Rivoluzione Culturale e dittatura del proletariato

— Bollettino Culturale

All’inizio del 1975, la cosiddetta Campagna di studio sulla dittatura del proletariato fu lanciata nella Cina popolare, con la pubblicazione di un dossier con estratti di opere di Marx, Engels e Lenin, oltre ai testi di Yao Wenyuan,  La base sociale della cricca antipartito di Lin Piao , e Zhang Chunqiao,  Sull’esercizio della dittatura totale sulla borghesia .

Questa iniziativa ha avuto luogo in un momento cruciale della lotta politica all’interno della leadership del Partito Comunista, a causa del ritorno a posizioni di vertice nel Partito Comunista e nell’apparato statale, di leader che erano stati allontanati durante la rivoluzione culturale. I suoi obiettivi erano identificare le ragioni della persistenza nella formazione sociale cinese del “diritto borghese”, il ruolo della lotta di classe nel corso della transizione al comunismo e i rischi di una “restaurazione capitalista” in quel periodo, nonché sostenere la validità teorica e politica dell’esercizio della dittatura del proletariato.

Questa dittatura è considerata la garanzia della transizione al comunismo e un mezzo per contenere le tendenze antisocialiste che sorgono durante questo processo. Si esercita contro la borghesia sconfitta, ma che resiste ancora al nuovo potere, e, soprattutto, contro una nuova borghesia che nasce a causa della persistenza del diritto borghese nella “società socialista”, che è la sua condizione e il terreno su cui si riproduce. È così che la “limitazione del diritto borghese” diventa un obiettivo centrale della lotta di classe durante il periodo di transizione in Cina.

Yao Wenyuan, Zhang Chunqiao e il diritto borghese

Nel suo articolo, La base sociale della cricca antipartito di Lin Biao, Yao Wenyuan identifica il pericolo di una restaurazione capitalista in Cina non solo nella persistenza dei proprietari terrieri e della borghesia, le classi che la rivoluzione ha sconfitto, rimosso dal potere ed espropriato dei mezzi di produzione, ma anche con l’emergere di nuovi “elementi borghesi”. La fonte politica e ideologica di questi nuovi elementi borghesi proviene dall’imperialismo e dal revisionismo internazionale, ma il fondamento economico della loro esistenza è il diritto: “Il diritto borghese fornisce una base economica importante che determina la loro apparizione”.

Riferendosi a Marx e Lenin, Yao cerca di mostrare le ragioni per cui il diritto borghese non può essere estinto immediatamente in una “società socialista”, come sarebbe la Cina. Per Yao, il socialismo, come aveva già spiegato Lenin nel suo commento alla Critica al programma di Gotha di Marx, è la prima fase della società comunista, che conserva ancora “le impronte materne della vecchia società dal cui seno essa è uscita”, così che il diritto borghese scompare solo rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione, rimanendo, però, ancora un “regolatore” della distribuzione dei prodotti e del lavoro. Il diritto borghese è sempre l’applicazione della stessa misura a persone diverse, è un diritto “uguale”, il che significa che è, di fatto, disuguale, una “violazione dell’uguaglianza“, perché “per una parte uguale di lavoro sociale fornito, ognuno riceve un’uguale parte della produzione sociale”, anche se non sono realmente uguali. Lenin prosegue in Stato e Rivoluzione affermando che: “La prima fase del comunismo non può dunque ancora realizzare la giustizia e l’uguaglianza; rimarranno differenze di ricchezze e differenze ingiuste; ma non sarà più possibile lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, poiché non sarà più possibile impadronirsi, a titolo di proprietà privata, dei mezzi di produzione, fabbriche, macchine, terreni, ecc. Demolendo la formula confusa e piccolo-borghese di Lassalle sulla “uguaglianza” e la “giustizia” in generale, Marx indica il corso dello sviluppo della società comunista, costretta da principio a distruggere solo l'”ingiustizia” costituita dall’accaparramento dei mezzi di produzione da parte di singoli individui, ma incapace di distruggere di punto in bianco l’altra ingiustizia: la ripartizione dei beni di consumo “secondo il lavoro” (e non secondo i bisogni)”. Nella stessa direzione si muove la riflessione di Mao Zedong, citata da Yao:

In una parola: “La Cina è un paese socialista. Prima della Liberazione era pressoché la stessa cosa di un paese capitalista. Ancora oggi essa pratica un sistema di otto livelli salariali, la distribuzione a ciascuno secondo il suo lavoro, lo scambio attraverso la moneta e tutto ciò non è molto differente da quanto accadeva nella vecchia società. Ciò che è diverso è che il sistema di proprietà è cambiato”. “Il nostro paese pratica oggi il sistema mercantile e neppure il sistema salariale è su base egualitaria poiché esso comprende otto livelli, ecc. Sotto la dittatura del proletariato, ciò può essere soltanto limitato”.

Così, continua Yao, ciò che viene abolito del diritto è solo la capacità di un individuo di avere la proprietà privata dei mezzi di produzione, che si trasforma in “proprietà comune”. Nella “società socialista” cinese esistono due forme di proprietà, entrambe considerate “socialiste”: quelladell’intero popolo” e quella “collettiva”, da qui l’esistenza di un “sistema mercantile”, che impedisce la soppressione del diritto borghese, poiché regola la distribuzione e lo scambio. Il progressivo indebolimento dell’elemento giuridico deve avvenire superando le “tre grandi differenze”: differenza tra operai e contadini, differenza tra città e campagna e differenza tra lavoro manuale e intellettuale. Ma, come dice Yao:

“Se al contrario si consolida, si estende e si rafforza il diritto borghese e quella parte di ineguaglianza che esso comporta, si produrrà inevitabilmente un fenomeno di polarizzazione, ossia nel campo della ripartizione una minoranza di persone otterrà una quantità sempre crescente di merci e di moneta attraverso vie alcune legali e numerose illegali. Incoraggiate da tali “incentivi materiali”, le idee capitaliste di ricerca della ricchezza, della fama e del guadagno personale dilagheranno; la proprietà pubblica si trasformerà in proprietà privata; aumenteranno la speculazione, la concussione, il furto e la corruzione. Il principio capitalista dello scambio delle merci si introdurrà nella vita politica e anche nella vita del partito, disgregando così l’economia socialista pianificata. Lo sfruttamento capitalista, con la trasformazione delle merci e della moneta in capitale e della manodopera in merce, si produrrà nuovamente, cambierà la natura del sistema di proprietà in quei settori e in quelle unità che seguono la linea revisionista e i lavoratori saranno di nuovo oppressi e sfruttati.”

La nuova borghesia che nasce a seguito di questo processo potrà allora “trasformare la proprietà socialista” appropriandosi della proprietà dell’intero popolo o della collettività per trasformarla in proprietà privata, ripristinare il capitalismo ed estendere e utilizzare il diritto borghese per svilupparlo. Il diritto borghese può anche servire all’integrazione degli individui a questa nuova borghesia. Perché, chiede Yao, sarebbe facile per questi elementi antisocialisti ripristinare il capitalismo? “Perché nella nostra società socialista esistono ancora le classi e la lotta di classe, come anche il terreno e le condizioni che generano il capitalismo”. Da qui la necessità di continuare la rivoluzione sotto la dittatura del proletariato e, tra le altre iniziative, di “consolidare e sviluppare la proprietà socialista di tutto il popolo e la proprietà collettiva socialista”, impedire che il sistema della proprietà venga alterato e completare i compiti rimanenti per la trasformazione della proprietà, nonché limitare il diritto borghese, criticare l’idea di questo diritto e “indebolire costantemente la base che genera il capitalismo”. Il diritto sarebbe soprattutto il terreno su cui la borghesia si riproduce e prepara l’assalto al potere politico, da qui la necessità di limitare il diritto borghese attraverso l’esercizio della dittatura del proletariato.

Zhang Chunqiao condivide con Yao Wenyuan la tesi che la Cina è socialista e che la proprietà socialista predomina ampiamente nel paese, il che gli consente di concludere che la base economica socialista è stata consolidata e sviluppata, ma che la socializzazione della proprietà non è ancora stata completato e il diritto borghese permane “nell’ambito del sistema di proprietà”. Qui, Zhang introduce una considerazione di immensa importanza, in quanto tende ad andare oltre il campo della rappresentazione giuridica: “[…]dobbiamo vedere che sia la proprietà di tutto il popolo che la proprietà collettiva concernono la questione della direzione, cioè la questione di quale classe detiene la proprietà di fatto e non solo a parole”. Per lui è necessario considerare non solo la “forma esterna”, ma anche il “contenuto reale”, in modo tale da poter valutare se le trasformazioni che la proprietà ha subito sono solo apparenti o hanno efficacia. Tuttavia, la proprietà è da lui identificata come l’elemento “decisivo” nei rapporti di produzione, e la restaurazione del capitalismo dipenderebbe da un cambiamento nel sistema di proprietà, come sarebbe avvenuto in Unione Sovietica. 

Il rischio della restaurazione borghese nasce anche dall’esistenza della merce nella società socialista, rischio per il quale Mao Zedong, nella stessa citazione riproposta da Yao, come abbiamo visto, aveva richiamato l’attenzione. L’esistenza di due forme di proprietà come generatore di scambi è menzionata anche da Zhang, così come la difesa di una dittatura “completa” sulla borghesia, il cui fondamento teorico viene trovato in un passaggio da Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, in cui Marx si esprime così:

“Questo socialismo è la “dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe” del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l'”abolizione delle differenze di classe in generale”, per l’abolizione di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, per il sovvertimento di tutte le idee che germogliano da queste relazioni sociali.”

Per Zhang, quindi, è la dittatura del proletariato a garantire l’adozione di misure che “limitano” il diritto borghese, la produzione e gli scambi mercantili, la moneta e la distribuzione secondo il lavoro. La condizione perché queste misure siano efficaci è che questa dittatura sia “esercitata dalle masse”. 

L’esame di questi due testi rivela la centralità dell’elemento giuridico: la nuova borghesia ha la sua origine nel diritto che viene confuso con l’economia, pur essendo considerato un “fondamento economico”, regola la distribuzione dei prodotti e la scala salariale, opera la trasformazione socialista della società sopprimendo la proprietà privata e creando la proprietà socialista mentre il rovesciamento di questa proprietà comune nella proprietà privata porterebbe alla restaurazione capitalistica. Il diritto è ancora legato al sistema degli scambi mercantili perché quel sistema nasce dall’esistenza di due diverse forme di proprietà socialista comuni.

In tutti questi casi, il diritto è concepito come un sistema normativo, perché si tratta sempre di regolamentare qualcosa, è sempre qualcosa che viene utilizzato per un determinato scopo, quindi ciò di cui ci si occupa qui è esclusivamente di determinati contenuti che la legge (in in senso lato) disciplina. La figura mancante in questo discorso è la forma del diritto, che è precisamente il nucleo fondamentale di una teoria materialista del fenomeno giuridico.

Per una critica materialistica del diritto: appunti critici agli scritti di Yao Wenyuan e Zhang Chunqiao

Prima dell’intervento teorico di Pašukanis, la concezione di Stucka prevaleva nel campo giuridico sovietico negli anni ’20, che, nonostante cercasse il fondamento del diritto nelle relazioni sociali e nelle relazioni di classe, trascurando la forma del diritto, incontra due difficoltà insormontabili. La prima è che Stucka non riesce a distinguere il rapporto giuridico dall’insieme indeterminato dei rapporti sociali, finendo per identificare il diritto con l’economia. La seconda è che, cercando di sfuggire a questo imbarazzo, ricorre a una soluzione volontaristica, in cui il diritto torna ad essere un comando arbitrario e mistificatore della classe, cadendo quindi nel normativismo: “[…] Il diritto è quindi creato dalla volontà […]. Ma cosa significa “classe”? Evidentemente è una manifestazione […] della coscienza di classe […] della coscienza che la classe ha del proprio interesse[…].”

Ecco perché Pašukanis individua con assoluta precisione il punto debole della teoria di Stucka:

“Non è sufficiente identificare il contenuto di classe che è nella forma giuridica, ma è necessario rendersi conto perché questo contenuto dovrebbe assumere proprio questa forma”. 

Evitando le impasse e le aporie della formulazione di Stucka, Pašukanis è colui che elabora una teoria del diritto strettamente in accordo non solo con i riferimenti non sistematici al diritto presenti in Marx, in particolare nel Capitale, ma, soprattutto, secondo le indicazioni dei principi metodologici di Marx nell’Introduzione alla critica dell’economia politica e anche nel Capitale.

È così che Pašukanis, per analizzare il fenomeno giuridico, partirà dall’elemento “più semplice”, che “non si scompone”, quell'”atomo della teoria giuridica” che è il soggetto.  Osserva che Marx, invece di iniziare l’analisi della totalità sociale per la popolazione, o per le classi che la compongono, o da salari, profitto e reddito, che sono le condizioni della sua esistenza, parte delle categorie più semplici: la merce. In questo modo, come dice Pachukanis, “a partire da queste definizioni più semplici, lo studioso di economia politica ricostituisce lo stesso insieme concreto, ma non più come un tutto caotico e impreciso, ma come un’unità ricca di determinazioni e relazioni interne”, e conclude:

“Queste osservazioni sono interamente applicabili alla teoria generale del diritto. Anche in questo caso l’insieme concreto – società, popolazione, Stato – deve essere il risultato e l’ultimo grado delle nostre riflessioni, ma non il punto di partenza. Passando dal più semplice al più complesso, dal processo nel suo aspetto puro alle sue forme più concrete, seguiamo un percorso metodologicamente chiaro e, proprio per questo, più corretto di quando stavamo solo brancolando, avendo davanti a noi solo un’immagine diffusa e indistinta di tutto il concreto.”

È dunque, l’analisi della forma del soggetto, proprio perché “nasce immediatamente dall’analisi della forma-merce”, che permetterà la comprensione delle determinazioni fondamentali del diritto. Se la merce contiene un valore che ha la proprietà di essere scambiata in un rapporto di equivalenza con un’altra merce, in un processo oggettivo di scambi mercantili che sono indipendenti dalla volontà delle persone che le scambiano, la realizzazione di quel valore richiede l’espressione della volontà del possessore di merci, come ha già detto Marx:

“Le merci non possono andarsene da sole al mercato e scambiarsi da sé. Dobbiamo quindi cercarne i custodi: i possessori di merci. Le merci sono cose, e, in quanto tali, incapaci di resistere all’uomo. Se non sono compiacenti, egli può usare la forza; in altre parole, prenderle.”

L’esistenza di un circuito universale per lo scambio delle merci, tuttavia, è possibile solo quando la produzione diventa mercantile, cioè quando la stessa capacità di lavoro umano diventa anche una merce.

Perché ciò avvenga, l’uomo deve essere dotato degli attributi della libertà e dell’uguaglianza, costituendosi come proprietario di se stesso, cioè della sua forza lavoro, in modo da poterla vendere, per un tempo determinato, ad un altro proprietario, in una relazione di equivalenza. Qui sta il punto nodale di tutta la teoria giuridica di Pašukanis: l’emergere della forma del soggetto avviene nel momento in cui si costituiscono i rapporti di produzione capitalistici, proprio perché c’è bisogno che l’individuo prenda una forma che gli permetta la commercializzazione viene elaborata da sola, cioè come atto della sua libera volontà. Questa è la forma paradossale di cui ha bisogno il capitale: la libertà e l’uguaglianza dell’uomo si realizzano pienamente solo quando accetta di sottomettersi alla volontà degli altri vendendo la sua forza lavoro al capitalista, pur preservando la sua autonomia. Possiamo quindi dire che il diritto è una forma di organizzazione della soggettività umana che trasforma l’uomo in un oggetto di circolazione mercantile senza per questo perdere gli attributi della sua personalità, libertà ed uguaglianza. Ciò che è assolutamente essenziale affinché l’uomo si metta in circolazione come merce, è che venga privato di ogni determinazione particolare, e diventi pura astrazione di una volontà che si realizza pienamente nella pratica aziendale, cioè quando la loro forza lavoro diventa oggetto di scambio per un equivalente, tutti i soggetti che si scambiano, in quanto proprietari, devono avere lo stesso status di parità.

Tutto questo processo risulta dalla costituzione del modo di produzione specificamente capitalistico, che sorge quando c’è una reale sussunzione del lavoro al capitale, ovvero quando c’è un processo di trasformazione del modo di produzione (in senso stretto), cioè l’introduzione di nuovi mezzi di produzione, in particolare il sistema macchina, che permette di completare l’espropriazione del lavoratore diretto, che ormai non è più separato solo dalle condizioni oggettive di produzione – come nel caso dell’“esproprio oggettivo della produzione” – ma anche dalle condizioni soggettive di produzione (configurando un “esproprio soggettivo della produzione”). Con l’uso del sistema macchina, il processo di lavoro diventa un insieme di operazioni che non richiedono più al lavoratore di possedere le condizioni intellettuali e le capacità di prima. Al contrario, il lavoratore diventa un mero fornitore di energia del lavoro indifferenziata, senza alcuna “qualità” specifica. La sua antica capacità di maneggiare gli strumenti di lavoro e di elaborare e comprendere il ciclo produttivo è ormai inutile e si ritrova ridotto alla condizione di “appendice della macchina”, come dice Marx. Così, il lavoro di un lavoratore non si distingue dal lavoro di un altro lavoratore, e le forze lavoro dei lavoratori diretti, di conseguenza, vengono equalizzate tra loro, così che solo in questo momento il lavoro astratto si realizza praticamente.

In questo modo, il controllo del processo di produzione da parte del capitalista e il suo dominio sull’operaio è completo, cioè ha ora la capacità effettiva di disporre dei mezzi di produzione. Diventando realmente astratto, semplice dispendio di energia del lavoro indifferenziata, quindi, completamente omogenea, il lavoro perde ogni traccia di qualità. Così, pienamente quantificabile, può essere paragonata a qualsiasi altro lavoro, e l’uomo acquisisce questa straordinaria condizione di equivalenza vivente, cioè della più assoluta uguaglianza. La sua volontà non è più un attributo per la fabbricazione di merci, ma solo il modo soggettivo di far funzionare i meccanismi del sistema macchina nel processo di lavoro capitalista.

Ciò che è specifico del diritto, quindi, il suo elemento irriducibile, è l’equivalenza soggettiva come forma astratta e universale dell’individuo autonomo quando il lavoro è realmente sussunto al capitale. Se il diritto è un modo di organizzare la soggettività umana che lo rende capace di esprimere la volontà, con il quale è possibile stabilire un circuito di scambi in cui la soggettività stessa acquista una natura mercantile senza per questo perdere la sua autonomia, è solo nelle condizioni di esistenza di un modo di produzione specificamente capitalistico che l’individuo può presentarsi senza attributi e qualità particolari che lo distinguano dagli altri uomini; si presenta come pura astrazione, come pura condensazione di indifferenziata capacità volitiva. Questo è ciò che dà all’uomo, a qualsiasi uomo nella società borghese, la capacità di praticare gli stessi atti di vita civile, senza differenze, gerarchie o discriminazioni di alcun genere tra di loro. Possiamo chiamarla una vera e propria equivalenza soggettiva, proprio perché si realizza concretamente, praticamente, materialmente inscritta nella pratica degli atti di scambio che la capacità volitiva autorizza l’uomo a compiere come soggetto, cioè l’uguaglianza diventa realtà oggettiva.

Quindi, possiamo concludere con Marx quando osserva che gli individui che si scambiano: 

“Il medesimo valore (…) come soggetti che attestano questa equivalenza nello scambio, in quanto soggetti di pari valore essi sono allo stesso tempo indifferenti l’uno all’altro; le loro altre differenze individuali non li interessano; sono indifferenti a tutte le loro altre peculiarità individuali. (…) Infatti, poiché la merce e il lavoro sono determinati solo come valore di scambio, e il rapporto con cui le diverse merci si relazionano tra loro si presenta come uno scambio di questi valori di scambio, come la loro equivalenza, gli individui, i soggetti, tra i quali avviene questo processo, sono determinati semplicemente come modificatori. Non c’è assolutamente alcuna differenza tra loro, considerando la determinazione formale, e questa determinazione è economica, la determinazione in cui si trovano nel rapporto di scambio, l’indicatore della loro funzione sociale o della loro mutua funzione sociale. Ciascuno dei soggetti è un commutatore, cioè ognuno ha la stessa relazione sociale con l’altro che l’altro ha con lui. La loro relazione nello scambio è, quindi, la relazione di uguaglianza.”

In questo modo, il diritto può essere inteso in Marx e Pašukanis come la forma di un’equivalenza soggettiva autonoma. Questo concetto ci permetterà di cogliere la natura specificamente borghese del diritto, il suo legame indissolubile con il capitale. Quindi, ci sono tre conseguenze necessarie: la prima è che può esistere il diritto solo nelle formazioni sociali capitaliste, quindi, un “diritto socialista” sarebbe un’impossibilità teorica; il secondo è che, interrotto il processo di valorizzazione del valore e la circolazione delle merci, il diritto deve necessariamente estinguersi ed essere sostituito da altre forme di organizzazione della vita sociale; il terzo, è che la lotta di classe proletaria è incompatibile con qualsiasi tipo di “socialismo giuridico”, cioè con l’idea che il superamento della società capitalista possa avvenire attraverso misure legali che porterebbero gradualmente al comunismo .

La presenza dell’elemento giuridico in un processo di transizione al comunismo significa che i rapporti di produzione (e di conseguenza i rapporti di circolazione e distribuzione) sono capitalistici, che è una logica impossibilità di avere diritto borghese e, allo stesso tempo, “società” e l'”economia” socialista (cioè, i rapporti di produzione non sono più capitalisti). Ma, soprattutto, perché, se c’è il diritto nella società di transizione, è perché c’è la forma soggettiva (del diritto), e, quindi, c’è anche la forza lavoro salariata, il che va contro il dogma che il valore e il plusvalore sarebbero già stati estinti in quella società.

Questa concezione del diritto estranea a Marx, però, è necessaria per sostenere una rappresentazione del socialismo, tutta fondata sulla categoria giuridica di “proprietà socialista”. Ma questo discorso, se confrontato con le analisi di Marx e Pašukanis, rivela grandi difficoltà a sostenersi.

La prima difficoltà – e questo è il punto decisivo nella concezione del socialismo dei due autori maoisti – è che essi sostengono che la natura socialista della Cina deriva da una misura legale, il trasferimento della proprietà dei mezzi di produzione dal proprietario privato (la borghesia) allo Stato, che diventa il loro proprietario collettivo. Da qui la ripetuta affermazione che una base economica socialista è già stata stabilita in Cina dopo la nazionalizzazione della maggior parte delle fabbriche. Così, la forma giuridica della proprietà può apparire come fondamento dei rapporti di produzione, in una completa inversione del rapporto di determinazione dell’insieme sociale elaborato da Marx. 

Tutto accade, quindi, come se i capitalisti fossero espropriati come individui, il loro allontanamento dai “luoghi” da cui hanno diretto il processo produttivo, con un atto giuridico, fosse sufficiente per cambiare la natura dei rapporti di produzione, quando è il ruolo che gli agenti svolgono nel processo materiale di produzione come dipendenti del capitale – indipendentemente dalla loro qualifica giuridica di proprietari – che è decisivo per identificare la natura di classe di tali rapporti. Quando si verifica questo esproprio, la struttura tecnico-organizzativa del processo produttivo rimane intatta, il che significa che la valorizzazione del valore non viene interrotta.

In secondo luogo, l’idea che il diritto crei la nuova borghesia, oltre ad essere un’inversione del rapporto di determinazione interna alla struttura sociale, suppone che una classe sociale sia una categoria del diritto, mentre, al contrario, una classe è definita dal posto che occupa in un determinato sistema di produzione sociale.

Ciò che non può essere visto da Yan e Zhang è che le misure legali adottate dal potere derivante da una rivoluzione non possono alterare in alcun modo i rapporti di produzione capitalistici, poiché non sono rapporti legali. Perché ci sia un effettivo superamento del capitalismo, è necessario “smantellare” le basi tecnico-organizzative del processo produttivo capitalistico, con la creazione di nuove forze produttive, in modo da superare la separazione tra il lavoratore diretto e i mezzi di produzione, consentendo così l’effettiva riappropriazione da parte della massa salariale di questi mezzi e condizioni di produzione. Definire la proprietà “socialista” o “popolare”, quindi, non fa che nascondere e mistificare il rapporto reale di appropriazione privata reale. Da qui l’immensa difficoltà nello spiegare la persistenza della forma mercantile, che, come abbiamo visto, sarebbe il risultato dell’esistenza di questi due tipi di proprietà non capitalista. Di conseguenza, la merce non è qui intesa come una forma specificamente capitalista, ma può anche esistere sotto un regime di proprietà socialista. A tal proposito è corretto il commento di Gianfranco La Grassa, quando osserva che la forma della merce può esistere solo “se è valore, ma la merce è valore solo quando si crea un ‘plusvalore’”, per cui “[…] l’esistenza di uno scambio mercantile presuppone l’esistenza di uno scambio tra capitale e lavoro […] e tale scambio è del tutto intrinseco […] al processo di produzione immediato […] come processo di produzione e riproduzione del capitale”. Ciò significa che:

“La proprietà dell’intero popolo e quella collettiva non può quindi determinare uno scambio effettivamente mercantile […] La circolazione delle merci richiede una spiegazione più profonda, riferendosi ai rapporti di produzione ereditati dalla società capitalista e inscritti nei processi di lavoro, la base materiale che questa forma di società ha radicalmente ristrutturato per renderla adatta alla riproduzione degli specifici rapporti di produzione.”

Così, può concludere La Grassa, “ciò che occorre spiegare è la permanenza del rapporto tra capitale e lavoro nel processo di produzione immediato”.

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