Ricostruzione e Rifondazione del Capitale

La proposta di Jacques Bidet

— Bollettino Culturale, 13 febbraio 2021

Il libro di Jacques Bidet, intitolato Explication et reconstruction du “Capital”, è così audace che il lettore si sente sfidato a seguire il suo autore dall’inizio alla fine. Non solo audace, ma anche estremamente provocatorio per chiunque proponga di leggere Marx alla luce di nuovi fenomeni contemporanei. Il libro ha un contenuto straordinariamente denso, che richiede una profonda conoscenza del Capitale da parte di coloro che desiderano giudicare, con correttezza, la proposta di rifondazione di Bidet.

La prima parte del suo libro è dedicata alla Spiegazione il cui scopo è quello di completare l’esposizione di Marx basata su ciò che ha lasciato implicito e persino incompleto. Più chiaramente, si tratta di aggiungere nuovi concetti all’esposizione di Marx che non sono stati esplorati da lui, ma che, in un certo senso, non gli sarebbero estranei. Nella seconda parte, la Ricostruzione, Bidet propone una nuova esposizione categorica del Libro I, in modo che “sia all’altezza delle sue ambizioni: scientificamente coerente, empiricamente rilevante e politicamente significativo”.

La controversia sulle letture del Capitale

Chiunque si impegni in una simile impresa, non può ignorare che il Capitale è già oggetto di letture che godono di una certa posizione di monopolio nel campo accademico. Bidet lo sa molto bene. Mette in evidenza le tre interpretazioni più conosciute e accettate, sottolineando i loro crediti dovuti, sottolineando le loro inadeguatezze teoriche.

Ma dove giacciono queste inadeguatezze teoriche? Nello spiegare il passaggio dalla Sezione I alla Sezione II del Capitale, in cui Marx indaga la trasformazione del denaro in capitale. La prima di queste interpretazioni analizza questo passaggio come di natura storica. La Sezione I è intesa come espressione di una semplice società mercantile che precede la produzione propriamente capitalista. Ora, Bidet sostiene, “Marx tratta questa Sezione I come l’inizio (logico e non storico) necessario per lo studio delle relazioni capitaliste”. E giustamente. Dopotutto, per Marx, la presentazione delle categorie non corrisponde all’ordine in cui appaiono nella storia, ma piuttosto al posto che ognuna occupa nella società capitalista.

La seconda interpretazione, scartata da Bidet e che egli definisce costruttivista, analizza quel passaggio dalla costruzione di un semplice modello teorico, in cui il “capitale” è distribuito equamente tra tutti, a un modello complesso, in cui è monopolizzato da alcuni. In realtà, non è un passaggio analitico, ma uno sviluppo che ci trasporta, dal piano delle relazioni tra individui, per il quale la nozione stessa di “capitale” non ha senso, a quella delle relazioni di classe.”

Neanche l’interpretazione dialettica riesce a spiegare in modo soddisfacente il passaggio dalla Sezione I alla Sezione II, poiché interpreta questo passaggio come un movimento che va dalla comparsa del sistema alla sua essenza. Ora, dice Bidet, “ciò che Marx costruisce, in effetti, nel Capitale deve essere formulato in un modo totalmente diverso: come passaggio (logico, non storico) dalla forma mercantile di produzione, il tema della Sezione I, in quanto costituisce l’involucro più generale delle relazioni di produzione capitalistiche, alle relazioni specificamente costitutive del capitalismo.”

Per Bidet, quindi, la lettura dialettica fallisce perché interpreta il passaggio dalla Sezione I alla Sezione II come un movimento che va dall’apparenza all’essenza. Ora, dice Bidet, questa lettura fa due errori: (1) prende la Sezione I come rappresentazione del mercato, come se questa fosse una forma di organizzazione della produzione esclusiva del capitalismo; (2) contrariamente a quanto pensano i dialettici la Sezione I, come “l’involucro generale delle relazioni di produzione capitalistiche”, comprende, oltre alla forma del mercato, la forma dell’organizzazione, due poli opposti che sono governati da logiche diverse, ma che si implicano reciprocamente. È così che la Sezione I del Capitale deve essere interpretata e non come un’espressione esclusiva del mercato. Inoltre, questa lettura, poiché parte del mercato per raggiungere il capitale, non si rende conto che la dialettica “proviene dall’analisi di una forma determinata, delle sue intrinseche contraddizioni o insufficienze, che sono tali da non reggersi da sole, ma implica un’ulteriore determinazione. Lo stesso vale dalla merce al denaro, dal denaro allo Stato.” Ora, seguendo Bidet, “il mercato non presenta alcuna insufficienza o contraddizione che implicherebbe il passaggio al capitale.”

Questo è il problema centrale attorno al quale ruota la tesi di Bidet e da cui inizia a rifondare la teoria del Capitale in modo che possa raggiungere l’obiettivo che si prefigge.

La spiegazione

Deficit concettuali

Per Bidet, il passaggio dalla Sezione I alla Sezione II e da qui alla Sezione III del Libro I del Capitale richiede una netta distinzione tra produzione in generale, mercato e capitale. Non senza ragione, per lui, “uno dei compiti della Spiegazione sarà quello di chiarire il rapporto tra la produzione in generale, il mercato come logica di produzione e il modo di produzione capitalistico in quanto tale”.

Ma prima di esporre la Spiegazione, Bidet parla di alcuni concetti precedenti che Marx non è riuscito a spiegare all’inizio della sua presentazione. Dopo tutto, questo inizio, dirà, “Non si tratta, come nella Logica di Hegel, di un cominciamento assoluto, senza presupposto, ma del cominciamento di una teoria particolare, teoria di un oggetto particolare: il modo di produzione capitalistico”.

Bidet ha ragione. Marx inizia la sua opera partendo dalla merce che appare come un’unità di due determinazioni: valore d’uso e valore di scambio. La prima si applica alla produzione in generale, come direbbe Bidet, per tutta la storia dell’umanità, mentre la seconda appartiene al capitalismo. Questo inizio, quindi, parte, da un lato, da “determinazioni generali, comuni a diversi sistemi storici, e in tal senso precedenti a questa spiegazione, e, dall’altro, da finalità specifiche”. Bidet riconosce che “questa procedura è inevitabile, poiché lo scopo stesso della spiegazione è mostrare come gli elementi costitutivi di tutta la socialità (socialité) siano specificamente coinvolti in queste “relazioni di produzione” storiche particolari”.

Perché sviluppare queste determinazioni generali e precedenti (modo di produzione e processo di lavoro in generale)? Perché, risponde Bidet, “se riflettiamo sul possibile superamento del capitalismo, è importante sapere quale sia, nella società moderna, l’ambito della produzione in generale, della forma mercantile in particolare, o delle strutture capitalistiche: questo presuppone, ad esempio, abolire il mercato? Rimettere in discussione il progetto “produttivo” in generale? O instaurare un altro ordine giuridico-politico?”

Questo dovrebbe essere sufficiente per far capire al lettore perché Bidet ritiene importante spiegare questi concetti preliminari.

Spiegazione della spiegazione

La Spiegazione inizia con i primi tre capitoli del Libro I: quello della merce, il processo di scambio e la moneta e la circolazione delle merci. La sua intenzione è quella di mostrare la dialettica di come si sviluppa la merce sotto forma di denaro e di come richiede necessariamente la presenza dello Stato, che “non è mai stato veramente [valutato] dagli interpreti [di Marx] (…). Uno Stato definito prima della struttura di classe, e che può essere definito in questo senso come uno Stato “meta-strutturale”, la cui figura astratta sarà abbozzata da Marx nei termini di uno Stato “mercantile”, se posso usare questo termine per designare lo Stato capitalista nel momento astratto in cui si conoscono solo i rapporti di mercato”.

Affinché il lettore non salti alle conclusioni, chiarisce che lo Stato così definito “prima della struttura di classe”, non si riferisce a un prima storico, ma, piuttosto, logico. È anche utile anticipare il concetto di meta-struttura. Bidet, con il termine meta, afferma di voler “designare qui, in primo luogo, quel livello più alto di astrazione con cui si deve cominciare per arrivare alla spiegazione della “struttura” propria del modo di produzione capitalista. Questo inizio non è solo legittimo: è necessario. E sebbene Marx offra solo una presentazione unilaterale e limitata, è a Marx che dobbiamo (…) il concetto di meta-struttura, che designa un momento astratto in cui conosciamo solo gli individui, presumibilmente liberi e che formano la società attraverso il rapporto della produzione di mercato. Questo momento “supera se stesso” (…) diventando il suo “opposto”: una società composta di classi, sotto il segno della disuguaglianza, dello sfruttamento e del dominio. Ma questo inizio, anche se superato (…), non viene mai abolito”.

Se è vero che a Marx deve il concetto di meta-struttura, perché Bidet pensa che ha fatto solo una presentazione limitata e unilaterale di questa sfera? In primo luogo, perché Marx avrebbe costruito il concetto di mercato come se fosse specifico dei rapporti mercantili, quando, in realtà, sono quelli che esprimono la logica più generale e astratta del capitalismo. In secondo luogo, aggiunge, Marx ha ridotto la costruzione di quel concetto unicamente all’analisi della merce; non è riuscito a indagare il mercato in quanto tale. Per questo, sarebbe necessario aggiungere altri concetti che non compaiono nella Sezione I, come il prezzo di mercato e la concorrenza all’interno del segmento e tra i segmenti, necessari per definire il tempo di lavoro socialmente necessario .

Ora, se le lettura del Capitale segue rigorosamente il metodo che va dall’astratto al concreto, come spiega bene Marx nei Grundrisse, sarebbe utile chiedere a Bidet se, concettualmente, non solo il più concreto potrebbe essere esposto al termine della presentazione, quando poi si possono indagare, come dice lo stesso Marx, “le forme concrete che nascono dal processo di movimento dei capitali considerato nel suo insieme”.

Sarebbe anche utile chiedere a Bidet se anche la categoria del profitto, esposta nel capitolo X, del Libro III, non dovrebbe essere spostata da lì alla Sezione I del Libro I. Dopotutto, senza questa categoria, Marx non potrebbe indagare sulla formazione dei prezzi di mercato.

Questo non è l’unico dubbio che il testo di Bidet potrebbe sollevare. Per lui, il lavoro astratto può essere definito solo con il suo lavoro concreto correlato. Poiché quest’ultimo fa parte delle determinazioni generali, comuni a diversi sistemi storici, anche il lavoro astratto sarebbe una categoria che apparterrebbe all’ambito della produzione in generale, cioè del lavoro in generale. E ciò che sembra più grave è il fatto che, per Bidet, Marx costruisce il concetto di lavoro in generale dalle comunità primitive alle società di classe, persino al comunismo. A tal fine, utilizza l’esempio di Robinson Crusoe. Questo, dice Bidet, “fornisce la figura teorica del “lavoro in generale”, secondo la coppia lavoro concreto (utile)/lavoro astratto (spesa): Marx introduce così quella che chiamerei ‘modalità di lavoro’ (…) , cioè il lavoro considerato in assenza (cioè fare astrazione) dell’intera società”.

Due cose risaltano in questo passaggio. Il primo è la riduzione del lavoro astratto alla categoria del lavoro in generale, che governa ugualmente l’intera forma sociale di produzione. Certamente Bidet non ignora il commento che fa Marx quando, rivolgendosi a James Steuart, afferma che questo “dimostra (…) in dettaglio che la merce come forma elementare fondamentale di ricchezza, e l’alienazione come forma dominante dell’appropriazione, appartiene solo al periodo della produzione borghese e che, quindi, il carattere del lavoro che pone il valore di scambio è specificamente borghese”. Ora, se per Bidet il lavoro astratto rientra nel campo di applicazione delle categorie in generale, la tesi di Marx secondo cui solo quel lavoro crea valore andrebbe a rotoli?

La seconda si riferisce al fatto che Marx utilizza la figura di Robinson, come risorsa ipotetica, per dare ragione alla questione della conoscenza. È come se Marx partisse da ciò che non è, per arrivare a ciò che è. Se questo fosse vero, come si può capire che, per Marx, le categorie sono dell’ordine dell’essere e del pensiero e, quindi, non ricorrono alla costruzione di un’ipotesi fittizia?

Questi dubbi sull’analisi di Bidet della Sezione I del Libro I non sminuiscono la sua lettura. La sua spiegazione della moneta, punto III di questa sezione, è estremamente interessante. Il suo grande merito è di aver indagato il rapporto tra moneta e Stato, come due istituzioni che seguono logiche diverse. In effetti, il denaro come segno “non è socialmente valido se non per la circolazione forzosa, per l’azione coercitiva dello Stato […] nello spazio nazionale (…). Si afferma così il doppio carattere della moneta: lavoro di mercato e lavoro di organizzazione, e più precisamente di organizzazione statale”.

Bidet ha perfettamente ragione a postulare la presenza dello Stato a questo livello di astrazione. Il rapporto tra denaro e Stato mostra che il denaro non è solo un prodotto del mercato, ma si impone indipendentemente dalla volontà degli agenti sociali. Sono questi, attraverso un atto di volontà ordinaria, che stabiliscono la moneta come l’equivalente generale degli scambi. Si scopre che Marx ha introdotto gli agenti sociali, dall’inizio del primo capitolo, come semplici agenti passivi, soggetti economici che non sono altro che personificazioni di relazioni mercantili.

Ma questa passività è concepibile, in un mondo in cui gli individui sono razionali, liberi ed eguali? No, sostiene Bidet. Basa il suo ragionamento, usando lo stesso Marx del Capitale, quando, dopo aver presentato l’equivalente come in possesso di un potere al di sopra della volontà degli uomini, afferma che Nel loro imbarazzo, i nostri possessori di merci ragionano come Faust: «Im Anfang war die Tat» [«In principio era l’azione»]. Niente li ferma. Hanno già agito prima di aver pensato.” In Per la critica dell’economia politica afferma che il modo di essere del denaro “come simbolo è garantita dalla volontà generale dei possessori di merci, ossia in quanto ottiene un’esistenza legalmente convenzionale e quindi corso forzoso” imposta dallo Stato.

Bidet trova così elementi per difendere la sua tesi che Marx “non può accontentarsi di far parlare e agire la merce; semplicemente postulare, ad esempio, che ci si vede “esclusi” dagli altri come valore d’uso, conservando solo la sua funzione di valore. Questa esclusione deve essere un “atto” e questo – in una società di persone considerate libere, coinvolte nello scambio, che è sempre un “atto sociale comune” – è concepibile solo come un “atto comune”, che mette una merce di lato. In breve, “in principio era l’azione””.

Ma perché gli interpreti di Marx pensano che il denaro è un prodotto esclusivo del mondo delle merci? Marx ha la sua giusta parte di responsabilità, in quanto espone la merce e il denaro, prendendo come riferimento un unico polo, il polo mercantile. Poca o quasi nessuna attenzione è stata dedicata al suo contrario, al polo organizzativo. Questo, secondo Bidet, designa l’altra forma razionale di coordinamento del lavoro sociale nel capitalismo e comprende, oltre allo Stato, tutte le forme organizzate, come, ad esempio, l’organizzazione del lavoro all’interno delle imprese. Mercato e organizzazione sono, quindi, i due poli della produzione sociale, antitetici e sovrapposti, senza però essere strettamente omologhi.

Bidet capisce che questa coppia, mercato/organizzazione, è al centro del problema di Marx, che però non sapeva come usarla a dovere. E non capisce perché parla dell’organizzazione solo nella Sezione IV del Libro I, quando espone la tendenza del sistema, cioè del movimento che va dalla cooperazione alla manifattura e da questa alla grande industria. Ora, protesta Bidet, l’organizzazione dovrebbe avere il suo posto all’inizio dell’esposizione del Capitale. Prova di ciò, è la teoria del denaro che richiede necessariamente la presenza dello Stato, di questa forma di organizzazione, come si è visto prima.

Ma perché spostare il polo organizzativo nella Sezione I? È di questo che tratta la seconda parte del libro di Bidet, Ricostruzione, che sarà ora oggetto di una breve discussione. Dopo tutto, la Spiegazione contiene tutti gli elementi che saranno oggetto della Ricostruzione.

La Ricostruzione

Analizzando il concetto marxiano di lavoro socialmente necessario, Bidet aggiunge che “il tempo di lavoro (…) non è mai solo quello prescritto dalla natura o dalla tecnologia, ma sempre anche ciò che condiziona una mobilitazione, una spesa socialmente ottenuta e regolamentata”. Nel paragrafo successivo commenta che “questo vincolo assumerà, nell’articolazione dei rapporti mercantili e capitalistici, un duplice significato: 1) il mercato vincola la produzione di determinati prodotti, da produrre in un certo tempo; 2) il capitalista eserciterà questo vincolo sul lavoratore e la spesa sarà così trasformata, come dirà Marx, in “consumo” della forza lavoro dal capitalista che organizza il processo produttivo. Ovviamente si tratta di due classi di agenti la cui articolazione non è ancora determinata ma astratta, e che non bisogna affrettarsi a trascrivere in figure concrete. Ma è attraverso questo accoppiamento spesa/consumo (della forza lavoro) che, a questo livello più essenziale, si deve considerare l’articolazione dei due momenti mercantile e capitalista”.

È in questo senso che Bidet comprende che questi due poli sono fattori di classe. In essi, quindi, c’è una tensione che esige il suo dispiegarsi in nuove determinazioni; un’analisi più concreta, direbbe Bidet.

Ora, sì, è possibile capire perché Bidet arriva a dire che la Sezione I “contiene al suo interno la forma di coordinamento del lavoro ‘non di mercato’, che implica altre categorie legali oltre a quelle proprie del mercato (proprietà, libertà, uguaglianza): in questo caso, “autorità”, “subordinazione” e il rapporto tra loro secondo la “regolazione sociale””. Così, aggiunge Bidet, “la questione è se Marx abbia buone ragioni per arrivare all’”organizzazione” solo in quel momento nella descrizione della ‘fase’ storica della manifattura, invece di affrontarla, come il mercato, all’inizio logico-astratto (meta-strutturale), da cui deriva il concetto (strutturale) di capitalismo”.

Ora andiamo direttamente alla questione del passaggio dalla Sezione I alla Sezione II e da questa alla III. Più chiaramente, il passaggio dal mercato alla forma di capitale.

Questo problema è già, in un certo senso, risolto. Con lo spostamento del polo dell’organizzazione al Capitolo I, Bidet comprende che la cellula elementare del rapporto mercantile non è la merce, ma la fabbrica. Per lui, “l’oggetto dell’inizio della spiegazione, capitolo I, punti I e II, è, allo stesso tempo, la merce, il mercato e la fabbrica: questi sono infatti i termini che la spiegazione collega tra loro. Ma la logica che definisce questo inizio è quella della fabbrica, come logica specifica, legata alla forma mercantile della produzione, e imposta all’imprenditore come norma della sua pratica. È l’impresa che si può definire come cellula elementare del rapporto mercantile (capitalista), sottoposto come tale alla concorrenza (1) all’interno di un segmento e (2) tra segmenti (…) e (3) alle fluttuazioni del prezzo delle materie prime (…) È la fabbrica (e l’imprenditore, in quanto ‘produttore-scambiatore’) che si occupa di questa triplice determinazione, costitutiva del valore del lavoro”.

Ora la fabbrica, in quanto cellula di organizzazione della produzione dei beni, è il luogo dove si ricava e si regola il tempo di lavoro socialmente necessario. È un tempo imposto e, come tale, implica una tensione tra chi comanda e chi è comandato.

Ci sono tutti gli elementi (fabbrica, salario…) che richiederanno il passaggio dal mercato alla forma di capitale. Non è quindi un passaggio dall’apparenza all’essenza, ma, al contrario, dalla produzione mercantile alla forma di capitale. I due poli, mercato e organizzazione, in quanto fattori di classe, richiedono lo svolgersi delle relazioni interindividuali in relazioni di classe, poiché il tempo di lavoro socialmente necessario è imposto dalla fabbrica, il che obbliga il lavoratore a produrre un valore maggiore di quello della propria forza lavoro .

Qui sta la questione centrale attorno alla quale ruota la proposta di rifondazione della teoria marxiana. Vale la pena ricordare che per Bidet il mercato e l’organizzazione sono poli che trascendono la forma di produzione capitalistica. Dovrebbero scomparire nel socialismo? Tutto indica una risposta negativa. Ma questa è una domanda che è lasciata all’interpretazione del lettore.

 

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