Nunc demum redit animus. La rinnovata importanza della questione gay

— Emanuele.

Il reazionario consiglio comunale di una delle città tristemente amministrate dal più bieco conservatorismo – Verona – si è ancora fregiata di un’ignobile medaglia, prima città italiana a rifiutare la legge contro la misoginia e l’omotransfobia.

L’efficacia e l’effettivo successo della legge sono senza dubbio incerti e legittimo argomento di dibattito, tuttavia la giunta veronese, a guida ed egemonia leghista, ha già fieramente annunciato la sua volontà di non voler applicare una legge dello Stato, che in parlamento è subissata di emendamenti atti a snaturare o rendere inutile il testo originario. Ad ogni modo, le questioni che si originano sul tema dell’emancipazione delle donne, dei e delle gay, dei trans, a cui la legge contro la misoginia e l’omotransfobia tenta di rispondere, sono molteplici, e degne di essere analizzate in un’ottica tattica contro l’attendismo elettorale del PD, l’agonia di un movimentismo raffazzonato del M5S, e contro l’avanzata delle destre conservatrici e del liberalismo.

In primo luogo, è centrale ricordare che la virtualità legale non è corrispondente alla realtà. Perciò, è insensato ritenere che il varo di una legge si traduca in un cambiamento più o meno veloce dell’ambiente culturale e sociale dove le persone vivono; dunque, oltre alle rivendicazioni legali, rimane di vitale importanza non tanto la fiducia nella punizione e nella deterrenza, quanto il coraggio e l’orgoglio nel determinarsi interamente come soggetto umano. Pertanto, né annullarsi nell’identità definita, sicura e confortevole del gruppo coi suoi riti, poiché reprimono la parte non classificabile propria e tipica dell’identità, né tantomeno reprimersi in tutto tentando di integrarsi socialmente nel contesto comune accettato.

Per seconda ragione, le politiche identitarie frantumano e segmentano il fronte degli oppressi, arroccandosi su posizioni di pretesa precedenza che, in definitiva, immobilizzano la prassi e la riuscita delle giuste rivendicazioni di dignità, rispecchiamento, uguaglianza, e libertà. A questo son dovute eterne e sterili discussioni tra il femminismo, il lavorismo, l’ambientalismo, e le politiche di genere. L’avanzamento di solo alcune istanze da parte della fazione politica liberaldemocratica ha infatti alienato la grande maggioranza lavoratrice dal sostegno alle socialdemocrazie: è da tener chiaro che una persona non coincide con una e una sola identità, non esistono lavoratori che sono soltanto lavoratori, gay che sono soltanto gay, donne che sono solamente donne. Ognuno infatti non è riassumibile in una di queste categorie, ovviamente, da ciò ogni tentativo politico di esaltare una condizione sull’altra rivela una bieca miopia. L’esempio lampante del fallimento di politiche identitarie si trova meglio nelle concezioni etniche, in perenne mutamento: la guerra in Libano o in Jugoslavia ha ferocemente sottolineato come la marcatura delle differenze piuttosto che dei motivi unitari – in questo caso etnici e statali – abbia dato abito culturale e ideologico a cruente guerre civili.

Da ultimo, ma primo per importanza contingente, è il ruolo valoriale della questione gay. La sempre più egemonica battaglia della destra sta riprendendo in considerazione il tema, dopo che era sparito col voto parlamentare delle unioni civili. Da allora, sono avvenuti al più bisticci sulla concezione di famiglia, che svapora dal naturale al tradizionale, in un tentativo di definire l’unione eterosessuale come condizione necessaria dell’idea di famiglia – ecco una cornice di senso – ma nulla era riuscito a ricompattare le destre sul tema, finora.

Adesso invece giunge la manfrina sempreverde delle pretese censure e dell’ipotetico reato d’opinione (curiosamente sbandierata sulle principali emittenti e testate nazionali, per essere una censura), quando però queste opinioni non sono suffragate dai fatti, ma li negano apertamente: ad esempio, si sono accatastate le dichiarazioni infervorate di denuncia contro l’infida e subdola «ideologia queer» o «gender», o addirittura «omosessualista» a seconda dell’estro momentaneo del nostro impavido difensore del capitalismo conservatore, o addirittura contro la fantomatica azione di onnipresenti «lobby omosessuali» – anche qui un’altra cornice di senso, non più qualificate come «lobby gay», perché “omosessuale” ha il vantaggio di evocare il sesso, argomento da sempre pruriginoso e imbarazzante, con “omo”, abbastanza vicina a “uomo” per quanto etimologicamente sbagliato, che suscita ben più disgusto al contrario della frequentatissima categoria lesbian dei siti porno. Questa vera e propria idra arcobaleno, con un colore per ogni testa, viene ritenuta avere potere e influenza totali, e mire assolute se non assolutiste. Il problema alla base di questo disegno quasi mitologico è che semplicemente di lobby gay e simili ritrovati della conoscenza complottista, nel nostro triste mondo non ce ne sono. È un sogno più o meno terrificante che serve a giustificare le terribili, queste davvero e reali, affermazioni concitate in difesa di questi eroi e della tutta loro moralità con armature e spade sguainate, ma al contrario del povero Alberto da Giussano, oggi ritinto di verdeblù con una punta di nero non-anarchico, essi agiscono contro la agognata libertà di vivere decentemente, e non per realizzarla.

La questione gay, infine, ricopre un’utilità tattica straordinaria nel promuovere una serie di valori antitetici a quelli della destra conservatrice e del vuoto cosmico social-liberaldemocratico, oltre a essere una battaglia per garantire a tutti gli abitanti di questo «atomo opaco del Male» parità di trattamento e di dignità. Ad esempio, la lotta per il matrimonio gay è la lotta per raggiungere l’effettiva uguaglianza non solo tra gay e lesbiche con gli eterosessuali, ma anche nella concezione di coppia, dal momento che i contraenti scardinano l’idea per la quale ci debba essere una divisione netta delle sfere d’influenza e del lavoro familiare, in vista di una più sana collaborazione e parità d’equilibrio e di ruoli. Infatti, non si giustificano con sgangherate pretese bio-fisiche la differenza di ruoli, come invece avviene spesso tra un uomo e una donna, ma si evidenziano, anche per analogia, le cause specificatamente sociali dell’ineguale rapporto familiare che è tanto caro alla “famiglia tradizionale” o “naturale”. Con ciò, va in fumo qualsiasi giustificazione ideologica alla disparità salariale fra uomini e donne, mentre ne si sottolinea la cruda ragione economica: là dove l’ideologia lo permette, il salario si comprime.

Si potrebbe continuare, ma già con la questione del matrimonio gay sorgono conseguenze non immediate, ma che non rimangono circoscritte in quel recinto di “comunità lgbt”, ma coinvolgono anche le donne in generale, e la sfera lavorativa, nel punto in cui tutte le minoranze diventano la stragrande maggioranza: quella dei salariati. Ecco che risulta necessario superare e dare alle fiamme la concezione incentrata su un tema solo, tipica dei liberal, che, incapace di vedere globalmente, si trova senza spazio d’azione perché conchiude ogni questione nei suoi limiti presupposti. O ancora, quando si perde il lavoro, cosa frequente sempre di più con l’imperversare della crisi pandemica-economica, si rende molto più difficile vivere, essendo senza entrate, indiscriminatamente se si è gay, trans, etero; uomini, o donne. Per certo è che ci sono molti ostacoli strutturali nella vita quotidiana, culturali, economici, territoriali; per questo, una forza politica coerentemente emancipatrice e voce dei subalterni non può e non deve optare per una preferenza sull’altra, ma deve condensare tutte le varie giuste rivendicazioni sul piano pratico della realtà, sforzandosi attivamente per raggiungere una società dove possano venir definitivamente e coerentemente attuate.

Il caso delle multinazionali che si ritinteggiano in sette colori di giugno, poi, è foriero di uno squallore tipicamente tardo-capitalistico, alla ricerca del profitto mettendosi qualsiasi vestito possa conferirlo loro: non supportano minimamente la realtà in cui i gay e trans sono ufficialmente repressi o illegali, non si ridipingono d’arcobaleno nel giugno del Medioriente o dell’Asia centrale, ma paradossalmente alimentano passivamente la giustificazione dell’esistenza delle «lobby gay», se non addirittura finanziano i partiti liberali e conservatori perché garanti di politiche più profittevoli per loro – è il caso del complesso militare-industriale americano, che finanzia i Repubblicani.

In conclusione, i partiti e le sfumature ideologiche improntate ad affrontare un tema alla volta si trovano passivi e sottomessi rispetto all’abilità tattica, attraverso sentenze, capacità mediatica e comunicativa, della destra conservatrice. Sono navi allo sfascio al timone di pavidi, che credono di salvare la liberaldemocrazia incapaci di capire che la liberaldemocrazia stessa si tramuta in autocrazia in tanta parte d’Europa proprio perché insostenibile ai fini contemporanei del sistema socioeconomico capitalistico. Senza ardimento nell’immaginare e nel lottare un futuro decente senza guardare al nostalgico passato keynesiano, sono il fantasma delle proprie aspettative, vuote. Proprio per questo, è doveroso che il movimento socialista riesca a farsi sintesi di ogni aspetto gramo della vita delle persone, a lottare per la libertà del lavoro, di amare, e di vivere degnamente e ugualmente come esseri umani, per edificare coerentemente una nuova società dall’attuale concretizzazione della barbarie.

Osare lottare, osare vincere, perché finalmente si possa respirare.

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