23 nov 1980: il terremoto in Irpinia.

Il 23 novembre 1980 io ero un ragazzino un po’ ingenuo ed introverso, quanto inquieto, ribelle ed irruento: compii 16 anni il 2 dicembre di quell’anno. Ero, come si suol dire, nel «fiore della gioventù». In un attimo fatale subentrò l’apocalisse. Quando tremò stavo seguendo una partita della seria A di calcio in un bar del paese in cui sono nato e cresciuto, Lioni: in un minuto e mezzo, che parve un’eternità, si consumò una delle catastrofi che si sono impresse fortemente nella memoria storica delle popolazioni locali e nell’immaginario collettivo di ciascuno di noi.

Oggi tendiamo a rimpiangere, esaltare e idealizzare il tempo vissuto prima del 23 novembre 1980. Fu un giorno che, per una sorta di meccanismo di rimozione inconscia ed automatica, finisce per essere derubricato dal calendario, oppure fissato a data simbolo e spartiacque. Per le popolazioni locali che subirono la devastante furia tellurica degli elementi naturali (non senza la correità ed il concorso politico e morale ascrivibili agli esseri umani), è una data impregnata di ricordi dolorosi, risvolti emotivi e psicologici che hanno segnato in profondità l’esistenza di tantissime persone. Al terremoto seguì la fase dell’emergenza e della ricostruzione, in cui si determinarono scelte controverse ed eclatanti assunte dalle classi dirigenti locali e nazionali. Data ricca di simboli e significati sul terreno antropologico-culturale. Un contesto esistenziale segnato dall’immobilismo e da una staticità secolare, negli anni successivi al sisma ha ricevuto una brusca e repentina accelerazione storica, in cui è intervenuto un processo di profondo deterioramento delle relazioni interpersonali con esiti angoscianti di abbrutimento e di imbarbarimento etico e spirituale ed evidenti ripercussioni negative sul terreno dei rapporti e dei gesti quotidiani. Il sisma del 1980 ha di fatto innescato una sorta di regressione civile, una deriva che ha dannato le nostre comunità a un destino di involuzione sociale, che ha investito anche il funzionamento e gli assetti degli apparati amministrativi, avvinti da una spirale nociva di faziosità, di cinismo e spregiudicatezza che non erano mai stati registrati in precedenti epoche storiche. Si è assistito a faide e rese dei conti tra le «bande» rivali per contendersi il controllo degli affari e la presa sistematica e rapace degli scranni istituzionali. È da quel branco di lupi famelici che sono emersi gli esemplari più spietati, che hanno sopraffatto gli altri tramite i mezzi più disonesti. Questo scenario ha suscitato sentimenti di nostalgia e rimpianto, un’ingenua tendenza a idealizzare ed esaltare i «bei tempi prima del terremoto», delineando una visione immaginaria e quasi idilliaca della vita antecedente al 1980.

Non furono niente affatto malvagi gli anni immediatamente successivi, che videro moti di solidarietà e di partecipazione corale e popolare a iniziative di autogestione e di protagonismo politico di massa, tra comitati civici e coordinamenti vari. Per consegnare un quadro integro delle vicende post-sismiche e rivisitare le lotte di chi ha agognato un avvenire migliore per le popolazioni irpine, provo a mettere in luce i momenti, le tappe e le esperienze più esaltanti, significative e vitali rispetto alle istanze e ai desideri di cambiamento, rispetto all’iniziativa di tanti soggetti disinteressati ed animati dall’ansia di riscatto della nostra gente. Rammento le testimonianze assai preziose di fraternità, attestati di soccorso espressi dagli «angeli del terremoto», che fornirono una prova di generosità sovrumana, un impegno corale che coinvolse migliaia di giovani provenienti da ogni angolo d’Italia e d’Europa, per portarci conforto e assistenza materiale e morale, per salvare i sepolti vivi sotto le macerie, per soccorrere i feriti e contribuire alla fase immediata e dolorosa dell’emergenza post-sismica. Ricordo poi l’esperienza politica dei Comitati Popolari, che sorsero nella fase delle assegnazioni dei prefabbricati, con la partecipazione corale anche ad altri processi decisionali. Ricordo le vicende di RPL, Radio Popolare Lioni, uno strumento vitale di «controinformazione proletaria» già attivo prima del terremoto del 1980. E le riunioni, i momenti di lotta ed il protagonismo attivo vissuto attraverso il Coordinamento giovani Lioni, una memorabile occasione di crescita personale, intellettuale e politica, durante la quale ebbi modo di mettere a frutto la mia passione per la militanza e per la scrittura: nel 1982 pubblicai il mio primo articolo su un giornale autoprodotto da un circolo di giovani lionesi, che misero in pratica un bisogno di autonomia politica e culturale. Ricordo le iniziative di rottura e critica culturale, a cui diede vita il CRAC (Centro Ricreativo di Aggregazione Culturale), che chiuse la fase progressiva di emancipazione e di protagonismo politico che segnò l’emergenza post-sismica e l’avvio della ricostruzione. La ripresa dell’attivismo politico ci fu alla fine degli anni ’90, in virtù dell’attività militante del «movimento no-global», che coinvolse ed entusiasmò intere generazioni di giovani e meno giovani irpini. Rammento che nelle manifestazioni e cortei che si svolsero nella prima metà degli anni ’80, cui parteciparono diversi militanti irpini, uno degli slogan più urlati era:

Ai morti dell’Irpinia non basta il lutto: pagherete caro, pagherete tutto!

Le vicende successive hanno testimoniato che a pagare sono sempre gli stessi, cioè i vinti, gli umili, i reietti, i non privilegiati. Fu un periodo di risveglio civile e di abbraccio corale, che suscitò sincere aspettative di rinascita a favore delle comunità locali: attese e speranze che furono puntualmente tradite. Resta l’amaro in bocca a causa della cocente delusione storica, una sensazione dolente ed una consapevolezza rabbiosa e frustrante per l’occasione storica sprecata: opportunità svanita in una sorta di «miraggio», il miraggio e la promessa di uno sviluppo illusorio, mai compiuto. Lo spreco di un possibile riscatto civile ed economico, di una rinascita mancata nelle zone del cratere. Opportunità sfruttata solo da pochi arrivisti ed opportunisti senza scrupoli. L’ascesa dei clan familiari si ebbe allorquando riuscirono ad assumere il pieno controllo dei «palazzi», ovvero la presa delle redini amministrative.

— Compagno Lucio

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