Il Tronti di Operai e Capitale

— Bollettino Culturale, 4 dicembre 2020

Introduzione

Gli anni Sessanta e Settanta furono gli anni della nascita della “Nuova Sinistra”, una fase contraddistinta dall’emergere di dibattiti ed eterodossie marxiste che entravano in rotta di collisione con i partiti comunisti dei rispettivi paesi. In questi vent’anni travagliati, emerse in Italia un’esperienza teorico-politica estremamente innovativa: l’operaismo.

L’operaismo si sviluppò nelle lotte che hanno caratterizzato il nostro paese in quegli anni, sfidando da sinistra l’egemonia del PCI sul movimento operaio italiano. Brevemente, è doveroso ricordare che l’operaismo non nasce con Tronti ma dentro l’esperienza dei Quaderni Rossi di Raniero Panzieri, esponente dell’ala sinistra del PSI. Nel 1964 una parte rilevante dei Quaderni Rossi, tra cui Tronti, Toni Negri e Asor Rosa, si staccò per dare vita alla rivista Classe Operaia. L’esperienza della rivista terminò nel 1967. Una parte di questi intellettuali seguì una strategia entrista, tornando nel PCI (tra cui Tronti), altri esponenti dell’operaismo confluirono in esperienze della sinistra extraparlamentare come Lotta Continua e Potere Operaio (tra cui Toni Negri).

Lo scopo del testo è riflettere sul libro di Mario Tronti Operai e Capitale, uscito un anno prima della fine dell’esperienza di Classe Operaia, nel 1966, e diventato un classico della Nuova Sinistra e che condensa le tesi dell’operaismo degli anni ’60.

Le tesi degli operaisti

La tesi principale degli operaisti era che lo sviluppo capitalista costituiva una risposta alle lotte della classe operaia. Gli operaisti si ribellarono ad una lettura del Capitale per cui, in nome dell’economia politica, il capitale diventava oggetto della storia. Al contrario, Tronti affermava il primato del rapporto di classe sulla strutturazione della borghesia come classe. La classe operaia era tale prima dei suoi sfruttatori.

Un’altra tesi centrale era il non doversi più aspettare la rivoluzione nel leninista anello debole, ma dove esisteva la classe operaia più forte. Il palcoscenico della rivoluzione era necessariamente il capitalismo moderno. Questo significava un capitalismo fondato sul plusvalore relativo. A ciò si aggiungeva l’innovazione più propriamente operaista della definizione dell’organicità del capitalismo basata sull’intreccio sempre più profondo tra fabbrica e società.

Né il giovane Tronti né i suoi compagni riponevano la minima speranza nelle rivoluzioni coloniali o nei processi di liberazione nazionale. Non erano contrari alla loro esistenza dove fossero necessari. Ma non si aspettavano che da loro derivasse alcun tipo di sviluppo socialista o comunista. Questa concezione della necessità strutturale del capitalismo moderno per la rivoluzione operaia ha portato gli operaisti a rifiutare la politica nazional-popolare di Gramsci nella versione del PCI e in generale. La tesi operaista radicalizza il primato della classe operaia, formulando la teoria del soggetto rivoluzionario come “classe operaia senza alleati”. Questo era lo slogan dei gruppi militanti operaisti nel marzo 1964.

Se l’analisi marxiana del Capitale si è concentrata sulla dialettica del valore e del valore d’uso della forza lavoro per completare la spiegazione “contabile” dello sfruttamento (per citare Althusser), nel lavoro di Tronti la forza-lavoro viene pensata come merce e come soggetto. Cioè, come soggetto e suo prodotto, sebbene nel capitalismo la cosa presentificata che esce dalla produzione preceda il soggetto, proprio come nel Manifesto comunista il passato predomina sul presente. Il soggetto sta dalla parte dell’antagonismo, è la sua personificazione soggettivizzata. La forza lavoro è una fonte di valore e, per Tronti, non capitale. La ragione di fondo è che la forza lavoro è il consumo della corporeità della figura del lavoratore, la radice dell’antagonismo. La classe operaia si oppone alla macchina, o meglio al suo uso capitalistico, ma anche alla forza lavoro come capitale variabile. La prospettiva della lotta dei lavoratori è impedire la trasformazione della forza-lavoro in lavoro effettivo (cioè del suo valore d’uso). Da lì nasce lo slogan operaista del rifiuto del lavoro. Tronti lo formula nel modo seguente, andando oltre: il padrone fornisce il lavoro e il lavoratore il capitale.

La conclusione politica che ne deriva è che la classe operaia deve essere in grado di scoprire di far parte del dispositivo complessivo del capitale per emergere come suo antagonista generale. Per Tronti e gli operaisti, è attraverso questo tipo di assorbimento del capitale che la classe operaia può trasformarsi in un soggetto rivoluzionario contro l’ordine sociale attuale. Forse la tesi non è del tutto nuova e potrebbe essere facilmente rintracciabile nel corpus marxiano. Tuttavia, lo sguardo con cui l’operaismo ha affrontato questo problema ha portato nuove prospettive di apertura teorica.

In termini generali, lo schema teorico operaista formulato in Operai e Capitale sottolinea che il sovvertimento della società borghese è possibile solo dall’interno. Il centro di questa sovversione è nelle fabbriche. Da lì deve essere costruito il potere dei lavoratori. Ma non è solo dalla pratica quotidiana della lotta di classe in fabbrica che è possibile il processo rivoluzionario. Il ruolo della teoria è fondamentale. Il lavoro teorico passa attraverso l’anticipazione dello sviluppo oggettivo della società borghese e scommettendo sulle lotte dove la classe operaia è più forte.

La base teorico-politica dell’operaismo e di quest’opera di Tronti ha una virtù non trascurabile: ha espresso le proprie posizioni in modo definito e chiaro. Il lettore sa cosa aspettarsi. La tesi centrale operaista, secondo cui la lotta operaia è la principale variabile indipendente da considerare quando si vuole capire lo sviluppo capitalista, era un’idea acuta che poteva essere difesa in relazione all’infanzia del movimento operaio o al periodo aperto dopo la crisi del 1929 e la costruzione del Welfare State. Per quanto riguarda il regime sociale di accumulazione neoliberista impostosi dalla fine degli anni ’70, sarebbe molto più difficile affermare una tesi di questo tipo. Ma non è solo un problema di periodizzazione storica.

Una sfumatura importante va considerata: i meccanismi di accumulazione del capitale non possono essere compresi esclusivamente dall’attività cosciente dei soggetti (c’è il famoso detto marxiano del “non lo sanno ma lo fanno”) poiché parte essenziale di questi meccanismi accadono dietro le spalle degli agenti. È un meccanismo, sono i rapporti di produzione capitalistici che ordinano il quadro in cui si verifica la correlazione tra le classi. Il capitale è il soggetto storico della società capitalista, sebbene sia un errore identificarlo immediatamente con una classe sociale. Una posizione di classe chiaramente differenziata nell’appropriazione della ricchezza deriva dal meccanismo dei rapporti di produzione.

Un altro errore molto diffuso è pensare ai rapporti di produzione e alla lotta di classe come due mondi assolutamente separati. Nelle formazioni sociali capitaliste l’antagonismo di classe occupa una posizione centrale. Ma questo non perché le forze che si confrontano possano essere intese come forze di classe, ma piuttosto perché sviluppano il conflitto sociale attraverso forme che strutturano questa lotta e ne dirigono le dinamiche e la direzione. Le classi in lotta definiscono e ridefiniscono la loro configurazione, soprattutto quelle subordinate, nello stesso scenario di conflitto e nella matrice strutturante dei rapporti di produzione.

Per sviluppare questo compito teorico-programmatico è necessario partire dai concetti centrali della critica marxiana dell’economia politica: valore, denaro, capitale e le loro articolazioni. Non si può negare che Tronti in Operai e Capitale abbia tentato di farlo. Ma lo fece in maniera immediata, in quanto corrispondeva al programma teorico-politico dell’operaismo. Qui le categorie teoriche sono esposte per giocare senza mediazioni, come se fossero vere forze sociali. Il punto di vista di Marx inizia utilizzando la categoria di classe sociale per configurare un’identificazione concettuale e solo successivamente si riferisce a un soggetto reale che porta una propria storia socio-politica, pratiche organizzative e forme di identità proprie. Ma non è mai una categorizzazione assegnata a un’entità preesistente. In Operai e Capitale c’è un’identificazione immediata tra categorie teoriche e classi sociali storicamente esistenti. Questo non si trova solo nei passaggi più chiaramente teorici del libro, ma anche nelle analisi situate più storicamente che possiamo trovare alla fine del libro.

Nella tradizione teorica operaista, la questione del partito è sempre stata una questione controversa. La concezione delle classi e della lotta di classe condivisa dagli operaisti ha portato a difficoltà nel cogliere alcuni aspetti della specificità della pratica politica. Diciamo alcuni aspetti e non tutti poiché l’operaismo in quanto tale implica una prospettiva di confronto tra le classi che è politica sin dal suo inizio. La difficoltà passa più attraverso una riflessione sulla natura degli strumenti propriamente politici del confronto sociale.

La concezione che gli operaisti veniva dagli scontri che stavano attraversando la società e si è riflessa in numerose proposte dei militanti di questa corrente sulla questione del partito. Ci sono testi su questo argomento di Panzieri, Tronti, Negri e Libertini. Nelle loro pagine si possono trovare interessanti elementi analitici sulle esperienze classiche del movimento operaio. Il problema che portavano era la tesi che poneva il rapporto del partito politico operaio con una certa fase del capitalismo. Tesi che, posta così, implica necessariamente un approccio riduzionista mentre la questione del partito è un problema chiaramente politico che implica un’azione comune tra un gruppo di persone e le strutture organizzative esistenti, una questione che porta diversi nodi al pettine e che in quel contenitore (fragile o potente) cercano di stabilire una relazione organica con classi sociali, corporazioni, burocrazie … nel perseguimento di un progetto di società in cui dosare varie combinazioni tra interessi e ideali. In generale, l’operaismo ha proceduto a realizzare un punto di vista sociologico in cui i partiti erano traduzioni di strategie attuate ad hoc dalle classi sociali. In alcuni testi operaisti, le idee-forza attorno ai partiti si riferivano alla composizione di classe, il che porta a chiavi di interpretazione che rischiano di sfociare nell’economicismo.

Tronti e il suo Operai e Capitale

Il Tronti di Operai e Capitale dedica un breve capitolo del suo libro alla questione del partito e del suo rapporto con la classe operaia. Dalla sua lettura, si può vedere che l’autore cerca di preservare l’approccio complessivo dell’operaismo apportando alcuni aggiustamenti alla sua quasi assenza di teoria del partito rivoluzionario. È probabile che questa preoccupazione sia collegata all’esperienza di Tronti nel PCI, prima dell’operaismo. Inoltre, in tutto il testo di Operai e Capitale c’è la rivendicazione di Lenin e la necessità di tenerlo presente quando si vuole fare la rivoluzione.

Di cosa ragionava Tronti in questo libro? Postula due tesi centrali.

La prima è affermare la necessità di tornare all’unità del confronto della classe operaia contro il capitale. Il movimento operaio classico sviluppò due strategie: il sindacalismo, che si limitava alla lotta meramente economica della classe operaia e portava necessariamente all’opportunismo, e la rappresentanza puramente politica, che in un capitalismo moderno diventava sempre più compatibile con una certa forma di democrazia politica, traducendosi anch’essa in una forma di opportunismo legato alle istituzioni. Tronti postula una politica di classe che unifichi entrambi i livelli della lotta di classe. Con questa tesi è difficile essere in disaccordo poiché costituisce solo la traduzione in linguaggio teorico dei grandi fallimenti nella storia del movimento operaio.

È nella seconda tesi di Tronti che appare una proposta esplicita di un profilo più definito e non solo una descrizione del terreno, e forse un’approssimazione sul da farsi. Tronti in questo libro afferma che: “La classe operaia ha una strategia spontanea dei propri movimenti e del proprio sviluppo; e il partito deve solo rivelarla, esprimerla e organizzarla. Ma la classe stessa non possiede da nessun punto di vista, né da quello della spontaneità, né da quello dell’organizzazione, il momento vero e proprio della tattica.” Tronti dà rilevanza al momento tattico della lotta di classe e suggerisce che le grandi sconfitte della classe operaia nei momenti cruciali di una crisi rivoluzionaria furono dovute alla lettura errata del momento tattico, che è il punto in cui l’esistenza del partito è cruciale.

A questo punto, è interessante confrontare questa lettura acuta con altri tipi di conclusioni più comuni nella sinistra radicale, che è di attribuire il fallimento di una congiuntura di confronto aperto tra le classi all’assenza di un partito rivoluzionario. Anzi, si potrebbe rilevare che Tronti potrebbe coincidere, e di fatto coincide, con questa lettura poiché nel testo c’è una vigorosa difesa della necessità del partito. Tuttavia, c’è una differenza che apre un mondo. Le correnti che spiegano le sconfitte per assenza di un partito hanno solitamente una lettura che gli attribuisce il possesso della strategia rivoluzionaria. Il Tronti di Operai e Capitale confina il partito alla sfera della tattica, momento che spicca in modo superlativo nella sua argomentazione ma che non è quello della strategia. La strategia è nelle mani della classe operaia in quanto tale. Né si potrebbe dire che Tronti costruisca una teoria del partito rivoluzionario. Nel suo libro fa sempre riferimento al partito dei lavoratori. E a una variante del partito operaio che sembra riferirsi a un partito di tutta la classe, poiché, come abbiamo sottolineato, il partito deve svelare, esprimere e organizzare la lotta contro il capitale incarnata nella strategia operaia. Probabilmente la formulazione di Tronti in questo libro è l’approccio più politico a cui è arrivato il sociologismo in chiave spontaneistica, che è stato un tratto distintivo dell’operaismo nel corso della sua storia. Nonostante gli insistenti richiami di Tronti a Lenin, la sua concezione del partito operaio e del suo rapporto con la classe operaia sembra più vicina a quella di Rosa Luxemburg, che era anch’essa una sostenitrice del partito di tutta la classe e di una definizione determinata di spontaneità operaia.

La scelta tra la posizione di Tronti che riduce la funzione del partito al momento tattico e la posizione alternativa della maggior parte delle organizzazioni rivoluzionarie tradizionali che pensano al partito come in possesso della strategia e della tattica è soddisfacente? Il solo fatto di porre la domanda fa avanzare una posizione negativa. La seconda posizione incarna una parte importante del conservatorismo teorico della maggioranza della sinistra radicale internazionale, che si trascina in una crisi di stagnazione che dura da diversi decenni, nonostante la periodica rinascita seguita da bruschi tracolli. Forse il più grande peso morto che questi gruppi e organizzazioni si portano dietro è la loro adesione a una norma programmatica eccessivamente ancorata nel XX secolo e che ha resistito alla formulazione di tesi sugli eventi centrali della fine del XX secolo come la globalizzazione o l’implosione del socialismo reale. E affermo che la maggior parte dei gruppi e delle organizzazioni della sinistra radicale non hanno fatto proprie certi tesi perché non avrebbero potuto portarle avanti e continuare ad essere trotskisti o stalinisti o qualsiasi altra denominazione emersa dai dilemmi del secolo scorso. L’uno esclude l’altro.

L’idea di Tronti che esista una strategia dei lavoratori spontanea, che può essere osservata nelle loro azioni, mobilitazioni, rivendicazioni, è del tutto ragionevole. Molto più discutibile è che attraverso la strategia spontanea della classe operaia sia praticabile la trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici, poiché, con poche eccezioni, questa strategia consiste nell’avanzare il più possibile nello scenario della società esistente.

La versione più frequente della strategia spontaneista dei lavoratori si cristallizza nel sindacalismo, che, come ha formulato aspramente Lenin, è la politica dei lavoratori borghesi. Ha come scopo vendere la forza lavoro sul mercato al prezzo più alto possibile. Si può allora affermare che se la strategia operaia spontaneista di cui parla Tronti è un’ipotesi sensata, è molto meno probabile che il ruolo delle organizzazioni rivoluzionarie si riduca alla risoluzione del momento tattico.

La classe è solo strategia, Tronti rilancia, e questo si afferma in modo del tutto oggettivo. Questo perché nella prospettiva operaista di Tronti la strategia è il rifiuto. Il rifiuto del lavoro, pratica materialmente incorporata nella massa lavoratrice della società. La tattica è equivalente all’organizzazione. Lì Tronti pone la mediazione del partito. Inoltre, la tattica modifica sempre la strategia attraverso le modalità della sua implementazione. Qui le nozioni di tattica e strategia sono sconvolte. Il che, ovviamente, è una discussione possibile ma rischia di produrre inutili rumori concettuali, poiché il primato che Tronti attribuisce al momento tattico su quello strategico modifica, senza rendersene conto, l’uso di queste nozioni presenti nelle opere di Clausewitz e Lenin.

Il primato della tattica, in Operai e Capitale, è chiaramente espresso nell’enfasi di Tronti nel modo in cui descrive come il partito viola la strategia dei lavoratori, il cui apice è Lenin che afferma che l’assalto al Palazzo d’Inverno doveva essere fatto il 26 ottobre perché il 25 era prematuro e il 27 troppo tardi La trasformazione tattica della strategia deve essere imposta dall’esterno alla classe operaia. In qualche modo la strategia diventa una sorta di monarca costituzionale della lotta di classe.

In questa proposta, lo sfondo è Lenin e quello che è senza dubbio il suo libro migliore, Che fare?

La base della posizione teorico-politica di Lenin è l’affermazione di una differenza irriducibile tra il politico e il sociale. Nonostante tutti i vasi comunicanti che possono esistere tra le due sfere della struttura della società, rimarrà sempre un’area in cui sarà chiaramente espressa l’autonomia della pratica politica direttamente nel campo sociale ma attraverso l’articolazione dei diversi livelli dell’insieme: economico, politico e ideologico. La pratica politica che faceva parte del piano organizzativo di Lenin che appare nel Che fare? non consigliava di lasciare le fabbriche ma affermava che ridurre l’azione dei comunisti alle fabbriche era la concezione più ristretta della politica. Ha apertamente sollevato la necessità di andare a tutte le classi sociali della nazione. E non solo verso le classi, ma verso tutti i gruppi e gli strati in cui queste classi sono suddivise e che devono la loro costituzione ai più diversi fattori: culturali, ideologici, politici, religiosi… Lenin ribadisce la necessità di denunciare tutti gli abusi, di cercare di rappresentare tutti gli oppressi nella società e non solo i lavoratori. Non ci sfugge che nel piano disegnato da Lenin nel Che fare? ci siano una serie di elementi contestuali tipici della formazione sociale russa del primo Novecento. Ma c’è anche nel Che fare? un’altra componente delle proposizioni cognitive che, in mancanza di un nome migliore, possiamo chiamare metodologiche che compongono una serie di suggerimenti teorico-politici estremamente utili per pensare a una teoria politica marxista, una volta differenziata dall’elemento di contesto storico e dai limiti pragmatici che influenzano qualsiasi teoria, sia al suo centro che ai suoi margini.

Gli obiettivi di Tronti in Operai e Capitale, e i problemi pratici

Non ci proponiamo ancora di fare il punto sui limiti e i pregi che Operai e Capitale ha come testo, ma piuttosto di analizzare quelli che lo stesso Tronti ha trovato nel corpus operaista all’inizio degli anni ‘70. Tronti fa una critica implicita di questo corpus. Non si tratta di una sfida aperta, ma piuttosto di un’indicazione dei problemi che il suo arsenale teorico-politico si stava trascinando con sé. Ma non partendo da problemi puramente teorici, ma da problemi pratici della storia della classe operaia che il punto di vista operaista non ha affrontato e che anche il marxismo rivoluzionario in generale sembrava disinteressato ad esaminare.

Tronti li riunisce in una serie di problemi, a partire da quella che chiama l’era progressista, caratterizzata dalla coesistenza di violenza operaia e riformismo borghese ma in cui cominciano a scomparire insurrezioni impreviste e si afferma la gestione politica del rapporto sociale generale e della proprietà privata. Quest’era finisce intorno agli anni ’20, ma in un certo senso il tipo di iniziativa capitalista che la contraddistingue è durata nel tempo, se seguiamo lo sviluppo delle società occidentali avanzate.

Un effetto tipico di quel tempo è la separazione dell’economia dalla politica, evento con protagonista Alfred Marshall. In parte ironicamente e in parte seriamente, Tronti descrive Marshall come il nuovo Hegel della borghesia, colui che ricostruisce l’economia del capitale e la eleva al rango di teoria. Una teoria che appare come la pura storia del capitale e cancella la classe operaia e, soprattutto, le sue lotte.

Il passo successivo di Tronti è quello di abbattere la classica versione marxista della storia del movimento operaio, il cui attore centrale fin dalle sue origini è il Partito socialdemocratico tedesco (SPD). Tronti inizia sottolineando la persistente correlazione tra lo sviluppo della SPD e il regime bismarckiano. Senza Bismarck non ci sarebbe stata una SPD forte e allo stesso tempo senza SPD non ci sarebbe stato un così forte sviluppo dell’industria tedesca. Non solo questo. L’affermazione più dura di Tronti sulla storia della SPD e sulla sua centralità nella storia del movimento operaio occidentale è quando afferma che grazie alla prodigiosa rete organizzativa dalla SPD, la Germania è il Paese in cui è più difficile che scoppino le lotte dei lavoratori. Non che queste non esistessero. Sono “sommerse dalle conseguenze organizzative che hanno immediatamente causato”. Questa circostanza ha generato, secondo Tronti, uno sguardo falso in chi cerca di capire il movimento operaio tedesco e l’SPD, da Franz Mehring in poi.

La socialdemocrazia tedesca, nella versione di Tronti, era il prodotto di una pratica quotidiana conciliante (menscevica dice Tronti) che rimase unita a un’ideologia che difendeva i fini della sovversione sociale. L’autore dice, un po’ di sfuggita ma è chiaro che è una tesi forte, che questa combinazione ha determinato che la socialdemocrazia tedesca era, prima di tutto, un formidabile fenomeno di organizzazione. Ma c’è ancora di più. Tronti pensa che questa fitta rete organizzativa sia solidale con una grande mediocrità intellettuale, con la miseria teorica. L’SPD credeva di avere la scienza dalla sua parte, ma la scienza era fuori di essa e contro la socialdemocrazia. L’SPD ha alimentato una scolastica marxista che ha fatto perdere molto tempo ai veri politici del movimento operaio, come Lenin. Nel frattempo la scienza del capitale cresceva senza seria opposizione. Da qui possiamo rendere esplicito il contenuto più generale dell’analisi storica dell’ultima parte di Operai e Capitale: questo panorama smentisce la concezione che difendeva l’idea che il movimento operaio europeo partisse da condizioni arretrate ma avesse derivazioni di tipo rivoluzionario, se paragonato al movimento operaio statunitense.

Tronti difende la tesi secondo cui, a partire dal 1930, i lavoratori statunitensi svilupparono le risposte più creative e avanzate. Quelle che hanno dimostrato che la frase di Marx, così criticata, secondo cui il paese più sviluppato mostra il suo futuro al paese più arretrato ha un forte contenuto di verità in aree importanti della realtà storica. Il comportamento della classe operaia nordamericana non era l’eccezione alla regola, ma piuttosto mostra la politica dei lavoratori adeguata a una società a capitalismo maturo.

La classe operaia statunitense è un problema socio-politico davanti al quale la teoria marxista è regredita. È necessario ricordare che abbiamo a che fare con la classe operaia del paese capitalista più sviluppato e del paese imperialista più importante. Tuttavia, la classe operaia nordamericana non sembra essere stata oggetto di studio per la stragrande maggioranza dei marxisti nordamericani. È una regione sconosciuta per i sensori utilizzati dalla più comune teoria marxista.

La questione della classe operaia statunitense

Cosa dice Tronti della classe operaia statunitense? Dopo la fine della prima guerra mondiale e negli anni ’20, Tronti ha raccontato le sconfitte delle lotte operaie dovute all’intransigenza capitalista e un successivo periodo di prosperità. Chiede un po’ cinicamente, perché combattere se non c’è possibilità di ottenere qualcosa? E attribuisce questa domanda agli stessi lavoratori americani. La crisi del 1929 portò al processo di riorganizzazione sindacale che si concluse con la creazione del CIO (Congress of Industrial Organisations) nel 1935. Questo processo di riorganizzazione, generalmente considerato come una combinazione di auto-organizzazione dei lavoratori e costituzione di una nuova burocrazia sindacale, è interpretata in modo molto diverso da Tronti. Lo slogan che ha animato la formazione del CIO “organizza i disorganizzati” si adattava sia al capitale nel suo insieme che alla classe operaia. La lotta radicale dei lavoratori, sostiene Tronti, è di solito un efficace innesco per l’autocoscienza del capitale. In questo senso, Tronti fa un ulteriore passo avanti nelle tesi operaiste. Rifiutava di accettare la tesi operaista secondo cui l’esistenza di forme parziali di potere operaio dovesse essere limitata alla fabbrica o alla scena più generale della lotta di classe mentre doveva essere proiettata all’apparato statale.

Il processo politico che finisce per dominare questa confluenza è il New Deal di Roosvelt. Il risultato a cui questo porta è che lo stato del capitale nordamericano apre le porte a un moderno potere operaio che funge da contrappeso rispetto ad un potere padronale arretrato. Tronti pone gli Stati Uniti come un esempio esplicativo del verificarsi di un nodo indissolubile tra l’iniziativa del capitale e l’organizzazione avanzata dei lavoratori. Il capitale e il suo Stato in alleanza con la classe operaia affrontarono con successo i singoli capitalisti. Tronti è lontano dall’idealizzare questo processo socio-politico. Lo caratterizza come un passo pragmatico, quasi cinico, di adattamento della macchina statale ai bisogni dello sviluppo capitalista.

Tuttavia, Tronti sostiene che i risultati del CIO negli Stati Uniti non sono stati raggiunti da nessun partito di classe nel resto del mondo. Afferma persino che, a determinate condizioni, il sindacalismo può agire come un partito politico. Accetta l’elemento pragmatico e adattivo dell’ordine del capitale che il New Deal implica, ma vi trova i risultati dei lavoratori. Realizzazioni che non si limitano alle conquiste materiali ma a quello che Tronti considera l’uso operaio dell’organizzazione capitalistica del lavoro industriale. Questa ambiguità del processo della classe operaia nordamericana, protagonista di quella che l’autore definisce la tradizione più politica del movimento operaio, costituisce ciò che Tronti considera fatti problematici, inadeguati a essere pensati dalla visione marxista ortodossa del problema del lavoro ma che continuano ad esistere, sebbene i diversi marxismi non si occupino di affrontarli.

La classe lavoratrice americana è “questo oscuro enigma, questa cosa sociale in sé che si sa che esiste, ma non si può conoscere, questo è il punto di non ritorno per la ricerca”. Perché Tronti sostiene l’esistenza di questo problema? Qui arriviamo a un punto problematico nell’indagine su Operai e Capitale, che è la tesi trontiana secondo cui il movimento operaio in quanto tale stava raggiungendo la fine di un’era. La formulazione che egli propone, che non diventa tesi, è: “Le lotte operaie di oggi hanno bisogno di una nuova unità di misura, perché quella vecchia, la nostra, non basta e non ci serve più”.

Tronti rileva che la classe operaia ha raggiunto una grande quota di potere nella società capitalista, la cui espressione più chiara è la contrattazione collettiva del prezzo della forza lavoro. Postula un piano piuttosto paradossale della guerra di classe: la contrattazione collettiva esprime la vittoria in una battaglia della lotta di classe. Tuttavia, capisce anche che in una visione a più lungo termine, suggerisce che la classe operaia debba fare un balzo in avanti nella sua organizzazione per essere in grado di attestarsi al livello delle nuove lotte ed evitare la sconfitta in un periodo di tempo indeterminato. Chi è in ritardo perde, dice Tronti.

I limiti della ricerca operaista dopo gli anni ’70

I contenuti delle nuove lotte operaie (tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta) erano forse chiari ai militanti operai, alla Nuova Sinistra, o chiunque fossero gli ipotetici interlocutori a cui Tronti si rivolge. Un lettore contemporaneo, anche informato della storia delle lotte operaie e della sinistra italiana, manca di indizi ragionevoli per sospettare anche in cosa consistessero tali sviluppi.

Ciò che si può dedurre è che Tronti cominciava a rendersi conto che il programma di ricerca operaista cominciava a mostrare i suoi limiti. Che non sempre si manifestano attraverso i suoi problemi centrali ma generalmente attraverso elementi sintomatici. In quel senso, la classe operaia nordamericana sembrava diventare un elemento promettente per rafforzare la tesi operaista sull’esistenza di forme di potere operaio nella società capitalista, per finire per essere un problema che ci costringeva ad andare in aree della realtà che erano fuori dalle coordinate operaiste.

Tronti colloca lo scenario che vede approssimarsi la lotta di classe come quello del capitalismo maturo (qui possiamo osservare una certa continuità con l’operaismo). Non è dichiarato esplicitamente, ma questa diagnosi si oppone a una delle tesi iniziali e più importanti di Operai e Capitale, che affermava che nel capitalismo maturo la società tendeva a identificarsi con la fabbrica. Afferma, questo si esplicitamente, che l’indagine doveva proseguire a partire dalla sensazione che stesse iniziando una nuova fase della lotta di classe e che fosse necessario poter anticipare i suoi tratti dalla teoria.

Dopo Operai e Capitale, Tronti inizia ad orientare la sua ricerca verso l’autonomia del politico. In altre parole, verso il rapporto di coinvolgimento e discordia tra sfera economica e sfera politica. Tuttavia, la parte finale di questo libro non si traduce in una rottura con il programma operaista. Era solo l’inizio di quella pausa. Ma era un principio la cui sequenza, una volta avviata, non poteva essere interrotta. Tronti e alcuni suoi colleghi operaisti proseguiranno il loro cammino di ricerca sulla centralità dei lavoratori all’interno del Partito Comunista Italiano. Sostenevano quell’adesione in modo critico anche se, apparentemente, senza poter influenzare politicamente il suo corso. Tronti criticò la sua auto-abolizione e le successive mutazioni in Pds, Ds e infine Partito Democratico ma non si ritirò mai dall’organizzazione.

Gli altri suoi colleghi operaisti persistettero in alcune delle posizioni più vicine all’operaismo, continuando a militare in organizzazioni come Potere Operaio. Probabilmente la tesi della fabbrica diffusa, esplicitata da Toni Negri, è stata formulata in contrasto con la tesi trontiana sull’autonomia del politico. Questa tesi implicava una continuità ma anche la consapevolezza che la situazione del modo di esistere e di agire della classe operaia cominciava a subire cambiamenti decisivi. Negri era il più noto di questo settore dei militanti operaisti, che finiranno per cambiare le loro coordinate di militanza e confluiranno nella cosiddetta Autonomia Operaia, che ha avuto il suo periodo di massimo splendore negli anni Settanta e Ottanta. L’Autonomia Operaia sviluppò le tesi operaiste ma cercò di adattarle a un mondo in cui la classe operaia fordista stava cominciando a ridursi numericamente e che ebbe come effetto, non la sua scomparsa, ma il suo spostamento dal centro della scena politica. Gli autonomi scelsero di estendere la situazione della classe operaia alla maggioranza della società. Fatto criticato da Tronti come una seria concessione alle tradizioni democratiche.

Questo libro di Tronti rappresenta il più importante documento teorico-politico dell’operaismo. Sia in quanto esprime in modo creativo e fedele le tesi operaiste, sia nella ricerca di approfondimento e miglioramento di questo programma di ricerca.

Il Tronti di Operai e Capitale mostra molte delle virtù della rilettura operaista del marxismo. Ciò è visibile nelle sue prime tre parti in cui appare un marxismo soggettivista e materialista molto originale e attaccato alla realtà del soggetto che cercava di indagare / interrogare. Allo stesso tempo non si può non rilevare che sia nella parte di Operai e Capitale più attaccata all’operaismo sia nella parte finale, più espressiva dell’inizio della sua crisi, la teoria sembrerebbe generare varie astuzie della ragione in cui sembra non essere in grado di sfuggire al suo destino trasformativo senza nemmeno provarci.

Una possibile ipotesi per riuscire a cogliere le ragioni per le quali Tronti e gli operaisti produssero queste manipolazioni dialettiche è un certo fascino per il potere reale che il soggetto fordista arrivò ad accumulare durante il trentennio glorioso, così lontano dalla classe operaia dell’Ottocento che navigava tra il primitivismo artigianale e il miserabilismo modickense. Certe idee espresse nel libro sulla continuità tra sindacati e partiti ci portano a non riuscire a misurare quale fosse il limite che gli operaisti davano all’uso operaio delle istanze sindacali, industriali o statali. Un’idea creativa e interessante quando non trova il suo limite può portare a una deriva teorico-politica palesemente infondata e irragionevole. È il caso di questo spirito operaio che riesce sempre a soffiare ovunque.

I rapporti di produzione possono ammettere diverse strutturazioni tra capitale e lavoro ma hanno un limite. Gli usi operai non sono così ampi come appaiono nei testi operaisti. Il rinnovamento teorico dell’operaismo fu vittima dell’illusione che il meccanismo capitalista che aumentava geometricamente la produzione di una classe operaia sempre più omogenea fosse un meccanismo permanente della formazione sociale capitalista. Questa trama poteva presentare deviazioni in un senso o nell’altro, ma era un dato molto più stabile non solo per gli operaisti ma anche per la maggior parte dei marxisti.

Operai e Capitale è anche un documento teorico che ha cercato di spiegare il potere che la classe operaia aveva raggiunto nella società capitalista. E ha anche presentato il sospetto, l’intuizione che questo elemento potrebbe cambiare negli anni a venire. La fase capitalista che abbiamo vissuto per più di quarant’anni – e che per abitudine chiamiamo neoliberismo – ha mostrato una doppia capacità. In primo luogo, è riuscito a sloggiare la classe operaia dalle fortezze e dalle trincee che era riuscita a costruire nella società capitalista. Ma anche decostruire le condizioni in cui la classe stessa si sosteneva e che erano la fonte del suo potere.

L’affermazione che la classe operaia non esiste più è tanto ridicola quanto la sua periodica riaffermazione sostanzialista che la colloca in un senso cosistico come un materiale permanentemente attestato della sua esistenza e che si venera. Significa ignorare le sue frequenti fasi di ristrutturazione in ritardo rispetto allo sviluppo capitalista. Oggi assistiamo alla sua più profonda riconfigurazione per mano del capitale. Saldamente insediata in Asia e migrante dall’Africa, la sua attuale configurazione nelle società più avanzate d’Europa e degli Stati Uniti e perché no dell’America Latina qual è? Si presenta sotto la maschera dell’eterogeneità e della frammentazione, sebbene diversi frammenti di lavoratori siano sotto il controllo dello stesso capitale.

Anche l’affermazione operaista secondo cui la classe operaia ha un destino rivoluzionario dal quale non può sottrarsi ha mostrato i suoi profondi limiti. La classe operaia è stato un soggetto ambiguo, protagonista di gesta notevoli ed eroiche nonché della massima sottomissione e complicità con il sistema e i suoi valori. La questione del soggetto, della trasformazione sociale e della possibilità di una società radicalmente diversa da quella capitalista esprime l’accumulo di rovine che accompagna il percorso storico delle classi subalterne nonché l’insostenibilità delle attuali condizioni di vita sociale.

 

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