Genova, G8 e i No­Global: venti anni dopo

— Bocci Bocci

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore, ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.

Il caldo estivo avvolgeva da nord a sud l’Italia che vent’anni fa visse uno dei momenti più drammatici, profondi e complessi della sua storia recente.

Dal 20 al 22 luglio 2001 si tenne a Genova il ventisettesimo vertice del G8, guidato dal presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi e a cui parteciparono il presidente francese Jacques Chirac, dalla Germania il cancelliere socialdemocratico Gerhard F. K. Schröder, il primo ministro canadese J. J. J. Chrétien, il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro inlgese Tony Blair, Il presidente G. W. Bush per gli USA, il democristiano Romano Prodi come presidente della Commissione dell’UE, il primo ministro giapponese J. Koizumi e il primo ministro belga Guy Verhofstadt in veste di presidente del Consiglio Europeo.

Questa simpatica combriccola di amici in quei giorni si fece blindare all’interno di quella che fu proclamata essere “zona rossa”, per fare merenda tutti insieme mentre discutevano delle sorti del mondo.
Il governo italiano a protezione del G8 schierò a Genova un grandissimo numero di forze armate; la tensione era alta e al tempo voci parlavano di centinaia di sacche da morto fatte giungere in città nei giorni precedenti il vertice.
Dall’altra parte nei mesi precedenti molti gruppi, organizzazioni e associazioni varie da tutta Italia si erano messe in moto per collaborare nell’organizzare l’opposizione radicale al G8, alla globalizzazione e al neoliberismo, e questa fu il Genoa Social Forum. Collettivi politici e culturali, sindacati di base, la rete Lilliput, Attac Italia, forze politiche nazionali come Rifondazione comunista e altre, volontariato cattolico, centri sociali, artisti locali e internazionali, i Cobas, Fiom, i più radicali “Disobbedienti” delle Tute bianche, il blocco pink, gruppi ecologisti, gruppi anarchici e tante altre organizzazioni politiche di sinistra avevano lavorato al Forum. La città di Genova aveva anche fornito alcuni spazi, ovviamente insufficienti.

Già da alcuni giorni prima dell’inizio del vertice tra i grandi 8, in città arrivavano decine e decine di migliaia di persone da tutta Europa e Italia, e iniziarono i primi problemi logistici per la collocazione di tutte queste persone.

L’aria che si respirava nelle strade genovesi era di tensione e scontro, ma anche di grande libertà, di lotta, di creatività. Iniziarono gli eventi culturali del Social Forum con concerti, dibatitti, assemblee, seminari; e poi iniziarono le manifestazioni.
Il Forum aveva previsto tre giornate di grande mobilitazione per giovedì 19, venerdì 20 e sabato 21 (queste giornate avevano temi differenti, cosa su cui torneremo successivamente); e nel capoluogo ligure erano concentrate decine di migliaia tra poliziotti, carabinieri, finanzieri, agenti dei servizi impiegati e militari. I controlli, i controlli in stazione, nelle autostrade, in areoporto e i fermi aumentavano, e dalla giornata di mercoledì divenne operativo il blocco della città.

Centinaia di migliaia di persone scesero nelle strade genovesi e parteciparono ai cortei e ai continui tanti momenti di protesta. Una grande moltitudine fatta di diversi soggetti sociali che collaboravano, senza unificarsi in un’identità comune, senza che le loro singolarità si perdessero in una omologante identità singola. Soggetti sociali diversi che attraverso le proprie differenze e singolarità comunicavano tra loro creando collaborazione nella lotta.
In queste condizioni, nella moltitudine, gli individui perdono il timore per il contatto con l’altro e trovano apprezzamento e gioia per lo stare assieme, per la solidarietà e la cooperazione collettiva.

A questo antagonismo sociale così forte, numeroso, così esplosivo, creativo e determinato, si presentò sin da subito la più grande e violenta repressione.

Ricordiamo tutti benissimo le immagini strazianti ed emozionanti di quei giorni genovesi. Emanuele Tambuscio era uno degli avvocati del Genova Legal Forum, e in un’intervista a Il Manifesto ha detto “Per le giornate di Genova si era costituito un legal team in aiuto e supporto ai manifestanti. Ovviamente nessuno pensava quello che sarebbe successo in quei giorni.”

Le innumerevoli cariche della polizia, i pestaggi, le manganellate, centinaia di feriti non solo tra i manifestanti ma anche tra giornalisti, reporter e fotografi.
Chi dimenticherà Bolzaneto? Gli arrestati venivano accolti da poliziotti che cantavano una filastrocca:

Uno, due, tre viva viva Pinochet
Quattro, cinque, sei a morte gli ebrei
Sette, otto, nove, il negretto non commuove!

Manganellate, percosse, pestaggi, umiliazioni di ogni genere, minacce di violenza sessuale, rottura delle ossa, dita divaricate fino a scarnificare le ossa, sigarette spente addosso, schiaffi, pedate nei genitali. Qualcuno viene accolto alla caserma di Bolzaneto dal grido “benvenuti ad Auschwitz”, le guardie urlano “qualcuno dovrà morire”; là dentro “troia” o “puttana” sono gli appellativi usati per le donne. Vengono lasciati ore in piedi faccia al muro, poi costretti a voltarsi e fare il saluto romano con in sottofondo le battutine delle guardie, e filastrocche come la precedente. Con la scusa di doverli visitare, gli arrestati vengono tenuti completamente nudi in stanze sovraffollate, e umiliati in ogni modo. In quel momento molti penseranno che sia successo qualcosa di grosso, magari un golpe militare, le dimissioni del governo o altro. Invece no, quella era la repressione dello stato italiano, ed era solo una parte quella che vissero i disgraziati finiti a Bolzaneto, una violenza degna delle peggiori dittature.
Molti ripeteranno poi quanto proclamato da Amnesty International sui fatti di Genova:

La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.

Ma limitarsi a dire questo non basta.

La manifestazione del secondo giorno doveva essere quella delle piazze a tema, furono infatti fissati dei luoghi in cui i vari gruppi avrebbero fatto discorsi e costruito forme di lotta per contestare il G8. La città era stata ulteriormente militarizzata, si prevedeva una giornata conflittuale. Di fatto lo scontro sarà violentissimo, una vera e propria guerriglia urbana, e solo dopo numerosi tentativi in tarda mattinata la polizia riuscì a spezzare il corteo, che si divise in due corpi separati. Uno che si diresse verso il mare, l’altro si sparpagliò nelle strade fuggendo dalle cariche e attaccando mezzi delle forze dell’ordine rimasti isolati.

Gli scontri violentissimi durarono per lunghe ore. Si era formato un corteo guidato dai disobbedienti delle Tute bianche vicino allo stadio Carlini, che sotto i colpi delle cariche dei carabinieri arretrò in via Tolemaide, intanto la stragrande maggioranza dei manifestanti in città affluì sul posto. Il primo dirigente della polizia di stato Mario Mondrelli ha l’ordine dalla centrale di dirigersi con i suoi 200 uomini contro un gruppo di presunti black block, ma non lo farà: incrociano il grande corteo in via Tolemaide composto da minimo 15mila persone, e ordina ai suoi di scendere dai mezzi e caricarlo.
Durante lo scontro molti manifestanti si disperdono nelle vie laterali sotto i getti degli idranti. Dal cielo gli elicotteri fanno piovere lacrimogeni. Nelle vie circostanti le persone vengono inseguite dai blindati a tutta velocità, i carabinieri lanciano lacrimogeni, sparano colpi di pistola e tirano oggetti vari, picchiano a sangue i manifestanti. I carabinieri si ritirano, un defender resta intrappolato a causa di un cassonetto cui dietro sta un carabiniere che sta spruzzando liquido urticante contro la massa.

Dalla massa di manifestanti ne esce uno col casco giallo che lancia un estintore contro il veicolo, dal retro emerge una pistola; Carlo Giuliani raccoglie l’estintore per lanciarlo a sua volta ma a 4 metri dal mezzo viene colpito allo zigomo da un proiettile sparato da quella pistola, e muore sul colpo. Oggi Carlo avrebbe 43 anni, morì ucciso dai carabinieri a 23 in Piazza Alimonda, e noi non lo dimenticheremo.
I manifestanti in preda a mille emozioni per l’accaduto accerchiano il mezzo che prima di scappare passerà due volte sopra al corpo di Giuliani.

Bastardo! Lo hai ucciso tu, lo hai ucciso! Bastardo! Tu l’hai ucciso, col tuo sasso, pezzo di merda! Col tuo sasso l’hai ucciso! Prendetelo!

Così urlava il vicequestore addetto alla gestione dell’ordine pubblico Adriano Lauro, contro i manifestanti rimasti.

REUTERS/Dylan Martinez (ITALY)

 

Vennero poi i fatti della Diaz, una scuola occupata che in quei giorni era diventata sede delle strutture e dei collettivi autorganizzati che fornivano i principali supporti tecnici al movimento: informativi, Indymedia, giornalisti freelance, i fotografi e i video-operatori, radio Gap; i Legal team degli avvocati e dei giuristi, la struttura sanitaria di intervento composta da Medici, infermieri e sanitari del movimento. Inoltre era diventato il punto di riferimento d’indirizzo delle comunicazioni, con traduttori e assistenti logistici per le delegazioni provenienti dall’estero.

La notte del 21 luglio erano in molti a dormire alla Diaz. I racconti di chi ha vissuto quel massacro sono terrificanti.
La polizia ebbe anche la gentilezza di lasciare sul posto alcune bottiglie molotov, per “giustificare” l’atto, quando li presero di notte mentre dormivano, senza pietà.

Il magistrato che ha condotto l’accusa verso i vertici della polizia per l’incursione alla scuola Diaz di Genova (la macelleria messicana), Enrico Zucca, si esprime così in ina recente intervista a Il Manifesto:

Il filo rosso delle varie condanne della Corte di Strasburgo negli ultimi 20 anni dimostra che quando la tortura emerge è solo apparentemente sporadica. Si ha infatti paura di riconoscere che la tortura è per sua natura “istituzionale”, perché ha necessità di tecniche, addestramento e pratica: non esiste neppure nella fiction il “torturatore solitario”. Già dai tempi del G8 il fenomeno doveva essere affrontato come tale. Non si tortura alla Diaz e a Bolzaneto se non si è già capaci e pronti a farlo. […] I fatti del G8 hanno mostrato ciò che sarebbe poi successo in questi due ultimi decenni durante i quali si è praticata la tortura non più nel segreto ma cercandone, dopo secoli, una qualche giustificazione legale.

Ha completamente ragione.

Aggiunge anche che quei processi a quei poliziotti non li voleva nessuno. In parlamento i vertici della polizia responsabili del disastro hanno ricevuto più ringraziamenti che critiche.

Ma nonostante tutto questo terrore, nonostante la repressione e i perenni abusi, la protesta per la città ligure proseguiva con tutta la sua immensa carica. Nell’aria, la sera, dopo una giornata piena di lotta, di scontri, notizie e fatti nuovi, mobilitazioni di decine di migliaia di persone, piena di colori, canzoni, balli e musiche, bandiere, striscioni, creatività e tanta solidarietà; si respirava un’aria diversa, come se si fosse a un passo da cambiare il mondo.

Ma come si è arrivati a tutto questo? Da dove viene questa Genova agli albori del XXI secolo? Da dove vengono questi manifestanti di questo “movimento dei movimenti”?
Che mondo era il mondo nel 2001? Di certo non quello di ‘2001 Odissea nello spazio’.

Eric J. Hobsbawm nel 1994 rese pubblica, col libro ‘Il secolo breve’, la sua teoria secondo cui la Prima guerra mondiale avesse definitivamente cambiato i rapporti di potere geopolitici ereditati dal XIX secolo; creandone di nuovi che sarebbero poi scomparsi con la caduta dei sedicenti regimi socialisti tra il 1989 e il 1991. il novecento sarebbe dunque un secolo breve e al contempo carico di elementi come nessun’altro prima. Hobsbawm però al tempo non poteva sapere che tra la fine del breve novecento nel ‘89-’91, e l’inizio del XXI secolo, c’era in mezzo un decennio cruciale.

Negli anni ottanta il neoliberismo, dalla Thatcher a Regan, sbocciò e cominciò la sua vittoriosa erosione di quanto era stato conquistato dalle grandi lotte di classe che dalla Seconda guerra mondiale fino agli anni settanta avevano scosso il mondo. Con la caduta dell’URSS e del muro di Berlino il mondo, anziché spartirsi tra i due grandi blocchi, era ora preda di un unico polo imperialista che aveva ed ha il suo centro negli Stati Uniti d’America.

Il libero mercato gradualmente dissolveva le frontiere nazionali, subordinava gli stati e ne riduceva il potere in campo economico e sociale, eliminava ogni traccia di welfare state. Poteri sempre più sovranazionali espandevano gli orizzonti del capitale su ogni frontiera, in un processo di accumulazione che non lascerà quasi nulla all’esterno dell’impero. Ogni luogo, ogni ambito all’interno della scienza, della cultura, dell’arte, della tecnica; e ogni luogo del pianeta Terra, ogni foresta, ogni popolo indigeno, ogni materia prima subivano l’attacco di un capitalismo globalizzato che nel suo atto di globalizzazione penetrava ciascuno di questi ambiti ancora a lui in parte esterni.

Questa potente azione di accumulazione globale da parte del capitale ci riporta alla mente il vecchio capitolo 24esimo del primo libro del Das Kapital di Marx, quello sull’accumulazione originaria. Intanto, sia per chi sa già tutto sia per chi non sa niente, è d’obbligo una breve osservazione lessicale e teorica. Quella di ‘accumulazione originaria’ è una classe logica che serve a Marx nell’esposizione del modello capitalista, della sua formazione e del suo funzionamento. Gli serve per spiegarsi; è una convenzione, in realtà (ovviamente) non è mai esistita una vera e propria accumulazione originaria, bensì una serie di processi graduali concatenati di accumulazione. In luoghi del pianeta differenti e con tempi differenti. Da un punto di vista puramente teorico può aver senso parlare di un’unica prima accumulazione originale, in quanto ogni fenomeno ha un suo inizio. Ma non siamo capaci di localizzarlo nel tempo e nello spazio. Il capitalismo ha avuto più nascite in più momenti e in più luoghi, con arresti, momenti di reflusso verso il feudalesimo, e una graduale concatenazione di varie accumulazioni “originarie” che hanno portato nel tempo al cambio di sistema definitivo. Lunghi processi di sussunzione formale delle tecniche precedenti che portano a una sussunzione reale o a una tendenza di sussunzione reale delle forme e tecniche di produzione e riproduzione; insomma una graduale accumulazione decentrata.

In questo quindi possiamo dar ragione al sociologo britannico David Harvey, il quale poi pensa anche un costante proseguimento del processo di accumulazione dentro al capitalismo. O meglio fuori dal capitalismo, il quale appunto tenderebbe ad appropriarsi di ciò che ancora è esterno alle sue logiche, che sia l’ambito psicologico, la sessualità, i servizi pubblici o terre inesplorate, società ancora pre- capitaliste o addirittura società tradizionali. Harvey pensa ciò attraverso il suo concetto di “Accumulation by dispossession”, per cui l’accumulazione del capitale all’interno del mondo dominato dal capitalismo avviene attraverso regolari espropriazioni più o meno violente o drastiche. Questo in un’ottica di espansione illimitata per un profitto illimitato.

Dunque negli anni novanta la globalizzazione porta il dominio dei liberi mercati ovunque, causando tutta una serie di effetti: grandi ondate migratorie, distruzione di intere culture, distruzione ambientale, estinzione di moltissime specie, guerre, proteste, sollevazioni, rivoluzioni.
In questo senso il Movimento No-global è un sintomo della globalizzazione. O meglio è il movimento che storicamente ha raccolto al suo interno molti di questi effetti della globalizzazione, cioè quelli che vi si opponevano radicalmente da sinistra.
Genova del luglio 2001 sarà probabilmente l’apice e insieme l’inizio della fine di quel grande movimento.
Da dove nasce? Ripercorriamo un po’ di storia

Il primo gennaio 1994 entra in vigore il NAFTA, un trattato di libero commercio tra Stati Uniti, Messico e Canada.
Il primo gennaio 1994 scendono dalle montagne della Selva Lacandona, nel Chiapas una regione meridionale del Messico, gli indigeni e i contadini del Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), i quali insorgono armati dichiarando guerra al governo messicano, alla globalizzazione e al neoliberismo.

Dopo alcune settimane di combattimenti, in cui il Chiapas sarà bombardato dal governo centrale, e in cui l’esercito messicano sarà affiancato da rangers statunitensi presenti in funzione anticomunista, c’è un cessate il fuoco. Iniziano lunghi anni di trattative e accordi tra l’EZLN e i governi che si susseguirono, accordi di pace sempre infranti e traditi dall’esercito e da forze paramilitari.

Prima di allora nessuno conosceva gli indigeni del Chiapas, discendenti dei maya, se non esclusivamente attraverso il mais, il caffè e tutti i prodotti che per 500 anni producevano nei grandi latifondi dei coloni bianchi e ora delle grandi multinazionali. Non esisteva nemmeno una parola per riferirsi a loro. E nel NAFTA non venivano considerati se non come forza-lavoro da sfruttare, e la loro cultura millenaria come un ostacolo da eliminare o da integrare nel mercato

Dal 1994 gli zapatisti nei loro villaggi sulle montagne hanno iniziato a costruire un mondo diverso, convinti che un altro mondo sia possibile, fondato sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, sulla solidarietà, sulla democrazia diretta, sull’ecologismo, sulla parità di genere, sull’incontro costruttivo tra la cultura indigena e la cultura marxista e anarchica dell’occidente sviluppato. Contro il razzismo (forte nei confronti degli indios) e contro lo sfruttamento. Un fenomeno politico estremamente libertario. Da sempre si coprono il viso col passamontagna o con un foulard, non solo per questioni di sicurezza ma soprattutto in funzione di metafora e di specchio: fino ad allora, a viso scoperto nei latifondi o nella giungla, loro non erano nessuno, ora invece col viso mascherato nessuno poteva non notarli. In più chiunque può rivedersi nel loro volto mascherato, perché dietro ad un passamontagna può esserci chiunque, così diventa uno specchio per sottolineare l’uguaglianza nella diversità.

Di fatto dietro al passamontagna può starci chiunque, infatti lo storico portavoce degli zapatisti è il SubComandante Insurjente Marcos, che è un bianco.
“Sub” perché nonostante il grado militare di comandante e il ruolo di portavoce, deve sempre e comunque rimettersi alla massima autorità degli zapatisti: il popolo indio. Marcos non ha mai rivelato la sua vera identità, ma probabilmente era di Città del Messico, laureato in filosofia e disegno (vicino a pensatori come Althusser e Foucault), lavorava all’università e militava nei gruppi più radicali della sinistra comunista urbana, apparteneva probabilmente a un gruppo maoista.
Quando con altri si incamminò per il Chiapas disse a tutti che andava a fare televisione in Italia.

Rimase nella giungla molti anni con gli indios per apprendere la loro cultura, la loro lingua, la loro visione del mondo; e per abbandonare certi preconcetti ideologici che lì non funzionavano.
La globalizzazione integrerebbe o spazzerebbe via la loro cultura, la loro “cosmovisione” come la chiamano loro, perché distruggerebbe anche il contesto in cui vivono con lo sfruttamento massiccio di quei territori, distruggendone gli ecosistemi. Per questo gli zapatisti insorgono e resistono, dicendo a tutto il mondo che loro esistono, sono lì, e che sono uguali alle montagne, ai fiumi, agli uccelli e alle lumache della loro terra: fanno parte di un tutt’uno.

Chiaramente esperienze come quella zapatista hanno le loro grandezze e le loro criticità, e per quanto possano essere grandi resistenze al capitale a livello locale e marginale, e per quanto possano anche essere fertili da un punto di vista teorico, non sono esperienze che possono essere riproposte identiche nei paesi a capitalismo avanzato. Farne un copia-incolla in un contesto completamente diverso sarebbe un errore carico di ideologismo. Nei nostri stati con un capitalismo sviluppato abbiamo senza dubbio da pensare ben altre strade.
Di questo loro stessi sono i primi ad averne chiaramente coscienza. Lo ripetono: noi siamo solo uno dei tanti sintomi, con le nostre peculiari carattristiche storicamente determinate.

Cronologicamente forse il primo sintomo.
Nel 1995 viene istituita la World Trade Organization, l’organizzazione mondiale del commercio (WTO o OMC), atta all’affermazione di ricette economiche neoliberiste .

Durante il vertice della WTO a Seattle, il 30 novembre 1999, migliaia e migliaia di persone bloccarono le strade della città per protestare contro l’applicazione delle teorie neoliberiste e per una diversa globalizzazione più giusta ed equa, impedendo l’accesso dei delegati alla zona del vertice. E proprio a Seattle si mostra anche il lato più violento delle proteste: gruppi di manifestanti vestiti di nero prendono d’assalto banche e negozi causando danni e scontri con le forze dell’ordine. Insieme anche il lato più creativo.

Fu tale la vivacità di questo movimento, la creatività espressiva della sua dura lotta, la grandezza numerica e l’impatto mediatico che da all’ora il Movimento No-global verrà chiamato ‘Il popolo di Seattle’.
La città di Jimi Hendrix oltre che di Microsoft, era ora il principale teatro di un movimento giovane che ora non solo si opponeva alla globalizzazione capitalista ma parlava anche di alter-globalismo, una diversa globalizzazione fondata sull’amicizia tra i popoli, il pluralismo, il rispetto del diverso, della natura, la cooperazione e contro neoliberismo e razzismo.

Nell’aprile del 2000 a Washington si tengono allo stesso tempo il G7 e delle riunioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Il popolo di Seattle si mobilita: decine di migliaia di persone protestano, la polizia carica con violenza e la guerriglia urbana dei no-global prosegue per giorni.

Intanto qualche anno prima, tra il ‘91 e il ‘92, era nata una rete mondiale in grado di creare connessioni velocissime in tutto il mondo, era il World Wide Web che cambiava totalmente la storia. Gradualmente le sue potenzialità si ampliavano esponenzialmente e erano visibili a sempre più persone. Allo stesso tempo un mezzo potentissimo e meraviglioso utilizzato inizialmente da molti in modo libero, colletivizzando di fatto non solo la conoscenza attraverso più veloci motori di ricerca ma anche veri e propri mezzi di produzione per lavorare online; e parallelamente un nuovo campo di gioco per il capitale. Di fatto fin da subito fu palese il dominio di grandi privati nel web e su internet, e questo produsse a sua volta tutta una serie di particolari piccole “resistenze informatiche”.

La gioventù del mondo, che assieme a lavoratori, indios, donne e emarginati viveva e rendeva vivo il Movimento No-global, iniziava a usare per comunicare e organizzarsi proprio questa rete mondiale, il web.

A settembre del 2000 è il momento di Praga: nuove riunioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, questo porta decine di migliaia di persone da tutta Europa nella capitale della Repubblica Ceca per lottare contro la globalizzazione e lo strapotere della grande finanza mondiale.

A ottobre dello stesso anno a Montreal, nel Quebec in Canada, si svolge il G20 con i ministri finanziari e i governatori delle banche centrali dei venti paesi più industrializzati. Pure lì decine di migliaia di giovani, di lavoratori e di cittadini scendono in piazza per contestare e possibilmente impedire l’incontro. e si scontrano con la polizia. La città è sconvolta dalla guerriglia.

A dicembre si riunisce a Nizza il Consiglio Europeo, il vertice dei capi di governo dei 15 stati europei, nonostante il blocco delle frontiere decine di migliaia di manifestanti contestano duramente i potenti dell’Europa. Grandi scontri con risonanza internazionale.

Gennaio 2001, si tiene il Forum dell’economia mondiale a Davos, il presidente statunitense Bill Clinton loda pubblicamente la globalizzazione. Grande è la mobilitazione del Movimento No-global che si oppone al neoliberismo, fa la sua comparsa all’interno del movimento anche José Bové, figura controversa di questa storia.

Nello stesso freddo gennaio del forum di Davos, nel caldo e tropicale Brasile si tiene a Porto Alegre il primo Forum Sociale Mondiale (World Social Forum), contrapposto a quello di Davos. Lo strapotere delle grandi aziende multinazionali, della finanza, delle banche e le politiche neoliberiste, con i loro danni sociali e ambientali, sono l’obiettivo delle dure critiche di questo grande forum che unì il Movimento No-global e altri gruppi di sinistra radicale.

Così suonava l’appello finale di quella prima storica edizione del WSF:

Forze sociali da tutto il mondo riunite per il Forum sociale mondiale a Porto Alegre e Ong, movimenti e organizzazioni, intellettuali e artisti, vogliamo creare una grande alleanza per una nuova società, che non sia basata sulla logica dominante dove il mercato e i soldi sono considerate le uniche misure di riferimento. Noi resistiamo alla élite globale e vogliamo lavorare per l’eguaglianza, per la giustizia sociale, per la democrazia e la sicurezza di ciascuno, senza distinzione.

In vista delle elezioni politiche in Messico molti candidati politici parlano di rivedere quelle precarie modificazioni costituzionali che riconoscono i diritti indigeni nella legge COCOPA, ottenuta dagli zapatisti. L’EZLN in risposta organizza una marcia pacifica, fatta a piedi e con mezzi lavorativi, fino a Città del Messico, dove avrebbero esposto il proprio punto di vista al governo.
Alla marcia, nel marzo del 2001, hanno partecipato gruppi politici di altre parti del mondo, cittadini da ogni nazione, la popolazione messicana l’ha compresa e appoggiata e i media l’hanno seguita con attenzione. In poco divenne una marcia per la dignità e la pace contro la globalizzazione e il suo potere distruttivo.

Il lungo discorso tenuto nello Zócalo (piazza principale di Città del Messico) dal SubComandante Marcos davanti a decine di migliaia di persone, è diventato famoso. Famoso anche perché è uno dei primi discorsi politici in versi della storia della politica contemporanea, infatti l’utilizzo del linguaggio poetico al posto della classica retorica è tipico dello zapatismo ed è parte integrante del loro particolarissimo e variegato stile di comunicazione che molto riprende dalla cultura maya.

In questo lungo discorso, parlando degli zapatisti, Marcos dirà anche :

[Noi siamo] non la realtà ma appena un riflesso,
Non la luce ma appena un lampo,
Non un cammino ma solo pochi passi,
Non la via ma solo alcuni dei tanti passaggi che al domani conducono.

Questo anche a rimarcare il loro essere uno dei tanti sintomi globali della resistenza alla spietata globalizzazione, concetto che poco dopo chiarirà in una lunga video-intervista con Gianni Minà in cui a tal proposito parlerà della relazione tra l’EZLN, lo zapatismo e il Movimento No-global.
Intellettuali, artisti e letterati come il premio Nobel Josè Saramago o Garcia Marquez Montalbán assistono a questo discorso di chiusura della marcia.

A Napoli, in marzo 2001, si svolge il vertice internazionale Global Forum, sotto la regia del ministro della funzione pubblica Franco Bassanini. Più di quarantamila giovani affluiscono in città. Scontri durissimi tra manifestanti e polizia che si fronteggiano per un’intera giornata. Per l’italia sarà la piccola prova generale di tutto ciò che accadrà a Genova qualche mese più tardi.

Nell’aprile s’incontrano in Canada i vari capi di stato di Nord, Sud e Centro America (fatta ovvia eccezione per paesi indesiderati come la castrista Cuba, il sandinista Nicaragua, il bolivariano Venezuela). Si ritrovano per l’eventualità di ampliare il NAFTA.
Più di 30mila persone scendono a lottare e gli scontri diventano incontenibili.

Il Popolo di Seattle prosegue nelle sue lotte.

A giugno a Goteborg, in Svezia, migliaia di persone manifestano contro il Consiglio Europeo che in quei giorni lì si riunisce. Quelle che dovevano essere manifestazioni pacifiche diventano violenti scontri sotto le cariche della polizia.
La polizia spara e due ragazzi vengono colpiti e feriti, uno in fin di vita. Questi fatti aumentano la rabbia generale.

A luglio è la volta del G8 di Genova in Italia.
“VOI G8, NOI 6.000.000.000.” uno striscione un programa!

Quello di Genova è come già detto l’apice del movimento dei movimenti, il popolo di Seattle alter-globalista e anticapitalista, dei giovani no-global antirazzisti e fautori di una nuova sensibilità ecologista.

Ma è anche un po’ l’inizio della fine, sotto i durissimi colpi della repressione per le strade, la tortura di stato a Bolzaneto e alla Diaz, la violenza e i depistaggi, la vita spezzata del ragazzo Carlo Giuliani a piazza Alimonda.

Poche settimane dopo il XXI secolo iniziò davvero, con l’attacco dell’11 settembre alle Torri gemelle e al Pentagono, e la tragica morte di 3016 persone.

Di lì a poco, con la falsa pista della ‘pistola fumante’, ossia le presunte armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein (in realtà inesistenti), la tremenda guerra umanitaria e democratica in Iraq.
Con tutte le molteplici conseguenze tragiche che non possono essere esposte in questa sede.

Il Movimento No-global in quegli anni continuerà a essere forte e ad esistere, seppur ormai diverso e in declino, in molti altri avvenimenti.
Nel novembre 2002, a più di un anno dai fatti di Genova di cui il ricordo era ancora vivo si svolge il grande Firenze Social Forum, 5 giornate che mobilitarono tutta la città di Firenze e dintorni, con manifestazioni, eventi, concerti, dibattiti. E fu durante queste giornate che contro la guerra in Iraq scesero in piazza a Firenze più di mezzo milione di persone, a cui facevano capo i giovani no- global. Un corteo di dimensioni gigantesche che riesumò in molti i ricordi di Genova tanto che tutto il centro storico fiorentino aveva le vetrine ben coperte da apposite barriere per evitare danni.
In un recente articolo su Nove Firenze, un giornalista testimone di quei momenti rammenta così:

Ricordo, un uomo arrampicato sul tetto di una edicola, mi pare all’altezza del lungarno del Tempio.
Sventolava una enorme bandiera anarchica e ogni manifestante che transitava sotto di lui lo salutava con un urlo, o un battito di mani. Quando il corteo svoltò da lungarno Colombo, per poi raggiungere Campo di Marte, mi pare in via de Santis, la strada più stretta dell’intero tracciato, gli abitanti dei palazzi erano tutti alle finestre e ai balconi. Salutavano i manifestanti, battevano pentole come tamburi, i più giovani facevano la ola come allo stadio e ci gridavano: «Siete tantissimi, ce l’abbiamo fatta!».

Ma il Popolo di Seattle, nonostante i numeri immensi raggiunti a Firenze, in realtà stava già tramontando.

L’arte in qualche modo riflette sempre il contesto storico-sociale da cui emerge. E in uno spettro musicale enorme che emergeva in quel periodo, fece la sua comparsa anche la Mano Negra.
Una band francese che suona mescolando generi come lo ska, il punk, il reggae, il rock e canta in tante lingue diverse; fondata nel 1987 da tre ragazzi, il cantante è José-Manuel Thomas Arthur Chao, in arte Manu Chao.

Suonano come nessun’altro prima, cantano in spagnolo, inglese, francese, portoghese e italiano, ma anche in lingue indigene sconosciute; e cantano storie e questioni riguardanti la povera gente, gli umili. Storie che vengono dalle periferie delle metropoli, dai confini dell’impero e dal sud del mondo. Insomma, Patchanka, e cioè mescolanza, di generi musicali, di lingue, di culture e di soggetti sociali che compongono la moltitudine. Patchanka come si intitolava il loro primo album musicale.

Hanno progressivamente molto successo in America Latina e in Europa, tanto che in Italia i neonati Modena City Ramblers reinterpretarono la patchanka in chiave folk e nel loro album ‘Fuori campo’ intitolarono una canzone ‘Celtica patchanka’. Da quel momento i MCR sperimentarono nuove combinazioni musicali, sperimentando strumenti non molto convenzionali come le trombe e utilizzando altre lingue oltre all’italiano.

Nel 1994 la band si scioglie e Manu Chao inizia la sua carriera da solista.
Nel 1998 esce il suo primo lavoro solitario: l’album ‘Clandestino’, che lo renderà definitivamente famoso in tutto il mondo. La prima traccia porta lo stesso nome dell’album, la seconda è ‘Desaparecido’, e insieme a altre canzoni di questo storico album saranno la colonna sonora delle lotte dei movimenti No-global.

La canzone Clandestino parla di un immigrato che ha mille difficoltà, che nella solitudine affronta la propria pena, e il cui destino è correre “para burlar la ley” per burlare la legge, per sfuggire dalla polizia; e vive come un fantasma nella città dove lo chiamano ‘clandestino’ per non aver documenti, mentre la sua vita viene proibita dall’autorità statale. La storia di un poveraccio qualsiasi, di chissà quale parte del mondo, che scappa, migra, per chissà quale dellle ragioni di quel mondo post-novecentesco e non ancora entrato nel XXI secolo. Eppure, al di là del contenuto tragico e altamente polemico, è una canzone estremamente felice, bella e orecchiabile.
Manu Chao proseguirà e prosegue tutt’ora la sua ricca e viva produzione musicale, molto legata ai movimenti dal basso e a istanze politiche progressiste, libertarie e rivoluzionarie. Sarà infatti

legatissimo allo zapatismo, a cui dedicherà più di un pezzo, e che raggiungerà più volte in Messico coi suoi concerti.

Cantavano ‘Clandestino’ i ragazzi e i lavoratori per le strade di Seattle, e lo cantavano durante i grandissimi corte le giovani e i giovani che a centinaia di migliaia lottavano a Genova 20 anni fa contro il G8 e contro il sistema capitalista.
Anche perché al Social Forum di Genova, indovinate un po’? C’era anche il signor Manu Chao con i suoi Radio Bemba, il 18 luglio 2001 al Piazzale Kennedy a suonare per un immenso pubblico. Don Andrea Gallo, nella sua autobiografia, avrà modo di raccontare che lì, in quei giorni durante il Forum, tutti cantavano ‘Clandestino’, e anche che egli stesso salì sul palco per dire:

Visto che nessuno ha ancora provveduto ad accogliere come si deve voi e chi è verrà qui a dire no alla globalizzazione, abbiamo pensato di organizzare un punto di ristoro durante il G8. Manu Chao è entusiasta dell’idea, lo chiameremo Bar Clandestino. I potenti della Terra pensano che il mondo sia loro e vogliono decidere per tutti. È importante che ci siate tutti, a migliaia, qui, a dire no. I credenti a dire che la Terra è di Dio; i non credenti che la Terra è di tutti. In democrazia non esistono zone rosse, gialle e verdi. Hasta la victoria siempre!

Quella canzone parlava di un immigrato, e l’immigrazione era anche il tema della prima delle tre grandi giornate di mobilitazione previste dagli organizzatori del Forum, quella di giovedì 19. La quale per prima vide una partecipazione gigantesca. La seconda giornata, che poi andò diversamenente e finì con Carlo Giuliani a terra in un lago di sangue, era quella delle piazze tematiche. La terza giornata di mobilitazione era quella ‘internazionale’ in cui dovevano confluire le molteplici componenti delle lotte di quei giorni in un unico grandissimo corteo.

L’immigrazione di massa fu uno dei sintomi della nuova feroce globalizzazione.
Anche questo riporta alla mente le bellissime quanto agghiaccianti descrizioni che Karl Marx fa nel 24esimo capitolo del primo libro già citato. In cui dettagliatamente riporta gli stravolgimenti comportati dalla cosidetta accumulazione originaria nel Regno Unito della fine del cinquecento e del seicento, dove la privatizzazione di grandi aree poteva portare solo nel migliore dei casi a fenomeni di immigrazione, quando non di deportazione o genocidio. Racconta le deportazioni di intere tribù scozzesi per usarle come nuova forza- lavoro nelle prime unità produttive agricole che sviluppavano il modo di produzione capitalista.
Poi le prime leggi, terribili e severssime, contro il vagabondaggio che punivano chi semplicemente non aveva occupazione o dimora. Leggi che ricordano le nostre attuali care normative, così inclusive e umane, che rinchiudono gli immigrati nei centri appositi, quando non finiscono a lavorare come schiavi magari raccogliendo pomodori per 2€ all’ora sotto gli spari di qualche folle. Oppure magari come riders a fare consegne su una bicicletta a carico loro, per pochi spiccioli a consegna, diritti 0, con la possibilità di essere licenziato via SMS e con un algoritmo che in base a quanto sei veloce ti dà maggiore consegne da fare.
Tutto ciò, tra l’altro, grazie al bellissimo Jobs Act di Renzi.

Ma sorvoliamo su questi parallelismi e cerchiamo di concludere.

Genova nel luglio di due decenni fa fu il più alto apice raggiunto da un grande fenomeno politico, sociale e culturale di carattere mondiale. Un movimento quello No-global che negli anni era stato molto influenzato e alimentato da testi importanti come ‘Empire’ di Toni Negri e Michael Hardt (in contrasto, tra l’altro, con le teorie della geografia marxista di Harvey), dove infatti si pensa il nuovo concetto di impero senza esterno, senza elementi pre-capitalistici estranei al sistema, e dove il capitale e la sovranità tendono ormai sempre più ad identificarsi in una sola cosa riducendo gli stati nazionali a semplici “strumenti di registrazione dei flussi di merci, monete e popolazioni” che il capitale per i propri interessi mette in moto. L’unico altro ruolo rimasto allo stato-nazione sembra essere quello coercitivo e repressivo, garante istituzionale, legale e militare della dominazione; oltre che quello sempre più ridicolo (in Italia forse anche di più) della spettacolarizzazione della politica nelle sue forme più becere e sterili.

Il movimento No-global fu poi influenzato moltissimo anche da, per esempio, il libro ‘No logo’ e le sue teorie della giornalista canadese Naomi Klein, dall’economista filippino Walden Bello e dal sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos, dall’insorgere dello zapatismo, dalla guerra fratricida in Jugoslavia, dalle rivendicazioni del popolo palestinese e di quello kurdo, dal filosofo anarchico Hakim Bey, in Italia dalla cultura dei centri sociali, dalla musica underground di quegli anni col grunge, il già invecchiato punk-rock californiano, a quella mescolanza tra rock e hip hop che inizialmente verrà chiamata crossover prima di diventare nu metal, le canzoni folk e le canzoni popolari vecchie e nuove. Oltre che ovviamente, soprattutto, la musica di Manu Chao che del movimento fu sempre la colonna sonora delle giornate di ‘alegre rebeldía’.

Un movimento che dopo Genova cominciò a spegnersi. Dopo le proteste a Firenze e in tutto il mondo contro la guerra, bisognerà aspettare l’altrettanto contraddittorio quanto complesso fenomeno di Occupy Wall Street per rivedere lotte di quell’ampiezza. Poi la grande crisi del 2008, in Italia l’Onda, le primavere arabe per arrivare fino agli ultimi anni: le violentissime rivolte dei Gilet Gialli tra 2018 e 2019 quando ogni sabato si contavano i morti e i feriti furono migliaia, le proteste dell’autunno 2019 in mezzo mondo accompagnate dalle piazze del Friday For Future, poi il Black Lives Matters e il suo violentissimo esordio negli USA nel 2020 con tutte le altre grandi proteste legate alla pandemia Covid-19.

Il Movimento No-global sopravvisse un pochino in tutto ciò, e in Italia sopravvisse soprattutto in realtà come il movimento No-Tav. Un movimento, il No-global, che in Italia ha sempre dovuto subire la penosa, superficiale e strumentale distinzione tra manifestanti buoni e tranquilli e manifestanti cattivi, teppisti e fancazzisti.

Un movimento già al nascere pieno di criticità e contraddizioni al suo interno, molto eterogeneo, eclettico, anche perché figlio del suo incerto tempo di cui fu tra i protagonisti e di cui espresse l’incertezza.
Un periodo in cui qualcuno parlava di fine della storia, l’Unione Sovietica era crollata aggravando ovunque la già forte crisi del marxismo così come si era espresso nel novecento. Il periodo del ruggente neoliberismo globalizzato in espansione. Eppure anche un periodo di risveglio in cui davvero si sentiva che esisteva un’alternativa, che venisse dai seminari ‘intergalattici’ contro il neoliberismo nella giungla a cui gli zapatisti invitavano chiunque da qualunque angolo della terra, o che arrivasse dalla Palestina o dalle strade di Seattle stracolme di gente. Sembrava veramente che il mondo stesse finalmente per cambiare radicalmente, era qualcosa a portata di mano, di cui quel complesso e imperfetto movimento si sentiva protagonista. Si respirava l’aria di una vera nuova grande e giovane rivoluzione.

Contro ogni orizzonte ideologico di realismo capitalista, di chi già da anni sosteneva che quello era il migliore dei mondi possibili, contro chi la bandiera rossa aveva gettato in un fosso dopo anni per rivendersi al liberalismo, contro chi ancora tifava per la repressione e per il razzismo, contro chi si era venduto, contro chi sfruttava miliardi di esseri umani ed era visto come un eroe di un mondo democratico e paradisiaco senza problemi e senza alternative; i giovani del Movimento No-global a Genova 20 anni fa gridavano NO! Un altro mondo è possibile!

 

1 Reply to “Genova, G8 e i No­Global: venti anni dopo”

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