Una Critica agli Accelerazionisti

— Bollettino Culturale il 12/11/2020

Introduzione

Dalla sua comparsa nel 2013, il Manifesto accelerazionista ha provocato un’agitata discussione nei circoli politici di sinistra proponendo un quadro di riferimento alternativo al modello tradizionale di classe e di partito, motivato dalle sfide che le correnti poststrutturaliste e post-marxiste hanno posto al marxismo. In opposizione a quella che gli autori accelerazionisti considerano “folk politics”, di orientamento particolare, reattiva al cambiamento, la proposta accelerazionista esige il recupero di un orizzonte strategico, di orientamento universale. Si tratterebbe di unire il pensiero di sinistra con una posizione favorevole al progresso tecnico, nella concezione del cambiamento tecnologico come una sorta di trampolino di lancio per una pratica politica globale finalizzata alla costruzione di un orizzonte sociale post-capitalista. In questa prospettiva, gli accelerazionisti pensano che la sostituzione del lavoro umano con l’automazione della produzione è un processo inevitabile e desiderabile e propongono un’utopia del post-lavoro come nuovo asse di articolazione della politica.

Questo articolo discute le possibili implicazioni di questo modello post-lavorista nelle politiche di emancipazione. Sulla base di una revisione della letteratura economica sulla disoccupazione tecnologica, viene proposta un’ipotesi alternativa: che la narrativa della “fine del lavoro” costituisca una rappresentazione errata delle tendenze attuali del capitalismo. L’eccessiva attenzione che gli autori accelerazionisti prestano all’offerta di fattori contrasta con i grandi problemi contemporanei che l’economia eterodossa si propone di discutere: crescente disparità di reddito, domanda insufficiente e deregolamentazione commerciale e finanziaria. In questo modo, l’accettazione acritica della premessa della “fine del lavoro” potrebbe portare l’accelerazionismo a diventare una forma di legittimazione dell’attuale ordine neoliberista.

Questo testo è organizzato in sei sezioni. Dopo questa introduzione, viene rivisto il punto di vista degli autori accelerazionisti sul dibattito sulla disoccupazione tecnologica e sull’incidenza di queste opinioni nella formulazione della loro strategia politica. La seconda sezione consiste in un’esposizione critica dell’argomento principale sulla disoccupazione tecnologica. La terza parte presenta la prospettiva alternativa della letteratura economica eterodossa. La quarta sezione chiarisce perché questo rifiuto dell’utopia post-lavorista non ha intenti moralizzanti. Infine, la quinta sezione presenta le conclusioni.

La fine del lavoro

Il termine accelerazionismo designa un gruppo di autori ampio e disperso. I suoi membri sono raggruppati in base al loro scopo comune: lo sviluppo del pensiero strategico sulla configurazione di un mondo post-capitalista, in cui il progresso tecnologico è classificato come il principale elemento costitutivo dell’organizzazione sociale. Questa prospettiva ha tracciato un terreno in cui autori di destra e di sinistra condividono argomenti di interesse e strumenti concettuali, come il cambiamento tecnologico o il progresso iperstiziale (finzione che aspira a diventare realtà). Tuttavia, il divario incolmabile tra Nick Land e il suo movimento anti-egualitario “Dark Enlightenment”, da un lato, e Alex Williams e Nick Srnicek e il loro studio marxista sul post-capitalismo, dall’altro, ha portato questi ultimi, autori del Manifesto accelerazionista, ad abbandonare l’uso del termine “accelerazionista” per riferirsi alle loro posizioni. Nonostante ciò, la diffusione capillare del Manifesto ha prolungato la popolarità del termine oltre le intenzioni dei suoi autori.

In questo articolo, l’uso della categoria accelerazionista coinvolge solo coloro che comunemente costituiscono la sua “ala sinistra” e si concentra sulle posizioni di Srnicek e Williams, in particolare il loro libro “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”, una pubblicazione che espone l’argomentazione più fondata di questa corrente a favore della piena automazione del lavoro e un reddito universale di base.

La loro argomentazione può essere riassunta come segue:

  1. Nell’era neoliberista, il fallimento del vecchio modello di Classe (omogeneo) e Partito (unico e avant-garde) è diventato irreversibile.
  2. Fino ad ora le risposte al neoliberismo sono state inefficaci perché catturate da un orientamento alla “folk politics”, di portata locale, reattiva al cambiamento tecnologico e alla costruzione di universali  (ad esempio lo zapatismo, le fabbriche recuperate, autonomismo, movimento di Occupy, movimenti per il consumo sostenibile).
  3. Il neoliberismo ha trionfato perché è riuscito a formare un’egemonia attorno alla premessa del libero mercato come miglior allocatore di risorse, imponendo la propria concezione di libertà e democrazia. Il consolidamento del trionfo dell’ideologia neoliberista corrisponde agli anni ’70, quando, di fronte al fenomeno della stagflazione nell’economia statunitense, il keynesismo non poteva offrire un’alternativa convincente.
  4. Le posizioni di sinistra dovrebbero prendere atto del modo in cui è avvenuto il boom neoliberista per articolare la propria egemonia in modo simile, su punti programmatici che convergono nello stesso progetto di modernizzazione, ma dispersi attraverso diversi tipi di organizzazioni politiche, sociali, accademiche, comunicative, ecc. La strategia consiste nella creazione di un nuovo consenso progressivo e universale, contrario al libero mercato.
  5. L’asse di articolazione di questo consenso deve essere “un futuro post-lavoro”.

La Folk Politics

I primi quattro argomenti nel libro di Srnicek e Williams non sono nuovi. Gli autori raccolgono la letteratura sulla storia recente del pensiero economico, in particolare il libro influente edito da Mirowski e Plehwe sulle origini del neoliberismo come pensiero collettivo e il ruolo decisivo della pratica di una politica vincente nella sua diffusione chiamata rizomatica, composta di reti non centralizzate, articolata da una base di accordi programmatici sintetizzati nell’ideologia del “libero mercato”. Per questa caratterizzazione, l’attuazione delle politiche neoliberiste a partire dagli anni ’70 non sarebbe il risultato di un comando decisionale concentrato nelle politiche statali, ma del trionfo che i settori conservatori hanno ottenuto nella battaglia delle idee, dall’accademia alla loro diffusione nella vita pubblica, fino al raggiungimento di un impatto definitivo sulle istituzioni. Il motore di questo processo per rilegittimare l’ideologia conservatrice sotto nuove forme adattate al suo tempo era la Mont Pèlerin Society.

Srnicek e Williams accettano l’appello di Mirowski per la costruzione di una Mont Pèlerin Society di sinistra, per “la sua enfasi su una visione a lungo termine, la sua intenzione e capacità di costruire metodi di espansione globale, e la flessibilità pragmatica e strategicamente controegemonica, capace di unire un’ecologia di organizzazioni con una varietà di interessi diversi” (Srnicek e Williams, 2018: 230-231, versione ePub).

La richiesta di una Mont Pèlerin Society di sinistra sarebbe un punto di accumulazione per costruire una nuova egemonia alternativa al neoliberismo. Questo è il modo in cui gli accelerazionisti raccolgono le sfide poste alle concezioni essenzialiste della sinistra dalla critica post-marxista, tipicamente delineata in Laclau e Mouffe. Di fronte al contrasto empirico dell’esistenza di una tendenza alla frammentazione della classe operaia così come era concepita nel marxismo classico, Laclau e Mouffe ridefiniscono la classe come categoria politica (in particolare, come “posizioni soggettive all’interno di una strategia discorsiva” ) e non come caratteristica oggettiva, perfettamente intelligibile, derivata da una posizione nella distribuzione del prodotto sociale. Srnicek e Williams condividono il punto di vista di Laclau e Mouffe sull’inefficacia della strategia socialista basata sulla concezione tradizionale della classe operaia. La sua risoluzione è la proposta di una politica del “post-lavoro”, che può essere l’elemento di articolazione delle varie richieste insoddisfatte dell’attuale egemonia neoliberista.

Questo porta Srnicek e Williams a esprimere un interesse particolare per la capacità che hanno i movimenti populisti di sinistra nei paesi a capitalismo avanzato di assegnare “un nome alla frattura interna alla società, e la designazione di un avversario comune contro cui combattere; a sua volta, dare un nome al nemico comune permette a un ampio spettro di persone di identificarsi negli interessi e nelle rivendicazioni articolate da un movimento: per non fare che qualche esempio, Occupy assegnò al nemico il nome “l’1 percento”, Podemos si riferì prima alla “casta” e poi alla “trama”, mentre Syriza alla “Troika”. (Srnicek e Williams, 2018: 184, versione ePub).

La novità che Srnicek e Williams apportano alla svolta populista della resistenza al neoliberismo nei paesi a capitalismo avanzato è l’invito a fare del post-lavoro l’asse di articolazione delle posizioni progressiste. Gli autori concepiscono il consenso al post-lavoro come una sorta di assicurazione contro la possibilità che la natura conflittuale del populismo porti a un progetto incoerente o non allineato con la politica di sinistra. La base di questo ragionamento è la seguente: “per un movimento operaio tradizionale, gli interessi comuni basterebbero ad assicurare la fedeltà di tutti; ma in un movimento populista l’assenza di un’immediata unità fondata su interessi materiali significa che la propria coerenza è perpetuamente insidiata da una tensione interna, quella cioè tra la battaglia simbolo dell’intero movimento e le singole rivendicazioni che la compongono” (Srnicek e Williams, 2018: 185 versione ePub). Pertanto, “la mobilitazione di un movimento populista che punti a una politica anti-lavoro richiede dunque l’articolazione di un populismo all’interno del quale diversi tipi di lotte mirate alla giustizia sociale e all’emancipazione umana possano sentirsi rappresentate.” (Srnicek e Williams, 2018: 185 versione ePub).

Si potrebbe quindi sostenere che la posizione accerelazionista è un tentativo di “essenzializzare” il populismo. Srnicek e Williams affermano che l’asse di articolazione dell’antagonismo sociale dovrebbe essere il post-lavoro perché la loro proposta ha la capacità di essere “intrinsecamente femminista, dal momento che riconosce (…) la quantità di lavoro invisibile svolto prevalentemente dalle donne”, collegato “alle battaglie antirazziste, visto che proprio i neri e le altre minoranze etniche sono sproporzionatamente vittime di alti tassi di disoccupazione” e questo progetto sarebbe collegato alle “battaglie postcoloniali e dei movimenti indigeni, visto che tra i suoi obiettivi ci sono sia la disponibilità di mezzi di sussistenza per l’enorme forza lavoro di tipo informale, sia la lotta contro le barriere che ostacolano l’immigrazione” (Srnicek e Williams, 2018: 186 versione ePub). È interessante notare che, nella loro critica ai cosiddetti “nuovi movimenti sociali”, una categoria che nel dibattito politico di solito designa lotte non centrate sulla preminenza tradizionale della classe (movimenti femministi, di genere, ambientalisti, antirazzisti, anticolonialisti), Srnicek e Williams osservano che “la maggior parte dei risultati attualmente raggiunti dai nuovi movimenti sono limitati dalla cornice egemonica imposta dal neoliberismo, tutta articolata attorno alla priorità dei mercati, a una legislazione di stampo liberale e alla retorica della scelta individuale” (Srnicek e Williams, 2019: 29 versione ePub) ma non si rendono conto dell’efficacia che questi movimenti hanno dimostrato di imprimere un segno indelebile su qualsiasi progetto alternativo all’egemonia neoliberista, senza rassegnarsi al proprio programma di rivendicazioni.

Questo tentativo di fissare l’essenza dell’egemonia neoliberale alternativa in un’utopia post-lavoro promuove una discussione sulla possibilità che l’accelerazionismo derivi da nuove forme di imposizione sulla vitalità dei movimenti sociali, che non devono trovare complementarità tra le sue richieste e l’immaginario post-capitalista, soprattutto a causa dell’agenda politica che ne deriva (piena automazione del lavoro, reddito universale di base). L’argomentazione di Srnicek e Williams presume che ci sia una sorta di caratteristica fondamentale nel “post-lavoro” che lo abiliterebbe come articolatore intrinsecamente progressivo. Si tratta, insomma, di una nuova remissione del “politico” nel regno dell'”economico”, nella convinzione che “l’economico” garantisca un’azione politica emancipatrice. Tuttavia, ci sono buone ragioni per pensare che l’utopia post-lavoro e la proposta del reddito universale di base non siano la rassicurante promessa dagli accelerazionisti. Al contrario, è una richiesta che può essere catturata dall’attuale egemonia neoliberista.

Un esame dell’argomento principale di Srnicek e Williams a favore della piena automazione rivela che l’ortodossia economica esercita un’influenza decisiva sulla corrente accelerazionista. Ciò si manifesta come un problema nella misura in cui gli accelerazionisti presumono che la narrazione del cambiamento tecnologico sia conveniente per gli interessi delle élite che beneficiano dell’egemonia neoliberista. Nella sezione seguente cercheremo di richiamare l’attenzione su questo aspetto, con un argomento che può essere sintetizzato come segue: la disoccupazione non è una tendenza necessaria o auspicabile, ma piuttosto una conseguenza delle politiche di rafforzamento dei rentier e di austerità fiscale.

Una lettura ortodossa del capitalismo

Il punto di appoggio che Srnicek e Williams sollevano a favore dell’idea di una società post-lavoro è il loro riferimento a una letteratura che attribuisce al capitalismo una tendenza incrollabile all’automazione e, di conseguenza, alla distruzione dei posti di lavoro. Come affermano gli autori: “la crisi del lavoro che il capitalismo dovrà affrontare negli anni e nei decenni a venire: la mancanza di posti di lavoro decenti per un proletariato sempre più vasto” (Srnicek e Williams, 2018: 155 versione ePub ).

Questa storia della disoccupazione tecnologica gode di una diffusione eccezionale nel campo della discussione delle politiche pubbliche, anche al di là degli accelerazionisti. Non c’è praticamente nessuna settimana in cui i media mainstream dei paesi a capitalismo avanzato smettano di pubblicare colonne di opinione sulla “fine del lavoro”, di solito con il corollario di un reddito universale di base come proposta politica.

Nonostante la sua ampia diffusione, la disoccupazione tecnologica ha sia prove empiriche estremamente deboli che una evidente mancanza di coerenza teorica. L’input principale dei disseminatori della “disoccupazione tecnologica” è Frey e Osborne, la cui metodologia consiste nel valutare il tipo di abilità richiesta per un task space e la probabilità che una macchina possa eseguire tale compito dato un certo tasso di avanzamento tecnologico. A conclusione di questo studio, si afferma che “metà del lavoro sarà sacrificabile in vent’anni”.

Due ragioni invalidano questo ragionamento. Da un lato, la disponibilità di una nuova tecnica di produzione è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la sua attuazione. Nella misura in cui la produzione capitalistica è analizzata secondo la logica della concorrenza, per adottare una nuova tecnica deve essere valutata come meno costosa della tecnica in uso. Una tecnica diversa da quella attuale verrà applicata solo se vi è un’aspettativa sostenuta di ottenere un beneficio maggiore per un dato livello di salario e, a lungo andare, queste sono le tecniche che tendono a prevalere. Pertanto, concludere che una particolare tecnica di produzione sarà conveniente implica fare alcune ipotesi esogene su una delle due variabili distributive inversamente correlate: salario reale o tasso di interesse. Nella misura in cui l’analisi è limitata a un paese e alcune delle tecniche richiedono beni importati o vi sono importazioni di beni finali, sarà richiesta anche un’ipotesi aggiuntiva sul tasso di cambio. In termini più concreti: cosa è più vantaggioso per un capitalista? Produrre con una certa mole di lavoro e certi tipi di macchine, oppure produrre con un diverso numero di addetti e altri tipi di macchine, o trasferire parte della produzione, o importarla? Rispondere a questa domanda significa risolvere in anticipo il conflitto distributivo, in modo che l’inferenza dell’argomento della disoccupazione tecnologica coinvolga non solo l’assunzione di una previsione sulla velocità e la direzione del cambiamento tecnologico (qualcosa di per sé discutibile), ma anche sul livello relativo di salario (o di tasso di interesse) e di determinazione del tasso di cambio per un periodo sufficientemente lungo come quello in cui avviene la sostituzione delle tecniche.

D’altra parte, la sostituzione tecnologica non dice nulla sulle intensità relative nell’uso del lavoro da parte dei diversi settori produttivi. Una sostituzione della tecnica in un settore produttivo genererà tipicamente una domanda aggiuntiva di input in altri settori. Il risultato di questo processo è ambiguo: non c’è motivo di supporre che la distruzione dell’occupazione nei settori in cui il lavoro viene sostituito sarà necessariamente maggiore della creazione di posti di lavoro nei settori che forniscono input e/o beni d’uso.

Un altro svantaggio dell’argomento della “disoccupazione tecnologica” è che non tiene conto delle possibili variazioni del livello di produzione nell’economia. In un caso estremo in cui il guadagno di produttività derivante dall’introduzione di una tecnica meno costosa è interamente appropriato dai capitalisti, questi potrebbero aumentare il loro consumo di beni e servizi, generando una maggiore domanda di lavoro. L’effetto sarà maggiore nella misura in cui i lavoratori partecipano a questo aumento della produttività, o attraverso miglioramenti dei salari nominali in alcuni settori innovativi o attraverso un miglioramento dei loro salari reali in generale (se la tecnica si diffonde e il beneficio straordinario capitalista cade al normale saggio di profitto, i beni diventano relativamente più economici).

Una parte importante del problema con l’argomento accelerazionista è che gli autori intendono risolvere il dibattito per mera supposizione, senza occuparsi della produzione teorica ed empirica degli economisti eterodossi che hanno dedicato specifici sviluppi a questo dibattito. Sebbene questo divorzio disciplinare tra teoria politica e teoria economica sia frequente nelle posizioni progressiste, la leggerezza con cui gli accelerazionisti fissano la loro posizione è sorprendente dato il loro stesso appello per una Mont Pelèrin Society di sinistra, che si manifesta esplicitamente a favore di una maggiore comprensione della discussione politica con la produzione della teoria economia eterodossa (e viceversa).

Si può vedere fino a che punto la logica economica degli autori accelerazionisti sia catturata dal mainstream, in quanto il ragionamento è guidato da una teoria dei prezzi come risultato della domanda e dell’offerta, che deve essere spiegata a sua volta come il risultato di una massimizzazione dell’utilità marginale di produttori e consumatori. L’economia eterodossa, d’altra parte, considera solo le deviazioni transitorie dei prezzi di equilibrio come il risultato di un eccesso di offerta o domanda, ma i livelli relativi dei prezzi sono spiegati, data la tecnica, dalla lotta di classe, nella misura in cui si utilizzano nozioni come prezzo di produzione in quanto variabili distributive esogene.

Allo stesso modo, si può vedere che gli autori accelerazionisti ragionano in termini di ortodossia economica quando spiegano la loro concezione del ciclo economico:

Perlopiù, la dimensione di questo surplus [della popolazione disoccupata] si espande e si contrae seguendo i cicli economici: di norma, con il crescere dell’economia i lavoratori vengono prelevati dal surplus e integrati nel lavoro salariato, i livelli di disoccupazione scendono e il mercato del lavoro si ristringe. A un certo punto però, la domanda economica va in stallo, i salari vengono tagliati per garantire profitti più alti, oppure i lavoratori iniziano a porre rivendicazioni troppo ambiziose. Per ragioni di profitto, di inflazione, o semplicement e per ribadire il dominio sulla classe operaia, i lavoratori vengono quindi licenziati; di conseguenza, il surplus cresce nuovamente, e viene tenuto in riserva per il successivo ciclo di crescita. (Srnicek e Williams, 2018: 101 versione ePub)

Nella citazione precedente spicca la causalità eminentemente ortodossa che gli autori attribuiscono al processo di accumulazione. A loro avviso, non sono i salari alti a guidare la crescita delle economie, ma piuttosto che le economie cresceranno “seguendo i cicli economici” e ciò influenzerebbe il livello dei salari. Ma nulla spiega quale sia la fonte che genera il ciclo: nei loro termini “le economie crescono” e “a un certo punto la domanda cala”. Forse si potrebbe presumere, garantendo una qualche forma di coerenza alla loro tesi, che il ciclo sia causato da shock tecnologici esogeni e che la causalità passi dallo shock tecnologico al prodotto e da lì alla domanda di lavoro. In ogni caso, tale spiegazione potrebbe essere coerente con le loro premesse, ma non invaliderebbe nessuna delle critiche al presupposto della disoccupazione tecnologica che sono state presentate in questa sezione.

C’è qualcosa di ancora più rilevante per il punto qui esposto. L’argomentazione accelerazionista non sembra in alcun modo soddisfacente per un pensiero che cerca di dialogare con l’eterodossia economica. Il loro punto di appoggio, insomma, ricorre alla validazione del presupposto neoclassico/ortodosso che esista un salario di equilibrio, in rifiuto della visione classica/eterodossa che considera che il salario è determinato dalla lotta politico-sociale e non esiste, pertanto, un mercato del lavoro come ci sono i mercati per le merci in generale.

La disoccupazione tecnologica

Prima di passare a una spiegazione alternativa delle ragioni dell’attuale crisi occupazionale e della stagnazione secolare del capitalismo, è necessario divagare brevemente per commentare un’altra serie di argomenti empiricamente fondati che attualmente tendono a sostenere l’idea della “disoccupazione tecnologica”.

Acemoglu e Restrepo valutano l’effetto della robotizzazione sull’occupazione industriale per gli Stati Uniti tra il 1990 e il 2007 (facendo inferenze per estendere i dati locali a un ambito nazionale). Il risultato principale del documento mostra un alto tasso di perdita di posti di lavoro (ogni robot/1000 lavoratori ha ridotto il tasso di occupazione di 0,34 punti percentuali), ma con bassi ordini di grandezza (40.000 posti di lavoro persi all’anno per un’economia con 12 milioni di posti di lavoro nell’industria). Inoltre, i risultati si applicano solo ai robot, definizione di macchine non solo automatiche, ma anche riprogrammabili. Estendendo la valutazione ad altre forme di automazione, la relazione tra automazione non robotica e occupazione è stata neutra o positiva, in linea con le critiche qui fatte sull’argomento della disoccupazione tecnologica.

Il lavoro di Autor e Salomons è un’altra delle recenti pietre miliari nella letteratura empirica mainstream. Gli autori hanno valutato gli effetti diretti e indiretti del cambiamento tecnologico per diciannove economie dei paesi a capitalismo avanzato e hanno scoperto che l’effetto netto aggregato è stato positivo in termini di occupazione, nonostante gli effetti negativi diretti elevati a livello di settore. Altri studi che coincidono con l’inesistenza della “disoccupazione tecnologica” a livello aggregato hanno trovato alcune evidenze a favore della crescita di posti di lavoro a bassa e alta qualificazione, contemporaneamente alla stagnazione o alla perdita di posti di lavoro di media qualificazione.

In questo modo, il consenso nel mainstream indica che il cambiamento tecnologico non causa la disoccupazione in generale, ma piuttosto induce una tendenza alla polarizzazione salariale. Il modello esplicativo più completo di questa causalità è quello Acemoglu e Autor. Il ragionamento è il seguente: ci sono tre tipi principali di compiti lavorativi, cognitivo non routinario (coincidente con l’alta qualifica), manuale non routinario (qualifica bassa) e routinario (cognitivo o manuale, con qualifica media). La polarizzazione salariale sarebbe il risultato dell’espansione della domanda di compiti cognitivi non di routine con qualifiche alte e basse, mentre la domanda di compiti di routine, di qualifica media, si restringe. Poiché ad ogni tipo di qualifica è associato uno stipendio più alto a causa delle sue diverse produttività, la polarizzazione salariale sarebbe il risultato del cambiamento tecnologico, cioè i lavori con stipendi bassi e alti aumentano e quelli con stipendi medi diminuiscono.

Da una prospettiva critica diversa da quella del mainstream, Mishel e Bivens utilizzano gli stessi dati dell’economia statunitense di Acemoglu e Autor per confutare la loro ipotesi. Mishel e Bivens sottolineano che la causa della polarizzazione salariale non sono i robot, come affermano Acemoglu e Autor, ma i bassi salari.

Per dimostrare questo punto, Mishel e Bivens indicano che mentre i lavori di media qualificazione hanno avuto la tendenza a perdere la loro quota dell’occupazione totale (dal 62% nel 1973 al 47% nel 2010), i rapporti di distribuzione del reddito 50/10 e 90 / 50 non presentano le tendenze che dovrebbero per dimostrare l’ipotesi di polarizzazione salariale. Mentre il rapporto 90/50 è peggiorato dall’inizio degli anni ’70 (il salario del decile più ricco è cresciuto al di sopra del salario del reddito mediano), il rapporto 50/10 non mostra lo stesso comportamento: ci sono anni in cui migliora (primi anni ’70), poi peggiora drasticamente (dal 1979 agli anni ’80), compensa parzialmente negli anni ’90 e infine si stabilizza a un livello superiore a quello iniziale. Tutte queste variazioni nelle percentuali di reddito si verificano mentre i lavori di media qualificazione perdono costantemente la loro quota dell’occupazione totale. In breve: le tendenze dei salari non sembrano essere spiegate da un “cambiamento tecnologico parziale”, a differenza di quanto suggerisce il consenso mainstream, il che ha senso se si considera che i salari reali sono il risultato di conflitti politico-sociali e non della produttività marginale dei lavoratori.

Senza pretendere di aver qui dispiegato un’ampia rassegna della letteratura empirica, la considerazione dei suoi principali riferimenti ci permette di sintetizzare in due punti lo stato del consenso mainstream sulla “disoccupazione tecnologica”:

  1. In generale, il cambiamento tecnologico ha creato tanti o più posti di lavoro quanti ne ha sostituiti. L’evidenza empirica non indica l’esistenza di una tendenza generale alla distruzione netta dei posti di lavoro.
  2. Ci sarebbe una tendenza alla distruzione dei posti di lavoro medio-qualificati, il che spiegherebbe le tendenze alla dispersione salariale. Tuttavia, l’evidenza relativa a quest’ultimo aspetto non è esente da considerazioni critiche dall’eterodossia come quelle di Mishel e Bivens. In particolare, non vi è alcuna prova di un nesso tra polarizzazione occupazionale e disuguaglianza salariale e che il giudizio della tendenza a lungo termine nella polarizzazione occupazionale al cambiamento tecnologico sia affrettato.

Una prospettiva alternativa

La prospettiva eterodossa in economia ritiene che la domanda di lavoro sia fondamentalmente determinata dalla domanda effettiva. Questo risultato può essere pensato come un corollario della separabilità analitica della determinazione del volume del prodotto sociale rispetto alla distribuzione di quel prodotto. L’analisi è sequenziale: date le tecniche di produzione, un certo livello di domanda determina la quantità di lavoro impiegato, a differenza di quanto accade nel caso neoclassico standard, in cui prezzi e quantità vengono risolti simultaneamente, in modo che il livello di occupazione si spiega con il livello dei salari (dove un salario superiore alla produttività marginale del lavoro implica disoccupazione). Al contrario, il rapporto tra salario e occupazione che l’eterodossia considera quando si affronta il problema delle quantità è, in generale, il contrario: una distribuzione più progressiva (regressiva) del reddito tende ad avere un effetto positivo (negativo) sulla domanda effettiva, aumentando (riducendo) la quantità di lavoro richiesta.

La domanda insufficiente non è solo un quadro esplicativo per la disoccupazione a breve termine, dove gli investimenti e il risparmio possono differire, ma anche a lungo termine, dove l’investimento è uguale al risparmio. La teoria della crescita “guidata dalla domanda” estende il principio della domanda effettiva sia attraverso una relazione positiva tra investimento e utilizzo della capacità installata (variante neo-kaleckiana avviata da Rowthorn nel 1982), sia tra investimenti e il consumo autonomo, cioè la spesa non finanziata da salari o che crea direttamente capacità installata (variante del supermoltiplicatore). Ciò significa che proprio come una distribuzione più progressiva del reddito tende a promuovere l’occupazione e la crescita, una distribuzione più regressiva può avere l’effetto opposto.

Cosa succede quando il cambiamento tecnologico viene introdotto in questo quadro analitico? L’incorporazione di nuove tecniche di risparmio di manodopera può essere contrastata da quattro fattori. Non è necessario che uno da solo contrasti l’effetto iniziale, ma tutti possono essere combinati con diverse intensità:

  1. I salari aumentano almeno nella stessa proporzione dei guadagni, appropriandosi di una parte uguale o maggiore del miglioramento della produttività.
  2. Il consumo autonomo non espande la domanda effettiva, compensandone la caduta iniziale.
  3. L’introduzione di una nuova tecnica accelera l’ammortamento dei beni d’uso esistenti, inducendo così maggiori investimenti e aumentando la domanda di lavoro.
  4. L’introduzione di una nuova tecnica non provoca una domanda di input o beni d’uso con maggiori esigenze occupazionali.

In definitiva, l’effetto di un aumento della produttività del lavoro sulla crescita e sull’occupazione è ambiguo e dipende, per un dato livello salariale, dalle condizioni tecniche delle tecniche alternative (le esigenze di produzione diretta e indiretta del merce). Dati questi particolari scenari, l’effetto finale dipende anche dalla decisione politica di non espandere la domanda di lavoro. Per dirla più chiaramente: si può dire che il cambiamento tecnologico causerà disoccupazione solo se si tratta di un tipo molto generale e simultaneo di sostituzione tecnica e se si presume che i lavoratori non parteciperanno alla spartizione dei profitti o stravolgeranno la politica statale a loro favore.

Il quadro teorico eterodosso qui presentato ci permette di introdurre le opere economiche di periodizzazione del capitalismo, con l’obiettivo di discutere il problema nella sua specificità storica. La combinazione di entrambe le letterature offre una spiegazione alternativa alla narrativa dominante della disoccupazione tecnologica.

Negli studi di storia economica, il neoliberismo designa contemporaneamente sia il periodo iniziato a metà degli anni ’70 sia il pensiero collettivo che lo ha propiziato, attraverso l’iperstizione del suo concetto di libertà. In questa visione à la Mont Pelerin, la libertà è intesa in senso negativo, la libertà come non imposizione e il mondo come un insieme atomizzato di individui che aspirano a massimizzare la loro utilità. Attraverso questa concezione, l’egemonia neoliberale è stata costituita su tre punti di rottura istituzionali:

  1. L’atomizzazione delle organizzazioni del lavoro e la transizione verso un modello di negoziazione individuale dei salari e delle condizioni di lavoro, che dissocia l’evoluzione del salario medio reale dalla produttività.
  2. Il “libero scambio”, che paradossalmente ha stabilito rigide regole di commercializzazione volte a consolidare una più ineguale divisione internazionale del lavoro, invertendo la maggior parte dei processi di industrializzazione nella periferia, contestualmente alla tendenza alla gerarchizzazione delle imprese monopolistiche o oligopolistiche.
  3. L’inizio di un regime di deregolamentazione finanziaria, reso possibile dalla fine degli accordi di Bretton Woods, che imponevano come norma la libera mobilità dei capitali e stimolava l’innovazione delle attività finanziarie, promuovendo un ciclo accumulazione guidato dal debito.

Quest’ultimo aspetto è di particolare interesse, in quanto ha determinato le trasformazioni più intense nelle modalità di regolazione del capitale. Il disaccoppiamento tra il settore reale e quello finanziario ha dato origine a uno speciale modello di accumulazione finanziaria, mentre il principio della “massimizzazione del valore per gli azionisti” è diventato la norma che organizza l’attività delle imprese e la sovranità statale, attraverso la tutela dei diritti privati ​​di investitori privati, creditori di debiti sovrani.

Il panorama che offre il neoliberismo è una “vendetta del rentier” rispetto al periodo che lo ha preceduto, segnato dal contenimento dei propri interessi, tra il dopoguerra della Seconda guerra mondiale e gli anni ‘70. Il risultato del trionfo neoliberista è stato un nuova configurazione di forze tra le élite e le classi popolari in generale, sia nei rapporti di mediazione diretta (disconnessione tra salari e produttività) che indiretta (riorientamento dell’azione statale e parastatale a favore del potere dei rentier).

Questo punto di vista storicamente fondato contrasta con la narrativa ortodossa della disoccupazione tecnologica. Mentre la prospettiva neoclassica, acriticamente assimilata dagli autori accelerazionisti, ritiene che il cambiamento tecnologico sia la causa della disoccupazione e della crescente disuguaglianza (forse come parte necessaria di una nuova “fase del ciclo capitalista”), la prospettiva eterodossa richiede un capovolgimento del centro dell’attenzione. Le cause della disoccupazione e dell’impoverimento sono i bassi salari reali, la crescente disuguaglianza dei redditi e le misure di austerità fiscale, ovvero le implicazioni della politica generalizzata di “vendetta del rentier” che caratterizzano il neoliberismo.

Quanto esposto finora ci permette di riconsiderare la proposta politica dell’accelerazionismo di costituire l’agenda del reddito universale di base come nuovo asse di articolazione delle posizioni progressiste. Non c’è nulla nella piena automazione che metta in discussione i tre pilastri dell’egemonia liberale. Lungi dallo stabilire una sorta di riassicurazione contro la frustrazione dei movimenti populisti, l’immaginario del post-lavoro potrebbe ostacolare progetti politici che si propongono di sfidare l’egemonia neoliberale, spostando il centro dell’attenzione dalla deregolamentazione del lavoro, dei commerci e della finanza a un’agenda politica condiscendente con le élite.

La questione merita di essere soppesata alla luce dell’eccezionalità della crisi del 2008, che ha avuto origine nel nucleo stesso dell’accumulazione finanziaria e da lì si è espansa sia nella sfera finanziaria globale che nell’economia reale. Duménil e Levy sottolineano che non si tratta di un episodio derivato da una caduta del saggio di profitto, ma piuttosto di una crisi di natura strutturale, paragonabile solo alla Grande Depressione, in quanto la sua risoluzione richiede trasformazioni pertinenti del capitalismo. Senza ancora aver delineato una nuova modalità di regolamentazione, gli sviluppi politici (crisi delle socialdemocrazie europee, rinascita di movimenti indipendentisti, rinnovamento politico negli Stati Uniti, riconfigurazione del commercio internazionale e grandi accordi internazionali, ecc.) mostrano un netto allontanamento dal quadro generale di grande moderazione di fronte all’ordine neoliberista, che era stato caratterizzato dalla convinzione che la sua egemonia fosse indistruttibile.

In questo contesto, la promozione di una Mont Pèlerin Society di sinistra troverà un terreno più adatto nello smantellamento dei pilastri che hanno sostenuto l’egemonia neoliberale piuttosto che in un’uscita “per la tangente”, articolata intorno al post-lavoro (“non c’è bisogno di distruggere la piattaforma materiale del neoliberismo” dicono Srnicek e Williams nel loro Manifesto al punto 5). L’immaginario utopico di un mondo completamente automatizzato si è coagulato in un’agenda di un reddito universale di base, che di per sé non implica alcuna messa in discussione dell’intronizzazione del potere dei rentier.

Al contrario, l’argomento principale a favore di una politica dell’UBI è la “disoccupazione tecnologica”, una narrativa condiscendente con il potere dei rentier, che è esercitata dalle élite dei paesi a capitalismo avanzato in risposta alle richieste irrisolte dell’egemonia neoliberista. Proprio come Trump e Boris Johnson incolpano gli immigrati per problemi di occupazione e reddito, incolpare i robot è diventato un modo per le élite di trascurare l’importanza fondamentale dell’austerità e delle politiche di erosione dei diritti dei lavoratori e la deregolamentazione generalizzata dei flussi finanziari e commerciali.

Questo punto merita un commento in merito alla critica inizialmente rivolta agli autori accelerazionisti, secondo cui l’insistenza sul post-lavoro era una sorta di “essenzializzazione” del populismo. L’argomento qui sviluppato mira a dimostrare che le basi e l’attenzione sul post-lavoro sono generalmente mal indirizzate e che ci sono altri articolatori che potrebbero essere effettivamente decisivi nella costruzione di una nuova egemonia. Tuttavia, la pretesa di classificare una particolare rivendicazione o di promuovere una specifica designazione del conflitto non dovrebbe essere dedotta da qui. Se questo antagonismo viene condotto in qualche modo, sarà la vitalità stessa degli attori sociali a determinare come.

Ciò solleva inevitabili interrogativi per l’accelerazionismo, una corrente intellettuale i cui principali fautori sono i professori universitari e lavoratori autonomi: quali attori sarebbero più privilegiati di altri ad accettare il post-lavoro come l’asse di articolazione? Quali settori sarebbero all’interno e all’esterno di questa articolazione?

Una risposta non moralistica all’utopia del post-lavoro

L’obiettivo di questo articolo è stato quello di esporre che l’idea della disoccupazione tecnologica implica una visione politica tendente a convalidare piuttosto che mettere in discussione l’intronizzazione del rentier. Fondato su questa premessa, l’accelerazionismo si colloca, nel contesto della crisi del neoliberismo, più vicino a un’agenda politica di conciliazione che di indebolimento dei pilastri dell’egemonia neoliberista.

Nonostante ciò, si potrebbe sostenere che un futuro contrassegnato dal post-lavoro sia un’alternativa desiderabile, anche se non è l’unica alternativa possibile. Questa è la giustificazione di un altro fautore radicale del reddito universale di base, l’antropologo anarchico David Graeber. Il suo caso è interessante perché non sostiene la sua immaginaria società del post-lavoro in una presunta necessità di coerenza politica da parte dei movimenti sociali. Il suo argomento a favore del reddito universale di base è che il capitalismo ha creato milioni di “lavori di merda” parassiti, alcuni anche altamente retribuiti, ma che non contribuiscono minimamente al valore sociale. Quei lavori potrebbero scomparire senza che nessuno se ne accorga, non accade perché sono una necessità per le classi dirigenti. Il tempo libero sarebbe una scossa sociale, mentre il lavoro retribuito sarebbe disciplinare.

Graeber si sofferma su punto interessante a cui gli accelerazionisti non hanno prestato abbastanza attenzione: la moralizzazione del lavoro. Esiste una considerazione morale del lavoro come un bene in sé, anche nel caso di lavori prescindibili, dal valore sociale nullo o negativo. Per l’attuale ordine sociale, è più conveniente che il lavoratore perda tempo a svolgere compiti inutili o fingere di essere impegnato in qualcosa, purché lo faccia secondo una logica disciplinare, prima che riceva semplicemente i soldi e abbia tempo libero per svilupparsi in qualche tipo di azione che può essere socialmente apprezzata, come il lavoro riproduttivo, la produzione artistica, la scienza, ecc.

La proposta di reddito universale di base di Graeber è presentata come un contrasto sia con la realtà capitalista dei “lavori di merda” che con le esperienze di pieno impiego sovietiche, in cui quattro dipendenti servono una sola persona in un magazzino pubblico. Niente sarebbe peggiore che “seppellire i soldi perché qualcuno li cerchi”. La sua visione del reddito universale di base è che promuove la sovversione morale, passando da una gerarchia sociale del dovere di obbedire agli ordini durante la giornata lavorativa a una gerarchia della produzione di valore sociale.

Non rientra nello scopo di questo articolo discutere l’affermazione di Graeber, ma il suo punto è rilevante perché mostra cosa non dovrebbe essere una critica dell’utopia del post-lavoro. C’è un dibattito aperto tra la proposta di un reddito universale di base contro la proposta dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza o “lavoro garantito”. Alcuni degli argomenti di quest’ultimo approccio contro il reddito universale di base si riferiscono a ragioni come quelle criticate da Graeber: che è meglio che lo Stato dia lavoro prima che trasferisca incondizionatamente il denaro, perché il lavoro migliora “la salute fisica e mentale, approfondisce l’accumulazione del capitale umano degli individui, rafforza i risultati educativi e lavorativi degli altri membri della famiglia.”

Un cattivo argomento contro la proposta del reddito universale di base non elimina ciò che può essere vero di tutto ciò che si è cercato di esprimere fin qui. Il reddito universale di base, sebbene possa essere basato su una moralizzazione del lavoro, è ancora un’agenda condiscendente con l’egemonia neoliberista. Ancora più importante, ci sono innumerevoli alternative all’utopia del post-lavoro che non solo non coinvolgono criteri di valutazione morale del lavoro, ma mettono in discussione anche l’attuale logica di produzione e distribuzione con paradigmi nuovi e scientifici.

Per citare un caso, la garanzia del lavoro può essere combinata con politiche di innovazione con un approccio basato su priorità sociali. La premessa è che è importante non solo considerare il tasso di crescita di un’economia, ma anche la sua direzione. Le priorità sociali prevedono la massiccia mobilitazione di risorse attraverso vari settori dell’economia, con l’orientamento ad innovare nella risoluzione di una specifica priorità sociale. Un’espansione della democrazia potrebbe dare la priorità ad obiettivi nel campo della salute, dell’istruzione, dell’ambiente o della cultura.

L’approccio basato sulle priorità sociali è un segno che le alternative all’egemonia neoliberale diverse dal reddito universale di base non devono necessariamente essere moralizzanti o una ripetizione del modello fordista. L’approccio, ripreso da Mazzucato, tende ad estendere le relazioni politiche e le azioni deliberative nell’ambito delle relazioni economiche definite da azioni di dominio. In quanto aspirazione iperstiziale, è una sfida rilevante alla base della “libertà del mercato” su cui si basa l’attuale egemonia. A differenza di quanto accade con la mobilitazione intorno alla domanda di reddito universale, l’approccio delle priorità sociali rompe con la logica dell’atomizzazione individuale e solleva una discussione su cosa e come viene prodotto. La stretta connessione dell’utopia post-lavorativa con il neoliberismo si manifesta anche in queste carenze.

Conclusioni

Gli accelerazionisti hanno presentato ai movimenti sociali e politici l’invito ad articolare una nuova egemonia attorno all’asse del post-lavoro, con la richiesta di un reddito universale di base come agenda politica più immediata. Ma la mobilitazione di sforzi intellettuali e politici progressisti con questa prospettiva è un gesto di obbedienza non necessario all’egemonia neoliberista. Gran parte di questa docilità è spiegata dall’orfanità concettuale degli accelerazionisti nel campo della letteratura economica, che li ha portati ad assimilare una narrativa ortodossa del cambiamento tecnologico. Questo approccio distoglie la responsabilità delle élite sui problemi della disoccupazione e della disuguaglianza e presenta come soluzione una misura che non altera i pilastri dell’attuale egemonia: la perdita dei diritti dei lavoratori, la deregolamentazione commerciale e la deregolamentazione finanziaria. La crisi neoliberista richiede l’opposto. Per invertire la rotta sono necessarie una maggiore organizzazione del lavoro, una riconfigurazione dei modelli di specializzazione commerciale e produttiva e una nuova regolamentazione finanziaria. Questo non si riferisce a una concezione del lavoro come un dovere né fa appello a una ricostruzione anacronistica di vecchie forme di egemonia. I termini dell’articolazione saranno definiti dalla vitalità delle forze sociali di fronte al neoliberismo.

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