Intervista al professor Giles Ji Ungpakorn

Giles Ji Ungpakorn, nato il 23 ottobre del 1953, è un importante attivista politico thailandese. Fino al 2009 ha lavorato come professore alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università Chulalongkorn, per poi riparare in Regno Unito dopo essere stato accusato dal potere militare di lesa maestà.
Marxista, vicino agli ambienti trotzkisti del suo paese, si è sempre opposto alla monarchia e al potere dei militari, dichiarandosi fieramente per la Repubblica. Critico del forte movimento maoista thailandese che ha condotto una lunga guerriglia nel paese fino alla fine degli anni ’80, lavora per costruire una forza politica marxista che sappia in primis radicarsi e lottare nelle città, piuttosto che nelle campagne.
Fa parte del Workers Democracy Group, aderente alla International Socialist Tendency che annovera tra i suoi fondatori Tony Cliff.

Di rilievo sono gli articoli e i saggi pubblicati dal professor Ungpakorn sul suo sito Ugly-truth Thailand.

1. Il golpe del 2014 contro Yingluck Shinawatra ha dimostrato l’importanza del potere militare in Thailandia, ribadito dai risultati delle elezioni di quest’anno. Che rapporto lega la monarchia, di cui sei oppositore, e il potere militare?

L’esercito thailandese rifiuta di essere definito come un gruppo di potere all’interno del paese, e il suo potere aumenta e diminuisce a seconda della forza dei movimenti sociali, la maggior parte dei quali combatte per la democrazia. L’esercito tende a essere un potere conservatore; il rapporto dell’esercito con la monarchia è strumentale per legittimarsi. Ciò avviene perché l’esercito non può rivendicare la propria legittimità a partire da elezioni democratiche o per aver liberato il paese dalle potenze coloniali – come nel caso dell’Indonesia e del Vietnam. Ad ogni modo, l’esercito thailandese è davvero un gruppo di potere che interviene da solo nelle questioni politiche, per poi nascondersi dietro la monarchia per giustificare ciò che fa: in questo senso, chiunque critichi questo tipo di repressione può essere accusato di aver tentato di rovesciare la monarchia.
Il re stesso non ha alcun potere, persino il re precedente, Rama IX, non aveva un potere significativo, ed era un monarca codardo e debole che è rimasto dipendente ai dettami della giunta militare, all’epoca in cui era sul trono. Il monarca attuale è addirittura più debole, perché lui – francamente – è un idiota che non ha alcun ideale o progetto in politica, nella società, o in qualsiasi altro argomento, ed è un uomo gretto e crudele senza alcun rispetto per le donne. Ma è al potere solo perché erede, non ha alcun potere, una delle cose che illustra questo punto è il fatto che passa la maggior parte del tempo in Germania – quest’esempio delinea efficacemente che se avesse un qualche potere, un regnante che passa la maggior parte del suo tempo all’estero sarebbe deposto, perciò, come ho detto, in sostanza la monarchia è usata come paravento dall’esercito.

2. Studiando la storia thailandese, risulta che i tentativi di costruire una classica monarchia costituzionale compiuti da Pridi Banomyong furono azzerati dalla vittoria dei comunisti in Cina nel 1949 e dal forte movimento comunista presente in Indocina. La situazione attuale quanto deve alle contrapposizione della Guerra Fredda e come può essere influenzata dallo scontro tra Cina ed USA in atto?

Il fallimento di Pridi Banomyong nella costruzione di una società in stile socialdemocratico in Thailandia sta nel fatto che non si è posto come base un movimento di massa, un partito di massa. C’è da dire che Pridi non era a favore di una monarchia costituzionale, anzi, tuttavia si è dovuto conformare. Il Partito del Popolo, di cui faceva parte, era un tentativo di creare un partito di massa, ma nella rivoluzione del 1932 [che portò la Thailandia dalla monarchia assoluta alla monarchia costituzionale, ndT] si era affidato troppo all’esercito, e delle fazioni all’interno dell’esercito divennero avversarie del Pridi Ratsadon [thai. Partito di Pridi, con riferimento alla parte civile del Partito del Popolo, composto anche di una parte militare]. Visto ciò, la prospettiva di Pridi di costruire una Thailandia socialdemocratica ha molto poco a che fare con la vittoria comunista in Cina nel 1949 o con la Guerra Fredda. Ha molto più a che vedere col fatto che non aveva alcun movimento di massa o un partito di massa che potesse opporsi ai conservatori.
Sul tema del conflitto corrente fra la Cina e gli Stati Uniti, sulle rivalità imperiali di questi due, la Thailandia sta solo tentando di beneficiare da entrambi, non supporta necessariamente uno o l’altro, e sotto molti aspetti non è poi che nel complesso queste rivalità abbiano molta influenza sulla Thailandia.

Pridi Banomyong (sx) e il presidente cinese Mao Zedong (dx). Pridi fu esiliato dalla Thailandia nel 1949, dopo un tentato colpo di stato contro la dittatura di Phibun, supportata prima dal Giappone e poi dagli Stati Uniti. Riparò dunque nella Repubblica Popolare Cinese fino al 1970, quando si trasferì a Parigi, dove morì nel 1983.

3. Come giudichi l’attuale forma di capitalismo periferico thailandese? A me sembra estremamente dipendente dal capitale giapponese che nel corso degli anni ha fatto massicci investimenti nel paese ma quello thailandese resta un capitalismo periferico incapace di fare un percorso di sviluppo simile al Vietnam o alla Cina.

Davvero non condivido le teorie del capitalismo periferico e credo che la Thailandia sia parte del mondo capitalista fin dall’affacciarsi nel sud dell’Asia orientale delle potenze imperialiste: infatti il primo stato capitalista thailandese è stato fondato dal re Chulalongkorn negli anni Settanta del XIX secolo, ed era uno stato capitalista creato dall’alto, in modo simile al modo con cui la restaurazione dei Meiji in Giappone costituì uno stato capitalista. Naturalmente il capitalismo thailandese è arretrato, ma è un argomento associato allo sviluppo disomogeneo – come è stato evidenziato da Lev Trockij – quindi alcuni aspetti del capitalismo thailandese sono molto moderni e aggiornati, mentre altri sono arretrati, e ciò si riflette nell’intera società. Ovviamente nel mondo globalizzato, le economie maggiormente capitaliste sono dipendenti dagli investimenti stranieri, in parte a causa del cambiamento dall’investimento interno e dalle relative strategie di sostituzione delle importazioni a un capitalismo orientato all’esportazione. Ciò avvenne negli anni Ottanta, non c’erano gli elementi di questo modello prima. Pure la Cina è massicciamente dipendente dagli investimenti statunitensi; di fatto gli Stati Uniti e la Cina sono molto molto connessi, nel senso che la Cina deve esportare all’Occidente e ciò significa che costoro sono tanto legati insieme quanto al contempo sono stati in conflitto. Non ritengo che lo sviluppo in Thailandia possa essere diverso dallo sviluppo in Vietnam, entrambi sono delle nazioni in via di sviluppo che guardano verso il modello dell’economia di mercato.

4. Fai parte del “Workers Democracy Group”, organizzazione trotzkista presente nel tuo paese e che lotta contro l’attuale regime. In che situazione è il movimento comunista, nelle sue varie tendenze, in Thailandia e come partecipa alle lotte per la democrazia?

Il movimento comunista e il Partito Comunista di Thailandia collassarono negli anni Ottanta, e tutti i loro sono ex-comunisti, fra i quali qualcuno rivendica di essere ancora comunista, ma ciò non funziona in alcun modo. Il PCT era un’organizzazione stalinista che sin dall’inizio fece dei passi verso il maoismo prima del suo collasso degli anni Ottanta. All’epoca, ero parte di un gruppo fondatore che creò il Workers Democracy Group dal Turn Left Thailand, che è un’organizzazione trotzkista, perciò abbiamo sviluppato delle analisi politiche molto diverse da quelle che aveva il PCT. Abbiamo reintrodotto Marx in Thailandia e formammo militanti, pubblicazioni eccetera in lingua thai. Tuttavia l’organizzazione è molto debole nel panorama nazionale, in parte per le accuse dell’esercito di rovesciare i governi eletti. Quando Workers Democracy svoltò a sinistra, abbiamo cercato di costruirci tra i giovani e i sindacalisti, abbiamo cercato di avere dei gruppi di discussione marxista, mentre eravamo attivi nel promuovere la libertà, la democrazia e lo stato sociale, difendendo gli oppressi, per esempio il popolo nel Patani, eccetera. Sulla base di ciò intendiamo combattere realmente per una società marxista e socialista.

5. Tra gli anni ’60 e ’80 una guerriglia maoista guidata dal Partito Comunista Thailandese ha combattuto contro il regime militare. Ritengo che le analisi di Mao sia assolutamente valide e capaci di dare importanti strumenti per un comunista che lotta in un paese a capitalismo periferico. Non è un caso che siano ancora attive guerriglie maoiste in India e nelle Filippine. Immagino che lei non condivide questa mia analisi, però vorrei sapere perché la guerriglia maoista, a suo avviso, è stata sconfitta in Thailandia e in che rapporti è il partito di cui fa parte con i maoisti e gli ex guerriglieri.

Combattenti della guerriglia maoista in Thailandia, anni Settanta

Il maoismo è una forma di stalinismo, ad esempio in Cina l’obiettivo della rivoluzione maoista non era realmente la costruzione di una società socialista, ma all’inizio nel supporto della rivoluzione democratica nazionale. In altri termini, la rivoluzione comunista cinese era una rivoluzione nazionalista, e non era diretta dagli operai o dai contadini – benché l’esercito contadino fosse molto importante – ma era diretta dai quadri militari del partito comunista.
Uno dei grandi problemi con le azioni di guerriglia maoista è che i guerriglieri ignorano la specificità della classe lavoratrice. Dunque, chiunque abbia studiato Marx, Engels, Lenin, Trockij, o altri come Gramsci, saprebbe che la classe operaia è la chiave per la realizzazione del socialismo, anche nelle nazioni arretrate. Ad esempio, la Russia era un paese molto retrogrado con una piccola classe operaia e un’estesa classe contadina, e la rivoluzione socialista è stata di successo per un periodo di tempo, fino a quando divenne isolata. Al contrario, non c’è stata alcuna rivoluzione socialista di successo sotto l’ideologia maoista, avendo definito quella cinese come una rivoluzione nazionalista. Ora il Partito Comunista Cinese guida una dittatura non del proletariato, ma sul proletariato, ed è una dittatura che fa da guado all’economia capitalista di libero mercato. Le guerriglie comuniste in India e nelle Filippine stanno diventando sempre più completamente irrilevanti per ciò che riguarda il cambiamento della società, pertanto la strategia dei movimenti di guerriglia non è coerentemente contro gli ideali del marxismo, non porta davvero all’auto-emancipazione dei lavoratori, non può portare a una società comunista o socialista e ignora la classe operaia. Queste sono le ragioni per cui credo non sia nulla di eclatante.
Il PCT ignorava i sollevamenti delle città thailandesi. Se si guarda alle lotte delle persone comuni in Thailandia, queste si sono concentrate nelle città e il PCT che tendeva al maoismo, ignorando queste insurrezioni, mandò i militanti fuori dalle città, nella foresta, e infine è crollato. Perciò penso che la storia abbia provato come il maoismo sia un vicolo cieco, provato allo stesso modo in altri luoghi.

6. Un anno fa è scomparso Surachai Danwattananusorn, ex guerrigliero maoista ed oppositore della monarchia. Vorrei sapere come agisce il regime militare nel reprimere l’opposizione e che responsabilità ha l’Occidente nel sostenerlo.

Surachai Danwattananusorn, il cui cadavere, con altri tre suoi compagni, è stato ritrovato sfigurato nel Mekong il 22 gennaio 2019, dopo essere scomparso per quaranta giorni. Surachai era in esilio in Laos, al confine con la Thailandia, ed era stato rilasciato nel 2013 dopo una detenzione di 15 anni per lesa maestà.

È l’esercito che è fuor di dubbio responsabile per Surachai e altri suoi tre colleghi, e anche di altre persone che sono state assassinate fuori dalla legge. Bene, io sono esiliato, e nei paesi confinanti si mostra solo che l’esercito abbatta nelle strade i dimostranti a favore della democrazia, ma inoltre compie omicidi, come quello di Danwattananusorn, dei thailandesi dissidenti. Il problema è che il modo di rovesciare il potere militare in effetti è costruendo un grande e aperto movimento di massa nelle strade. I soli di questi che hanno dimostrato di aver avuto un qualche successo in Thailandia sono quelli dell’ottobre 1973 e del 1992, ma non c’è alcuna garanzia di successo, e dipende da come questi movimenti di massa sono guidati, e le direzioni dei movimenti di massa non sono capaci di rovesciare l’esercito. Tuttavia, la questione davvero di primaria importanza è, oltre agli assassinii di persone come Surachai, che il modo principale dell’esercito per placarle e adoperarsi a rivendicare il potere non è necessariamente ogni volta un’aperta repressione, e nonostante ciò, ha fatto ricorso sparando alle persone etc.
Ad ogni modo, un altro punto fondamentale è la dirigenza dei movimenti di massa, per esempio il re Taksin nel XVIII secolo aveva fomentato il movimento razziale, e anche questo continuo ruolo di distrazione da parte di individui politicamente influenti che suggeriscono non si dovrebbe costituire dei movimenti di massa e proteste nelle strade, ad esempio il Partito del Futuro Nuovo sostiene che bastino delle riforme dal parlamento o l’utilizzo della legge per sbarazzarsi dell’attuale rafforzamento e dittatura militare. Perciò non è solo un interrogativo da parte della fazione della democrazia, ma definisce anche le debolezze della fazione della democrazia nel complesso.

7. Ha mai avuto modo di confrontarsi con i teorici della Scuola della Dipendenza come Samir Amin e Giovanni Arrighi per analizzare il capitalismo periferico thailandese?

Come ho detto prima, non concordo con la Teoria della Dipendenza e del capitalismo periferico. Credo che il modo con cui analizzare la Thailandia sia di sviluppo disomogeneo combinato: in altri termini la Thailandia è parte del mondo capitalista e l’economia capitalista qui si avviò alla fine del XIX secolo. Ma per certo la Thailandia, per ciò che riguarda le potenze imperialiste, è stata assoggettata all’imperialismo sia dell’Occidente che del Giappone e oggi della Cina. Perciò, davvero, ciò di cui stiamo parlando è una moderna società capitalista che opera in un mondo con diversi livelli di imperialismo e con paesi che differiscono per il potere politico ed economico. Quindi no, non sono d’accordo con la Teoria della Dipendenza o del capitalismo periferico.

8. Come si manifestano in Thailandia le dinamiche della globalizzazione, esistono anche lì fenomeni di accumulazione per espropriazione? In particolare, che situazione c’è nelle campagne thailandesi?

La situazione nelle campagne thailandesi è che il capitalismo è penetrato in ogni regione del paese. Noi ora stiamo parlando dei piccoli agricoltori che sono in relazione al grande capitalismo agrario, sia in termini di contratto per coltivare, sia per il fatto che questi debbano operare all’interno del mercato. Dunque in termini di accumulazione di capitale
ciò è avvenuto continuamente, finché i terreni – la maggior parte dei terreni – è divenuta di proprietà e controllo del capitale, o di piccoli capitali. In questo contesto, allora, il confine terriero del capitalismo si è disgregato fin dagli anni Ottanta. Ciò che vediamo oggi è l’accumulazione basata sul capitale e l’accumulazione di capitale indipendentemente che nell’agribusiness o nei centri industriali. Non c’è nulla di particolarmente diverso sulle campagne in Thailandia, se confrontata ad altri paesi capitalisti.

Protesta contadina nel sud della Thailandia per la democrazia e contro le leggi falsamente ambientaliste della giunta militare.

9. Può spiegare il modo in cui è stato recepito Marx in Thailandia?

Penso che Marx e i suoi scritti siano molto importanti per la Thailandia, e rigetto l’idea per cui Marx sarebbe eurocentrico. Tutto si impernia sulla classe, e senz’ombra di dubbio in Thailandia ci sono la lotta di classe e la divisione in classi. Ovvio che si sarebbe non-marxisti se i marxisti trattassero le opere di Marx come una sorta di santa Bibbia: è necessario analizzare continuamente cosa sta succedendo, allora vediamo marxisti che si sviluppano attraverso lo studio della Rivoluzione Russa e attraverso marcisti che sono attivi oggi. Infine, penso che, come ho detto, Marx abbia molto per contribuire alla comprensione e al cambiamento della società.

10. Come comunisti thailandesi, come cercate di coinvolgere nelle vostre lotte le masse operaie e contadine e che legami avete con le altre organizzazioni comuniste in Asia?

Da marxista thailandese ho tentato di essere attivo tra i lavoratori e i giovani. Noi eravamo troppo piccoli per diffonderci nel ceto contadino, benché la classe agricola abbia delle parti piccolo-borghesi, che stanno ingentemente divenendo ricche a causa dell’accumulazione di capitale. Non era necessariamente molto utile diffondersi ai contadini piccolo-borghesi. Ovviamente sarebbe stato molto utile, d’altro canto, organizzare gli agricoltori, gli operai ecc. Ma come ho detto, sono dovuto andare in esilio nell’Occidente, ed essendo accusati da parte dell’esercito, è diventato difficile per noi mantenere un’organizzazione e continuare la lotta allo stesso livello di quando vivevo in Thailandia. All’epoca, avevamo costruito dei collegamenti col Partito Socialista di Malesia e con organizzazioni di sinistra non-maoista delle Filippine, e con alcuni dei combattenti in Indonesia. Ma non ci siamo legati con organizzazioni che erano maoiste o staliniste, perché questa è un’ideologia del passato.

— Intervista a Giles Ji Ungpakorn condotta dal Bollettino Culturale

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