30 anni dalla caduta del Muro di Berlino: una riflessione marxista

Esattamente trent’anni fa, il 9 Novembre 1989, accadde un evento di fondamentale importanza: la caduta del Muro di Berlino. Tale data simbolica, nonostante essa si riferisca prevalentemente agli eventi che portarono all’estinzione della Repubblica Democratica Tedesca e all’unificazione della nazione teutonica, contiene e rappresenta un significato molto più ampio, i cui esiti si ripercuotono nella società ancora oggi. Questo giorno viene celebrato ed accolto con gaudio dai media nostrani, i quali identificano questa data come «la fine della dittatura totalitaria comunista» e come «la prova oggettiva del fallimento socialista e della vittoria del capitalismo, unico sistema economico sostenibile». «La libertà ha vinto» esclamano in coro le principali testate occidentali, ben consapevoli che con questa data non si celebra solamente una mera riacquisizione da parte dei popoli orientali di questa famosa “libertà”, parola millantata e falsificata dai liberali , bensì viene soprattutto celebrata la libertà dell’occidente capitalista, che non aveva più sistemi economici con i quali competere (ora invece lo spauracchio degli americani è la Cina), di portare avanti quel processo di deregulation, costante finanziarizzazione dell’economia che ha causato l’evoluzione di una nuova forma di capitalismo, molto più aggressiva e feroce rispetto a quelle precedenti. 

Il 9 Novembre del 1989 costituisce quindi uno spartiacque nella storia contemporanea: mediante la legittimazione fornita dai presunti insuccessi del cosiddetto socialismo reale applicato in Unione Sovietica e nelle democrazie popolari dell’Europa orientale, l’élite capitalista mondiale ha sfruttato la debolezza del movimento socialista e proletario per poter accelerare la transizione ad uno spinto ordoliberismo. Tutto ciò non si è manifestato solo nella struttura, bensì, come accennavo prima, tutto ciò ha avuto dietro un apparato di legittimazione che è riuscito ad egemonizzare il pensiero della sinistra stessa. Mediante diversi slogan, nel corso degli anni abbiamo assistito al progressivo smantellamento dei partiti comunisti europei, grandi organizzazioni di massa capaci di influenzare la vita politica e sociale e grazie ai quali si è posto, almeno inizialmente, un argine all’offensiva neoliberista mondiale, condotta mediante differenti modalità a seconda del contesto geografico, politico ed economico. Subito dopo la caduta del muro e dell’Unione Sovietica la cosiddetta sinistra ha subito una vera e propria opera di egemonizzazione da parte dell’élite capitalista, diventando oggi uno dei principali megafoni della propaganda neoliberista. Ciò a cui abbiamo assistito in Europa è stato il totale asservimento da parte dei movimenti politici eredi del PCI e dei sindacati di ispirazione socialista all’Europa della deflazione salariale e del tasso naturale di disoccupazione.  Il suddetto modello è frutto di anni di elaborazioni e strategie effettuate dalla Germania nel corso della Guerra Fredda. Un interessantissimo articolo analizza bene le possibili evoluzioni dell’imperialismo tedesco derivanti dall’elezione di Ursula von der Leyen alla giuda della Commissione Europea. Il suddetto articolo forniva numerose ed interessanti informazioni concernenti il moderno imperialismo tedesco, ripercorrendone la storia, la quale affondava le sue radici proprio nella Guerra Fredda: 

L’unico precedente di presidenza tedesca della Commissione offre una pietra di paragone utilissima per capire l’importanza del momento attuale. A ricoprire per primo, nel gennaio del 1958, la carica appena costituita, fu un altro tedesco: Walter Hallstein, uomo della CDU di Konrad Adenauer legatissimo agli USA, celebrato come uno dei padri dell’Unione Europea, ma anche artefice della cosiddetta ‘dottrina Hallstein’ la quale, fondandosi sulla rivendicazione per la Germania occidentale della “rappresentanza unica del popolo tedesco”, individuava qualunque apertura di relazioni con la DDR da parte di uno stato terzo come un atto ostile che avrebbe portato all’immediata interruzione delle relazioni diplomatiche con il governo di Bonn. In sostanza, in quella fase storica la presidenza tedesca dell’allora Commissione della Comunità Economica Europea servì all’affermazione radicale della funzione della CEE all’interno del disegno antisovietico elaborato a Washington e fondato sulla complessa dialettica tra i principi del containment (contenimento) concettualizzato da George Kennan – cioè l’organizzazione di un vero e proprio assedio che conducesse il campo socialista alla stagnazione e al declino – e del roll back (far arretrare), il cui padre fu John Foster Dulles, che consisteva nel respingimento sistematico e brutale dell’avanzata del movimento operaio su scala planetaria con mezzi economici, politici, ideologici, terroristici o militari. Ben sappiamo come anche l’Italia abbia pagato un elevato tributo di sangue per la realizzazione di quel disegno.
Di quella, come di tutte le fasi successive della politica estera degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, la Germania di Bonn fu la più fedele esecutrice, ciò che ha storicamente permesso all’imperialismo tedesco uscito sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale di risorgere con la benedizione e il sostegno degli USA, ricostituire la propria potenza sul piano economico, finanziario e dunque politico, ma anche – in misura crescente nel corso dei decenni – sul piano militare, e riaffacciarsi sulla scena mondiale come protagonista, dopo la scomparsa del campo socialista e l’annessione della DDR.

Mentre le distorsioni della storia della guerra fredda inducono a credere che furono i sovietici a dividere la Germania, le potenze occidentali furono i veri autori della divisione tedesca. Alla conferenza di Jalta del febbraio 1945, gli alleati concordarono che mentre la Germania sarebbe stata suddivisa in zone di occupazione britanniche, statunitensi e sovietiche, la Germania sconfitta sarebbe stata amministrata congiuntamente. La speranza dei sovietici, che erano stati invasi dalla Germania sia nella prima che nella seconda guerra mondiale, era per una Germania unita, disarmata e neutrale. Gli obiettivi dei sovietici erano duplici: in primo luogo, la Germania sarebbe stata smilitarizzata, in modo che non potesse lanciare una terza guerra di aggressione contro l’Unione Sovietica. In secondo luogo, avrebbe dovuto pagare i danni ingenti che ha inflitto all’URSS, i quali superavano i $ 100 miliardi.

Gli Stati Uniti volevano rilanciare la Germania economicamente per assicurarsi che fosse disponibile come un ricco mercato in grado di assorbire le esportazioni statunitensi e gli investimenti di capitale.

Stephen Gowans
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Da queste due interessanti citazioni si può quindi evincere che sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale i piani delle potenze imperialiste occidentali per la Germania erano quanto più lontane dalla costituzione di uno stato «democratico, federale e libero» ( che tra l’altro aveva molti ex-collaborazionisti nel suo establishment, contrariamente alla Repubblica Democratica Tedesca, dove venne effettuato un massiccio processo di denazificazione), bensì mettevano l’acceleratore nella costituzione di uno stato che potesse assorbire economicamente le esportazioni statunitensi e gli investimenti di capitale  e che politicamente costituisse l’avanguardia nella brutale aggressione verso il blocco socialista, esercitata in primis, mediante l’applicazione della dottrina Hallstein, verso la DDR.  Un’ulteriore citazione sulla divisione imperialista della Germania:

I piani imperialisti per la divisione della Germania ebbero inizio ancor prima della fine della guerra. Il Presidente statunitense F. Roosevelt alla Conferenza di Teheran presentò il 1° dicembre 1943 un piano per lo smembramento della Germania in 5 stati e altre 2 aree sotto controllo internazionale. Tale proposta fu appoggiata da Churchill. Un altro piano imperialista per lo smembramento della Germania fu il Piano Morgenthau, preparato dall’ufficiale americano H. Morgenthau su ordine del Presidente USA.

Il piano prevedeva tra l’altro: a. la separazione della Germania in due stati, uno al nord e uno al sud. b. l’autonomia dell’area industriale della Ruhr e la sua conversione in una zona internazionale. c. la conversione della Germania da paese industriale a paese agricolo. Fu anche sottolineato che «sarà più facile trattare con due Germanie che con una». Questo piano fu la base di discussione di Roosevelt con Churchill alla Conferenza di Québec, tenutasi dal 12 al 16 settembre ’44. In questa conferenza i due leader decisero il distacco della Ruhr e della Saar dalla Germania e la sua conversione «principalmente in un’area agricola e pastorale». Alla Conferenza di Mosca, nell’ottobre ’44, Churchill presentò la sua proposta per la divisione della Germania in tre stati, mentre l’Assistente Segretario di Stato S. Welles sostenne la creazione di tre stati al posto della Germania, osservando che «molti Tedeschi, indubbiamente, cercheranno di trovare in questo caso un modo per restaurare l’unità, ma allora noi li avremo sottomessi con la forza». USA e Gran Bretagna presentarono questi piani alla Conferenza di Jalta, ma grazie all’atteggiamento dell’URSS questi piani furono respinti. Nella decisione relativa alla Germania, in cui naturalmente ci fu un compromesso con le potenze imperialiste, fu decisa l’occupazione della Germania da parte delle potenze vincitrici, ma si capì che era solo temporanea. Subito dopo, l’URSS, gli USA, la Gran Bretagna e la Francia firmarono la «Dichiarazione di Resa della Germania e l’Assunzione della Suprema Autorità» il 5 giugno 1945. Secondo quanto previsto, la Germania fu divisa in quattro zone di occupazione (Statunitense, Inglese, Francese, Sovietica) e Berlino – che ricadeva nella zona sovietica – in quattro aree. Il 9 giugno furono istallati i governi militari delle zone di occupazione. Ciascun stato prese la responsabilità di una parte di Germania e di un settore di Berlino. Il giorno della Vittoria Antifascista dei Popoli (9 maggio 1945) I. V. Stalin affermò che l’Unione Sovietica «non intende né dissolvere né annichilire la Germania». Nonostante le decisioni prese a Jalta, le potenze imperialiste alla Conferenza di Potsdam ripresero i propositi di smembrare la Germania. L’Unione Sovietica, rappresentata da J. Stalin, rigettò la proposta come innaturale e argomentò dicendo che l’oggetto non era lo smembramento della Germania, ma la sua conversione in uno stato pacifico e democratico. C’è una testimonianza simile di un diplomatico americano, Harry Hopkins, che non era certo favorevole all’URSS. Hopkins dice che Stalin trattò «senza entusiasmo» le proposte di Gran Bretagna e USA per lo smembramento della Germania. Così a Potsdam fu posto lo scopo di creare uno «stato tedesco, unificato, demilitarizzato, denazificato, organizzato democraticamente. Subito, già dal 1946, le potenze imperialiste mostrarono che non desistevano dai loro piani. Il 15 settembre 1946 fu pubblicato un report del Dipartimento di Stato statunitense sugli sviluppi in Germania con la seguente posizione: «Gli USA non possono accettare nessuna Germania dominata dai comunisti (…) noi dovremmo continuare nell’unificazione della Germania Occidentale con la Gran Bretagna e possibilmente anche con la Francia restaurando l’economia di questa regione. Questa alternativa potrebbe significare la divisione della Germania in uno stato all’est e uno all’ovest».

la Riscossa

Nonostante tutto il Collettivo si dissoci assolutamente dagli elogi espressi a I. Stalin, espressione e causa della deviazione burocratica del socialismo sovietico, i concetti espressi in questo ottimo documento, in cui si trovano ulteriori informazioni inerenti la DDR e la guerra economica e politica alla quale venne soggetta, ci fanno conoscere i principali attori che vollero la divisione della Germania in due stati. Ma il mio scopo in tale articolo non è quello di parlare della storia della DDR e del Muro di Berlino. Dopo aver effettuato un collegamento sulle origini del moderno imperialismo tedesco e quindi sulle cause della divisione tedesca, possiamo continuare il nostro iniziale approfondimento.

Alessandro Natta, penultimo segretario del PCI, affermò, all’indomani della caduta del muro, che con tale avvenimento cambiavano il mondo e la storia, con la concretizzazione del sogno di Hitler. La sua previsione si è rivelata in un certo senso fondata: Alessio Arena, l’autore dell’articolo inerente la Von der Leyen, giustamente afferma che dopo la caduta del muro il sogno dell’imperialismo tedesco si è realizzato: subordinando gli altri imperialismi europei alla sua egemonia, plasmando l’area economica europea, il mercato più ricco del mondo, avendo fatto dell’unione monetaria uno strumento per la propria ascesa, espandendo la sua potenza finanziaria ed anche militare.

Mediante il concetto della “libera circolazione delle merci e delle persone in Europa” e della compressione scientifica dei salari all’interno del mercato tedesco la Germania è riuscita a diventare uno dei principali esportatori al mondo ed è riuscita ad acquisire maggiore credibilità dinanzi agli storici alleati statunitensi, da cui però il paese si sta gradualmente distaccando sotto certi punti di vista, andando a costituire un polo imperialista europeo autonomo a guida tedesca. Coloro che hanno sofferto maggiormente la riunificazione e l’attuazione di questo nuovo imperialismo sono stati proprio gli ex abitanti della DDR, i quali, a partire dagli anni ’90, subirono un immane processo di privatizzazione, iniziato con la fondazione dell’agenzia Treuhandanstalt, la quale venne fondata per gestire la privatizzazione di tutte le imprese pubbliche della Germania dell’Est. Si contarono 8.400 imprese, 25.000 attività commerciali, 7.000 hotel e ristoranti e 4 milioni di ettari in terre coltivabili e boschi. Questa agenzia amministrò anche proprietà dei servizi segreti (Stasi) e dell’esercito della scomparsa DDR. Questo patrimonio fu in gran parte diviso e privatizzato dal grande capitale o distrutto perché non potesse rappresentare un fattore di concorrenza per i padroni occidentali. Il saccheggio del tessuto sociale costruito in decine d’anni dai lavoratori della DDR rappresentò il passaggio da un tasso di disoccupazione inesistente, a più del 14% (aumentando negli anni fino a raddoppiare). In pochi anni dei 4,5 milioni di operai ne rimasero soltanto 1,5. L’85% delle imprese fu venduto a impresari privati occidentali o a capitalisti stranieri. Arrivarono fenomeni quali la prostituzione, il traffico della droga, l’elemosina. Gli ex-abitanti della DDR vennero inoltre sottoposti a continue forme di discriminazione e di precarizzazione del lavoro. Non è un caso infatti che nella Germania orientale ci siano molti nostalgici della DDR e che sia addirittura diffuso l’allarme nazismo, derivante dalla frustrazione dovuta alle politiche imperialiste e liberiste condotte dalla CDU. 

Tornando al discorso inerente la parabola della sinistra e dei sindacati, che si sono de facto piegati al neoliberismo, vorrei però aggiungere un ulteriore parere personale, inerente l’inizio di questa deviazione. Vorrei iniziare asserendo che, secondo il mio parere, vi fu un lungo percorso che portò all’attuale deriva della sinistra:

Iniziamo parlando di ciò che successe negli anni ’70, con il famoso compromesso storico: il segretario del PCI Enrico Berlinguer decise di placare gli animi rivoluzionari presenti all’interno del partito, mettendo l’acceleratore alla fase riformista del PCI. Le motivazioni dietro la decisione di intraprendere questa stagione ancora più riformista delle precedenti fu dovuta al pericolo costituito da un eventuale controrivoluzione, come avvenuto nel Cile di Allende nel 1973. Da un certo punto di vista questo esempio fornito dal sardo è più che legittimo, in quanto l’Italia, nello scacchiere geopolitico della Guerra Fredda, occupava una posizione delicatissima, indi per cui gli Usa non avrebbero mai accettato una rivoluzione socialista. Ricordiamoci inoltre che nella nostra nazione all’epoca vi era effettivamente un largo dispiegamento di soldati ed agenti segreti americani, pensate ad esempio all’Operazione Gladio. Gli Usa tra l’altro avevano una grandissima influenza nella vita politica Italiana. D’altra parte però, rinunziando completamente alla lotta di classe, non si ponevano in discussione l’appartenenza del potere politico ed economico alla borghesia capitalista. Nonostante anche io ammetta che con il trentennio di keynesianesimo i lavoratori europei abbiano compiuto delle grandissime conquiste e che in generale il sistema di capitalismo più “sostenibile” e “regolamentato”, rappresentato dal keynesianesimo, sia migliore rispetto al sistema odierno, ciò costituì solamente un mero adattamento delle classi dominanti alla prospettiva che andava sviluppandosi dopo il termine della Seconda Guerra Mondiale: i partiti comunisti occidentali divenivano sempre più forti e la minaccia di eventuali rivoluzioni nei paesi occidentali era più che concreta. Per poter placare gli animi rivoluzionari del proletariato occidentale venne adottato questa tipologia di modello socio-economico. Ora, i problemi sono due: innanzitutto le leve del potere politico ed economico appartengono sempre alla borghesia, la quale può adottare diverse tipologie di capitalismo a seconda della fase storica. Come abbiamo ben visto a partire dagli anni ’80 ma soprattutto dopo la caduta del Muro, questo keynesianesimo è stato gettato ed è stato sostituito dal neoliberismo. Non aspirando all’espropriazione politica della borghesia i risultati si possono manifestare in una nuova offensiva capitalista, come quella avvenuta a partire dagli anni ’80.

Non avendo colto quest’opportunità e non avendo sostituito  i borghesi con le classi subalterne nel controllo dei processi politici ed economici il PCI ha ottenuto questo: ha effettivamente arginato momentaneamente l’offensiva neoliberista in Italia, ma tale processo di riformismo ha portato al graduale smantellamento del Partito ed all’attuazione delle politiche neoliberali nel nostro paese a partire dagli anni ’90. Il secondo problema è invece di carattere economico: molti comunisti, nel dibattito politico attuale, auspicano il ritorno del sistema economico precedente. Questa è una visione sbagliata, in quanto ritiene che solamente la tipologia attuale di capitalismo sia responsabile della crisi e di altri cattivi fenomeni presenti nella società e nell’economia mondiale. Nonostante il sistema keynesiano sia stato un sistema indubbiamente migliore rispetto a quello neoliberista, anche esso alla fine si è rivelato insostenibile. Le origini della crisi, ad esempio, affondano addirittura le loro radici nei primi anni ’70, quando ancora non vi era il sistema economico attuale. Il professore Luciano Vasapollo può esserci d’aiuto:

Blick auf den Palast der Republik in Ost-Berlin (DDR), aufgenommen 1984.

Le situazioni di crisi rientrano nei principi del funzionamento dell’attuale sistema economico capitalistico. La sua espressione più palese è la caduta dei tassi di profitto, di redditività del capitale, che obbedisce, in ultima istanza, alla costante tendenza del capitale a ridurre i lavoratori occupati a tempo pieno e pieni diritti e sostituirli con le macchine. A breve termine, questo fenomeno non danneggia la produzione, perché la crescente tecnologizzazione dei processi si combina con un’espansione generale dell’attività produttiva, che presuppone una contrazione dei lavoratori e un aumento della produttività del lavoro che riduce il valore/prezzo unitario dei beni. A lungo termine, però, il processo di tecnologizzazione si traduce in una relazione investimento/occupazione sempre maggiore; ossia, significa una pressione a ribasso sulla massa dei salari in relazione al valore della produzione generata.

E in tal modo che in forma periodica il modo di produzione capitalistico genera sovrapproduzione come conseguenza del suo obiettivo costante di poter raggiungere un livello di profitti desiderato sempre maggiore, così ristabilendo un nuovo cammino di crescita quantitativa ed espansione del capitale, più o meno, regolare.

La crisi attuale è molto più di uno stallo finanziario di dimensioni globali. È un sintomo di esaurimento messo in moto dal capitale americano alla fine degli anni ’70, e nei primi anni ’80, per continuare ad attrarre manodopera a basso costo e senza la garanzia di diritti e risorse materiali dal resto del mondo in forma di merci, sempre a credito. D’altra parte tale processo parte da lontano, già dai primi anni ’70, quando la crisi internazionale d’accumulazione assume caratteri così fortemente strutturali da far sì che il capitale internazionale, non potendo realizzare i profitti desiderati da una produzione e da un processo di valorizzazione delle merci difficilmente espandibile, cerca di guadagnare attraverso operazioni di credito (finanziarizzazione dell’economia come forma di usura internazionale); ciò prende particolare slancio già nei primi anni ’80, marginalizzando di fatto il ruolo delle banche commerciali.

Verso la fine degli anni ’70, vari settori hanno segnalato un certo esaurimento del modello di capitalismo organizzativo incentrato sulla fabbrica fordista, il cosiddetto «fordismo». Da un lato vi era la saturazione del mercato sulla base dei prodotti esistenti introdotti in forma massiva (consumi di massa) alla fine della seconda guerra mondiale. Quando gli abitanti dei Paesi sviluppati cominciano ad avere tutti gli articoli necessari di consumo (TV, lavatrice, telefono, vacanze pagate, ecc.), si produce un rallentamento delle vendite e quindi anche della crescita economica. Il mercato potenziale, che è formato dalla maggioranza impoverita dei Paesi periferici, non viene incorporato al consumo, perché la sua funzione nel modello di sviluppo fordista consiste proprio nel lavorare in cambio di un reddito di sussistenza, produrre a basso costo le materie prime, alcuni beni di lusso e di consumo operaio che vengono richiesti dai Paesi centrali. Un altro fattore fondamentale del fallimento del modello capitalistico organizzativo (da intendersi come organizzativista fordista) è stato la redistribuzione del potere all’interno delle fabbriche, dal capitale verso il lavoro. Una delle caratteristiche del modello è che è stato raggiunto, di fatto, dal pieno impiego della forza lavoro. Anche se questa caratteristica coinvolse solo il 20% della popolazione mondiale – e in un lasso di tempo non superiore a venti anni, tra il 1948 e il 1968 -, negli altri duecento anni del capitalismo, prima e dopo, non è esistito il pieno impiego della forza lavoro, fatto che rende questo aspetto una rarità.

Agli elementi precedenti bisogna aggiungere la dinamica politica mondiale che riduce ancora di più il margine di manovra del capitale. Il sistema internazionale adotta la forma di una gerarchia di nazioni che risponde al ruolo che svolgono i differenti Paesi nella divisione internazionale del lavoro. Al vertice, in assenza di autorità mondiali, si colloca uno Stato imperiale che esercita il ruolo di «giudice-arbitro» internazionale, dettando le regole del gioco in funzione delle particolari necessità di riproduzione dei suoi stessi capitali. Dagli inizi della seconda rivoluzione industriale (1871), le nuove potenze che dominano le tecnologie moderne, Germania e Stati Uniti, interdicono l’egemonia britannica che dominava il mondo durante il XIX secolo. Quindi, l’Inghilterra inizia a perdere parte della sua influenza nel settore militare (l’Armata britannica), in quello economico (l’industria tessile e siderurgica) e in quello finanziario (la sterlina).

La prima guerra mondiale non dà luogo a un nuovo periodo di stabilità politico-economica, perché la Germania non riesce a imporre il suo dominio e gli Stati Uniti non esercitano la leadership mondiale. Gli anni ’20 e ’30 rappresentano quindi un periodo di fragilità obiettiva del dominio capitalistico, che favorisce il trionfo della rivoluzione russa e richiede un nuovo ciclo di scontro militare per dirimere la composizione della nuova gerarchia mondiale capitalistica (bisogna sottolineare che i grandi detentori del capitale, con tutto il loro amore dichiarato per il libero mercato, ricorrono sempre all’azione organizzata dallo Stato e dalla forza militare per stabilire le gerarchie di potere, dentro e fuori i confini nazionali, quando vengono messe seriamente in discussione).

Solo dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti d’America (e il dollaro) si collocano alla testa dell’economia mondiale. Alla fine del conflitto, gli Stati Uniti sono l’unico Paese creditore di una certa importanza e, inoltre, i loro territori non hanno sofferto la devastazione bellica degli altri Paesi alleati e hanno anche l’industria e il denaro sufficienti per diventare il centro dello sviluppo e della ricostruzione dell’Europa e del mondo. Questo sistema funziona fino a quando l’industria dell’Europa occidentale e del Giappone verranno ricostruite e si presenteranno in una competizione internazionale, faccia a faccia, per contendere alle imprese statunitensi i mercati internazionali.

A partire dagli anni ’60, i tempi cambiano rapidamente e agli Stati Uniti costa molto di più mantenere la loro egemonia economica, dovendo ricorrere, costantemente, alla politica militare (guerra di Corea, Vietnam, ecc.). Dalla fine degli anni ’60, l’oro della Riserva Federale degli Stati Uniti, che serve a garantire i dollari sparsi nel mondo, non riesce a coprire neppure la quinta parte di questi beni. Tutto ciò dà origine al fallimento del sistema monetario internazionale, quando il presidente Richard Nixon riconosce, nell’agosto del 1971, che il suo Paese non può più garantire di trasformare i dollari in oro. Viene sospesa la convertibilità della moneta americana rispetto all’oro e il sistema economico internazionale scende in basso, così come stava funzionando fino a quella data. Si decreta così con un atto di forza unilaterale la fine degli accordi di Bretton Woods. Nel 1976, cinque anni dopo, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) riconosce che il sistema monetario non esiste più; viene sospesa la quotazione ufficiale dell’oro, vengono eliminati i controlli dei tipi di cambio e con ciò si dà maggior potere al mercato per fissare i suddetti prezzi. Queste decisioni segnalano l’inizio della fine del ciclo di egemonia finanziaria statunitense.

È in questo momento che gli europei, guidati dall’asse franco-tedesco, decidono di creare il Sistema Monetario Europeo (1978), per regolamentare i propri scambi, e in seguito la moneta unica (1999), per essere liberi di difendere i modelli di cambio di fronte alla speculazione dei mercati e per liberarsi dalla tutela che, di fatto, gli Stati Uniti continuano a stabilire sul sistema internazionale dei pagamenti con la funzione di attivo di riserva che i dollari esercitano ancora in modo predominante. L’indebolimento del dominio statunitense si traduce nella creazione delle condizioni affinché i Paesi esportatori di materie prime reclamino un prezzo maggiore per le loro risorse. Fino al 1973 il modello fordista aveva generato una redditività sufficiente per il capitale, funzionando con alti costi salariali insieme a una produttività crescente e ai bassi costi delle materie prime. Questa situazione cambia, e l’aumento dei prezzi delle materie prime, in particolare dell’energia (petrolio), aggrava la crisi della redditività iniziata con il rallentamento della produttività alla fine degli anni 70; i profitti delle imprese vanno a picco e il risultato è che molti Paesi sperimentano PIL annuali davvero negativi, ossia non solo non crescono, ma le loro economie vanno sempre peggio.

Mentre fino agli anni ’70 Keynes e la pianificazione economica hanno influenzato l’economia, dagli anni ’80 e ’90 il monetarismo e tutto l’impianto neoliberista dominano il mondo governandolo con «il mercato senza vincoli».

Da ciò si può quindi evincere che se si parla della “crisi del neoliberismo” si deve considerare ciò che fu alla base dello sviluppo dello stesso, ovvero il fallimento del modello economico fordista. È quindi sbagliato parlare soltanto di crisi neoliberista ed auspicare un ritorno ad un sistema keynesiano, quando il primo sistema economico, analogamente al secondo, costituisce una crisi del sistema capitalistico internazionale, e non solo di una determinata tipologia o manifestazione di esso.

Conclusioni

La Caduta del Muro, nonostante il suddetto evento costituisca l’apice di diverse contraddizioni presenti all’interno dello stagnante sistema del socialismo reale, ha rappresentato una sconfitta per il movimento proletario mondiale. Con la scomparsa del “blocco socialista” e, successivamente, dell’URSS il capitale internazionale ha potuto facilmente espandersi su scala globale evolvendosi in una forma molto più aggressiva rispetto alle altre. Anche nello scacchiere geopolitico la scomparsa dell’URSS e delle democrazie popolari dell’Est Europa ha posto le basi per la nascita del cosiddetto mondo monopolare, nonostante, come abbiamo visto in precedenza, si stiano e si sono già costituiti dei poli imperialisti autonomi e, sotto certi punti di vista, indipendenti dagli USA e persino in competizione con essi. Un alternativa può essere attualmente rappresentata dalla Cina e dai BRICS. Come disse il compianto compagno Samir Amin:

Dal 1970 il capitalismo predomina il sistema mondiale con cinque vantaggi: il controllo dell’accesso alle risorse naturali, il controllo della tecnologia e della proprietà intellettuale, l’accesso privilegiato ai media, il controllo del sistema finanziario e monetario e, infine, il monopolio delle armi di distruzione di massa. Chiamo questo sistema “apartheid su scala globale” (segregazione su scala mondiale).

Implica una guerra permanente contro il Sud, una guerra iniziata nel 1990 dagli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO in occasione della prima Guerra del Golfo. Ma i paesi emergenti, soprattutto la Cina, sono intenti a decostruire questi vantaggi. Per primo, la tecnologia. Si passa dal “Made in China” al “Made by China”. La Cina non è più l’officina del mondo per le filiali o i soci del grande capitale dei monopoli. Controlla la tecnologia per svilupparsi. In alcuni ambiti in particolare, quello del futuro dell’automobile elettrica, del solare, ecc., possiede tecnologie d’avanguardia in anticipo sull’occidente. D’altra parte, la Cina lascia che il sistema finanziario mondializzato, si distrugga. E finanzia anche la sua autodistruzione attraverso il deficit americano e costruendo in parallelo mercati regionali indipendenti o autonomi attraverso il gruppo di Shanghai, che comprende la Russia, ma potenzialmente anche l’India ed il Sud-est asiatico.

Sotto Clinton, una relazione della sicurezza americana prevedeva anche la necessità di una guerra preventiva contro la Cina. È per farvi fronte che i cinesi hanno scelto di contribuire alla morte lenta degli Stati Uniti, finanziandone il deficit. La morte violenta di una bestia di questo genere sarebbe troppo pericolosa.

La Cina ed i BRICS costituiscono attualmente un’alternativa in grado di spezzare, seppur molto lentamente, il dominio politico, militare ed economico statunitense. Oltre a ciò queste cinque nazioni (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) costituiscono la cosiddetta “agenda multipolare”.

— Compagno Pier

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