Torino, 11 ottobre: sciopero generale

Lunedì, a Torino come in tutta Italia, ha avuto luogo lo sciopero generale di 24 ore di tutti i settori pubblici e privati proclamato da Cobas, Usb e dai sindacati di base presenti sul territorio. Lo sciopero ha dato vita ad una manifestazione contro i temi caldi di questo autunno e le minacce di precarietà e licenziamenti che coinvolgono e minacciano gli operai. Una mobilitazione importante e fortemente partecipata che nel capoluogo piemontese ha coinvolto più di 2000 persone tra lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse, sfrattati e sfrattate che rivendicano i diritti negati che nemmeno la pandemia è riuscita a mettere in luce.

IREN, o far pagare la crisi climatica

Il corteo, partito da Porta Nuova, ha ripercorso le tappe dello sfruttamento operaio e del Potere: davanti la sede dell’Iren (la S.p.A. che fornisce energia elettrica a gran parte del territorio di Torino) diversi sono stati gli interventi su una transizione ecologica basata sulla speculazione ai danni delle famiglie operaie. Una transizione questa che i padroni, con la complicità del Governo, fa pagare ai lavoratori per implementare i profitti delle grandi aziende (Eni e Iren per l’appunto) che invece hanno altissime emissioni di gas climalteranti, contribuendo alla crisi climatica.

“Iren è il simbolo di quello che vuol dire far pagare la crisi ai lavoratori” – scandisce il megafono. È composta da società municipalizzate, di proprietà della collettività; parte della ricchezza sociale è accumulata dai cittadini ed estorta per creare il profitto di pochi. È in atto un piano di svendita della proprietà pubblica che ha rubato i soldi dalle tasche dei suoi principali fruitori per implementare il guadagno dei pochi capitalisti che la tengono al guinzaglio. È emerso che il 30% della quota della ricchezza nazionale prodotta si è spostata dai salari per i lavoratori verso i profitti e la rendita. Una tendenza da invertire che lo sciopero generale ha portato in luce.

È preoccupante che ad una riduzione del salario sia affiancato un aumento delle bollette che grava sugli affitti e sulla qualità della vita. Una classica situazione di scarica barile durante una crisi pandemica che ha stretto la morsa di famiglie già in difficoltà e che soprattutto a Torino sono a rischio sfratto. La casa è un diritto di tutti ma oggi è più simile ad un lusso, soprattutto perché l’incidenza sugli affitti e le bollette era superiore al 50% prima della pandemia. Aumentare le bollette oggi equivale ad uno sfratto sicuro per troppi lavoratori in difficoltà. I sindacati di base sono quindi pronti a dare battaglia al Governo sui temi del carovita e l’aumento delle bollette.

Un ultimo intervento, davanti la sede a Torino di Iren, pone l’accento sul fatto che la ricchezza collettiva si sposta, di anno in anno, da chi la produce verso chi detiene i mezzi di produzione. La crisi che stiamo vivendo è solo una conseguenza del neoliberismo sfrenato che negli ultimi 20 anni ha decimato i posti letto negli ospedali, ha distrutto la scuola pubblica finanziando i privati ed ha azzerato qualunque diritto sul posto di lavoro, negli ambienti scolastici e in ambito civile, mostrando anche uno scarso interesse verso la condizione della donna lavoratrice: è noto che, durante la crisi pandemica, il 90% delle interruzioni dei contratti lavorativi è rivolto alle donne. Chi guadagnava 100 milioni di euro l’anno, oggi, dopo la pandemia, ne guadagna 160 milioni mentre i lavoratori e le lavoratrici vivono costantemente sotto il giogo dei licenziamenti e degli aumenti delle bollette. Dalla crisi del covid l’Italia non ne è uscita affatto migliore ma anzi si è dimostrata un Paese che brama le disuguaglianze sociali. Spetta alle vittime di questo sistema disegnare un’alternativa che implementi un aumento degli investimenti in ricerca ed università per contrastare l’assurdità dell’arricchimento dei Big Pharma su di un bene comune come il vaccino, che deve essere liberato dei vincoli dei brevetti.

Scuola, la manifestazione degli studenti

Da piazza Arbarello, nel centro di Torino, alle 9 di mattina, è partito lo spezzone studentesco della manifestazione. Gli studenti medi hanno espresso il loro disappunto sui silenzi e le promesse mai mantenute da parte del Governo Draghi (in perfetta linea con i precedenti governi), sottolineando una mancanza di trasporti pubblici e di investimenti sulle strutture scolastiche. L’assenza di spazi all’interno delle scuole causa il problema, tutt’altro che limitato, delle classi pollaio. Sommando a quest’ultimo il sovraffollamento causato dai pochi mezzi pubblici in circolazione, otteniamo un potenziale rischio di contagio che coinvolgerebbe troppi studenti e comprometterebbe il normale corso delle lezioni in presenza che tanto, noi giovani studenti medi e universitari, abbiamo aspettato dopo troppi mesi di DAD. Molti quotidiani e blog (locali e nazionali) hanno tenuto ad informare che, davanti al MIUR della Regione Piemonte, in Via Vittorio Emanuele II, gli studenti hanno bruciato un cartonato del volto di Mario Draghi con le parole chiave del suo governo. Hanno poi raccontato delle uova e dei gavettoni lanciati alla sede dell’Iren e al Municipio; non hanno specificato però le situazioni che questi studenti vivono, la rabbia per anni di proteste inascoltate e la beffa ricevuta da un establishment che non ascolta i suoi cittadini, ma anzi, li tratta come impiegati di un’azienda. Gli studenti e le studentesse durante lo sciopero hanno rivendicato la necessità di una didattica che non sia asservita alle aziende e a Confindustria ma che lavori per costruire un sapere comune all’interno di scuole e università veramente pubbliche, gratuite e inclusive che non guadagnino sulle spalle dei lavoratori, dei dottorandi e dei tirocinanti che la vivono.

L’emergenza sfratti per l’aumento del carovita

Col proseguire del corteo, proseguono anche gli argomenti trattati e i luoghi in chi si interviene: al Palazzo di Città i sindacati di base contestano lo sblocco dei licenziamenti e degli sfratti. Quello dei disoccupati e degli sfrattati è un problema purtroppo frequente a Torino. Gli aumenti di carovita e bollette gravano sugli affitti delle famiglie lavoratrici lasciandone moltissime senza casa o in difficoltà. Con il blocco degli sfratti durante il lockdown il comune di Torino ha lasciato del tempo a più di tremila famiglie, ma dal primo ottobre rischiano ancora di non ritrovarsi un tetto sopra la testa per via di un’amministrazione che non vede il problema e non ha mai creato un “piano salvasfratti”. Calpestando il diritto all’abitare, agenzie immobiliari e imprenditori speculano sulle case ormai vuote, ignorando la dignità delle persone e trattando la casa come un valore di mercato.

Gli anarchici contro le spese militari

Di fronte al Teatro Regio e poi in piazza Castello, in centro a Torino sotto la sede della Regione Piemonte, si è discusso a lungo dell’incostituzionalità del green pass e delle discriminazioni in campo lavorativo che nascerebbero dal non possesso del certificato, ma ne parleremo dopo. Un intervento significativo è stato portato dalla frangia anarchica del corteo che si è incentrata sul tema delle spese militari ai danni degli altri settori pubblici. Nell’ultimo anno il parlamento ha raggiunto una spesa di 25 miliardi nel mercato della guerra; soldi sottratti alla collettività, alle tasche dei lavoratori, alle spese ospedaliere, all’edilizia scolastica, agli ultimi della nostra società per essere tradotte in morte e distruzione in vari paesi del mondo. Attualmente i militari italiani sono impegnati in quaranta missioni all’estero e la scorsa estate il parlamento ha approvato il finanziamento delle avventure neocoloniali delle forze armate italiane, mascherate come “missioni di pace” ma che in realtà puntano ad un arricchimento in termini finanziari tramite il possesso dei giacimenti di materie prime. Non a caso le aree africane, in cui si concentrano le operazioni, sono le più ricche di materie prime strategiche (petrolio, gas naturale, uranio, coltan, oro, diamanti, manganese, fosfati) sfruttate da multinazionali statunitensi ed europee per accrescere la loro economia ai danni, soprattutto, del mercato cinese in rapida ascesa; non è nascosto che i primi a fornire appoggio a questo tipo di missioni siano ai vertici di aziende come Eni, sempre presenti quando c’è da scegliere un obiettivo militare da colonizzare. Queste missioni costano circa un miliardo e duecento milioni di euro con quasi diecimila militari impiegati. Il governo Draghi – come tutti i governi precedenti – continua a spendere cifre spropositate nel comparto bellico, arricchendolo di anno in anno ai danni dei lavoratori e favorendo le entrate nelle tasche dei padroni del mercato della guerra. Difatti ai 25 miliardi citati prima (l’8,1% in più dell’anno scorso) bisogna aggiungere le ingenti somme di denaro del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) destinati, in questo caso, alle innovazioni in campo bellico.

Proprio per mostrare queste innovazioni – e altri nuovi metodi per fare guerra – a Torino, a inizio dicembre, si terrà “Aerospace&Defense Meeting”, una mostra aerospaziale dell’industria da guerra, che due anni fa ha visto riuniti al polo fieristico di Lingotto ministri, capi di stato, azionisti, mercenari, militari, pronti ad accaparrarsi le ultime novità in fatto di guerra con migliaia di incontri d’affari. Una fiera questa che tenta di passare in sordina all’interno di una nazione che dovrebbe ripudiare la guerra quando invece la promuove.

È fondamentale una visione di classe in chiave antimilitarista in un periodo come questo, contro il sostegno delle guerre sostenute dai padroni e dagli sfruttatori che uccidono anche i civili: lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse come noi che ci opponiamo al machismo delle guerre e alle spese inutili che gravano solo ed esclusivamente sui più poveri.

La frangia no-green pass

Abbiamo accennato prima agli interventi anti green pass che si sono susseguiti – più o meno sporadicamente – durante tutta la manifestazione. Gli interventi erano volti innanzitutto alla critica della Tessera Verde, che viene definita più volte come anticostituzionale, alla velata obbligatorietà dei vaccini, al tampone a pagamento e alle posizioni dei sindacati confederali (CGIL, CISL e UIL) sul tema del green pass. Anche qui a Torino, i sindacati di base auspicano ad una riconquista dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e la cessazione di ogni discriminazione sul lavoro, che purtroppo dilaga ancora tra le tante aziende italiane. Le sigle sindacali si battono anche per la cessazione dei “ricatti del governo contro i lavoratori” e si riferiscono al green pass come principale arma di questo ricatto. Come si è detto prima, critiche sporadiche, quelle da parte dei principali esponenti sindacali, alle misure del green pass ma che subito vergono verso altri problemi sociali. Sono stati ribaditi poi gli obiettivi principali delle lotte sindacali di oggi: riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario, possibilità di proteggere i salari e i redditi dall’inflazione in modo automatico (per evitare di far pagare ai lavoratori l’aumento del costo della vita), la necessità di contenere gli aumenti delle tariffe di luce, gas e acqua, rendere di nuovo pubbliche le società private che forniscono questi beni primari, lotta alla precarietà, all’intermediazione di mano d’opera e ai finanziamenti ai padroni tramite il PNRR che punta solo all’arricchimento dei privati.

Dai sindacati di base, la parola passa ai dipendenti del Teatro Regio in lotta che descrivono i problemi nati dopo il commissariamento del teatro di Torino che porta al pubblico l’opera, il balletto e molti dei concerti che si svolgono in città. Con il commissariamento oltre 50 posti di lavoro sono andati perduti e il cosiddetto “teatro in streaming” non ha aiutato. È soprattutto da loro che nasce un movimento di protesta contro la nuova certificazione verde, lamentando la mancata percezione di stipendio per chi non fa vaccino o tampone.

Anche i dipendenti del teatro come altri operai e altre operaie dei diversi settori, durante la manifestazione, dipingono il green pass come uno strumento discriminatorio.

Di fatto un ricatto da parte del governo c’è, nel momento in cui una persona non può lavorare senza un documento che certifichi un’avvenuta somministrazione del vaccino. Ricordiamo inoltre che il vaccino, pur essendo un diritto, un dovere e una forma di protezione per sé stessi e per gli altri, non è obbligatorio. Noto, a mio avviso, un eccesso di buonismo contorto da parte del “Governo dei migliori” che rende libera la somministrazione ma che ricatta chi non la fa. Diventano quindi due gli aspetti da criticare all’indomani delle manifestazioni che hanno scosso il nostro Paese: l’ambiguità di un governo che cerca l’approvazione su tutti i fronti, facendo l’occhiolino anche ai no vax; una sinistra che si batte contro queste ambiguità senza però proporre alternative, o peggio risultando ancora più ambigua del governo, cedendo alle lusinghe di manifestanti no vax che poco hanno a che fare con la sinistra.

Ormai la crisi sanitaria del Covid 19 è in una fase calante grazie a tutte le operatrici e tutti gli operatori del suo settore e ai vaccini (forse anche per questo non vedremo mai un vero obbligo vaccinale), ma per molto tempo potrebbe lasciare un’ombra che oscurerebbe quei pochi diritti che lavoratori, studenti, emarginati hanno piano piano conquistato per costruire un futuro più egualitario per le minoranze che lo vivono, più sicuro per i suoi dipendenti e più pulito per le generazioni avvenire. Lottare e scioperare, contro un governo restauratore che ostacola il progresso scientifico e sociale è un diritto e un dover di tutte e tutti.

Alla lotta e all’organizzazione.

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