8 marzo, racconto di una giornata viva

— Emanuele

Una canzone roboantemente estiva irruppe per pochi secondi nella calma pulviscolare dell’appartamento ancora buio. Il tempo di tornare nel mondo dei vegli e abbandonare una trama onirica ormai perduta, di comandare alla mano di scivolare sui punti ormai abitualmente giusti del telefono e tacque la bocca elettronica di un fin troppo allegro cantante. Anna si alzò dal letto, sollevò la tapparella – il contatto col pavimento gelido le riaccendeva i sensi dal torpore del sonno – e si diresse in cucina a far colazione, come tutti i giorni da che abitava lì, in un quartiere tutto sommato tranquillo della città. La quotidiana tazza di caffè caldo, non troppo bollente ma molto carico, era quello di cui necessitava per affrontare, come si annunciava quasi pubblicitariamente, la nuova giornata, mentre scorreva Instagram con un dito e rifletteva sulle bollette, l’affitto, e tutta quella serie di incombenze per le quali i conti a fine mese dovevano necessariamente quadrare.

Faceva due lavori, Anna, entrambi a tempo ridotto, e a stipendio più che dimezzato rispetto alle otto ore canoniche. La mattina, segretaria presso un ufficio nel scintillante e squallido centro della città; il pomeriggio, commessa a un supermercato tutto dall’altra parte. Rifletté, mentre si lavava sotto lo scroscio della doccia e nella nebbia che andava condensandosi in bagno, che fortunatamente poteva far tutto, e non si trovava poi così male. Uscita di casa, seguì il solito itinerario verso la stazione della metropolitana, aspettò il treno sotterraneo per andare verso il centro, sempre in un prevedibile anticipo di un minuto, e la gente attorno a lei era indistinguibilmente la stessa, non perché fossero le stesse persone – con alcuni compasseggeri ormai si conosceva, altri variavano ogni giorno, ogni settimana, a seconda delle varie vie che descrivono le varie vite – ma perché dava un’idea di uniforme diversità di cui anche lei era parte per gli altri, una sorta di solidale indifferenza che rendeva tutti come facce confondibili, viste di sfuggita e dimenticate anche se studiate approfonditamente per mezz’ora di treno.

Ecco, se c’era un gioco che amava fare, era cercare di indovinare fra sé e sé chi facesse cosa, e che vita conducessero gli altri. Una donna, bassina e magra in realtà, con due bambini piuttosto piccoli, fra i 5 e i 6 anni, entrò dopo il fruscio delle porte richiuse. Ogni madre è come la propria, e sentiva che raggiunta una certa consapevolezza non si può provare altro che deferenza verso colei che ci ha cresciuto e verso coloro che crescono altri noi figli. Le sorrise e si alzò per cederle il posto.

«Oh guardi, non serve, davvero» il primo dialogo fra le canzoni che scivolavano fuori dalle cuffiette incastonate nelle orecchie di parte dei passeggeri, la voce robotica tra canzoni, notizie e l’annuncio delle fermate, qualcuno che telefonava, altri che guardavano il telefono o fuori dal finestrino le pareti della galleria e le stazioni, a contare consapevolmente o meno i passi verso la loro destinazione.

«No, guardi, comunque scendo fra poche fermate, e così si possono sedere i bambini»

«Grazie, oggi non so proprio come fare – esordì – c’è lo sciopero a scuola e non sapevo dove tenerli, così li porto con me. Mi scusi se l’hanno disturbata»

I due piccoli, piuttosto intimoriti all’inizio dalla quantità di persone adulte assortite che offriva il vagone della metropolitana, ora giocavano allegramente, ma con una certa circospezione, a schiacciarsi i pollici a vicenda.

«Nessun disturbo, anzi, son così educati»

«Oh beh, grazie… Chissà se al lavoro me li faranno tenere, spero non mi facciano prendere ferie obbligatorie» si fermò rendendosi conto di dire troppo a quella gentile giovane sorridente che invece pareva interessata.

E Anna effettivamente lo era, se non si fosse resa conto che di lì a brevissimo avrebbe dovuto scendere. Sentiva quasi un dispiacere nel non ascoltare quella donna, ma fu sollevata di allontanarsi dai due bambini, che le ricordavano gli anni della sua infanzia, al confronto dei quali sembrava di vivere in una gelatina grigia per cui ogni movimento viene ricondotto a sé stesso, mentre da piccola le sembrava, come a tutti i bambini, di poter fare sempre più cose via via che si cresceva. E invece si cedeva il passo ai doveri, al chinare la testa quando conviene, e alla rassegnata accettazione del mondo.

All’ufficio poi non andavano egregiamente le cose: i colleghi erano prevalentemente donne, ma con un clima di spietata concorrenza, di invidia reciproca fra chi faceva mezza giornata e chi invece aveva un impiego a tempo pieno e indeterminato, chi riusciva individualmente a godere di favori da parte del padrone. Lei invece aveva un contratto annuale scaduto l’anno prima e rinnovato di un mese ogni mese, era l’ultima arrivata e la più giovane. Aveva la laurea in ingegneria meccanica, continuava a cercare un lavoro, magari migliore e con maggiori garanzie, ma non riusciva a trovarlo. Non c’era, probabilmente, e lei non se la sentiva di abbandonare il Paese lasciando soli i genitori che ormai risentivano pian piano degli effetti di un’anzianità sempre più totale. Non aveva fratelli o sorelle, non ci sarebbe stato nessun altro per loro. Si era persa a pensare mentre incedeva automaticamente verso il palazzo di fine ottocento dove aveva la sede l’ufficio.

Lei in sostanza rispondeva alle mail, si occupava del servizio clienti e così via per conto di una grossa ditta di freni motore, a cui peraltro aveva mandato il curriculum senza ricevere risposta, dopo che un suo amico dell’università era stato assunto. In realtà, non riponeva più aspettative in quelle aziende, ma continuava a mandare curricula per riuscire a lavorare in qualcosa che sentisse di saper fare bene e che le interessasse. Anche perché una sua collega, l’unica forse con cui si riusciva a intraprendere un dialogo umano, l’aveva avvertita che l’ad aveva l’occhio e le mani lunghe. Lei comunque si vestiva più che dignitosamente ma comoda, tuttavia si sentiva sempre a disagio con quel tizio, soprattutto all’inizio quando le spiegava le varie faccende con un insopportabile atteggiamento paternalistico forte della posizione gerarchica, e quando la controllava senza di fatto fare nulla che si fosse mai rivelato utile per il lavoro. Controllava e “amministrava”, tanto era sufficiente.

Mentre lavava i piatti, a sole calato da un pezzo e con la luna che faticava a bucare il tessuto indistricabile delle nuvole di fine inverno, la televisione trasmetteva un pezzo sulle interviste svolte quel giorno, al telegiornale pubblico locale. Alché, sentì una voce familiare rispondere alle domande della giornalista.

«Lei, che è stato fregiato dalla regione come cavaliere del lavoro femminile, come è riuscito in questo traguardo?»

«Guardi, non è per nulla difficile in realtà: le donne sono delle gran lavoratrici se poste in un clima che ne esprima le migliori potenzialità – proruppe l’altro con un sorriso sornione – e anche se soffriamo, come tutti, la crisi e abbiam dovuto prendere le necessarie conseguenze, continueremo lungo la strada dell’occupazione femminile. Un’impresa etica esiste» concluse sempre mantenendo un sorriso di teatrale allegrezza.

Spense la tv.

Peccato che fosse anche lei le “necessarie conseguenze”, e che la paga del “cavaliere per il lavoro femminile” era ridotta rispetto ai colleghi per la solita nenia di motivi: la gravidanza possibile, le mestruazioni e conseguente presunta improduttività, e così via. Per riuscire a vivere o si sottometteva alle moine sempre più esplicite di quel sudicio padrone, che poco sarebbe cambiato se fosse stato donna, oppure sapeva che quel mese sarebbe stato l’ultimo in cui avrebbe lavorato dieci ore al giorno. Era una situazione insostenibile e sfiancante, mentre l’ennesima polemica sull’uso delle parole e del genere grammaticale in italiano infiammava la scena pubblica del cosiddetto femminismo, con una presa di posizione tutto sommato confuciana, che credeva semplicemente fosse possibile modificare il pensiero della gente intervenendo lessicalmente e facendo emergere la bontà dell’uomo con queste cantilene.

Quel giorno era l’8 marzo, come indicava la caramella gommosa gialla offerta alle passeggere del treno – in prima classe nei treni ad alta velocità però, non nel vagone pieno della metropolitana. Insomma, l’8 marzo, la Giornata Internazionale delle Donne era divenuta la Festa della Donna, in cui bisognava comprare per mettersi la coscienza a posto, come se quell’atto “regalasse lavoro” e automaticamente un’uguaglianza e una dignità altrimenti irraggiungibile. Ma la rassegnazione era divenuta rabbia.

 

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