Le Rivoluzioni Mancate: dal ’68 a Friday for Future

Nel maggio di cinquantuno anni fa il mondo assisteva a una delle ultime “spallate rivoluzionarie” della storia occidentale, che ha portato in piazza insieme lavoratori e studenti, e che ha portato a scelte e decisioni di cui ancora a distanza di anni sentiamo gli effetti. Sto parlando del Movimento operaio-studentesco del ’68, grande esempio di rivoluzione iniziata male e finita peggio, e ne parlerò riferendomi nello specifico all’ambiente studentesco.

Dei moti del ’68, tuttavia, voglio proporvi una visione forse più pasoliniana, allo stesso tempo speranzosa e pessimisticamente realista: speranzosa che un seme di consapevole volontà di cambiamento germogli in noi ragazzi, che ancora abbiamo la forza e la volontà di provarci, ma tristemente consapevole che ormai il treno è passato, e possiamo aspettare in stazione quanto vorremo, non ce ne sarà un altro. Anche i sessantottini erano in ritardo, ma non se ne sono accorti, o non se ne sono voluti accorgere. E quelli tra di loro che sono saliti su di un treno, hanno preso quello sbagliato.

Partiamo con il mettere a fuoco l’anno: il 1968. La fine degli anni ’60. Un periodo di estremi sommovimenti sociali e culturali, di cui questo singolo anno è il culmine e l’emblema. Imperversa brutale la Guerra del Vietnam, la decolonizzazione di Africa e Asia è in pieno svolgimento (non sempre in modo pacifico), il Secondo Mondo, ovvero il blocco comunista, ha ancora qualche problemino con la concessione della libertà e lo snellimento dell’impressionante impianto burocratico, e in tutto il mondo studentesco si è assistito alla “massificazione” delle scuole e delle università, che hanno appena dismesso la rigida divisione maschi-femmine degli istituti e aperto le porte anche a chi non faceva parte dell’élite borghese fino a quel momento unica frequentatrice di molti atenei, ma non sono state in grado di rinnovarsi abbastanza da diventare davvero “a misura dei giovani” che ne percorrevano i corridoi, mantenendo un’impostazione antica e superata e fornendo quelli che ai giovani sessantottini sembravano piani di studio vetusti e inadatti ai tempi che correvano, e rinnovando gli statuti interni con riforme che di innovativo non avevano nulla, e anzi conservavano l’impostazione gerarchica, immutabile e “baronale” del passato.

Pasolini vide queste grandi masse unirsi, amalgamarsi, confondersi. Da sostenitore del mondo proletario rurale come ultimo baluardo di valori ormai perduti, a lui l’esodo verso le città, e il progressivo mischiarsi dei giovani proletari coi coetanei borghesi, non andavano a genio. Perché sapeva che a farne le spese sarebbero stati i primi, e la causa che essi avrebbero dovuto portare avanti.

E su una cosa non gli si può obiettare nulla: dopo il ’68, dopo aver combattuto insieme, i giovani borghesi e i giovani proletari sono diventati un’unica indistinta entità, e si è pressoché compiuto il processo di asservimento delle masse giovani e un tempo attive nella lotta al mondo del consumo e del mercato, che ha annullato la carica rivoluzionaria riuscendo ad inserirsi, paradossalmente, proprio grazie ad un tentativo di rivoluzione, quella della scuola. Il primo di tanti tentativi di rivoluzione anti-sistema che del sistema seguono le regole e gli argini, diventando incapaci di fare davvero la differenza, o di farla bene.

In Francia assistiamo al Maggio Francese, una delle pagine più famose del Movimento del ’68. Un moto di rivolta che parte dagli studenti ma presto si estende agli operai, creando un doppio movimento studentesco-operaio di grande ampiezza e partecipazione che denuncia la società tradizionale e tradizionalista francese, colonialista, imperialista e capitalista di vecchio stampo, rappresentata dal Presidente della Repubblica Francese Charles de Gaulle, eroe della Seconda Guerra Mondiale e sostenuto da quella parte della politica e della società francese che non voleva rinunciare alla “Grandeur” d’altri tempi, sentimento che aveva guidato le azioni francesi in politica interna ed estera per decenni e decenni, ma ormai aveva fatto il suo tempo. Anche se non tutti erano disposti ad accettarlo. Il Maggio Francese sarà una “rivoluzione felice” all’insegna dell’utopia, dell’idea di poter rivoluzionare il mondo radicalmente, ma ancora una volta alle regole del sistema. Fallirà, su molti fronti.

In Italia, come già anticipato, vediamo i figli della borghesia giocare ai rivoluzionari e tentare di rovesciare il sistema stesso che li ha partoriti, in una sorta di “ribellione adolescenziale generale” alla generazione dei loro padri. Questi stessi pseudo-rivoluzionari in gioventù, da grandi saranno i perfetti alfieri del sistema dal quale dicevano di volersi allontanare, e porteranno con sé nel baratro i loro coetanei proletari, ormai amalgamati alla massa, e di generazione in generazione sempre più assuefatti al “nuovo mondo”, con l’America addosso, negli occhi e nelle orecchie, che comprano al supermercato e si vestono al centro commerciale.

Ogni istante, sempre di più erano le ragioni per cui diventava d’obbligo lottare contro l’avanzata del Capitale. Ogni istante, sempre di meno erano le persone capaci davvero di lottare, consapevoli di come lottare, e di quali erano e potevano essere i loro obiettivi. È qui che nasce e si forma la “sinistra” italiana attuale, troppo impegnata a scegliere quale vino si sposa meglio con lo stuzzichino che ha davanti per occuparsi davvero dei diritti degli svantaggiati. È qui che nasciamo noi, figli e nipoti di uomini e donne che per le loro idee hanno preso manganellate a testa alta, che ora ci sentiamo in diritto di essere noi ad alzare il manganello.

“Ma se ce ne stai parlando così male, come mai c’è chi la loda, chi la considera un successo? Insomma, qualcosa di buono deve averlo prodotto, no?” ottima obiezione, adesso ecco a voi la risposta:

Sì, c’è qualcosa. C’è qualcosa perché tutto sommato i governi avevano paura, di tutta questa gente in piazza, e hanno dovuto cedere su qualche fronte, per farli tornare a casa. C’è qualcosa perché nonostante tutto i manifestanti erano mossi da ideali nobili, di rivalsa e giustizia sociale, erano guidati dal desiderio di far sentire la propria voce e di contare qualcosa in un mondo di vecchi e a misura di vecchi, nella mente e nel corpo.

Se oggi alle superiori si hanno un’assemblea d’istituto e due ore d’assemblea di classe al mese, e se anche gli universitari hanno dei loro rappresentanti degli studenti, lo dobbiamo ad una legge del ’74, figlia del clima di proteste e rivendicazioni sessantottino. Il 1974 è l’anno della “democratizzazione scolastica”, in cui il sommovimento culturale e sociale portato dal ’68 sembra dare i suoi frutti, portando i figli del proletariato nelle università, smontando la figura del “professore autoritario” e svecchiando la “scuola nozionistica” tanto cara alle generazioni precedenti, dove saper dire all’interrogazione dove un autore fosse nato e quanti capelli avesse in testa nel momento della stesura di un’opera era più importante di capire il messaggio dell’opera stessa.

Cedere un po’ è capitolare totalmente

Il problema è che questa “vecchia scuola” è stata smontata e distrutta senza fornire un’alternativa valida e realmente formativa. La scuola attuale è una scuola fatta di pezze, in cui ogni ministro dell’istruzione aggiunge la sua impronta, la sua toppa, al patchwork della formazione, senza mai davvero rivoluzionarla e creando nuovi problemi e costante confusione negli ambienti scolastici che sono chiamati a mettere in essere quelle modifiche spesso cosmetiche, quasi mai strutturali, nella loro offerta formativa. Questa “scuola nuova” ogni legislatura si veste di nuovi scintillanti abiti, che è consapevole di non potersi permettere, perché nel suo portafoglio ormai nemmeno le mosche mettono più piede da tempo. Questa “scuola nuova” assomiglia sempre di più ad un’azienda, che ricevendo sempre meno sussidi statali chiede sempre più investimenti ai propri clienti, ovvero alle famiglie dei ragazzi che la frequentano, e crea mille progetti per attirare investimenti europei che poi, spesso, vengono malspesi. In questa “scuola nuova” il professore è passato dallo stato di “sergente di ferro” a quello di “giocatore professionista di Prato Fiorito”, investendo più soldi in avvocati che in cibo da mettere nel frigorifero.

Insomma, da un estremo si è passati ad un altro. Una “rivoluzione” che si credeva dominata dall’odio per il sistema ha ceduto alle sue regole, ed è stata tanto preda del neo-liberalismo da aver creato dalle ceneri di una “scuola delle catene” una scuola non libera, ma sfrenata, senza punti di riferimento, preda del più becero relativismo e delle logiche di mercato.

Si possono incolpare i sessantottini, di questo? No, non completamente. Loro non sapevano, non potevano sapere, ormai non erano più in grado di accorgersi dove il nuovo mondo che credevano di stare plasmando con le loro mani li stava portando. E ora che hanno l’età di coloro che hanno allora combattuto, anche davanti al risultato del loro agire, anzi del loro non-agire quado alla parte destruens andava sostituita quella costruens, difendono le loro scelte, perché fare auto-critica significherebbe mettere in discussione un sistema scolastico vecchio mezzo secolo. Lo hanno già fatto loro, ma visto come è andata…

Un ragionamento analogo a quello appena condotto sui moti del ’68 si può fare quando si guarda al nuovo grande movimento di questi tempi, alla nuova ragione che spinge i giovani a preoccuparsi del loro futuro e a chiedere ai governi di agire a loro favore e a favore di tutta l’umanità: il movimento ecologista del Friday For Future, o FFF, guidato dalla sua giovane fondatrice Greta Thunberg. Sono sicuro che molti di voi abbiano già colto alcune somiglianze e alcuni parallelismi possibili, ed effettivamente non mancano, nel bene e nel male.

Il movimento FFF si è definito fin da subito apartitico e apolitico, lontano da qualsiasi ideologia e schieramento che non fosse quello ecologista. Tuttavia, poiché è ovviamente composto da persone diverse tra loro, ciascuna con le proprie idee e il proprio modo di esporle e portarle avanti, vien da sé che all’interno di FFF c’è disaccordo su come la protesta ecologista vada portata. E questo talvolta provoca ritardi, indecisione e contrasti interni al movimento, andando a tutto vantaggio di chi dal movimento è minacciato quando questo è compatto e agguerrito, ovvero i governi ed il Capitale.

Le due anime di FFF si manifestano immediatamente se si guarda alla differenza di comportamento e di pensiero tra la Direzione Generale (a livello sia internazionale che nazionale), che è tendenzialmente anticapitalista e decisa a condurre la lotta in un certo modo, serio e coerente, e le varie Direzioni Locali a livello regionale, che invece sono cariche di attivisti attirati nella protesta dal sentimento del momento, che non hanno la consapevolezza di un progetto comune a lungo termine, sono semplicemente guidati dalla comprensibile e condivisibile indignazione del momento. Queste persone sono le più “pericolose” per il futuro del movimento, perché non sono disposte a compiere molti di quei passi necessari a giungere ad un obiettivo degno di questo nome.

Dunque FFF, con la sua anima eterogenea e scombinata, senza un vero e chiaro obiettivo comune, un nemico condiviso e soprattutto senza un’idea comune di metodo di lotta tra la base, tra i militanti che scendono in piazza, rischia di precipitare nello stesso baratro in cui è caduto il movimento dei sessantottini, ovvero il baratro della Rivoluzione Mancata. Partendo dal presupposto che l’unica vera lotta ambientalista è quella condotta al di fuori delle logiche del capitale, che dunque non chiede futili riforme facilmente maneggiabili e disattendibili, ma lotta per rovesciare il sistema dal principio, riunendo in una lotta sola tutte quelle rivendicazioni di carattere sociale, politico, economico e ambientalista che ora vengono espresse in modo scoordinato e diviso, perdendo di efficacia e mancando di un progetto comune ed organico per il futuro, un movimento come FFF può avere senso e può dire di aver davvero raggiunto il suo obiettivo se si trasforma in un movimento coordinato e unito che non chiede, ma pretende, e che mette in dubbio, questiona l’autorità, non le porge la ciotola della questua aspettando di ricevere un gentile omaggio in risposta alle proprie suppliche. E finché le dichiarazioni formali di anticapitalismo espresse dalla Direzione Generale rimangono solo questo, ovvero dichiarazioni formali, e non trovano riscontro e condivisione tra tutti i militanti alla base, il risultato che ci si auspica è ben lontano dall’essere raggiungibile.

Se noi giovani vogliamo cercare di evitare il baratro, e riportare la nostra lotta e il nostro futuro, che da essa dipende, sulla giusta strada, dobbiamo per prima cosa cercare di pensare fuori dagli schemi e dalle logiche del Capitale che ormai pervade il nostro mondo. Dobbiamo imparare dagli esempi virtuosi e da quelli negativi del passato, per non ripetere gli stessi errori, e non dobbiamo accontentarci.

Il Capitale, per salvaguardare se stesso, è spesso sceso a compromessi, evolvendosi per trarre dalle nuove situazioni il massimo guadagno e nel frattempo tenere buoni con contentini coloro che lottavano per i propri diritti. Una concessione a destra, una a sinistra, e il Capitale è sopravvissuto per decenni a tutti gli attacchi ai suoi danni, anche ai più aspri, riuscendo anche a prosperare e conquistare sempre più potere ed influenza su sempre maggiori fette di popolazione. Tant’è che ormai quei molti, anche all’interno di FFF, che sono restii a portare la lotta su un piano superiore, lo sono proprio perché convinti che la logica del Capitale sia impossibile da sradicare, e preferiscono ad una lotta che vedono titanica una lotta più blanda, che accetti il Capitale come dato di fatto e cerchi il dialogo con lui per trovare un compromesso. Ma quest’ultima è una lotta destinata a risolversi in un nulla di fatto, in nulla di concreto, e dunque, in definitiva, in un fallimento.

— CAS

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