Tra Pinochet e Friedman

Dicono che siamo tiranni, ma, ahinoi, la tirannia è solamente la conseguenza, e questo i Greci l’avevano intuito, della retorica sofista quale sovente ci viene propinata mediante frasi ad effetto non veritativo, ma unicamente finalizzato ad una critica speciosa entro cui i Signori tentano di identificarsi, istericamente schiavi nel negativo senza però cedergli la concretezza dell’indipendenza. In altro modo poi, si ergono al momento dell’«io so», senza specificare, senza significare l’oggetto delle loro conoscenze: l’importanza risiede nella violenza di risposta ma, d’altronde, la differenza tra parresia e akrasia consta proprio in tal comportamento recidivante, fideistico al paradossale.

Analizziamo le loro asserzioni nei nostri confronti:

«Eppure, diffondiamo solo idee»: tralasciando la forma di diffusione, eristica della parola forte ( ad Hitler piaceva Paracelso non per le sue teorie che aprirono la strada all’epistemologia medica moderna, bensì per le sue invettive artisticamente autoreferenziali), questi parlano come se le idee non possano esser espressione biopolitica di potere ed eterodirezione. Tutt’altro, sicché il potere si dispone proprio nell’agire comunicativo: d’altronde, da una prospettiva egotistica consegue sempre l’irresponsabilità nell’uso dei nuclei di espressione, ed è proprio tale irresponsabilità nella significazione che permette l’eterodirezione di un potere impersonale, rappresentante grammatiche sociali scisse dalla loro messa in discussione. D’altronde, i nostri eroi si tengono ben distanti da tale analisi del potere perché sarebbe imbarazzante negare la concezione di dominio impersonale formalizzato pure dalla Arendt (nonostante pedissequamente citino le sue critiche a Marx e al totalitarismo) al fine di salvare il loro sacro assunto, quello della piena autonomia soggettiva dalle strutture simboliche storico-oggettive, e il suo doppio etico per cui se non arrivi a fine mese è colpa tua, così come la famosa massima per cui con la libertà economica tutti possiamo essere liberi imprenditori nella catallassi di mercato. Retaggio cartesiano e calvinista, come esordirà Spinoza, vana religio dei deboli e dell’illusione. Mero oscurantismo basato su presupposti a legittimazione della succitata prescrizione morale, totalmente rifiutati da qualsiasi disciplina delle scienze della mente, dalla neurolinguistica alla psicoanalisi.

Ed infatti parlare di libero scambio e liberalizzazioni come se il dominio possa solamente venire dall’alto e non da sottosistemi volti a colonizzare la prassi di produzione linguistica è puramente il mito di coloro che credono nella libertà dello schiavo di farsi schiavo, la libertà di accettare logiche disciplinanti divenute universali nell’agire dei corpi a fronte della difficoltà di mettere in discussione le loro catene.
D’altronde, solamente il pensiero binario libero scambio-protezionismo rende l’idea di quanto le persone che ne parlano non riescano ad uscire da una determinata logica governamentale (citando Foucault), opponendo tra loro due regolazioni dello scambio di informazioni definite solo all’interno del sistema capitalistico stesso. Oltre la classe logica del capitalismo e delle sue categorie di autoriproduzione loro non vanno: pigrizia intellettuale ed infantilismo analitico. Lo stesso che, per di più, si può identificare con la nostra personificazione quali «difensori della tirannia cinese»: oltre alla binarietà di pensiero, i nostri cari amici non riescono ad andare. Chi critica le manifestazioni di Hong Kong è automaticamente affiliato alla RPC. Ci spiace, ma non è così: la nostra è una terza parte, una voce critica che si permette di non parteggiare. E questo ben lo si capisce quando scriviamo come la Cina sarà il futuro nodo egemone all’interno del prossimo ciclo di accumulazione capitalistica: l’anticapitalismo che difende uno dei sistemi capitalistici più aggressivi degli ultimi 20 anni porta ad una politica opposta al principio di non contraddizione che felicemente cediamo ai nostri cari amici neoliberali, che ben riescono a realizzarla nelle loro asserzioni.
Le stesse che riescono ad inneggiare alla libertà sacralizzando l’Operazione Condor.

È divertente poi il fatto che parlino di libertà all’interno della visione di pace sociale, connotando la lotta quale meccanismo assiologicamente negativo. Ebbene, da Marx alla cara Arendt fino a Deleuze, Derrida, Adorno la loro visione di mediazione che possa sostituire l’immediatezza, di riconciliazione ed incorpamento, è proprio definita qual visione totalitaria di ascendenza hegeliana, verso cui la pace sociale fa solo da conseguenza etica (e questo lo capirono bene Gentile e Mussolini ne La dottrina del Fascismo) ad una grammatica concettuale che non apre alla differenza, all’a-concettuale. Dire che lo svilupparsi della realtà si contraddistingue dalla lotta, dalla contraddizione, dal polemos, non vuol dire che l’ermeneutica del reale si struttura su un branco di contadini ed operai incazzati che con le alabarde vogliono scotennare qualcuno per il gusto del sangue (di macellerie messicane la storia ne ha viste, di norma a conseguenza delle ingerenze dei pochi sui tanti), bensì che lo scarto derivato tra opposti inconciliabili apre alla differenze, si fonda sulla differenza: quando un rapporto di forza vuole eliminarle in una grammatica di senso, le pone in un ambito di amministrazione totale della realtà. Chi punta sulla riconciliazione delle differenze le annienta, è la pace sociale che lo stato morale hegeliano avrebbe dovuto portare nella società civile. E, come ben ci fa vedere Hegel, nonostante ci sia tale riconciliazione la guerra è determinante quale meta dialettica, perciò l’annientamento dell’opposizione non è mai annientamento della violenza, anzi, nella coercizione dell’epitaxis ritrova il suo senso del limite (nel capitalismo tale violenza è nucleare e multiforme in effetti, perché la sola concorrenza presume un atto di sperequazione nella riproduzione della vita).

In definitiva, ben si vede la loro inadeguatezza analitica, la stessa che li rende ripetitori vanagloriosi e generalizzanti di teorie e principi esposti dai loro padri ideologici, il cui solo lascito a questi signori non fu l’umiltà di Bohm Bawerk, bensì la farsa istrionica e giullaresca di Friedman. Ed è quello di cui proprio non abbiamo bisogno, anche se forse ce lo meritiamo come movimento socialista per non aver mai preso una salda posizione contro il modus operandi della demagogia contemporanea verso la quale la propaganda di questi signori, dalla sua formalità alla relativa contenutistica, si presenta come suo atto parossistico.

— Collettivo “Le Gauche”

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