Cile in rivolta contro il Nazi-liberismo

Nel mondo sta esplodendo la rabbia popolare contro trent’anni di illusioni e bugie. Cile, Ecuador, Libano, Iraq, Indonesia, Algeria e Sudan lo dimostrano con le loro rivolte.

Il Cile però è un caso emblematico perché per anni è stato dipinto come lo Shangri-La del libero mercato. Una crescita economica costante, una stabilità sociale garantita anche dal riformismo arrendevole e traditore del centrosinistra cileno, la stessa Costituzione voluta nel 1980 da Pinochet e giù con tutti i freddi dati sulla libertà economica. Il non detto risiede nelle disuguaglianze, nella privatizzazione di sanità e istruzione, nello stato sociale ridotto all’osso, in un ceto medio che vive indebitandosi e nella repressione permanente del 10% della popolazione, i Mapuche.

Perché ci interessa così tanto questo caso?
La risposta è semplice, parliamo del primo laboratorio in cui è stato messo in atto l’esperimento nazi-liberista, per citare Franco Berardi “Bifo”, contro cui dobbiamo fare i conti ogni giorno anche in Italia. Un modello che poteva essere imposto solo con la forza, la brutalità che fa fuori le avanguardie operaie con i voli della morte ed impone la privatizzazione di scuola, sanità pubblica e trasporti. Sia ben chiaro, quando parlo di privatizzazione non mi riferisco solo alla proprietà giuridica, di cui poco mi interessa, ma del suo reale funzionamento. Anche un’azienda formalmente pubblica se funziona regolandosi con le categorie del mercato è come se fosse privata. A questo dobbiamo aggiungere la ristrutturazione produttiva del capitalismo, dal fordismo al post fordismo.

Il nazi-liberismo è essenzialmente questo: precarietà, competizione che diventa selezione naturale.
Se «fallisci», posto tutto l’orrore che provo per l’uso di certe categorie, la colpa è soltanto tua, sei un disgraziato che merita tutto l’ostracismo sociale capace di produrre una società sempre più violenta, psicotica e depressa. Sull’individuo flessibile viene scaricato tutto ciò che prima era un diritto sociale, conquistato con anni di lotte e sangue da parte del movimento operaio. Al padrone non interessa più nulla del tuo salario, delle condizioni di lavoro, tutto viene scaricato sulle spalle del lavoratore. Questa viene chiamata flessibilità ma altro non è che la scientifica distruzione di ogni forma di legame comunitario. L’individuo viene buttato nella giungla del nazi-liberismo e deve provare a sopravvivere in un diabolico gioco sempre più crudele e psicotico. Dopotutto «la società non esiste, ci sono solo gli individui». Poco importa se in Italia il 12,1% (1,2 milioni di persone) dei minori vive in condizione di povertà assoluta, 5 milioni di persone non hanno cibo a sufficienza, riscaldamento e abiti adeguati, mezzi per curarsi, informarsi, istruirsi o 55 mila di loro non ha un tetto sopra la testa.
Il nazi-liberismo uccide l’empatia, annienta la società come collante comunitario tra individui. «Chi soffre merita la sua condizione, perché ognuno è l’artefice del proprio fallimento e del proprio successo» recita la retorica di regime. Una parte sempre più grande della società può benissimo scomparire per costoro, sono degli zombie che vagano per le nostre metropoli senza meta e senza futuro.
Reinventare la parola “futuro” contro il mostro dell’astoricità deve essere il compito di ogni sincero comunista.

Il popolo cileno sceso in piazza, cantando le canzoni di Victor Jara, ucciso senza pietà dagli sgherri di Pinochet, ci ricorda il valore della possibilità oltre l’orizzonte piatto del realismo capitalista. Non sappiamo ancora come evolveranno questi movimenti, con ogni probabilità si esauriranno presto data l’assenza sia di un’organizzazione politica chiara che di parole d’ordine radicali. Le élite al potere potranno fare delle piccole concessioni ma senza mettere in discussione l’impianto che sorregge tutto.
A noi non resta che imparare dall’azione di questi giovani che armati di bandiere e sogni sfidano i carrarmati del nazi-liberismo, sognando el derecho de vivir en paz.

— Bollettino Culturale

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