Managerial Capitalism: una recensione critica

Managerial Capitalism. Ownership, Management and the New Coming Mode of Production di Gérard Duménil e Dominique Lévy

— Bollettino Culturale, 28 febbraio 2021

Questa recensione è da intendere come una panoramica generale delle tesi di “Managerial Capitalism. Ownership, Management and the Coming New Mode of Production” utile al lettore per orientarsi nelle discussioni sul libro avviate con Gianfranco La Grassa, con cui toccheremo solo i capitoli che possono portare ad un ponte con le tesi sviluppate sul ruolo dei manager nel capitalismo e sul conflitto strategico dall’economista italiano e da Duménil. A tal fine, si ricordano sia l’utile  intervista all’economista francese pubblicata su questo sito il 27.12.2020 che la  discussione introduttiva sulle sue tesi con La Grassa, pubblicata sul canale YouTube del Bollettino Culturale il 21.02.2021.

Capitalisti e manager sono termini ricorrenti nel linguaggio popolare e accademico. Chiunque fosse mosso dalla nozione di classi sociali, non sotto forma di classi funzionali, definite dalla sociologia in ragione delle attività che i loro membri esercitano, ma attraverso grandi forze sociali che spiegano il movimento storico della società mondiale, sarebbe incuriosito dalla affermazione che nella società odierna prevalga il capitalismo manageriale.

Il libro Managerial capitalism rende lo scenario più complesso utilizzando anche l’espressione “modo di produzione”. Classi e modi di produzione sono termini della teoria marxiana. Se scrivere un libro ha il ruolo di provocare stupore, il libro di Gérard Duménil e Dominique Lévy svolge questa funzione.

Gli autori affermano che la società contemporanea è organizzata nella forma di un nuovo modo di produzione, il capitalismo manageriale, vittorioso nella lotta sul comunismo. Non è il capitalismo come siamo abituati a riconoscerlo, ma un capitalismo ibrido, composto da una combinazione di proprietari dei mezzi di produzione con manager privati ​​e amministratori statali. Da qui l’espressione, facilmente traducibile dall’inglese, di capitalismo manageriale.

Le principali questioni sollevate dal libro sono: 1. se la società mondiale è entrata in un nuovo modo di produzione e 2. se le classi sociali che ne farebbero parte sarebbero i manager, oltre alle organizzazioni della borghesia e del proletariato. Vediamo di seguito le principali tesi sviluppate, le fonti di informazione utilizzate, come gli autori organizzano lo scritto e lo sviluppano, lasciando il contorno degli elementi critici per la parte finale di questa recensione.

Il libro è organizzato in quattro parti principali, la prima delle quali è “Modes of production and classes”. Inizia presentando prove empiriche sulla disuguaglianza di reddito, sorprendentemente, prima di occuparsi della teoria della storia. L’evidenza empirica è il punto culminante dell’intero libro. I dati sono prodotti da econofisici, fisici che lavorano su problemi economici, in questo caso la distribuzione del reddito nelle famiglie americane per un periodo di circa un secolo a partire dall’inizio del XX secolo e fino all’inizio del XXI secolo, la cui fonte sono le pubblicazioni annuali dell‘Internal Revenue Service degli Stati Uniti d’America. Questi dati consentono agli analisti di studiare separatamente il reddito guadagnato attraverso i salari e il capitale. Secondo l’analisi dei dati, la proporzione dei guadagni dai salari rispetto a quelli del capitale sarebbe aumentata. I salari e il capitale sono indicatori fondamentali per lo studio delle classi sociali, con il reddito da capitale che denota il raggruppamento dei proprietari di capitale e il reddito da salario il raggruppamento dei manager.

Questo lungo periodo studiato attraverso i dati riferiti alle famiglie nordamericane (non agli individui) consente agli autori del libro di organizzare una periodizzazione del secolo studiato, delle sue caratteristiche ed evoluzione in relazione alle politiche sociali progressiste e alle politiche sociali regressive. Nel secolo considerato vengono stabiliti quattro periodi, vale a dire: (a) la crisi finanziaria alla fine del XIX secolo; (b) la crisi dei profitti degli anni ‘30; (c) la crisi dei profitti degli anni 1970-1980; e (d) la crisi finanziaria del 2007-2008.

Tale periodizzazione fornisce una base per l’interpretazione storica che gli autori danno della transizione dal modo di produzione capitalistico, nel senso esplicito di produzione di pluslavoro e sfruttamento attraverso il capitale in quanto proprietà, al modo di produzione del capitalismo manageriale. I quattro periodi rendono possibile un’interpretazione storica delle dinamiche di partecipazione al modo di produzione capitalistico, nonché la discussione sulla possibilità che i movimenti sociali riescano ad ottenere successi o meno, ciò che rende il periodo in questione come influenzato dalla realizzazione di politiche progressiste o fasi in cui i movimenti sociali sono influenzati da politiche regressive.

Più che una periodizzazione, il libro intende analizzare l’evoluzione della categoria dei manager al punto in cui il loro potere è così grande da consentire loro di essere valutati come una classe che si organizza e crea un modo di produzione. Il punto di rottura tra capitalismo e capitalismo manageriale sarebbe nel fatto che il capitalismo teorizzato da economisti e sociologi si riferisce all’accumulazione di capitale e alla formazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, privando i lavoratori del lavoro libero e trasformando l’intera forza lavoro in lavoro salariato. Fin dall’inizio, i capitalisti che possedevano i mezzi di produzione usavano amministratori di capitali, che venivano incorporati negli affari come professionisti che lavoravano a diversi livelli di società e imprese. Ancora oggi una certa sociologia delle classi sociali affronta il problema di come classificare i manager come professionisti. Gli autori del libro in esame non percorrono questa strada. Intendono dimostrare la crescita nel tempo del numero dei manager e soprattutto l’aumento del loro potere decisionale nel mondo degli affari al punto da contendere gli spazi ai proprietari di capitale.

Il fenomeno dell’emergere e della crescita dei manager nel mondo degli affari è stato descritto da autori precedenti, tra cui Burnham, Galbraith e Schumpeter. Ma nessuno di loro ha mai osato affermare che i manager consolidano già intorno a sé una quantità e una qualità di poteri tali da osare intenderli come una classe sociale a sé stante. Gli scritti, quando si occupano di discutere la classe sociale, tendono a collocare i manager insieme ai proprietari dei mezzi di produzione, non separatamente, ma condividendo interessi simili. La classe borghese sarebbe formata congiuntamente da proprietari e manager, con i manager che sono un gruppo nuovo e in ascesa che si unisce ai proprietari dei mezzi di produzione e rafforza la risoluzione dei loro interessi, ma in nessun caso la letteratura pretende di costituire una nuova classe sociale. Ciò che qualifica gli autori del libro in esame è fare quel passo avanti e affermare con coraggio ciò che nessuno ha mai detto. Non per spontaneità, ma attraverso l’evidenza empirica, partendo dal fatto che oggi i salari prevalgono sul capitale che estrae il plusvalore. L’evoluzione in termini di numero e il potere decisionale che hanno tra le mani è così significativa da trasformare i manager in una classe con i propri interessi, distinta dai proprietari dei mezzi di produzione. In questo modo, un gruppo sociale di manager che, come tutti sanno, opera nelle imprese e nei governi degli Stati-nazione, non è più in formazione, ma è in piena attività una classe sociale, i cui interessi prendono le distanze sia dai proprietari borghesi che dai lavoratori, i salariati e altri gruppi sociali simili per reddito. Il punto cruciale nella discussione sui manager, quindi, si concentra sull’interpretazione che li colloca o come parte della stessa classe borghese in cui occupano posizioni di comando, ma sempre subordinati ai proprietari dei mezzi di produzione, o se hanno già superato questo limite di condivisione del potere con i proprietari borghesi e hanno iniziato a far crescere i propri interessi anche in contrasto con quelli di questi proprietari.

Cosa sostengono gli autori di Managerial capitalism a favore della loro tesi secondo cui i manager costituirebbero già una nuova classe sociale? 

Empiricamente, presentano informazioni sul livello più alto di manager che aumentano sistematicamente i loro guadagni da un secolo, mentre altre categorie di salariati hanno guadagni stabili o addirittura in calo. Entrambi i casi, aumento dei redditi per il gruppo più alto di manager e redditi stabili o in calo per gli altri salariati, si osservano nell’attuale momento di neoliberismo mondiale.

Il secondo argomento è sviluppare la nozione di managerialismo, sia attraverso la gestione di società private, che devono necessariamente fare affidamento sugli amministratori, non importa quanto concentrino il capitale nelle loro mani (quella che gli autori chiamano la “rivoluzione del management privato”), sia nella gestione delle innumerevoli politiche e attività pubbliche degli Stati-nazione, sia delle società di proprietà statale che sono mantenute dai governi, i cui cambiamenti chiamano “rivoluzione del governo” (ne parlano nel capitolo 6). I mutamenti nell’amministrazione delle imprese e dei governi sono stati talmente incisivi che possono essere definiti come aventi un carattere “rivoluzionario”. Anche qui si pone la questione dei confini: se debbano essere considerati fenomeni rivoluzionari, o se siano anticipazioni e cambiamenti propri della crescita degli affari e della gestione dello Stato. È interessante notare che gli autori hanno inserito il sistema autoproclamato socialista o comunista, che ha prevalso tra la rivoluzione del 1917 in Russia fino almeno alla caduta del muro di Berlino nel 1989, come parte della costituzione della classe manageriale.

Il terzo argomento è tratto dalla letteratura marxista che viene utilizzata come base per la discussione teorica. Gli autori mostrano che lo sviluppo della questione dell’amministrazione delle imprese aveva una posizione marginale nella discussione marxista sulle classi e non solo, quando la discussione teorica delle classi in Marx trova un limite, il testo in cui la questione inizia a essere sviluppata si interrompe improvvisamente dopo un’enigmatica indicazione delle tre classi sociali nel capitalismo del XIX secolo. Tre classi sociali sono anche ciò che analizzano gli autori del libro: la classe borghese dei proprietari, la classe dei salariati in generale e la classe dei manager. L’analisi che la letteratura marxista porta alla discussione teorica è considerata insufficiente dagli autori, che intendono avanzare nella proposizione della nuova classe di manager.

L’ultimo argomento viene sviluppato nel capitolo 11 e riguarda la struttura di classe e il potere imperiale. Questo capitolo, pur non essendo il più importante del libro, è uno di quelli che più attira l’attenzione del lettore per la presentazione di indicazioni fattuali sulle reti di relazioni intessute tra le grandi corporazioni mondiali. I risultati sono affascinanti. C’è un’enorme struttura collegata in tutto il mondo. La concentrazione dei poteri nelle mani delle multinazionali è l’ordine: il centro della rete è costituito da 1.318 corporazioni, una minoranza; il grado di controllo delle società può essere valutato dal fatto che 737 società o individui controllano l’80% del valore economico nel mondo. Le società sono gestite da manager, che riferiscono ai consigli di amministrazione. Occupare una tale posizione consente loro di aumentare i guadagni, quando hanno successo nelle decisioni prese, sia attraverso bonus che per mezzo di benefici vari, non solo di carattere economico.

La terza parte del libro mostra che gli autori non solo effettuano analisi economiche, ma padroneggiato bene la storia. Rinforzata in questo modo la propria analisi, si volgono ad analizzare due grandi rivoluzioni: quella francese e quella inglese, che rappresentano i grandi momenti in cui l’ordine capitalista si installava come modo di produzione egemonico. L’analisi di questi fatti storici proietta l’inizio del capitalismo nel XVIII o XVII secolo e, in Marx, nel XV secolo. Tale analisi storica coinvolge le alleanze fatte dai lavoratori e la costruzione dell’egemonia da parte delle forze borghesi. La rivoluzione industriale è vista come un periodo di enorme regressione sociale, come è noto, grazie all’uso del lavoro minorile e femminile, alle lunghe giornate di lavoro e allo sfruttamento del lavoro nei modi più vili.

La storia permette agli autori di chiudere il libro con bellissimi capitoli sull’emancipazione umana e le alleanze del futuro. Per loro, le alleanze costruite in passato indicano la possibilità di tessere alleanze future. Se sono avvenute in passato alleanze e confronti tra classi o segmenti di esse, in futuro potranno avvenire anche, anche se composte da altri attori. La lotta delle classi popolari, come vengono chiamate, è un vettore essenziale per le politiche da adottare in futuro, siano esse progressiste o regressive. I sociologi e gli economisti europei sono attratti dai progressi sociali raggiunti durante il “Trentennio glorioso”, descrivendo un periodo di crescita economica e sociale con politiche progressiste. Il neoliberismo, d’altra parte, rappresenta un’inversione di direzione delle politiche sociali e un periodo regressivo in termini di concentrazione dei redditi nelle mani di proprietari e manager di capitali, decostruzione dei diritti del lavoro, rifiuto dei migranti. Gli autori guardano quindi al futuro con occhio critico, ma anche puntando alle possibilità di trasformazione, poiché in passato le lotte sociali hanno dato luogo a periodi progressivi, sfociati nel Welfare State e nel keynesismo dopo la Seconda guerra mondiale.

Note critiche 

Fin dall’inizio, considero questo libro di particolare interesse per le aree della sociologia, dell’economia, dell’amministrazione. Sebbene scritto molto bene, purtroppo la traduzione inglese non aiuta la qualità del lavoro. Il testo è fortemente argomentato, teoricamente dettagliato e dialogante con molti autori, come Marx, Engels, Schumpeter, filosofi contemporanei e autori che includono almeno Bourdieu, Foucault, Althusser, Boltanski, Chiapello ed Erik Olin Wright. Si basa su fatti, informazioni quantitative e qualitative e su un’analisi storica coerente, che va indietro nel tempo fino alla Rivoluzione inglese, passando per la Rivoluzione francese.

Poniamo l’ascia della discordia nella trattazione dei manager nella struttura di classe nella società contemporanea. Il problema si trova, secondo la mia lettura, esattamente nel fatto che i manager costituiscano una classe a sé stante o se facciano parte della borghesia, che non è ancora riuscita a salire nel mondo della proprietà, ma è in cammino.

Nonostante il libro sia ben costruito e argomentato, c’è ancora una difficoltà nella tesi sulla definizione dei manager come classe. Vale a dire, i manager accumulano sempre più reddito e diventano proprietari di capitale, sotto forma di accumulazione di reddito, bonus, vantaggi, benefit oppure di azioni di società e corporations a cui appartengono (pensiamo agli stocks options). Diventano proprietari. Manager e proprietari. Punto. Rimangono come manager e diventano proprietari di quantità inimmaginabili di capitale. Ad un certo punto, passano dall’essere manager ad essere proprietari. O c’è una ragione più forte per cui non diventano proprietari? Una domanda del genere non trova una risposta nel libro. 

Per quanto riguarda la metodologia e le tecniche di ricerca, il libro è ricco e occupa una posizione di primo piano. Il lettore può godersi la discussione teorica scorrendo le 240 pagine che compongono il libro o leggendo almeno la prima parte. Duménil e Lévy utilizzano dati elaborati da altri ricercatori, siano essi quelli che chiamano economofisici o quelli già ben noti in Italia come Piketty e Saez. Una parte significativa della base empirica degli autori del libro proviene, quindi, da una fonte secondaria organizzata da terze parti. L’intera analisi della letteratura, così come lo studio delle dinamiche storiche e dello sviluppo teorico è responsabilità degli autori, rappresentando uno studio impegnativo della storia universale.

Sebbene il libro sia stato pubblicato di recente, le principali tesi degli autori erano già note in altri testi. Vale la pena esaminare, quindi, per concludere, come la letteratura recente abbia reagito ad alcune delle proposizioni degli autori. Il libro ha il suo punto di forza nell’insieme delle informazioni empiriche che presenta. Inoltre, gli autori si sono organizzati sulla base di una ferma analisi dei fenomeni storici, anche di natura empirica. Ciò significa che l’argomento principale del libro si fonda anche su basi empiriche la cui contestazione diventa un elemento difficile da sviluppare, poiché suppone che vengano presentati dati e informazioni che consentono di contestare le interpretazioni fatte. Questo è ciò che Michael Roberts ha cercato di realizzare con una tabella per falsificare la tesi degli autori di Managerial capitalism. La tabella contiene informazioni di sette fasi storiche: 1918, 1929, 1944, 1973, 1979, 2007 e 2011 negli Stati Uniti d’America, con la distribuzione dei salari e del capitale che presenterebbe una visione contraria agli autori di Managerial capitalism.

Non è possibile sviluppare qui con un minimo di coerenza il tema del valore nelle sue dimensioni concrete e astratte, ma vorrei, infine, segnalare che nel libro di Gérard Duménil e Dominique Lévy manca, quando si parla del neoliberismo e del suo sviluppo, una trattazione profondo del concetto di valore, come necessario e come surplus. Tutto il valore generato in termini di valore d’uso e plusvalore dipende dal coinvolgimento di tutte le capacità che i lavoratori apportano al processo lavorativo. È il tempo sociale consumato nel e dal lavoro. Il coinvolgimento delle capacità non è un atto volontario, ma controllato dai capitalisti e dai manager affinché il reddito continui a crescere nel tempo. Per sintetizzare questa proposta di coinvolgimento di tutte le capacità dei lavoratori che direttamente o indirettamente partecipano al processo lavorativo, si utilizza l’orario di lavoro, le giornate di lavoro. L’orario di lavoro continua ad essere un elemento significativo per comprendere le crisi del capitalismo e per comprendere le contraddizioni del sistema finanziario globale, perché non è possibile comprendere un sistema che si mantiene solamente sopra una struttura in cui non c’è posto per lo sfruttamento della totalità delle capacità dei lavoratori, siano esse capacità fisiche, intellettuali, psicologiche, culturali, sociali o altre che il coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici nel processo lavorativo mondiale permette di intendere come produzione di valore. Attualmente si evidenzia una certa costanza dell’orario di lavoro, sebbene sia stato ridotto per una porzione di nazioni del mondo nel corso dei secoli a causa delle lotte dei movimenti sociali che hanno innalzato la bandiera con scritto “vivere non è solo lavorare.”

Dall’altro lato, aumenta l’intensità dello sforzo richiesto dai padroni e dai manager ai loro dipendenti nel processo lavorativo. Attualmente, c’è un uso flessibile delle capacità dei lavoratori e dell’orario di lavoro, indicando l’apertura di altri fronti per sfruttare le capacità dei lavoratori di generare più valore, il plusvalore. Misure per forzare un aumento della “produttività del lavoro” sono state create e applicate nel corso della storia dall’azione dei manager. Purtroppo non ho riscontrato uno sviluppo di questo problema nel libro recensito, anche se sono domande essenziali per cogliere il senso del valore astratto. 

Nonostante le criticità fin qui sollevate, il libro merita di essere letto, ampiamente discusso e analizzato, per le interpretazioni storiche e per le proposizioni politiche generali che gli autori presentano come la possibilità di un accordo tra “classi” che possa generare lo sviluppo del benessere dei lavoratori e delle lavoratrici.

 

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