Foster e la frattura metabolica: alla ricerca di un pensiero ecosocialista in Marx

-Bollettino Culturale, 11 febbraio 2022

Il dibattito sui nessi filosofici e politici tra produzione teorica marxiana e ambiente è sempre più attuale e urgente. La distruzione delle condizioni di vita così come le conosciamo, imposta dalla logica del capitale, dimostra inequivocabilmente la necessità di cambiamenti radicali nei rapporti tra economia e natura.
La trasformazione di tutto in merce impone dinamiche temporali e spaziali incompatibili con i processi naturali, portando il pianeta ad una situazione di totale squilibrio ed esaurimento. Certamente, qualsiasi dato che offriremmo sull’argomento sarebbe obsoleto e, sfortunatamente, in peggio.
Secondo l’SRC (Stockholm Resilience Center), dei 9 confini planetari (cambiamento climatico, perdita di biodiversità, variazione del ciclo biogeochimico dell’azoto e del fosforo, acidificazione degli oceani, consumo di suolo e di acqua, riduzione della fascia di ozono nella stratosfera, diffusione di aerosol in atmosfera e inquinamento chimico), 7 vengono superati, generando effetti di feedback che creano un ambiente di instabilità e insicurezza.
È all’interno di questi squilibri che dobbiamo cercare, ad esempio, le cause del Covid-19. Il dibattito sui vaccini, per quanto urgente e pertinente, si limita agli effetti piuttosto che ai nessi causali dei problemi.Questo è il motivo che mi sta spingendo ad approfondire teoricamente i rapporti tra marxismo e pensiero ecologico.
Sollecitato dalla recensione che ho scritto per Effimera del libro di Ian Angus “Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra”, ho approfondito lo studio del pensiero di John Bellamy Foster. Questo lungo e denso saggio spero possa essere utile per far conoscere ai compagni italiani le sue tesi. A maggior ragione in un momento di radicalizzazione del movimento ambientalista in cui si fa sempre più urgente la necessità di affrontare con gli adeguati strumenti teorici la sfida della transizione ecologica. I negazionisti del Covid-19 di oggi saranno i negazionisti del cambiamento climatico domani e non possiamo permetterci di vederli sfruttare i costi sociali della transizione ecologica per mettere su due fronti opposti ambiente e lavoro. 

Dedico questo saggio a mio zio Santino recentemente scomparso.

John Bellamy Foster parte dal presupposto che per comprendere il rapporto tra uomo e natura nel nostro secolo è necessario comprendere le nuove visioni della natura emerse nel passaggio dal XVII al XIX secolo: come il materialismo e la scienza hanno consentito lo sviluppo di forme ecologiche di pensiero e, in tal modo, comprendere la trasformazione sociale associata al cambiamento della relazione tra essere umano e ambiente. Per affrontare questa sfida sceglie come punto di partenza il materialismo di Marx e quello di Darwin, considerando questi come i primi punti di riferimento per la risoluzione della questione. In effetti, una simile associazione era già stata fatta in precedenza da Caudwell, in Heredity and Development, uno dei pochi pensatori all’inizio del XX secolo a non rifiutare una concezione coevolutiva tra uomo e natura nell’opera di Marx e di Darwin. Tuttavia, per Foster, l’argomento restava ancora da approfondire, dato che era stato lasciato da parte dagli scienziati sociali, a causa dei grandi eventi storici accaduti in quel periodo.

Il materialismo deve essere concepito come una teoria della natura, originata dalla filosofia greca che trova in Epicuro il suo grande sviluppo.

In its most general sense materialism claims that that the origins and development of whatever exists is dependent on nature and “matter,” that is, a level of physical reality that is independent of and prior to thought.1

Per Foster può essere suddiviso in: ontologico, che si caratterizza come una dipendenza unilaterale dell’essere sociale dal biologico, epistemologico, dove l’esistenza è indipendente dall’attività prodotta dal pensiero scientifico e pratico, che deduce il ruolo costitutivo della trasformazione dell’uomo nelle forme sociali. In questa definizione, la teoria di Marx tende a concentrarsi più nettamente sul materialismo pratico, nel senso che si concentra sulle azioni messe in atto dall’uomo in relazione alla trasformazione della natura ma non trascura i materialismi epistemologici e ontologici quando afferma il carattere alienato con cui si costituisce tale rapporto.

All’inizio del XIX secolo le discussioni filosofiche sollevate da David Hume e, successivamente, da Kant, avevano fatto maturare il confronto teorico tra prospettive materialiste e idealistiche, promuovendo una critica di entrambe nel campo dell’etica e della gnoseologia. In questi due grandi campi c’è chi ha difeso il primato dello spirito sulla natura, la cui prospettiva è stata storicamente sviluppata da Hegel e sarà associata al cristianesimo nel tentativo di spiegare, in ultima istanza, la creazione del mondo, mentre il materialismo sarà associato all’empirismo, all’interno delle scienze della cognizione, e al sensualismo.

Per Foster, per capire Marx, dobbiamo prima passare attraverso la comprensione dell’epicureismo dato che Marx non è mai stato disposto ad abbandonare il materialismo pratico, né una sua comprensione generale come categoria ontologica ed epistemologica. Alla base del suo materialismo sta la premessa che il mondo naturale preesiste ed è indipendente dall’esistenza del pensiero umano. In effetti, il pensiero stesso deve essere visto come un atto successivo dell’esistenza materiale-naturale umana. La connessione perenne tra mondo naturale-materiale e mondo sociale non dissolve le incongruenze e le contraddizioni esistenti tra queste sfere che saranno abbracciate, nella loro prospettiva dialettica, all’interno di un flusso storico continuo. Questa dialettica relazionale della storia è stata enfaticamente evidenziata da Marx come parte di un processo naturale di produzione dell’esistenza umana. Tra queste sfere, tuttavia, risiede l’alienazione strutturale che è il prodotto dell’interazione umana con la natura all’interno del modo di produzione capitalista.

Nella sua Critica della ragion pura Kant sviluppa i concetti di noumeno e fenomeno, promuovendo anche una critica di ogni conoscenza basata sull’esperienza. La trascendenza della cosa in sé, dove risiede la sua inconoscibilità, sembrava minare tutti i tentativi di costruire una filosofia materialista coerente. Nella prospettiva di Marx, la grande innovazione hegeliana sta nel proporre una risposta al dilemma kantiano riguardo alla conoscenza della cosa stessa. Secondo Hegel, l’oggettivazione dello spirito nel mondo costituirebbe l’alienazione fondamentale che separa l’uomo dal mondo esterno ed è prodotta dai problemi della cognizione e perfezionata lungo un processo storico sviluppato dallo spirito. Si tratta quindi di un processo in cui si stabilisce la trasformazione del mondo e dell’uomo, dalla conferma della ragione nella Storia. Questo processo di contraddizione e trascendenza, fondamento essenziale del concetto di alienazione in Hegel, costituisce l’essenza stessa della sua dialettica. Il principale contributo di Marx sarebbe proprio il tentativo di ristabilire la dialettica nel campo della filosofia materialista. Contrario alla concezione hegeliana, che comunque negava la possibilità logica del materialismo come forma di conoscenza, Marx propone che l’alienazione si costituisce nel rapporto uomo-natura attraverso le azioni materiali dell’uomo, e non dalla subordinazione della realtà alla esistenza del pensiero. Andando oltre la posizione proposta dai teorici del suo tempo storico, i materialisti idealisti, che ponevano il materialismo in antagonismo con l’idealismo hegeliano, in particolare feuerbachiano, Marx trarrà dalla fonte epicurea la sua nozione di materialismo.

Epicuro sarebbe stato il primo a percepire l’alienazione dell’essenza umana all’interno del mondo dell’apparenza, negando sia la libertà che il potere di autodeterminazione dell’uomo all’interno del mondo materiale. Subito dopo aver completato la sua tesi di dottorato Marx scrisse The History of Modern Philosophy from Bacon to Espinoza, pubblicata nel 1833, mentre Feuerbach stava sviluppando la sua posizione materialista nelle Tesi provvisorie per la riforma della filosofia che sarebbero state pubblicate nel 1842. L’importanza di Feuerbach riguarda le critiche di Marx, contenute nell’Ideologia tedesca, contro le sue tesi, grazie alle quali costruirà la propria nozione di materialismo. Per lui il materialismo di Feuerbach è puramente contemplativo, il che lo rende del tutto astratto, mentre, d’altra parte, afferma la comprensione del suo materialismo, come materialismo pratico, proponendo un cambiamento nell’approccio epistemologico del materialismo. Sviluppando l’idea che la coscienza sia un atto successivo all’esistenza materiale, Marx pone la natura e le relazioni naturali, poste in essere dall’uomo nella conservazione della sua esistenza, come base inseparabile del materialismo. Quindi è radicalmente impossibile pensare alla costruzione della coscienza umana senza tener conto del ruolo della natura al suo interno. Il mondo sensibile in Marx, il mondo esterno, fisico, preesiste all’uomo e alla coscienza umana. Aggiunto a questo concetto, Marx porrà la dialettica come elemento fondamentale per comprendere l’intima e perenne connessione tra l’uomo, la natura e la costruzione sociale del mondo. Uno dei punti centrali della tesi difesa da Foster è che questi elementi furono trascurati dagli autori che, alla fine del secolo XIX, hanno avuto la necessità di separare il campo delle scienze naturali dalle scienze sociali, facendo propendere l’interpretazione della teoria marxista verso una prospettiva puramente sociale, basata sull’analisi della prassi umana. In ogni caso, gli economisti e sociologi contemporanei criticano il pensiero classico, rivendicando una presunta negazione della priorità ontologica della natura all’interno del pensiero sociologico. Secondo Foster: “Western, critical Marxism (along with much of contemporary philosophy and social science) was defined by its rejection of crude nineteenth-century positivism, which attempted to transfer a mechanistic and reductionist world-view (which was credited with some notable successes in the development of science) to the realm of social existence. However, in rejecting mechanism, including mechanistic biologism of the social Darwinist variety, thinkers in the human sciences, including Marxists, increasingly rejected realism and materialism, adopting the view that the social world was constructed in the entirety of its relations by human practice—including, notably, those aspects of nature that impinged on the social world—thereby simply denying intransitive objects of knowledge (objects of knowledge which are natural and exist independently of human beings and social constructions).2

Per Foster, questo movimento ha portato il marxismo a concezioni sempre più idealistiche dell’esistenza umana. Di conseguenza, il concetto di materialismo iniziò a incorporare una visione unicamente sociale, i concetti di Marx furono elaborati in modi sempre più astratti, rafforzando il predominio di una distorta lettura economicista dell’opera marxiana basata sulla separazione sempre più marcata tra struttura e sovrastruttura. Solo salvando il concetto originario di materialismo, tratto dalla concezione originaria epicurea di Marx, evidente nei suoi primi scritti e nelle sue tesi di dottorato, è possibile ristabilire il ruolo della natura all’interno dello schema teorico marxiano e comprendere i problemi fondamentali vissuti dall’esistenza umana. Occorre invece evitare di tornare al biologico e al darwinismo sociale “through a non-mechanistic, non-reductionist, critical materialism that retains a connection to a materialist conception of history”3, essendo l’unica soluzione all’idealismo che cresce nel campo delle scienze sociali, nonché la soluzione all’impoverimento della nozione di natura per il materialismo. Concentrandosi sull’alienazione esistente tra il lavoro umano e le condizioni naturali di produzione, un’idea che tocca la sua nozione di metabolismo sociale, Marx ha denunciato la spoliazione della natura prima della nascita di una moderna coscienza ecologica. Nonostante ciò, viene spesso attaccato per una presunta negligenza teorica, prodotta in parte dal disprezzo del ruolo della natura nella sua opera, che è generalmente espressa sotto forma di tre distinti argomenti:

1) Le questioni riguardanti la natura sollevate da Marx non sono collegate al suo sistema teorico, essendo disconnesse e “sparse” in tutti i suoi lavori.

2) Marx avrebbe gradualmente abbandonato il ruolo della natura nella sua opera, essendo stata inserita solo nei suoi primi scritti, in conseguenza delle idee formulate intorno all’alienazione.

3) Marx avrebbe posto la natura sotto il totale controllo e sottomissione della conoscenza scientifica e tecnologica, in quanto inserita all’interno dei mezzi di produzione.

D’altra parte, c’è chi difende l’idea che Marx avrebbe affermato il dominio baconiano della natura attraverso la conoscenza strumentale umana e l’espansione della produzione industriale e del commercio internazionale.
C’è anche chi porta la discussione marxiana nel campo dell’etica, sostenendo che la prospettiva abbracciata dal marxismo è antropocentrica, in quanto centrata sull’azione umana, quindi, incapace di sostanziare un passaggio a una concezione ecocentrica del rapporto uomo-natura. Tendendo a moralizzare l’economia queste correnti di pensiero considerano la dicotomia antropocentrismo-ecocentrismo fondamentale per il dibattito sull’ordine economico, tuttavia, i loro approcci finiscono per restare nel campo dei valori ecologici, derivati da concezioni romanticizzate della natura, dello spiritualismo e dell’idealismo filosofico. Non sono di alcuna utilità per comprendere le relazioni all’interno del modo di produzione capitalista. In ogni caso, tali visioni non partono da un’analisi congruente con l’essenza della comprensione materialistica della storia e la necessaria interazione uomo-natura come proposta da Marx. Per Foster, tali dualità, ovvero: naturalismo e sociologismo, materialismo e idealismo, devono essere riconosciute come categorie “dialectically connected in their one-sidedness, and must be transcended together, since they represent the alienation of capitalist society.”4
Secondo l’autore, un’analisi ecologica deve essere sia materialistica che dialettica, e: “As opposed to a spiritualistic, vitalistic view of the natural world which tends to see it as conforming to some teleological purpose, a materialist sees evolution as an open-ended process of natural history, governed by contingency, but open to rational explanation. A materialist viewpoint that is also dialectical in nature (that is, a non-mechanistic materialism) sees this as a process of transmutation of forms in a context of interrelatedness that excludes all absolute distinctions. Life (organisms) and the physical world, as Rachel Carson was wont to emphasize, do not exist in “isolated compartments.” Rather there is an “extraordinary unity between organisms and the environment.” A dialectical approach forces us to recognize that organisms in general do not simply adapt to their environment; they also affect that environment in various ways, and by affecting it change it. The relationship is therefore a reciprocal one. For example, “the soil undergoes great and lasting evolutionary changes as a direct consequence of the activity of the plants growing in it, and these changes in turn feed back on the organism’s conditions of existence.” An ecological community and its environment must therefore be seen as a dialectical whole; one in which different levels of existence are ontologically significant—and in which there is no overall purpose guiding these communities.”5

Il capitalismo poteva svilupparsi solo a partire dalle trasformazioni della produzione agricola e, soprattutto, dalla nozione di proprietà capitalista che trova una prima forma nel XVII secolo. Lo sviluppo iniziale del capitalismo avvenne quando le città (centri urbani), così come la classe borghese, ottennero l’indipendenza dai cicli naturali dell’agricoltura e, poiché la tecnologia consentiva la produzione capitalistica, la creazione di livelli adeguati di plusvalore. Nelle città l’ordine capitalista si è storicamente naturalizzato come superamento della vita rurale.

Gli uomini trovarono il proprio sostentamento, lungo gran parte della storia dell’umanità, lavorando nei campi. I rapporti di produzione, nel corso della storia, sono sempre stati tra coloro che possiedono i mezzi di produzione e la terra e i lavoratori che ne traggono il proprio sostentamento. Tali divisioni sociali hanno avuto nel tempo configurazioni diverse, tuttavia, solo nella forma capitalistica, formazione economico-sociale che ci interessa, il modo dominante di appropriazione del surplus è basato sull’espropriazione dei produttori diretti il cui plusprodotto è appropriato con mezzi puramente economici. Questo accade perché nel capitalismo il rapporto del lavoratore con la terra ha tre caratteristiche importanti, e cioè: il produttore diretto (lavoratore) non ha terra di sua proprietà da lavorare; il loro rapporto con la produzione avviene attraverso la vendita della loro forza lavoro in cambio di un salario; chi determinerà le condizioni di tale rapporto sarà il mercato. Ogni merce, nella società capitalista, passa attraverso il filtro del mercato. La produzione di plusvalore, i salari dei lavoratori, così come sia il lavoro che il capitale dipendono ulteriormente dal mercato per le condizioni più elementari della propria riproduzione. Nel modo di produzione capitalista, il più elementare degli atti umani, il cibo, è soggetto alle leggi del mercato. In questo processo di mercificazione dell’agricoltura, che rappresenta il suo progressivo assorbimento da parte delle dinamiche capitaliste, è possibile osservare tre momenti distinti. Secondo Foster: “The first revolution was a gradual process taking place over several centuries, connected with the enclosures and the growing centrality of the market; technical changes included improvements in manuring, crop rotation, drainage, and livestock management. In contrast, the second agricultural revolution took place over a shorter period— 1830–1880—and was characterized by the growth of a fertilizer industry and the development of soil chemistry, associated in particular with the work of Justus von Liebig.The third agricultural revolution took place still later, in the twentieth century, and involved the replacement of animal traction with machine traction on the farm, followed by the concentration of animals in massive feedlots, coupled with the genetic alteration of plants (producing narrower monocultures) and the more intensive use of chemical inputs—such as fertilizers and pesticides.”6

Nel 1844, mentre stava ancora scrivendo il suo Schizzo d’una critica dell’economia politica, Marx ebbe accesso all’opera di Liebig, definendola una delle critiche più energiche alla teoria malthusiana. Il Capitale può essere inteso come il punto di integrazione tra una concezione materialistica della storia, sviluppata principalmente nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e nell’Ideologia tedesca, con una concezione materialista della natura, ottenuta dalla critica degli economisti classici, soprattutto attraverso l’analisi del lavoro di autori dediti allo studio dell’agricoltura. Nell’opera, Marx espone i frutti della sua elaborazione, partendo da un’analisi centrata sul concetto di Metabolismo (Stoffwechsel), delucidando aspetti fondamentali dell’alienazione che aveva sviluppato nei lavori precedenti. In questo contesto, due punti cruciali costituiscono le forme fondamentali di alienazione della produzione capitalistica, e cioè: in un primo aspetto, fondamentale-strutturante, che agisce a livello ontologico, che riguarda l’alienazione fondamentale dell’uomo stesso dalla natura, che costituirà una separazione che consente il salto di socialità e il superamento dell’animalità, essendo, quindi, una struttura che si articola attorno ad una mancanza essenziale che segna l’avvento del linguaggio e la separazione antagonistica tra città e campagna, che costituirà uno degli aspetti fondamentali della sua critica allo sviluppo capitalistico nella società borghese. Secondo Foster: “Moreover, Marx’s concept of metabolic rift in the relation between town and country, human beings and the earth, allowed him to penetrate to the roots of what historians have sometimes called the “second agricultural revolution,” occurring in the capitalism of his day, and the crisis in agriculture with which this was associated, thereby enabling him to develop a critique of environmental degradation that anticipated much of present-day ecological thought.”7

Il percorso di comprensione di questa seconda frattura metabolica deve iniziare con i Grundrisse, dove Marx traccia lo schema di un progetto di critica dell’economia politica borghese che lo porta ad un’analisi introduttiva del complesso problema delle condizioni di riproduzione sociale all’interno del modo di produzione capitalista. Per Marx, Malthus avrebbe sbagliato a generalizzare l’elemento sovrappopolazione per tutte le società, astraendo dalle differenze storiche nelle formazioni sociali e riducendole a una relazione meramente numerica che, secondo Marx, era “un astratto rapporto aritmetico che è campato in aria e non è fondato né su leggi naturali né su leggi storiche”8. In questo modo, Marx si colloca, anche se indirettamente, nella discussione sui limiti e le barriere naturali e storiche alla riproduzione capitalista. Per Malthus, le risorse naturali utilizzate per la sussistenza umana crescevano su scala aritmetica, mentre la popolazione cresceva su scala geometrica, seguendo questo flusso fino a incontrare limitazioni esterne che costituivano delle barriere naturali. D’altra parte, Marx si rese conto che, trascurando alcune questioni storiche e sociali fondamentali, Malthus finì per ridurre le barriere esterne a limiti immanenti o naturali. Malthus credeva che la crescita della popolazione avrebbe superato le condizioni naturali nel soddisfare i bisogni alimentari umani, sulla base di una relazione matematica. Tuttavia, la sua teoria nega ogni possibilità di interazione umana sulle condizioni naturali del suolo, ad esempio, supponendo che tali condizioni siano prodotte esclusivamente dalla natura.

D’altra parte, la natura a cui si riferisce Malthus è stata ereditata dai Fisiocrati che, sulla base dell’idea che il suolo e l’ambiente sarebbero stati un debito della natura verso l’uomo. Marx è stato a lungo accusato, a causa delle reiterate critiche a questa nozione malthusiana, di sostenere l’idea che la natura non ha un valore aggiunto, essendo un bene libero e illimitato, soggetto solo alle capacità umane di sfruttamento. Tuttavia, affermando la connessione tra le relazioni sociali, storicamente costituite nel modo di produzione capitalista, con la natura e l’uso del suolo, Marx svilupperà la nozione secondo cui i valori di scambio superano, all’interno della produzione di ricchezza, i valori d’uso, che rappresenta una contraddizione (ecologica) del capitalismo e che porta a pensare che il valore dato alla natura è più legato alla logica del mercato delle merci che alla sua capacità di soddisfare bisogni reali. Essendo il capitalismo un modo di produzione costruito sui valori di scambio, una questione largamente trascurata dagli autori dell’economia politica classica è che, poiché la natura è parte integrante delle forze produttive, insieme al lavoro, ed è quest’ultimo l’unico a contribuire alla generazione della ricchezza, mentre viene trascurato il ruolo dell’ordine naturale, il modo di produzione capitalista basa la sua produzione di valore su una contraddizione. D’altra parte, Marx chiarisce che il lavoro è la materia della natura mobilitata dalla volontà umana, essendo responsabile della costruzione del valore della natura, all’interno del processo produttivo. Tuttavia, il lavoro non può essere considerato l’unica fonte di ricchezza materiale, dato che nel Capitale Marx afferma che, citando William Petty, mentre il lavoro è padre della ricchezza, la terra è sua madre, criticando le posizioni idealistiche di autori come Ferdinand Lassalle per aver trascurato il ruolo della natura, attribuendo tutta la produzione alla forza creatrice soprannaturale del lavoro.

Nel 1777, James Anderson pubblica l’opera An enquiry into the nature of the corn laws, dove propone un’indagine sui processi di produzione agricola inglese, che poi sviluppa in A calm investigation of the circumstances that have led to the present scarcity of grain in Britain, del 1801, che culminerà in un’elaborata critica del lavoro di Malthus sull’agricoltura fondiaria capitalista e sul regime di locazione del suolo fertile in Inghilterra. Anderson confuta la teoria di Malthus e Ricardo, spiegando che l’affitto delle terre più fertili non dipende esclusivamente dalle condizioni innate del suolo, così come dal suo potenziale uso umano. Accadde che i suoli più fertili venissero dapprima assorbiti dalla produzione capitalistica, tanto che tali suoli stavano progressivamente perdendo il loro potenziale produttivo, a causa del loro uso non razionale. In modo che, secondo Anderson, “the existence of differential rent primarily to historical changes in soil fertility, rather than to conditions of “absolute fertility.”9 Così, con un’adeguata preparazione (concimazione con letame, irrigazione, ecc.) il terreno meno fertile potrebbe diventare più fertile degli altri, allo stesso modo che, senza le dovute cure, il terreno potrebbe perdere gradualmente la sua fertilità. Sicché, infatti, ciò che Malthus e Ricardo descrivono come fertilità del suolo è proprio il grado di produttività del suolo, cioè la sua utilità per il sistema produttivo, tratto che non è immanente al suolo ma un’attribuzione sociale. Pertanto, per Anderson, il calo della fertilità del suolo era dovuto all’impossibilità di adottare pratiche agricole sostenibili, dato che il detentore della proprietà terriera l’avrebbe utilizzata solo per il periodo della sua locazione, indipendentemente dal suo uso futuro da parte dei proprietari terrieri. Oltre a questo scorcio pionieristico, Anderson giunse anche alla conclusione che la perdita delle capacità fertilizzanti naturali del suolo fosse dovuta a una crescente divisione tra campagna e città e, attraverso queste argomentazioni, poté affermare che la scarsità di grani utilizzati per il nutrimento umano è dovuta al suo (cattivo) uso da parte dell’uomo, a partire dall’analisi del modo (socio-storico) in cui lo utilizza per il suo sostentamento e non per l’aumento geometrico della pressione dell’umanità su un approvvigionamento alimentare che cresce aritmeticamente.

Per Anderson, se la popolazione di un paese è destinata ad aumentare, e la sua gente è principalmente impiegata nella coltivazione della terra, la produttività seguirà il ritmo di quella popolazione, qualunque essa sia, e ci sarà abbondanza in ogni stagione. A quanto pare, Marx ebbe accesso all’opera di Anderson intorno al 1851, considerando che nel periodo dal 1850 al 1860 si dedicò alla scrittura delle Teorie sul plusvalore, dove cita l’autore riferendosi alla storicizzazione della fertilità del suolo. Secondo Marx la rendita differenziale dei proprietari terrieri è in parte il risultato della fertilità data artificialmente alla terra dall’agricoltore, per cui il suo grado di fertilità non dipende unicamente dalla natura. In breve, il calo della fertilità è da attribuire alla produttività aggiunta al suolo che non ha tenuto conto della sua capacità di far fronte al suo usufrutto, e, dall’altro, alla negligenza di alcuni produttori nel non investire per migliorare o mantenere la propria produttività (incapacità di riciclare lo sterco, ad esempio). In questo modo, Anderson è stato colui che ha collegato materialmente l’economia politica alla vera agronomia, aiutando Karl Marx “to historicize the problem of capitalist ground rent, while more fully comprehending the conditions of the soil.”10

It was the crisis of soil fertility in European and North American agriculture and the great advances in soil science in Marx’s own day which were, however, to allow Marx to transform this historical approach to the question of agricultural improvement into an ecological critique of capitalist agriculture (…) the availability of food could prove insufficient due to the distortions produced within society and in the cultivation of the soil—rather than due to the inherent inadequacies of agriculture.11

Il riconoscimento del debito nei confronti del lavoro di Anderson non è mai stato riconosciuto da Malthus nella sua opera, tuttavia, è chiaro che la “credenza” in una concezione della legge naturale, che condivideva con Ricardo, non gli impediva di riconoscere la possibilità di migliorare le condizioni di produzione attraverso la cura del suolo, però, senza dargli il dovuto risalto. A suo avviso, tali differenze nella produzione non hanno avuto effetti considerevoli rispetto all’aumento delle popolazioni. Marx intraprese tali letture mentre scriveva il Capitale nel 1860, rendendosi conto che esisteva una divisione storica tra le due concezioni dell’agricoltura, in gran parte dovuta all’espansione delle conoscenze sulla chimica del suolo, soprattutto a causa del lavoro di Liebig Organic chemistry in its application to agricultural and physiology, in cui valuta lo stato delle conoscenze agrarie prima del 1840. Nella sua concezione, prima del 1840, la produttività agricola era radicalmente dipendente dalle condizioni naturali del suolo e dei nutrienti delle piante e presenti nel terreno, considerando che non esistevano ancora conoscenze evolute sulla loro costituzione fisico-chimica. Questo spiegherebbe il fatto che molti autori, che hanno scritto le loro opere prima di questa data, consideravano la natura come un “potere illimitato” e “indistruttibile”. Nei secoli XVII e XVIII, in Inghilterra, scoppiò la “rivoluzione agraria”, compatibile con le esigenze dello sviluppo del capitalismo industriale. Già nel XIX secolo, al tempo di Marx, l’Europa e il Nord America stavano attraversando una crisi ecologica derivante dalla saturazione del suolo, dal crescente inquinamento delle città e dalla deforestazione, che giustificava un’iniziale preoccupazione scientifica per la distruzione dell’ambiente.

L’opera di Liebig Organic chemistry in its application to agriculture and physiology del 1840 rappresentava una risposta separata a questo problema. Lo sguardo di Liebig ha causato un po’ di panico tra gli agricoltori dell’epoca, avvertendoli dei pericoli dell’esaurimento del suolo e della carenza di fertilizzanti. La capacità di risolvere questo problema era limitata dalla divisione sociale del lavoro dell’epoca, nonché dal crescente antagonismo tra campagna e città. Tutti erano convinti dell’insostenibilità dell’agricoltura capitalista, tuttavia fu Marx a ravvivare tali critiche, lasciandole sparse per tutta la sua opera. Nel 1853 Henry Carey, famoso economista americano, iniziò a scambiarsi lettere con Marx ed a condividere considerazioni sulla critica dell’economia politica inglese, in particolare su questioni eminentemente agrarie. Parte delle sue considerazioni sull’uso estremo della terra nel paese, e le conseguenze di ciò, furono pubblicate in The slave trade domestic and foreign, la sua opera principale, e inviate a Marx, sottolineando il fatto che “long-distance trade arising from the separation of town and country (and agricultural producer and consumer) was a major factor in the net loss of soil nutrients and the growing crisis in agriculture”.12

Liebig sarà fortemente influenzato da questo lavoro e intraprenderà uno studio empirico per valutare le forme di esproprio delle terre, avvenute in Inghilterra e negli USA, nel corso del XIX secolo, e la conseguente diagnosi di spoliazione agricola come principale elemento di impoverimento del suolo, che dovrebbe essere sostituito da una forma basata sulla restituzione del suolo, delle sue condizioni di fertilità, che sarebbe di ostacolo agli interessi economici di questi paesi. In Agricultural Chemistry, afferma che la crescita delle città è stata concomitante con un sistematico impoverimento delle condizioni di produzione agricola. Non è indifferente ricordare che tale impoverimento è stato accompagnato da una progressiva erosione del tessuto sociale rurale, ormai zona eterna di conflitti, movimenti di emigrazione, epidemie e, contraddittoriamente, fame. Maggiore è la distanza tra la campagna e la città, maggiori sono le condizioni di crescita urbana, parallelamente a una progressiva svalutazione della campagna, logica presto rivelata da Marx. Un elemento importante nel processo metabolico tra uomo e natura, trascurato all’interno del modo di produzione capitalistico, è il riciclo organico degli scarti di produzione e il loro ritorno alla natura, chiudendo il ciclo di sfruttamento della natura per il mantenimento dell’uomo in vita. Mantenere la produttività del suolo, così come della natura in generale, è un impegno spesso trascurato verso le generazioni future. Tuttavia, ciò che si frappone nella realizzazione di questo importante atto è la frattura metabolica esistente nel rapporto tra uomo e natura, generato dal capitalismo come condizione storica della sua esistenza.

L’interesse di Marx per l’opera di Liebig, espressa in vari punti nel primo volume del Capitale ma in particolare nel terzo volume, espone esplicitamente la letteratura che costituisce la base della sua analisi delle condizioni agricole dello sviluppo industriale in Inghilterra. Rappresenta l’inizio di una critica sistematica allo sfruttamento capitalistico, nel senso del progressivo prelievo di nutrienti dal suolo, nonché del degrado della base naturale dei mezzi di produzione in genere, determinato dalla grande espansione dell’industria capitalistica e dell’agricoltura, la cui crescita, secondo la conclusione di Marx, è inversamente proporzionale all’impoverimento del suolo e degli operai. Il concetto di metabolismo (Stoffwechsel), costituisce la nozione centrale coinvolta da Marx per spiegare il processo di scambio materiale tra uomo e natura che si tradurrà nella produzione di valori d’uso necessari all’esistenza.

Nei suoi Manoscritti del 1861-1863, Marx afferma che il lavoro reale è l’attività attraverso la quale si svolge il metabolismo tra uomo e natura, sviluppando le categorie e le conclusioni raggiunte nei Grundrisse e anticipando le definizioni centrali della discussione svolta nel Capitale. Già nel 1880, nelle Glosse a Wagner, l’autore con cui Marx condivideva la formulazione dell’idea di metabolismo in ambito economico, sottolinea l’importanza del concetto nella sua formulazione critica dell’Economia Politica classica. Da questo concetto Marx pone le basi per comprendere il carattere universale del processo (necessario) di interazione con la natura da cui l’uomo produce la propria esistenza, in tutti i tempi storici e, in particolare, l’espressione alienata che assume la sua forma capitalista. Stoffwechsel costituisce “un sistema del ricambio sociale generale, dei rapporti universali, dei bisogni universali e delle capacità universali”13, utilizzato dall’uomo per produrre la sua esistenza e, portato a un sistema di produzione generalizzata di merci, dal modo di produzione capitalista. Per Foster: “Marx therefore employed the concept both to refer to the actual metabolic interaction between nature and society through human labor (the usual context in which the term was used in his works), and in a wider sense (particularly in the Grundrisse) to describe the complex, dynamic, interdependent set of needs and relations brought into being and constantly reproduced in alienated form under capitalism, and the question of human freedom it raised—all of which could be seen as being connected to the way in which the human metabolism with nature was expressed through the concrete organization of human labor. The concept of metabolism thus took on both a specific ecological meaning and a wider social meaning.”14

La scelta del termine metabolismo (Stoffwechsel) all’interno delle relazioni economiche capitaliste non ha origine con Marx ma nel libro Agricultural chemistry di Liebig, pubblicato nel 1840. Il suo uso è stato ripreso dalla cerchia dei fisiologi tedeschi negli anni ’30 e ’40 dell’Ottocento, facendo riferimento a scambi materiali derivati dal processo di respirazione, e quindi, data un’applicazione più ampia, serviva per rappresentare tutti gli scambi materiali che avvengono in natura, sia a livello cellulare che biochimico. Il concetto sarà considerato, dagli anni ’40 in poi, come una categoria teorica fondamentale per comprendere l’interazione degli organismi con il loro ambiente. La sua idea originale si riferisce alla nozione che ogni essere vivente interagisce con il suo ambiente, utilizzando i materiali e l’energia disponibili nella natura che lo circonda (il suo ambiente), rimuovendo gli elementi necessari e, convertendoli, attraverso varie reazioni metaboliche, nella materia di base dell’esistenza materiale. Liebig si riferiva al termine per spiegare il processo metabolico necessario da osservare per evitare il degrado del suolo. L’uso di questo concetto rappresenta un momento storico in cui elementi concettuali presi dalla fisica e dalla chimica sono stati trasposti nel campo delle scienze umane, formando un materialismo scientifico con una forte allusione all’energetica (conservazione e scambio di energia da parte degli esseri), rifiutando di aderire al meccanicismo e al determinismo comuni alle scienze naturali dell’epoca.

Tuttavia, fu Robert Mayer, nel 1845, con la pubblicazione di The Motions of Organisms and their Relation to Metabolism, che per primo avvicinò la legge di conservazione dell’energia agli eventi generali dell’economia. “Hence, the whole notion of metabolism came to be linked in this way with the more general shift toward energetics in science, and was thus essential for the development of “quantitative ecology”15, avendo influenzato l’uso del termine da parte di Marx negli anni ’60 dell’Ottocento per spiegare il rapporto tra uomo e natura attraverso il lavoro. In ogni caso, “the widespread use of the concept of metabolism during these decades—a usage that cannot be attributed to any one thinker”16, anche considerando l’importanza del suo uso da Liebig in poi. Nell’Anti-Dühring Engels, ad esempio, afferma che “il ricambio materiale organico sia il fenomeno più generale e più caratteristico della vita, è cosa che da trent’anni a questa parte è stata detta infinite volte dalla chimica fisiologica e dalla fisiologia chimica.”17 Nella Dialettica della natura Engels ha evidenziato il contributo di Liebig, Helmholtz e Tyndall al salto di conoscenza scientifica nel dominio dell’energia negli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento. L’uso del concetto da parte di Marx arrivò a colmare una lacuna teorica da lui considerata fondamentale per comprendere la radice filosofica dell’interdipendenza tra uomo e natura, accostata fin dall’inizio dei suoi studi. Dire che “l’uomo vive della natura”, è come dire che la natura trae dalla natura gli elementi per la sua esistenza, considerando che l’uomo è parte della natura, con la quale ha bisogno di instaurare un dialogo permanente se non vuole morire. Questo complesso rapporto di dipendenza colloca l’uomo all’interno di un più ampio sistema di produzione della vita naturale in generale, non solo suo, che dipende dal mantenimento della sua armonia di esistere. Questo scambio complesso, mediato dal lavoro, subordina l’uomo in un sistema di scambi materiali, sottomettendolo a un insieme di “norme naturali” imposte dalla natura, nonché a un insieme di “norme sociali” che ne delimitano l’azione. La specificità dell’indagine marxiana è stata quella di verificare il carattere dell’alienazione dell’uomo dalla natura avvenuta all’interno di questo processo.

Analizzando la genesi del capitalismo, dall’osservazione delle condizioni storiche, nonché l’evoluzione dell’agricoltura moderna, Marx ha potuto verificare il potenziale distruttivo dell’economia capitalista nei confronti dell’ambiente naturale. In tutti i passaggi che ci siamo proposti di analizzare, è possibile percepire la diagnosi fatta sull’industria capitalista, sulla sua responsabilità nell’impoverimento del suolo e del lavoratore. Nel Capitale Marx fa riferimento a una terminologia specifica per rappresentare una “rottura”, un “fallimento irreparabile”, all’interno dell’interazione metabolica uomo-natura, che avrà importanti conseguenze per lo sviluppo della sua opera. Nel Capitale (“Genesi della rendita fondiaria capitalistica”), Marx afferma che: “la grande proprietà fondiaria riduce la popolazione agricola a un minimo continuamente decrescente, contrapponendole una popolazione industriale stipata in grandi città e continuamente crescente; genera perciò condizioni che provocano un’insanabile frattura nel tessuto del metabolismo sociale prescritto dalle leggi naturali della vita, in seguito alla quale le risorse della terra vengono dissipate, e il commercio estende questo sperpero ben oltre i confini del rispettivo paese. (Liebig). Se la piccola proprietà fondiaria crea una classe di barbari che per metà vive ai margini della società e che unisce tutta la rozzezza di forme sociali primitive a tutte le sofferenze e le miserie di paesi civili, la grande proprietà fondiaria mina alle radici la forza del lavoro nell’ultima regione in cui la sua energia naturale originaria cerca rifugio, e nella quale essa si accumula come fondo di riserva per il rinnovo della forza vitale delle nazioni: nelle campagne. Grande industria e grande agricoltura gestita industrialmente operano di concerto. Se, in origine, esse si separano perché la prima devasta e rovina maggiormente la forza lavoro e quindi la forza naturale dell’uomo e la seconda più direttamente la forza naturale della terra, nel corso ulteriore dello sviluppo esse si dànno la mano, in quanto il sistema industriale applicato ai campi sfibra gli stessi lavoratori e, da parte loro, industria e commercio forniscono all’agricoltura i mezzi per esaurire il suolo.”18

La frattura metabolica appare nell’opera marxiana come una delle contraddizioni del capitalismo, causata dalla crescita simultanea della grande industria e dell’agricoltura, sotto le richieste del capitale. La separazione tra campagna e città, così come il progressivo aumento della distanza tra agricoltura e industria capitalista, vengono additati come fatti generatori di un’alienazione nel rapporto tra uomo e natura. Tale alienazione genererebbe una “rottura”, una “frattura” nel rapporto uomo-natura, da cui risulterà una mancanza essenziale, una “perdita” nell’asse dell’interazione metabolica. Nei Grundrisse Marx afferma che:

Non è l’unità degli uomini viventi e attivi con le condizioni naturali inorganiche del loro ricambio con la natura, e di conseguenza la loro appropriazione della natura, bensì la separazione di queste condizioni inorganiche dell’esistenza umana da questa esistenza attiva, una separazione che è posta compiutamente solo nel rapporto tra lavoro salariato e capitale, che ha bisogno di una spiegazione o che è il risultato di un processo storico”.19

Tale “frattura” costituisce, secondo Marx, l’essenza stessa del carattere predatorio che il capitalismo avrà nei confronti dell’ambiente, la vera radice di tutti i problemi ambientali, in termini strutturali. Ciò implica dire che il capitalismo è un sistema di “rapina” poiché sottrae all’operaio il suo oggetto e la sua forza-lavoro, per produrre il plusvalore, riducendolo a “cosa”, d’altra parte, toglie alla natura tutto gli elementi necessari per la realizzazione dei suoi interessi, senza il corretto “restauro” di quanto le è stato sottratto. Il modo di produzione capitalista non ha una logica basata sul mantenimento dell’ordine e sull’esistenza di relazioni al suo interno, anzi, essendo fondato su una struttura alienata, ne prevede la progressiva corrosione. Il lavoro, come elemento di “mediazione”, attraverso il quale si attua il “controllo” e la “regolazione” dell’interazione metabolica, dove l’uomo si adatta ai bisogni e ai limiti naturali, per adattare la natura ai suoi interessi, perde immediatamente ogni traccia di sostenibilità sul lungo periodo. Il graduale aumento di questa separazione genera una presunta autonomia da parte dell’industria riguardo alla finitezza dei beni naturali che vengono utilizzati nella produzione, così che il suo sviluppo “non trova più in sé, naturalmente, le condizioni della sua propria produzione, la quale esiste invece come industria autonoma al di fuori di essa”20, diventando così ecologicamente insostenibile. Il pericolo risiede nel carattere alienato della relazione, che sta alla base di ogni inadeguato sfruttamento delle risorse naturali, a partire dal non riconoscimento dell’uomo come essere che costituisce l’intelaiatura naturale dell’ambiente in cui vive (alienazione fondamentale) fino al riconoscimento che la materia da cui estrae gli elementi della sua vita è finita. La naturalizzazione dello stile di vita capitalistico implica necessariamente una denaturalizzazione dell’uomo.

Per Foster: “Marx employed the concept of a “rift” in the metabolic relation between human beings and the earth to capture the material estrangement of human beings within capitalist society from the natural conditions which formed the basis for their existence. (…) To insist that large-scale capitalist society created such a metabolic rift between human beings and the soil was to argue that the nature-imposed conditions of sustainability had been violated.”21

Analizzando lo schema teorico in cui Marx fa uso del termine “frattura metabolica”, possiamo vedere che egli individua nella separazione tra città e campagna la base dell’alienazione in cui risiede tutta l’insostenibilità dell’industria capitalista.

Al crescente inquinamento dei centri urbani ed a tutta l’irrazionalità nell’uso delle risorse naturali si aggiungeva l’impossibilità di restituire al suolo i nutrienti che erano stati rimossi sotto forma di alimenti e fibre. Si può quindi concludere che l’essenza della sostenibilità sta nel riunire e ristabilire il collegamento tra produzione industriale e agricola, restituendo alla natura gli scarti di produzione e consumo, trattati e trasformati, come parte di un ciclo metabolico completo. Il “fallimento” derivante dalla separazione tra campagna e città, nonché la critica all’industria capitalista, hanno portato Marx a formulare, indirettamente, un’idea di sostenibilità ecologica, nonché quella di una solidarietà interoperativa a sfondo ecologico, molto vicina a quella che verrà formulata in seguito dagli ambientalisti contemporanei. L’agricoltura capitalista va contro l’agricoltura razionale, nei modelli analizzati da Marx, influenzato dai teorici della seconda rivoluzione agricola, e, in vari momenti della sua opera, indica la distruzione delle foreste, l’esaurimento delle riserve di carbone e il danno ambientale a seguito della sua espansione. Marx afferma nel capitolo 46 del Capitale che:

Bisogna distinguere il caso in cui la rendita scaturisce da un prezzo di monopolio perché esiste un prezzo di monopolio dei prodotti o dello stesso suolo da essa indipendente, e quello in cui i prodotti si vendono a un prezzo di monopolio perché esiste rendita. Se parliamo di prezzo di monopolio, intendiamo in generale un prezzo unicamente determinato dal desiderio di acquisto e dalla solvibilità dei compratori, indipendentemente sia dal prezzo generale di produzione, sia dal prezzo determinato dal valore dei prodotti. Un vigneto che produce un vino di qualità affatto eccezionale, un vino che può in generale essere prodotto solo in quantità relativamente modesta, arreca un prezzo di monopolio. Grazie a questo prezzo di monopolio, la cui eccedenza sul valore del prodotto è unicamente determinata dalla ricchezza e dalla predilezione degli esimi bevitori, il viticultore realizzerebbe un sovraprofitto considerevole. Questo sovraprofitto, che scaturisce da un prezzo di monopolio, si converte in rendita e finisce sotto questa forma nelle mani del proprietario fondiario in virtù del suo titolo su quella porzione del globo dotata di qualità particolari. Dunque, in questo caso, è il prezzo di monopolio a creare la rendita. Sarebbe invece la rendita a creare il prezzo di monopolio, se del grano fosse venduto non solo al disopra del suo prezzo di produzione, ma al disopra del suo valore, a causa della barriera che la proprietà fondiaria oppone all’investimento di capitale, senza pagamento di rendita, in un terreno incolto. Il fatto, che solo in virtù del titolo di un certo numero di persone alla proprietà del globo terrestre queste possano appropriarsi come tributo una parte del pluslavoro eseguito dalla società, e appropriarselo in misura sempre crescente via via che la produzione si sviluppa, è mascherato dalla circostanza che la rendita capitalizzata, quindi questo stesso tributo capitalizzato, appare come prezzo del suolo, e questo può, di conseguenza, essere venduto come ogni altro articolo di commercio. Ne segue che al compratore il suo diritto alla rendita appare non come ottenuto gratis – e senza il lavoro, il rischio e lo spirito d’intrapresa del capitale -, ma come pagato al suo equivalente. Come si è già osservato prima, la rendita gli appare soltanto come interesse del capitale con cui ha acquistato il terreno e, insieme ad esso, il titolo di diritto alla rendita. Esattamente allo stesso modo, al proprietario di schiavi che ha comprato un negro la sua proprietà su quest’ultimo appare acquisita non grazie all’istituto della schiavitù in quanto tale, ma grazie ad una compravendita di merce. Senonché la vendita non crea il titolo stesso, ma si limita a trasferirlo. Per poter essere venduto il titolo deve già essere presente, e una serie di tali vendite, la loro continua ripetizione, non può crearlo più che non lo possa una sola. Ciò che lo ha creato, in effetti, sono i rapporti di produzione. Non appena questi sono arrivati a un punto in cui è necessario che cambino pelle, ecco che la fonte materiale di quel titolo e di ogni transazione basata su di esso, la fonte economicamente e storicamente giustificata, derivante dal processo di creazione sociale della vita, viene a cadere. Dal punto di vista di una superiore formazione socio-economica, la proprietà privata di singoli individui sul globo terrestre apparirà non meno assurda della proprietà privata di un uomo su un altro. Neppure un’intera società, una nazione, anzi tutte le società di una stessa epoca prese assieme, neppure esse sono proprietarie della terra. Ne hanno soltanto il possesso, l’usufrutto, e hanno il dovere, da boni patres familias, di trasmetterla migliorata alle generazioni successive.”22

L’insostenibilità, risiede in due fatti fondamentali: l’incapacità di condurre uno sfruttamento naturale che consenta il godimento futuro da parte di altre generazioni di uomini delle risorse naturali e la fede nell’infinità delle risorse naturali. Entrambi i fatti derivano direttamente dalla concezione immediata della soddisfazione dei bisogni umani come intrapresa dal modo di produzione capitalista. La sostenibilità è, essenzialmente, un legame storico esistente tra le generazioni umane che sono prigioniere della stessa fatticità e che, costrette al prevalere della solidarietà, su tutti gli altri valori derivati ​​dalla logica del capitale, si uniscono nella conquista della sopravvivenza. L’attuazione di questo modello di razionalità dipende dall’emancipazione umana dalla condizione alienata in cui si costituisce il suo rapporto con la natura, il che implica necessariamente un cambiamento della forma dei rapporti di produzione. A tal fine, Marx sviluppò l’idea di un sistema agricolo basato su una associazione dei produttori associati, uniti attraverso il lavoro cooperativo, che rappresenterebbe un superamento della condizione di sfruttamento capitalista, iniziando a svilupparsi all’interno della realtà agricola. Marx ha ripetutamente insistito sul fatto che le contraddizioni del capitalismo genererebbero un “problema cronico” nella produzione agricola, così che con l’espansione del modello di agricoltura e industria sulla condizione alienata tra campagna e città, di conseguenza genera l’insostenibilità ecologica di tutta la produzione capitalistica che avanza senza il dovuto controllo razionale.

Il passaggio a una società post-capitalista di produttori associati sarebbe responsabile di una nuova forma di metabolismo umano con la natura, aprendo lo spazio allo sviluppo della creatività in tutte le fasi della produzione e del consumo, nonché il suo fondamento sul predominio dei valori d’uso, fondati sul superamento del divario tra campagna e città, agricoltura e industria, un’alienazione che genera la “frattura metabolica”. In ogni caso, il passaggio al socialismo o al comunismo non sarebbe, di per sé, un superamento di tutti i problemi della produzione umana, al contrario, la necessità di curare il controllo razionale della produzione sarebbe una costante umana a prescindere dal modo di produzione.

Per Foster: “Further, there is simply no indication at any point in Marx’s vast intellectual corpus that he believed that a sustainable relation to the earth would come about automatically with the transition to socialism. Rather he stressed the need for planning in this area, beginning with measures aimed at the elimination of the antagonistic division of labor between town and country. This included the more even dispersal of population, the integration of industry and agriculture, and the restoration and improvement of the soil through the recycling of soil nutrients. All of this obviously required a revolutionary transformation in the human relation to the earth.”23

Marx nota che: “ogni produzione è appropriazione della natura da parte dell’individuo all’interno e a mezzo di una determinata forma sociale”.24

Il capitalismo si distingue dagli altri modi di produzione, tra l’altro, per il suo modo di concepire la natura come parte della sfera della proprietà privata. Nella proprietà capitalista essa dissolve tutti i tradizionali legami che possono esistere tra l’uomo e la terra, separando il lavoratore e le condizioni oggettive della sua realizzazione, compreso lo scioglimento forzato da parte del processo storico di espropriazione, generando due conseguenze fondamentali:

1. La dissoluzione del rapporto uomo-terra. Si crea un rapporto alienato dove l’uomo si vede distinto e autonomo di fronte al flusso naturale.

2. Scioglimento dei rapporti in cui lavora il proprietario della terra e in cui il lavoratore è proprietario.

L’espropriazione costituisce un mezzo per trasformare i mezzi di produzione in capitale e la popolazione in salariati e si presenta come una delle tappe fondamentali nella costruzione storica della struttura alienata del rapporto uomo-natura e nel dare origine, in linea di principio, all’accumulazione originaria, la genesi del modo di produzione capitalista. Il lavoro alienato e la proprietà privata saranno i risultati ottenuti dall’espropriazione.

In un primo momento, in Inghilterra, l’espropriazione venne condotta da John Locke e Oliver Crowell, attraverso l’espansione della recinzione dei commons, privando una grande massa della popolazione delle loro proprietà, costringendoli a lavorare come salariati. Questo fatto è stato osservato non solo da Marx, ma anche da altri autori come Thomas Morte e Francis Bacon. Con la Riforma protestante, i beni della Chiesa furono espropriati e distribuiti tra coloro che avrebbero formato la prima classe borghese. La progressiva sostituzione delle terre occupate dalle comunità tradizionali con grandi latifondi, generalmente occupati da poche famiglie, dediti all’allevamento del bestiame, ebbe il potere di incorporare la terra al capitale, e d’altra parte, di creare un esercito di lavoratori in eccedenza necessario per lo sviluppo delle industrie. Secondo Marx, i proprietari terrieri formavano, in principio, la prima classe originata dall’espropriazione del contadino, dando origine al modello dell’agricoltura capitalistica e, successivamente, al capitalismo industriale. Nella sua opera classica, Second Treatise of Government, John Locke dedica un intero capitolo alla difesa dell’argomento secondo cui la proprietà privata è un diritto naturale dell’uomo, la cui esistenza deriva dalla trasformazione della natura ad opera del lavoro umano. A suo avviso, nessuno può pretendere, in linea di principio, di essere detentore del possesso o della proprietà di qualsiasi cosa in natura, considerando che Dio ha dato tutto a tutti, non stabilendo un uso privato di nulla in natura per nessun uomo in particolare. Il lavoro sarebbe, nella sua concezione, l’unica proprietà di cui l’uomo nasce proprietario. Applicando la sua forza lavoro alla natura, vi aggiunge qualcosa che prima non c’era, escludendo così il diritto degli altri a quella cosa. Pertanto, lavoro e proprietà privata sarebbero naturalmente correlati, per il fondatore del liberalismo politico. Nella sua argomentazione, inizialmente, afferma che il lavoro è la misura della proprietà, nonché il suo usufrutto, considerando che Dio non ha dato all’uomo nulla da sprecare.

Possiamo dire che la sua opera rappresenta una sintesi del pensiero di diversi autori che lo hanno preceduto in un momento storico di espansione dell’espropriazione in Inghilterra a causa delle riforme politiche di Crowell. Rappresenta, a nostro avviso, un grande esempio di come la terra inglese sia stata trasformata in capitale, e di come il modello di proprietà prodotto in questo periodo trasposerà la sfera materiale, e formerà la base di tutta la legislazione, nonché dei diritti fondamentali alla vita, libertà e proprietà, che saranno tutte trattate da Locke come “proprietà dell’uomo”, essendo il telos dello Stato la protezione di queste proprietà. Pertanto, si formerebbe la base istituzionale (politica e giuridica) per l’espansione del modo di produzione capitalistico, incentrato sulla protezione della proprietà privata. La distruzione dei commons e dei legami comunitari tradizionali, la tratta degli schiavi, lo sterminio delle popolazioni indigene, tra molti altri eventi, sono descritti da Marx come seminali per l’espansione della proprietà privata capitalista. Sulla base dell’espropriazione si determina la condizione per sostenere la legge fondamentale del capitalismo e cioè l’accumulazione illimitata, basata sullo sfruttamento dei lavoratori e sulla separazione tra uomo e natura, attraverso il rapporto alienato della proprietà privata. Nel capitolo sull’accumulazione originaria, Marx afferma che: “La scoperta delle terre dell’oro e dell’argento in America, lo sterminio, la riduzione in schiavitù e il seppellimento nelle miniere della popolazione indigena, l’incipiente conquista e saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in riserva di caccia commerciale alle pelli nere, contrassegnano gli albori dell’èra di produzione capitalistica. Questi processi idilliaci sono momenti essenziali dell’accumulazione originaria.”25

Il capitalismo si costituirà, quindi, in un sistema di separazioni e contraddizioni, campagna e città, proprietario e lavoratore, uomo e natura, e queste costituiscono la malta della sua struttura di alienazione. Secondo Foster: “For Marx, all of this was inseparable from, and indeed is a logical outgrowth of, what he called the “differentia specifica” of the system of capitalist private property—the fact that it was built on systematic alienation from all forms of naturally based need. Hence, under the artificial regime of capital it is the search for exchange value (that is, profit), rather than the servicing of genuine, universal, natural needs, which constitutes the object, the motive, for production. (…) In all of this, however, Marx continually insists that the alienation from the earth is sine qua non of the capitalist system.”26

Il rapporto dell’uomo con la terra è mediato dalle relazioni sociali che si costituiscono su un determinato modo di produzione. Nel sistema capitalistico tale rapporto è alienato, sotto diversi aspetti, per cui il ripristino del rapporto metabolico tra uomo e natura può essere effettuato solo superando questa condizione. L’integrazione tra campagna e città, agricoltura e industria, che costituiscono i punti fondamentali dell’alienazione capitalista, sarà la base per il superamento dell’alienazione dell’uomo dalla natura. Engels nel suo Anti-Dühring lo afferma: “la soppressione dell’antagonismo di città e campagna non solo è possibile, ma è divenuta una diretta necessità della stessa produzione industriale, così come è diventata del pari una necessità della produzione agricola ed inoltre dell’igiene pubblica. Solo con la fusione di città e campagna può essere eliminato l’attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo, solo con questa fusione le masse che oggi agonizzano nelle città saranno messe in una condizione in cui i loro rifiuti saranno adoperati per produrre le piante e non le malattie.”

Nello stesso senso, Foster sostiene che l’alienazione degli esseri umani dalla terra è una precondizione per l’alienazione dell’uomo da parte del regime dell’accumulazione capitalista, così che “the revolution against capitalism required therefore not only the overturning of its specific relations of exploitation of labor, but also the transcendence—through the rational regulation of the metabolic relation between human beings and nature by means of modern science and industry—of the alienation from the earth: the ultimate foundation/precondition for capitalism.”

1Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.2
2Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.7-8
3Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.8
4Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.11
5Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.15-16
6Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.148-149
7Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.141-142
8Grundrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, pag. 603
9Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.145
10Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.146
11Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.146-147
12Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.153
13Grundrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, pag. 89
14Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.158
15Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.160
16Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.161
17La scienza sovvertita del signor Eugen Dühring, pag.44
18Il Capitale, terzo volume, pag.1003
19Grundrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, pag. 468
20Grundrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, pag. 513
21Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.163
22Il Capitale, terzo volume, pag.956-958
23Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.169-170
24Grundrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, pag. 10
25Il Capitale, primo volume, pag.938
26Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.174
27La scienza sovvertita del signor Eugen Dühring, pag.189
28Marx’s Ecology: Materialism and Nature, pag.176-177

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