Potere al Popolo, la risurrezione dei lassalliani

Carofalo
Viola Carofalo, la portavoce e la candidata prima ministra di Potere al Popolo

Il fronte politico Potere al Popolo, formatosi con la fusione dei partiti “comunisti” più riformisti in previsione delle elezioni, ha presentato nell’ultimo mese un programma di stampo dichiaratamente socialdemocratico: esso peraltro non pretende nemmeno un cambiamento dei rapporti di produzione, ma solo una loro maggiore centralizzazione nelle mani dello Stato, rinnegando il socialismo in favore di una più comoda economia mista, in stile keynesiano. Si va quindi a creare una particolare tendenza nel sconfessare la necessità della rivoluzione per cambiare l’ordine costituito, la stessa tendenza che portò Marx a scrivere Critica al Programma di Gotha, analizzando lo Stato militarista prussiano e i suoi mezzi, comparandoli alle teorie di Ferdinand Lassalle, che nel 1875 promulgava il Programma di Gotha, appunto, uguale a quello di Potere al Popolo, con centoquarant’anni d’anticipo.

A differenza di Lassalle, però, PaP non ammette nemmeno il socialismo e l’economia pianificata, al contrario del suo partecipante secondario, il PCI, che però fallisce cadendo nella contraddizione della rivoluzione democratica e a colpi di elezioni e dello stato superpartes in una visione pericolosamente vicina al corporativismo fascista.

Si vogliono quindi proporre degli estratti di un programma straordinariamente vasto, considerata la mancata intenzione di volerlo redigere, come dichiaravano i vertici di PaP. Inoltre, la breve storia di questo movimento popolare ha già manifestato diversi elementi di una rapida decomposizione molto meno comunista di come amano lavarsi la bocca i vertici: un esempio chiaro è la sostanziale ingerenza politica di partiti falliti come Rifondazione Comunista che si sono prontamente appropriati del sistema a quadri intercomunicanti della rete Potere al Popolo.

Partiamo, come detto all’inizio, dalla Costituzione e dalla rimozione degli ostacoli all’uguaglianza.

La Costituzione, che compie proprio quest’anno i settant’anni dall’edizione e dalla pubblicazione, fu una chiara consolazione data ai comunisti per evitare insurrezioni e rivoluzioni, inserendo forti misure assistenzialiste, oggi contraddette dalla normativa vigente o sostanzialmente abolite con misure quali il Jobs Act e l’Alternanza Scuola-lavoro, peraltro difese da una frangia che partecipa a quell’organizzazione. Togliatti all’epoca fu illuso dalla borghesia cattolica di poter realizzare il socialismo attraverso una democrazia progressiva. Perciò, il listone Potere al Popolo si pone a difesa della Costituzione di uno stato che, fino a prova contraria, ferisce e bastona i suoi cittadini, cosa riconosciuta dal programma di PaP, in quanto gli stessi vertici originari erano presenti al massacro del G8 di Genova, ma questa fattualità storica non è sviluppata coerentemente. Si nota una pesante spaccatura tra teoria e pratica, quindi è evidente una mancata comprensione delle Tesi su Feuerbach, dove Marx esprime sinteticamente il metodo materialista con una critica sistematica al feuerbachiano, ponendo le basi per il pensiero comunista. L’invocazione di sopra, un rimando ambiguo all’articolo 3, si va a scontrare con la dura ed effettiva realtà dell’articolo 41 della Costituzione Italiana.

«Art. 41| L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.»

È abbastanza chiaro come la difesa della Costituzione significhi di fatto la difesa della giustificazione legale dello Stato attuale, nato dagli interessi della classe dominante e ora diventati schema di pensiero egemonicamente diffuso, inerente la strumentalizzazione metodica della ricerca  di profitto. Lo Stato è, come dimostrato in Critica al Programma di Gotha, lo strumento dell’oppressione della classe possidente.

Crediamo inoltre che sia urgente trasferire ricchezza dalle rendite e dai capitali al lavoro e ai salari, ricostruire il controllo pubblico democratico sul mercato organizzando un piano che elimini la disoccupazione di massa e la precarietà  e cancelli la povertà. Per mettere in atto questo piano immaginiamo alcuni passaggi fondamentali:

– un’imposta patrimoniale; – un sistema di tassazione semplice e fortemente progressivo; – una lotta seria alla grande evasione fiscale; – il recupero dei capitali e delle rendite nascoste;

– la fine delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni (in particolare degli appalti per servizi permanenti): vogliamo che i beni e i servizi pubblici rimangano tali e non vengano svenduti;

– politiche industriali attive e controllo su delocalizzazioni e investimenti (in particolare delle multinazionali, quindi è necessario anche abolire il trattato col Canada e cancellare definitivamente il TTIP);

– la nazionalizzazione della Banca d’Italia, delle banche e delle industrie strategiche, il ripristino della separazione tra banche di risparmio e di affari;

– un piano per il lavoro con  forti investimenti pubblici nel risanamento del territorio, nei beni culturali, nella formazione, nella ricerca e nella innovazione, nello sviluppo dei servizi e dello stato sociale.

– l’assunzione a tempo indeterminato di tutto il personale precario della Pubblica Amministrazione e un nuovo programma di assunzioni per scuola, sanità, servizi socio-assistenziali, con immediato sblocco del turn-over lavorativo;

Questa è una carrellata di proposte legittime per ogni programma che intenda essere vagamente di sinistra: la regolamentazione del capitale e il trasferimento delle ricchezze al lavoro però, lasciati come punti senza un’ulteriore spiegazione o un ragionamento, sono ambigui e passibili di diverse interpretazioni come i successivi. Ad ogni modo, Marx definisce la natura come fonte delle ricchezze, in quanto fonte dei valori d’uso, di cui si compone la ricchezza materiale. Per questo, dire di trasferire le ricchezze dalle rendite e dai capitali al lavoro, espressione di una forza naturale, la forza-lavoro umana, e ai salari è di per sé privo di significato. La lotta all’evasione, apostrofata come “seria”, è senza una vaga idea di cosa si intende attuare, per non parlare poi della lotta alle privatizzazioni e della sostanziale burocratizzazione di uno Stato già pesante, causata dall’incorporamento di numerosissimi settori strategici nel novero delle industrie nazionalizzate, e non collettivizzate come ci si aspetterebbe da dei sedicenti comunisti. Dalla breve esperienza passiva di Viola Carofalo e di Potere al Popolo, comunque, emerge una contraddizione rispetto al programma nazionalizzante: gli odierni partecipanti e fondatori di PaP avevano supportato la scelta di privatizzare i servizi pubblici di Napoli, e non solo, da parte di De Magistris, con cui si vantano di avere ottimi rapporti e di poter risolvere i problemi, per cui gli stessi fondatori di PaP, Je so’ pazz, devono l’esistenza.

Questo sistema economico si è dimostrato totalmente incompatibile non soltanto con la vita e la libertà delle classi popolari, ma con la natura e la sopravvivenza stessa del nostro pianeta.

Ma di fatto non propongono un altro sistema economico, una soluzione materialista, e di conseguenza all’analisi materialista del capitalismo, socialista. Sembra che gli autori siano quasi inorriditi al pronunciare parole socialiste, sebbene si definiscano addirittura comunisti, in una vaga allusione postmoderna di riconoscimento dei problemi evidenti del capitalismo, ma senza evolverli razionalmente per poter desumere una soluzione agli stessi, solo che qui pare una critica sterile, con azioni parimenti sterili che ogni programma keynesiano attuerebbe.

Di seguito si vuole proporre il testo ultimo ed esemplare del programma di Potere al Popolo commentato.

MUTUALISMO, SOLIDARIETÀ E POTERE POPOLARE

Le condizioni di vita delle classi popolari peggiorano sempre di più, questo deterioramento riguarda la salute, l’istruzione, ma anche più semplicemente la possibilità di godere di tempo liberato da dedicare ad uno sport, un hobby, etc. In quest’ottica mutualismo e solidarietà non sono semplicemente un modo per rendere un servizio, ma una forma di organizzazione della resistenza all’attacco dei ricchi e potenti; un metodo per dimostrare nella pratica che è possibile, con poco, ottenere ciò che ci negano (salute, istruzione, sport, cultura); una forma per rispondere, con la solidarietà, lo scambio e la condivisione, al razzismo, alla paura e alla sfiducia che altrimenti rischiano di dilagare. Le reti solidali e di mutualismo sono soprattutto una scuola di autorganizzazione delle masse, attraverso la quale è possibile fare inchiesta sociale, individuare i bisogni reali, elaborare collettivamente soluzioni, organizzare percorsi di lotta, controllare dal basso sprechi di denaro pubblico e corruzione.

Nella formula «ottenere ciò che ci negano» non si riesce a capire quale sia il soggetto, pur suonando in un’allusione complottista nei confronti della classe dominante. A far fronte a ciò, si intende rimarcare la realtà, secondo cui quelle logiche di fatto non esistono, e sono solo una maniera infantile per identificare personalmente qualcosa che coordina la società e gli individui, mentre questo ente è impersonale, interiorizzato nella dimensione psichica e nella dimensione antropologica di ognuno di noi. Michael Foucault, un filosofo postmoderno francese, primo teorico dell’ordoliberalismo in quanto tale, ne parla partendo dal concetto di genealogia e di egemonia culturale, descrivendo una realtà definita da dispositivi, che si sono resi autonomi dall’agire umano come schemi orizzontali e pseudo-trascendentali che danno una parvenza di imparzialità all’osservazione indotta.  Pur affrontando la questione dell’oblio al riconoscimento, introdotta da Axel Honneth, si continua erroneamente ad avere una visione personale e non-impersonale delle dinamiche odierne, per le quali manca pure una vera e propria definizione, senza cui le vaghe allusioni socialistiche per ciò che concerne la parte sociale risultano estranee alla teoria economica proposta, saldamente capitalista di mercato con uno Stato assistenzialista e soggetto attivo nella scena del mercato. Non si cercano quindi di risolvere le contraddizioni della produzione capitalista espresse da Marx nella sua analisi dell’attuale sistema economico ne il Capitale, ma si ricerca il benessere esteriore e temporaneo del cittadino senza interferire sulle cause economico-sociali che causano gli effetti sopra discussi.

Tutti i punti precedenti sono strettamente intrecciati con la questione centrale, la necessità di costruire il potere popolare. Per noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza; significa realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario.

Qui si denota chiaramente la contraddizione alla base di tutto il programma, dovuta a una pesante omissione, sia essa per ignoranza o volontà, che banalizza e rende ambigua la frase. Come si vuole raggiungere il potere popolare senza un’aggressiva lotta contro il capitalismo? Non emergono pareri su come debba essere «restituito alle classi popolari il controllo sulla produzione», ma il fatto che si usi il verbo “restituire” indica una tendenza a pensare che vi sia stato in Italia, in un passato recente, un periodo dove il popolo, a parere dei redattori del programma, aveva il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza. Che si parli di classe popolare, quando da definizione il popolo è «il complesso degli individui di uno stesso paese che, avendo origine, lingua, tradizioni religiose e culturali, istituti, leggi e ordinamenti comuni, sono costituiti in collettività etnica e nazionale, o formano comunque una nazione» (Treccani), è forse un indicatore che quelle che prima sono state considerate come contraddizioni, in realtà inseguono una sorta di ottica pseudo-corporativista di un’utopica fusione degli interessi inconciliabili tra le classi in cui si facciano effettivamente gli interessi del popolo, ma di una sua parte, la classe possidente. Per cui, in effetti, il verbo “restituire” avrebbe perfettamente senso: si restituisce alla classe padronale italiana il suo potere, spodestato in venticinque anni di dominio economico euro-tedesco. Le parole orgogliose che la Calofaro espresse in un’intervista per l’Internazionale sulla scelta del nome di questo fronte, avevano evocato anche l’abbandono delle «bibbie» del marxismo, preferendo una scelta istintiva. Già che si definiscano «bibbie» i vari volumi dei più svariati autori della letteratura marxista, implica una forte allusione al mancato assorbimento e comprensione del metodo scientifico materialista. Concludendo col significato originario della democrazia: potere del popolo, o Repubblica Democratica come forma del dominio possidente?

Per arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi – [questa è una visione gradualista come se ci fosse bisogno di  sviluppare ancora il capitalismo per un passaggio al socialismo, inasprendo ancora le dinamiche economiche servili che legano padroni e salariati, come se ci sia effettivamente un’incomprensione del sistema socioeconomico attuale] – e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo: quello che noi – ma non solo noi – abbiamo provato a mettere in campo lo abbiamo chiamato controllo popolare. Il controllo popolare è, per noi, una palestra dove le classi popolari si abituano a esercitare il potere di decidere, autogovernarsi e autodeterminarsi, riprendendo innanzitutto confidenza con le istituzioni e i meccanismi che le governano.

Questa frase dimostra che di fatto consultare le «bibbie» del marxismo probabilmente eviterebbe errori grossolani di teoria come l’intero programma ne è pervaso. Si pretende che le classi popolari, anche se sarebbe meglio “subalterne” giacché è stato dimostrato sopra l’incoerenza della locuzione “classe popolare”, prendano le redini di uno strumento non creato e costruito per il suo autogoverno, ma per la sua oppressione, inoltre, se si facesse nel modo suggerito sopra, si incentiverebbe la creazione di un’élite all’interno della stessa classe subalterna, proprio perché i meccanismi tipici della gerarchia dello Stato attuale esigono un governo di stretta minoranza sulla stragrande maggioranza. Si vanno così a distruggere tutti gli esempi nella Storia, di Stati con un governo esercitato dalla stessa classe lavoratrice, a partire dalla Comune di Parigi passando per i Soviet del 1917, ispirandosi allo stesso concetto di governo popolare del Terrore, poi concluso nel sangue con la dittatura termidoriana. Ma questo è un episodio della Rivoluzione Francese, quando le teorie socialiste ancora non avevano né nome né base scientifica, ma solo vagheggi sperimentali. Intendere ripetere lo stesso modello sarebbe ignorare le cause che condussero il fallimento del Terrore, situate proprio nella concezione alla Robin Hood di potere sociale: prenderlo ai ricchi per darlo ai poveri, non senza però un pericoloso interesse personale. Potere al Popolo si illustra quindi con la volontà dichiarata di governare il popolo con l’illusione di fare le sue veci, mentre in realtà si istituisce un nuovo modus operandi per mantenere lo Stato politico come amministrazione stagnante.

Per questo abbiamo chiamato controllo popolare la sorveglianza che abbiamo fatto sulla compravendita di voti alle ultime elezioni amministrative a Napoli, le visite che facciamo ai Centri di Accoglienza Straordinaria, le “apparizioni” all’Ispettorato del Lavoro per reclamare efficienza e certezza del controlli, la battaglia per il diritto alla residenza e all’assistenza sanitaria per i senza fissa dimora, o per il rispetto delle regole, senza abusi, nei dormitori pubblici e nei Consultori Familiari. Ancora, è controllo popolare denunciare e vigilare sui ritardi e gli abusi nei rilasci dei permessi di soggiorno, o sulle scuole dell’obbligo che vincolano la frequenza scolastica al pagamento di una retta. Anche la battaglia contro l’allevamento intensivo di maiali nel Mantovano, quella contro i DASPO a Pisa, o le inchieste sulle Grandi Opere e le battaglie per arrestarne la realizzazione sono controllo popolare.

Con la definizione empirica del «controllo popolare» emerge la confusione dei vertici di PaP tra i metodi di lotta ed i fini della lotta stessa. Se il cosiddetto «controllo popolare» presuppone una supervisione della classe subalterna alle crudeltà del capitalismo, un mero controllo per la collaborazione tra le classi, in realtà gli stessi metodi riassunti in quelle due parole sono al fine di condurre e diffondere il più possibile la lotta e l’agitazione prerivoluzionaria. Le speranze di questi autori riformisti sono così buie e all’oscuro della prassi-teoria-prassi marxista che si pongono come obiettivi non la soluzione dei problemi sociali e dei conflitti di classe con l’istituzione postrivoluzionaria di uno Stato di autogoverno della maggioranza della popolazione, bensì questi soggetti si tranquillizzerebbero e annacquerebbero la lotta popolare per la libertà dalla schiavitù salariata senza ottenere un cambiamento, sia esso tradunionista o socialista, della società attuale.

Costruire il potere popolare, vigilare e prendere parola su tutto ciò che ci riguarda direttamente, rimettere al centro il lavoro (un lavoro degno ed equamente retribuito), mettere in sicurezza il territorio, smantellare il sistema degli appalti e delle esternalizzazioni e impedire l’accesso ai privati in settori cruciali (scuola, smaltimento rifiuti, sanità, accoglienza, etc.), significa ridurre le disuguaglianze, evitare speculazioni e contrastare efficacemente le organizzazioni criminali che avvelenano e distruggono la nostra terra, sottraendo loro bassa manovalanza, reti clientelari e occasioni per fare affari (è anche per questa ragione che sosteniamo la legalizzazione delle droghe leggere).

In questo spezzone si capisce finalmente il piano d’attuazione di queste proposte che paiono condivisibili ad una prima vista. C’è comunque una forte carica allusoria che lascia spazio a dei dubbi considerevoli, infatti, non si capiscono gli autori quando parlano di lavoro «equamente retribuito». Per cosa sta la retribuzione “equa”, pari al lavoro svolto, come ben pretende l’analisi marxiana del capitalismo, o alla necessità minima della sussistenza del lavoratore, come invece permette al padrone di continuare a far uso di lavoro non suo per l’arricchimento? Dai toni fortemente marcati sulla cooperazione tra classi, si può supporre che PaP sostenga la visione padronale della retribuzione. «Prendere parola su tutto ciò che ci riguarda direttamente» sembra quasi un invito però a non impicciarsi di economia, o di come venga gestito il potere, se col «controllo popolare» si voleva invece ampliare la base  in modo forzato, per una supervisione però, non per un governo. Secondo ciò, sembra che non vi sia volontà dei vertici di PaP nell’allargamento e nella diffusione della coscienza di classe, o anche semplicemente dell’umana tendenza alla curiosità, bensì ritengono che il popolo debba controllare solo le cose che lo riguardano direttamente, senza porre un discrimine su ciò che lo riguarda indirettamente, come la struttura dello Stato che andrebbe a supervisionare. Nel campo della lotta alla criminalità organizzata, invece, si pone la legalizzazione delle droghe leggere in quanto si ritiene che possa fiaccare le lucrose occasioni di fare affari. Sostengono perciò che si debba permettere la libertà di drogarsi, invece di operare sulle cause che inducono la necessità di drogarsi per alienarsi da una situazione alienante tipica dell’attuale società sfruttatrice, cercando uno sfogo e un modo di potersi isolare dai problemi che affliggono l’individuo in una società contro-natura, quindi eliminando le cause dell’alienazione, dunque il sistema produttivo capitalista. La legalizzazione delle droghe leggere non è altro che un incentivo a rifugiarsi nell’alienazione, così da sviluppare nuove e più crudeli forme di sfruttamento psico-fisico sulla base del rilassamento temporaneo dalle preoccupazioni della vita.

Per noi, ma per i tanti che sono intervenuti e che l’hanno ricordato, anche con altri nomi, oggi il controllo popolare è il primo passo per stimolare l’attivismo, la partecipazione, l’impegno di tutti, senza distinzioni.

La logica è invece inversa. Non si può pretendere di assumere con un’élite in modo golpista il controllo dello Stato per poi rovesciarlo sulle masse, credendo che si attivino e non continuino a pensare nel sogno della classe possidente. Si andrebbe a creare, anche se riuscissero, una burocrazia che sovrasterebbe anche gli impulsi attivi delle masse. Non è il raggiungimento del potere a scatenare la coscienza di classe, bensì è necessaria la coscienza di classe per raggiungere, collettivamente, il potere.

È per questo, insomma, che crediamo e speriamo che il nostro compito non si esaurisca con le elezioni, ma che il lavoro che riusciremo a mettere in campo ci consegni, il giorno dopo le urne, un piccolo ma determinato esercito di sognatori, un gruppo compatto che continui a marciare nella direzione di una società più libera, più giusta, più equa. Noi ci stiamo, chi accetta la sfida?

La chiusura delle tesi sul Mutualismo, Solidarietà e Potere Popolare è particolarmente esplicita e chiara. L’intento che ha Potere al Popolo è quello di costruire un’avanguardia nella classe subalterna che ne sia esterna e che la sovrasti, in un’ottica leninista sulla formazione del partito proletario. In conclusione, Potere al Popolo si afferma come forza che persegue come obiettivo i metodi della lotta rivoluzionaria, e cerca di porsi come filtro tra l’organizzazione statale e una classe lavoratrice che trova rassicurazioni solo con la destra, addirittura estrema e dichiaratamente fascista come CasaPound.

L’intenzione da parte di PaP di istituirsi non come un’auto-organizzazione dei lavoratori contro le logiche possidenti dei partiti, bensì di porsi, parimenti con le altre formazioni politiche, al di sopra e di fungere solo come fusione elettorale delle mini-burocrazie di partito da offrire ai lavoratori, ben indica la vera natura di questo fronte politico: Potere al Popolo in fin dei conti è nato e governato da un ceto medio abbastanza cosciente di voler ottenere il potere, presentandosi in qualità di intelligencija nei confronti dei lavoratori con metodi e teorie tipiche di un’organizzazione tendenzialmente chiusa al basso ed élitaria. La classe lavoratrice, a parere di questi aspiranti governanti, dovrebbe scegliere PaP nel nome dell’ideologia assistenzialista – dunque mitigando, e non risolvendo i problemi presenti nell’attuale società – nonché a favore della Costituzione, quando nei fatti i lavoratori non sono minimamente interessati alla difesa di una legge dello Stato da cui sono oppressi fin dalla nascita. Presenta dunque un programma non molto dissimile dal fronte Liberi e Uguali, la cui differenza è solo sulle radici e su una diversa misura di statalizzazione e di controllo statale dell’economia, pur rimanendo entrambi nell’area ideologica del capitalismo di mercato: l’azione recondita dei vertici di PaP è solo ottenere il potere, o anche solo un’egemonia tra i comunisti italiani traviandoli con un’unione assembleare di burocrazie di partito, tutto fuorché comuniste. Da oltre un quarto di secolo di frazionismi e scissioni, in un  circolo vizioso di disorientamento, i comunisti italiani devono imparare la lezione di cancellare coloro i quali si vogliono porre come loro dirigenti pur avendo già maturate delle passate esperienze scandalose; di tornare alle origini in modo critico, e nel ritorno al materialismo, di analizzare il «Secolo Breve», in cui si è riusciti a distorcere e distruggere il più grande anelito dell’Uomo, a cui il comunismo risponde: la libertà.

Immanuel I. Zipatov, con l’irrestituibile aiuto di Elia Pupil

lo Spartaco, Collettivo “Le Gauche”

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