Dagli Zapatisti, un esempio di socialismo.

La globalizzazione liberista va a distruggere le singole culture locali, elimina le identità dei popoli e le diversità tra questi rendendoli tutti uguali, tutti uguali nel consumare e addirittura nel pensare. Ma non tutti cedono passivamente. C’è chi lotta, chi lotta per una vita dignitosa senza sfruttamento, ma anche per la propria cultura, non perché questa cultura non debba mai mutare o non debba mai e poi mai interagire con culture diverse di popoli diversi di terre diverse (come vorrebbe invece qualche conservatore sciovinista). Semplicemente per l’esistenza serena di queste culture.
Certi popoli, in passato, sono stati massacrati a tal punto che non esistono più, altri che sono sul punto di sparire o rinchiusi in ridicole riserve, date loro dai loro carnefici. Nelle Americhe le popolazioni native sono state annientate nel corso dei secoli da 500 anni a questa parte, tra massacri, malattie, schiavismo, violenze d’ogni sorta, deportazioni, mescolanza ecc. La maggior parte di questi popoli oggi non esistono più da tempo. In America Centrale, in Messico, sono sopravvissuti solo per lavorare come schiavi nei terreni dei grandi latifondisti e per essere intanto dimenticati da tutti.
In Chiapas (pronuncia spagnola: [ˈtʃjapas]), la regione più a sud-ovest del Messico, i discendenti dei Maya non hanno nemmeno avuto, per 500 anni, un nome per poter parlare di loro, per riferirsi a loro, erano come inesistenti per la società civile ma contemporaneamente e silenziosamente più che presenti in ogni chicco di caffè, cioccolato, mais o in qualsiasi prodotto uscito da quei latifondi in cui loro si spaccano la schiena gratis. Il Messico divenne negli anni un paese complesso e moderno, occidentalizzato dai suoi conquistatori e portato per mano da quest’ultimi verso il loro stesso destino, percorrendo quella storia che portò l’Europa e le sue colonie dal feudalesimo dell’Ancien Régime al capitalismo industriale.

Un uomo, che secondo il governo Messicano è ufficialmente nato nel 1957 e fa di nome Rafael Sebastián Guillén Vicente, laureato in filosofia all’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), che si separò dal movimento maoista di Città del Messico per le sue idee più libertarie ed anarchiche, entrò nel 1978 in contatto con i rimasugli del popolo indigeno Maya del Chiapas. Lui ed un suo amico dissero ai genitori, amici e parenti di andare in Italia a fare cinema, e partirono con altri quattro per le terre del Chiapas. Là, nella Selva Lacandona, trovarono un popolo martoriato e dimenticato, complesso, con una propria lingua differente dallo spagnolo, parole che non trovavano traduzione adatta nello spagnolo, una propria filosofia che parlava di universo, totalità, natura e libertà. Uno stile di vita indigeno quanto sofisticato, una forte tradizione costantemente calpestata, un popolo abituato alle violenze e con una lunga storia di resistenza vecchia di mezzo millennio.

Insieme cominciarono ad organizzare la rinascita di codesta resistenza, più in posizione d’attacco che di difesa. Rafael, che veniva da un ambiente appartenente all’ala più classica e dottrinale, se così si può dire, della sinistra socialista e marxista-leninista, quella che aveva accettato in toto la teoria della liberazione leninista e la visione leninista della struttura del partito come avanguardia esterna alle masse, che le guida alla rivoluzione e che prende il potere per poi agire in direzione del “bene del popolo”. Un’avanguardia priva della mediazione degli intellettuali ma anzi formata da quelli che lo stesso Lenin chiamava “rivoluzionari di professione” passati per il duro regime di fabbrica. Una visione dell’avanguardia rivoluzionaria, questa, più vicina a quella di Louis-Auguste Blanqui (il teorico degli “arditi del popolo”) che a quella di Karl Marx.
In virtù di questa concezione del partito di stampo dogmatico e volontarista, Rafael cercava di costruire nel Chiapas un avanguardia indigena dicendo al popolo che l’aveva accolto: “todo para nosotros” cioè “tutto (il potere) a noi (avanguardia)”. Quasi ironicamente gli indigeni non capirono e parafrasarono la frase capovolgendo il concetto: “tutto per tutti, niente per noi”, ovvero tutto il potere alla collettività e niente potere all’avanguardia che doveva invece essere la voce del potere del popolo. Fu allora che Rafael capì che doveva imparare molto da loro, che era lui a doverli capire e non il contrario, e passò quattordici anni nella Selva Lacandona nel Chiapas insieme agli indios discendenti dei Maya, imparando la loro lingua, le loro tradizioni, le loro idee, i loro bisogni, le loro sofferenze e costruendo insieme a loro una rinascita della resistenza indigena che partisse proprio dalla loro cultura e dal loro modo di essere.
Nel frattempo prese anche il nome col quale divenne famoso in tutto il mondo, il nome di un compagno ucciso, come usavano fare loro per darsi nomi di battaglia, il suo fu Marcos.

Il 17 novembre 1983 nacque dagli indios e dai contadini del Chiapas l’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), l’EZLN. Nato anche dalla fusione di vari altri gruppi e comunità (sia armate che pacifiche) indigene di vocazione anticapitalista. Strutturato proprio secondo il motto che prima citavo “tutto per tutti, niente per noi”, ossia dove la massima carica è il popolo, il popolo indio e lavoratore delle campagne del Chiapas, che si autogoverna tramite un sistema di democrazia diretta e partecipata, dove tutti sono uguali, e che non utilizza il metodo della decisione a maggioranza per decidere. Democrazia popolare che poi mette in pratica le proprie decisioni e conclusioni tramite un esecutivo, eletto democraticamente da tutti e removibile in qualsiasi momento dalla carica, i comandanti. Questi non hanno alcun potere disgiunto dalle decisioni popolari, non sono altro che rappresentanti eletti (uguali agli altri membri della comunità) che devono assicurare l’esecuzione delle decisioni prese dalla democrazia diretta del popolo. Dopodiché c’è il SubComandante, il capo della milizia, dell’esercito, che è superiore ai comandanti in quanto tale, ma ha il prefisso sub- in virtù del suo sottostare sempre alla massima carica della comunità: il popolo. Il SubComandante, almeno per ora, è anche il portavoce della comunità, removibile in qualsiasi momento dal popolo.
Il fatto che si fossero definiti zapatisti o neo-zapatisti, vuole soprattutto sottolineare un senso di continuità della lotta contro il latifondo e contro lo sfruttamento, ma chiaramente il loro è uno zapatismo più articolato ed evoluto di quello dello stesso Emiliano Zapata, evoluto in una direzione fortemente comunitaria, anticapitalista, antiglobalista, anarchica (cioè realmente democratica) e socialista libertaria.

Nelle comunità e nei villaggi zapatisti non circola denaro, nessuno lavora per qualcun’altro e i campi da coltivare, le foreste, gli strumenti di lavoro, ogni luogo di produzione e lavoro è di proprietà collettiva, di tutta la comunità e tutti i membri della comunità, anche il portavoce e i comandanti, lavorano in egual maniera. I prodotti sono a disposizione di tutti, tutti mangiano insieme, ognuno può partecipare alle attività della comunità, ognuno lavora. La sanità è per tutti e la scuola è un luogo non di superficiali nozioni e di concorrenza tra giovani, ma luogo d’educazione e crescita collettiva.

In Messico, nel 1994, il presidente Carlos Salinas de Gortari era al suo ultimo anno di mandato, durante il quale aveva proseguito la linea del suo partito, il Partito Rivoluzionario Istituzionale al governo ininterrottamente da 66 anni, di liberismo economico fatto di numerose liberalizzazioni, deregolamentazioni del mercato e privatizzazioni.
Il 1° gennaio 1994 entrò in vigore il NAFTA (North American Free Trade Agreement), noto in spagnolo come TCL (Tractado de Libre Comercio), un accordo tra Messico, USA e Canada per l’agevolazione delle attività commerciali tra questi paesi, un trattato che immergeva totalmente il Messico nella piscina mortale della globalizzazione capitalista in cui già aveva i piedi. Un trattato che non teneva ovviamente conto di quelle popolazioni sfruttate del Chiapas, come di nessun lavoratore messicano, statunitense o canadese, ma anzi un trattato quello che guardava al beneficio di padroni e grandi azionisti del libero mercato tra quei paesi.

“¡YA BASTA!”

Ora basta!

era il grido arrabbiato che si sprigionò, scendendo dalla selva del Chiapas, in tutto il mondo contro il neoliberismo e la globalizzazione la mattina del 1° gennaio 1994. Grido degli indigeni lavoratori e contadini, grido dell’EZLN, che quel giorno insorse in armi dichiarando guerra allo stato messicano. Il loro motto era “¡aquí estamos!” [siamo ancora qui!], contro un mondo che dimenticandoli li aveva sfruttati e martoriati, contro il NAFTA che avrebbe incrementato il loro sfruttamento e la lotta alla loro identità culturale. Gli zapatisti tengono molto a questo concetto che ripetono spesso e cioè che loro sono là nella loro terra “da quando ci sono le montagne, gli alberi, da quando c’è il fiume, la farfalla, la lucertola, la scimmia” ovvero loro dicono di essere come la loro terra, lì da sempre, e parte di quella. Molto spesso per parlare di loro usano gli elementi naturali dove vivono, è parte della loro filosofia molto legata all’universo inteso come natura terrestre ed extraterrestre (il cielo), filosofia che li pone alla pari di questi elementi naturali, tutti insieme parte della stessa natura e che si rispettano l’un l’altro, ognuno al suo posto.

Gli zapatisti tengono molto a questo concetto: loro sono nella loro terra “da quando ci sono le montagne, gli alberi, da quando c’è il fiume, la farfalla, la lucertola, la scimmia” ovvero loro dicono di essere come la loro terra, lì da sempre, e parte di quella.

Si coprivano il volto con passamontagna neri e foulard, come unico modo per essere visti finalmente da chi non li aveva mai nemmeno considerati, come specchio che assume l’identità di qualunque sfruttato, povero, discriminato o vittima del capitalismo nel mondo.
Migliaia di indios, mascherati e armati con qualche arma a fuoco e tante armi rudimentali o strumenti di lavoro agricoli, insorsero e occuparono nel corso di quel giorno del gennaio 1994 sette città dello stato messicano del Chiapas, tra cui la città maggiore San Cristobal de Las Casas, dove Rafael, divenuto ormai il famoso SubComandante Insurjente Marcos, pronunciò la prima dichiarazione della Selva Lacandona nella quale l’EZLN dichiarava guerra al governo messicano. Chiedevano giustizia, democrazia e libertà. Il Messico, nel giorno dell’entrata in vigore del NAFTA, scopriva il Chiapas e i suoi indios, e conosceva una guerra che aveva il sapore di un movimento politico e sociale che impugnava le armi per non doverle mai più utilizzare.

La guerra civile durò 12 giorni. Il secondo giorno gli zapatisti si erano ritirati dalle città conquistate in precedenza, mentre in tutto il Messico cominciavano a tenersi manifestazione e cortei di solidarietà agli indios in rivolta e per la cessazione dei combattimenti. I ribelli zapatisti avevano rapito e poi liberato (illeso) il governatore del Chiapas, il generale Abasolón Castellanos Domínguez. L’esercito messicano cominciò i bombardamenti sui propri civili, mentre già da terra mieteva decine e decine di morti tra i ribelli indigeni, con l’ovvio aiuto (in funzione anti-comunista) dell’esercito statunitense.
Dopo 12 giorni di combattimenti il presidente Salinas decise di accettare una proposta di dialogo con la mediazione delle diocesi di San Cristobal de Las Casas, cominciarono così le trattative tra il governo e l’EZLN che durarono 3 anni, con varie interruzioni. Si conclusero con gli Accordi di San Andrés dove si dice che il governo avrebbe modificato la costituzione inserendo il riconoscimento a tutti gli effetti dei popoli indigeni, discendenti dei Maya, e delle loro culture, oltre ad un autonomia legislativa per le loro comunità.

Nonostante ciò, il governo del Chiapas non ha rispettato gli accordi, violando molte volte il cessate il fuoco e gli accordi di pace.
Infatti, oltre a rafforzare la presenza militare là dove avevano più influenza gli zapatisti, l’esercito e i paramilitari hanno compiuto numerosi atti di violenza nei confronti delle comunità indigene.
Il più tremendo di tutti fu la Mattanza di Acteal dove i paramilitari attaccarono in armi una comunità indigena pacifista massacrandola, uccidendo 45 persone tra cui quattro donne incinte sventrate con machete. Gli indigeni erano disarmati. Questo massacro fu consumato il 22 dicembre 1997 e il governo messicano ne accusò venti indigeni che passarono undici anni in galera, per poi essere liberati per irregolarità nel processo. Non c’è bisogno di commentare.

Insieme al carisma del SubComandante Marcos, l’EZLN e le comunità zapatiste del Chiapas sopravvissero e continuarono a lottare, senza più sparare un colpo dal 2001 ma senza mai abbandonare i fucili, forti dei loro principi e delle loro idee, della loro cultura ed in lotta, come dicono loro, per la dignità del popolo indio. Marciarono nel 2001 fino a Città del Messico su tipici mezzi di trasporto di contadini e lavoratori messicani, dove pronunciarono uno storico discorso in cui esprimevano le loro idee. Dai loro villaggi autogestiti scrissero dei comunicati nei quali invitavano tutti, in tutto il mondo, a discutere di ciò che era successo da loro in Chiapas per poi raggiungerli, visitarli per vedere cosa stavano costruendo nel mezzo della giungla. In quell’occasione tennero numerosi comizi su svariati argomenti come neoliberismo, ambientalismo, razzismo, e furono raggiunti da migliaia di persone da tutto il mondo.

Nei villaggi zapatisti, dove non esiste la proprietà privata dei mezzi di produzione, non esistono leader, tutti sono uguali e lavorano, sono un grande esempio di socialismo libertario e democratico. Un socialismo fatto su misura per quel popolo, quella cultura, anziché copia-incollato da qualche altra esperienza più forte come avveniva spesso nel novecento con il modello sovietico, perché, come dicevano sia Lenin che Ernesto Che Guevara, ogni popolo merita un socialismo diverso e rispettoso delle sue caratteristiche in evoluzione, un socialismo che sia fruttato dal popolo stesso.
È uno dei molteplici esempi di come si sia evoluto il marxismo in America Latina, che è possibile criticare sotto alcuni aspetti come l’indipendentismo che spesso ha manifestato per il suo Chiapas, anziché pensare ad una vera rivoluzione messicana dal basso per costruire un Messico socialista e democratico.
Nonostante questo, è oggi uno dei pochi spiragli di democrazia diretta, autogestita e socialista antiglobalista nel mondo, vittima anche di una grossa mercificazione dei loro simboli da parte del mercato, oltre che della propaganda occidentale che li semplifica e riduce a meri contestatori liberaloidi alle volte o che li condanna come assassini comunisti altre a seconda di chi sermoneggia.

Lunga vita all’EZLN!
¡QUEREMOS UN MUNDO DONDE QUEPAN MUCHOS MUNDOS!

— Compagno Grimm

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