Cina 1978-2018. Quarant’anni di “Riforma e apertura”

— Bollettino Culturale

Quarant’anni sono un numero considerevole di anni per tirare le prime conclusioni di un processo importante come la politica di “Riforma e apertura” che ha aperto ad alcuni elementi di mercato la Cina, integrandola a suo modo nel sistema capitalistico mondiale. Dopo la nebulosa chiamata Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, uscì vittorioso Hua Guofeng, l’uomo che arrestò la Banda dei Quattro e fece da pontiere tra l’era Mao e quella Deng.

Tra il 1978 e il 1981 Deng Xiaoping prese il definitivo sopravvento su Hua Guofeng, le cui idee vennero criticate dal Piccolo Timoniere a partire dalla politica dei “due qualsiasi” che vedeva nell’accettazione di ogni conclusione di Mao il faro dell’azione politica del PCC. Ad essa Deng contrappose la “ricerca della verità dai fatti” che fu la base teorica dell’avvio delle riforme che si andava ad innestare sul concetto di Prima fase del socialismo elaborato dall’economista marxista cinese Xue Muqiao.

Le riforme hanno permesso uno straordinario balzo in avanti del paese in termini di sviluppo e lotta alla povertà, ma spesso si cade nell’errore di considerare lo sviluppo cinese figlio esclusivamente delle conclusioni uscite fuori dal Terzo Plenum dell’XI Congresso del PCC, questa è soprattutto la visione di molte anime belle occidentali, ma non è così.
L’economista Giovanni Arrighi ha speso molti anni della sua vita nello studio della realtà cinese sotto una lente neomarxista ed è arrivato alla conclusione che due furono gli elementi su cui fece affidamento la riforma denghista: la “rivoluzione industriosa” e la rivoluzione socialista.

La rivoluzione industriosa, termine dell’economista giapponese Kaoru Sughiara, venne introdotta in Cina nell’Ottocento ed è la capacità dello Stato di assorbire il lavoro svolto dalle unità familiari in attività che richiedevano non una specializzazione ma una molteplicità dei ruoli. Il secondo è l’evento storico che ha posto fine al Secolo delle umiliazioni ed ha consentito da un lato di ereditare e mantenere i risultati della “rivoluzione industriosa” e dall’altro di alfabetizzare il popolo cinese e aumentarne sensibilmente l’aspettativa di vita, oltre a gettare le basi dell’industrializzazione del paese attraverso le industrie di Stato.

Senza addentrarci nella politica economica maoista che richiederebbe molto più spazio di questo breve saggio, c’è un punto in comune tra l’era Mao e post-Mao tra i tanti che vorrei sottolineare, la centralità della campagna.
Se per tutta la sua vita Mao cercò di risolvere, in maniera diversa dall’ottica stalinista, la contraddizione tra città e campagna (Grande Balzo in Avanti) e tra lavoro manuale ed intellettuale (Grande Rivoluzione Culturale Proletaria), anche le riforme di Deng iniziarono dall’analisi della situazione della campagna e del mondo contadino, in particolare dal villaggio di Xiaogang in Anhui che ispirò la riforma agricola.
L’altro simbolo delle riforme sono le aree costiere del Fujan e del Guangdong che attrassero i primi investimenti provenienti dall’estero, sfruttando la vicinanza con Macao, Hong Kong e Taiwan, e videro la nascita delle prime ZES [Zone Economiche Speciali], tra i principali promotori delle zone economiche speciali troviamo Xi Zhongxun, padre di Xi Jinping. Questa mossa ha permesso nel lungo periodo di ottenere il know-how occidentale e porre le basi per lo sviluppo del settore delle tecnologie in Cina, rompendo il monopolio occidentale in questo ambito e riuscendo dove ogni paese in via di sviluppo ha fallito, pagando un rapporto di sudditanza letale con l’Occidente.

Le riforme non sono state solo crescita e prosperità ma anche diseguaglianze sociali, sfruttamento della forza-lavoro sull’altare della tecnica occidentale e inquinamento.
Nel 1990, nel periodo di transizione tra Deng Xiaoping e Jiang Zemin, ci fu una massiccia ristrutturazione delle aziende di Stato con relativi licenziamenti di massa, creando una vera sacca di “sottoclasse urbana”. Questa brusca svolta ha fatto paventare la possibilità che la Cina con il tempo si aprisse totalmente e sotto ogni aspetto al modello occidentale, seguendo le linee del gruppo di Shanghai di Jiang Zemin e il suo fermo credo nel libero scambio, ma non è stato così.

Xi Jinping è l’uomo della Nuova Era, della Cina che si affaccia, forte della sua potenza economica, militare e politica, sul mondo, rinunciando alla politica di basso profilo di Deng Xiaoping e all’alleanza silenziosa con gli USA. Da Xi Jinping ci si aspettavano riforme per dare maggior peso al mercato e invece lo Stato si intromette sempre di più nell’economia, per mezzo delle sue forti aziende statali e con la presenza nel circa 90% delle aziende private.

Riformeremo con determinazione ciò che dovrebbe e può essere riformato e non cambieremo quello che non dovrebbe e non può essere riformato, i criteri fondamentali per decidere cosa e come riformare si basano sul fatto che ciò sia in linea con l’obiettivo di migliorare e sviluppare il sistema socialista con caratteristiche cinesi e promuovere la modernizzazione del sistema di governance nazionale.

Xi Jinping, discorso per i quarant’anni delle politiche di “Riforma e apertura”.

Si tratta di un monito verso chi dentro il PCC vorrebbe un maggior ruolo del mercato, recentemente è stato criticato dai figli di Deng Xiaoping e da Zhu Rongji, l’artefice delle ristrutturazioni delle aziende di Stato, di cui abbiamo appena parlato, negli anni ’90. La Cina sta andando verso un sistema con un ruolo statale ancora più forte, rafforzando le aziende statali conscia del loro «ruolo insostituibile», come ha recentemente ribadito Xi in suo viaggio in Manciuria.
Xi sarà probabilmente l’uomo che ci porterà nel secolo cinese, nell’era del tramonto dell’Impero e dell’affermazione mondiale dell’egemonia di Pechino. Chiudendo sempre con Arrighi, l’egemonia cinese sarà qualcosa di diverso da quella americana e lo possiamo capire dallo studio della storia di questo paese. Per prima cosa porterà ad un riequilibrio dei rapporti tra i vari paesi, ed in particolare tra Occidente e resto del mondo, sarà poi un’egemonia pacifica e non militare ed infine potrebbe aprire la strada a nuovi modelli economici non capitalisti.

Lo studio della Cina rappresenta un terreno impervio ma essenziale per ogni marxista, in particolare occidentale, posto che questi non ceda al suo malsano eurocentrismo, perché, come spiega Francesco Garofalo in sua recensione del libro di Carlo Galli Marx eretico:

Nella conclusione del libro, Galli scrive che Marx ha fallito ovunque, «tranne che in Cina» (p. 145). E in realtà il libro dichiara un certo interesse verso la realtà cinese, che Galli non liquida, con l’ambivalenza dei liberali, come un trionfo del mercato. Per Galli, in Cina sopravvive «un Marx teorico dello sviluppo capitalistico guidato ferreamente da uno Stato che, in quanto governato da un partito comunista che esclude la borghesia dal potere politico, pretende di non essere più l’espressione delle contraddizioni economiche ma di essere anzi la soluzione di esse, lo Stato socialista capace, in prospettiva, di produrre armonia nella società» (p. 107). Non sembra un progetto distante dalla sensibilità marxiana, per il quale lo stesso comunismo non è, come è noto, «uno stato di cose che debba essere instaurato» ma un processo, l’esito di una serie di interventi dispotici che cambiano i rapporti di forza tra le classi: ad esempio attraverso l’espropriazione della proprietà fondiaria o l’aumento delle fabbriche nazionali (p. 64). In realtà per Galli la realtà cinese non è priva di contraddizioni, ma «va decifrata con attenzione». E qui ci sembra che vi sia una contraddizione in quel che scrive Galli: perché ad essere in crisi ovunque nel mondo contemporaneo è il liberismo, come ammette, passim. E quindi, forse, abbandonata un’ottica eurocentrica, si dovrebbe ammettere che l’Occidente affonda e la Cina avanza, e considerare questa come una vittoria di Marx.

La Cina, come diceva l’economista franco-egiziano Samir Amin, resta il potenziale “maggiore avversario della triade imperialista rappresentata da USA, Giappone ed Europa”.

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