“Significa che sei bella”

Questo articolo sarà un po’ diverso rispetto a quelli che solitamente pubblichiamo sul nostro sito. Per questo 8 marzo ho deciso di raccontare alcune mie esperienze personali.
Ai lettori spero di trasmettere le ragioni dell’attualità della giornata internazionale della donna. Da molti, infatti, è ritenuta una giornata dedicata ad una lotta vetusta e oramai priva di reale valore, portata avanti da un gruppo di capricciose femministe. “Oggi potete votare, divorziare ed abortire, che altro pretendete?”, si sente affermare spesso. Si tratta di una frase che sottintende un certo pensiero: si fa battaglia richiedendo quei diritti fondamentali e poi basta, tutto il resto sono capricci di femministe troppo esigenti. Ma è davvero così?
La risposta è ovviamente negativa. A destituire tale concezione di ogni autorevolezza non contribuiscono solo i dati statistici, ma anche le singole esperienze delle donne in questa società. Sono esperienze che dimostrano quanto il maschilismo si annidi nei nostri sguardi, anche in quelli più emancipati. Io stessa non ho il coraggio di raccontare una molestia in particolare, perché in parte me ne sento complice. So che non dovrei sentirmi in questo modo, ma purtroppo non basta decostruire individualmente tali concezioni. Il processo di emancipazione deve coinvolgere tutti noi, uomini e donne. La persona da cui ho subito molestie è mediaticamente più forte di me, dunque ha più potere. Opporsi da soli a qualcosa più potente di noi comporta un coinvolgimento emotivo e mentale troppo rischioso.

Quel che sto per raccontare, quindi, rappresenta soltanto una parte della mia esperienza. A qualcuno potrebbe sembrare poca cosa se paragonata ad esperienze più gravi della mia, ma questa considerazione non solo è ben lontana dall’essere un argomento (è, semmai, puro benaltrismo), ma poi concorre ad avvalorare quanto sostenuto. Mi chiedo, anzi, quante donne dovranno ancora subire violenze? E cosa ne sarà di me?
Ebbi occasione ben presto di sperimentare quella sensazione di rabbia e disgusto che molte donne provano nella loro vita. La prima volta che mi capitò avevo quindici anni. Trascorrevo le estati in montagna, a casa dei miei nonni. Non mi sono mai davvero sentita a mio agio lì, quindi passavo gran parte del mio tempo chiusa in casa. Ad un certo punto mi stancai e quindi decisi di prendere un libro e mettermi a leggere su una panchina al parco. Camminando, mi imbatto in tre ragazzi poco più grandi di me. Uno di loro iniziò ad urlarmi contro. Mi chiedeva il numero di telefono e mi chiamava “pupa”.

Non so dire se mi facesse sentire più a disagio il fatto che stesse urlando o come mi aveva chiamata. Quell’appellativo, pupa, mi disturbava e ancora oggi non ha mai smesso di farlo. Non nascondo un certo imbarazzo nel ripensarci e trovare le parole per scriverlo.
Quando un anno dopo mi proposero di tornare in montagna per le vacanze, io risposi che non ci volevo andare, che mi annoiavo e che i ragazzi mi fischiavano. Dissi proprio così, “mi fischiavano”. La sessualizzazione a cui contro il mio volere ero stata soggetta mi faceva vergognare. Mi sentivo così sporca che edulcorai il racconto del fatto.
I miei parenti mi sorrisero e ribatterono che invece dovevo rallegrarmi se i ragazzi mi fischiavano. “Significa che sei bella”. Quella sensazione di rabbia e disgusto l’ho provata altre volte, talvolta più attenuata e talvolta più intensa. Di solito accade di provarla attenuata quando si tratta di quel genere di molestia quasi quotidiana, sguardi indiscreti, bacetti e occhiolini.
La rabbia e il disgusto che ho avvertito a quindici anni si sono ripresentati forti in altre circostanze, come quando un ragazzo mi confessò contro il mio volere che un suo amico si era masturbato su una mia foto.
Una volta uno sconosciuto tentò di accarezzarmi. Ero sull’autobus, seduta su uno di quei posti a quattro. Salgono due uomini che decidono si prendere posto accanto e davanti a me. Si scambiano uno sguardo d’intesa e incominciano a commentare il mio aspetto e il mio abbigliamento. Delle tante cose che mi fecero orrore ne ricordo una in particolare: “è piccola, ma è carina”. Continuarono per un po’, fino a quando uno di loro provò ad accarezzarmi. Mi scansai, ma mi sfiorò.
Guardai gli altri passeggeri sull’autobus, aspettandomi che qualcuno intervenisse per aiutarmi, ma nessuno reagì. Non ho mai dimenticato quel senso di solitudine.

~Compagna anonima

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.