fatto la memoria storica sia sempre più slavata, e soprattutto che sia strettamente connessa con le grandi manifestazioni pubbliche: non sono i popoli i detentori della memoria, bensì le istituzioni statali, che a seconda del colore politico, non si esimono da dipingere un determinato “giorno della memoria” secondo connotati e retoriche ormai stantie e ripetute.

In altri termini, la memoria collettiva si sfuma perché calca sulla reiterazione delle manifestazioni collettive, che è appannaggio degli organismi di Stato, e a sua volta è rivestita di diversi significati politici a seconda della linea ideologica maggiormente condivisa.

New York, 11 ottobre 2010. La banda del II reggimento dell’aviazione dei marines alla parata del Giorno di Colombo.

Ciò comunque non risponde alla domanda posta all’inizio: come mai si è indebolita così tanto, perché evocare il 28 giugno non ispira più nulla? Sarebbe riduttivo affermare che non suscita alla mente qualcosa perché semplicemente non è commemorato come festa nazionale. Infatti, l’amministrazione ufficiale della memoria segue a un dato di fatto diffusissimo nella nostra società: l’indifferenza. Se si è reso necessario un grande monumento in cemento a celebrarne la crudeltà sotto alla Stazione Centrale di Milano, sostenuto dalla senatrice Liliana Segre, se già ottant’anni fa l’indifferenza mieteva milioni di vittime, chissà oggi cosa potrebbe celare, dietro un grigio volto di delega della memoria a un ente esterno. Forse le bombe in Yemen, la rivoluzione in Sudan, il ritorno del Covid-19 a Xianggang (Hong Kong) dopo la desiata apertura precoce delle aziende, per fare qualche esempio.

L’indifferenza permea ogni aspetto della società: a questa son dovuti i discorsi retorici e squallidi pronunciati il Giorno della Memoria, a causa di questa sorgono le polemiche infinite sulla bontà o meno della rivoluzione partigiana che ha liberato l’Italia dall’occupante: si preferisce semplicemente non pensare a queste cose, non fidarsi nemmeno più della propria esperienza o di quella immediatamente altrui.

Avviene la stessa smemoratezza anche per accaduti molto più recenti, distorti dalla propaganda – o meglio, da una precisa narrazione politica –, persino durante l’attuale epidemia, in cui alcuni hanno avanzato l’idea di seguire meglio le opinioni degli economisti più celebri in Italia, anche se proprio quegli economisti (Cottarelli fra tutti) sostenevano energicamente una rinnovata compressione della spesa statale, inclusi anche 3 o 5 miliardi da sottrarre alla sanità pubblica, che invece oggi si svela essere indefessamente difesa da qualsiasi partito politico. O, ancora, il caso del sovranismo a intermittenza dei principali esponenti della destra italiana, o un partito liberista che, offrendo le proprie condoglianze allo scrittore comunista ex-guardia del corpo di Allende, Luis Sepúlveda, strumentalizza la sua opera, nonostante fosse stato incarcerato e torturato dalla dittatura di quel Pinochet a cui il partito liberista guarda con una malcelata simpatia: tutte le figure istituzionali e politiche fanno perno su una capacità sempre maggiore dell’opinione pubblica di dimenticare, di digerire qualsiasi trovata elettorale, in una corsa «oco-parlante» a recepire qualsiasi umore possa far alzare la propria fazione nei sondaggi.

23 agosto 2015, Il Sole 24Ore

Quindi il singolo individuo è condannato ora e per sempre all’assenza di memoria?

L’individuo ha il dovere e il diritto di caricarsi sulle spalle un pezzetto di quella grande memoria storica che ha sulle spalle, di millenni di umanità. Benché non esistano più moltissimi popoli, dai più antichi ai più recenti, sta sulle nostre schiene di esseri umani il vero fardello: ricordare, non necessariamente comprendere il dolore dei più disumani degli avvenimenti, ma ricordarli per quelli che sono, e comprenderli nel senso di farli propri, non delle ritualità dal dubbio gusto morale. Il singolo essere umano non può rimanere indifferente al dramma dei suoi simili, in passato, nel presente e soprattutto nel futuro; egli ha la responsabilità collettiva di custodire ai posteri ciò che significa “umanità”, nel suo migliore dei sensi. Deve avere il coraggio di vivere a pieno la vita che lo attornia, e lasciarsi coinvolgere, piangere lacrime vere e ridere autenticamente: siamo esseri umani, in quanto tali dobbiamo voler ricordare cosa siamo stati e cosa sia l’umanità nella sua interezza, geografica e soprattutto storica.

Serve uno sforzo nel creare un ambiente dove sia agevolato ricordare e studiare ciò che è stato, riflettere su ciò che sarà, agire su ciò che è ora. In questo, è imperativo anzitutto smascherare le false affermazioni e le idiozie che vengono spacciate come l’elisir della verità, avere il coraggio di interessarsi degli altri uomini per fare la differenza contro l’indifferenza, perché il senso della storia e della memoria è il senso di ciò che ci rende umani. In definitiva, credo che l’antidoto all’indifferenza diffusa sia avere il coraggio di amare il singolo individuo come il tutto di cui fa parte; inoltre, ritengo che il ruolo degli storici sia quello di guidare con senno la comprensione generale del presente e del futuro. Dov’è l’umanità senza la memoria di ciò che è stata, senza la percezione di cosa sia?

— Emanuele

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